Romanzo Amore 29

Il giorno in cui la vita di prima le restituì solitudine e tradimento, per tutta risposta alla sua ostinata devozione, era un giorno di dicembre che sembrava primavera. Uscì in balcone con in mano un bicchiere d’acqua che non volle bere (era una terapia naturalista, inutile perlopiù a sconfiggere disturbi dell’umore, molto patetico); guardava verso il colle, intuiva la costa dove emergeva la punta di un maniero, il mare era terribilmente calmo. Azzurro, come il maglione dell’uomo che l’aveva tradita, che era sparito. Come i suoi occhi.

Le rimaneva un cruccio, un assillo pedante: poteva rimediare? Lei, per tutti? Ricucire, rimettere in ordine. Tornare a casa. Nella sua casa. Allora la sera prima di dormire – aveva di solito gli occhi così gonfi che le dolevano persino – riassumeva l’accaduto, analizzando i punti deboli, cioè gli aspetti in cui lei sarebbe potuta intervenire, rimediando. In fondo anche lei aveva delle responsabilità e quando si accorgeva di questo, il rimpianto diventava tormento, allora con la mano tremante stringeva il lembo della sottana, si contorceva nel rimpianto, non aveva pace. Non riusciva a dormire.

Poi si addormentava.verat

La mattina si svegliava con un rumore confuso sullo sfondo della penombra. Realizzava che era il giorno, i cardellini al davanzale che ne annunciavano le prime luci. Apriva gli occhi con fatica. Con fatica pensava al giorno che non era in grado di affrontare, la solitudine l’affliggeva, la solitudine era nel qual caso la privazione di qualcuno.

In casa dei genitori, era di nuovo una figlia. Il bambino cresceva. Mamma. Lei rispondeva appena, sì?

Mamma.

Ecco allora apriva le finestre, la luce entrava meglio, era così forte, così avvolgente, che lei doveva chiudere gli occhi per proteggersi. Chiudeva gli occhi.

Mi commuovo facilmente. Sono una manipolatrice. La mia debolezza mi rende tale. Lo posso ammettere. Me lo ha detto anche lo scrittore (si riferisce a Sergej, nda). Mi sono incazzata moltissimo, poi di colpo ancora una rivelazione, mentre corro in pineta: sì, sono una manipolatrice. E sono incapace di empatie varie ed eventuali. Salvo una monopassione pedante e fedele nei secoli. Quando capita e quando capita di solito ne esco malissimo. L’immagine che affiora di me mi piace sempre meno. Progetto il cambiamento. Dico alla mia psichiatra, a mia madre, a chiunque si trovi davanti la mia desolazione: se rimango qui, muoio. Mi calmo la sera, momento in cui tutto sembra possibile, persino sperare. E così fatico ad addormentarmi. Mi commuovo, ma piango pochissimo. Piangere però mi serviva, una volta, alla fine dormivo almeno. Non è vero, invece piango. Comunque dormo anche adesso, con regolarità, evito di indugiarvi potrei svegliarmi tra un decennio. Sono controllata affettivamente, non sento nulla, non provo dolore. Del dolore è rimasta l’ombra. Sotto quell’ombra qualche volta riposo.

continua

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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