Monthly Archives: March 2018

Romanzo Amore 54 (gli uomini come mio padre)

La città la raggiungeva con la tenerezza di un brusio primaverile. Le cinciallegre e i fringuelli ciarlavano con vivacità alla buon’ora. Aveva ricominciato a scrivere la sua rubrica, il capo le aveva concesso uno spazio quotidiano, raccontava la sua città. Lei che non la frequentava più e con superbia, con lo spregio dell’estranea che ha sbagliato dimora e ci deve restare. Dopo l’abbandono, il giorno dell’abbandono, ogni cosa che la incontrava – fatti o pensieri –  era solo l’appendice di quel che aveva subito. Avrebbe raccontato da allora soltanto lo stesso dolore, lo stesso giorno, avrebbe spostato le inquadrature, abilmente, avrebbe girato sempre la stessa scena.

Si limitava a sedersi al tempio, osservare come sempre d’intorno, fissare qualcuno distrattamente o la punta delle sue scarpe, finché non le fossero venuti in soccorso pensieri migliori. Quindi prendeva appunti sul moleskine e a ogni personaggio del tempio dava un nome. L’amico ebreo ad esempio era il cavaliere errante. Ogni tanto le balzava una frase in testa, una locuzione interiore che era prodotta da se stessa: sarebbe tutto perfetto, se solo ci fossi ancora. Chiudeva gli occhi, sentiva il calore salirgli alle guance, le lacrime scendere tenaci, fedeli. Una mano sulla spalla e si voltava di scatto: era il cavaliere errante. verito

Oggi mi sveglio con la musica di Stelvio Cipriani, arriva da una radiolina. Ricordo la radiolina di nonno, la teneva sempre accesa. Suona dal primo piano, mio padre la conserva ancora e ancora funziona. Ho appena finito di leggere uno splendido volumetto di prosa in versi (non riesco a definirlo che così), “Stanze con case”, di Letizia Di Martino. L’ho finito ieri sera, per questo ho in testa la musica di Stelvio Cipriani,  immagino uomini sostare dentro la nebbia di un aeroporto, un amore in autogrill, pull neri, la bellezza. Giuseppe Berto. Oggi si chiamerebbero orribilmente feedback. Leggo Letizia e penso a Giuseppe Berto de La cosa buffa. Vorrei spiegarmi meglio, gli uomini come mio padre, ecco, come Tony Musante in Anonimo Veneziano, il pernod da sorseggiare in un bistrot, caffè scuro. Gli uomini. Nella mia vita hanno contato moltissimo, da mio padre a mio nonno a mio fratello a mio zio. Poi gli altri, marito, e quest’ultimo russo che non ho mai incontrato. Non ne ho avuti molti. Non mi lascio scegliere, scelgo. Così non scelgo mai veramente. Ho letto Berto da bambina, mi credete? La libreria di mio padre non aveva censure per me. Leggevo la sceneggiatura alla fine del romanzo, con qualche sussulto, era quella di Anonimo Veneziano, con Tony Musante e Florinda Bolkan. Ecco volevo incontrare un tipo di amore così maturo, esserlo io, talmente da meritarmelo. Letizia mi ricorda quel tempo, che non ho vissuto, ma è come se lo avessi vissuto, quella musica, Stelvio Cipriani, i pull neri, il fumo di sigarette. Un aeroporto.

Ieri pomeriggio c’era un gran vento, proveniva dal mare, guardavo verso la promenade del porto. I capelli erano umidi sul viso, e per uno straordinario momento mi sono sentita appagata soltanto per non avere memoria. E quel tutto finisce che mi promise un giorno una megera sarebbe stato più o meno tale. Finito. Ho vissuto, ho vissuto certo, tutte le mie letture, ecco cosa, questo è l’inganno.

Letizia con la sua scrittura mi conduce al fulcro, da cui non sono mai andata via, la suggestione di tutto quel che ho letto, l’inganno di aver vissuto e non averlo fatto. La salsedine mi arriccia i capelli, ho le mani appiccicate, mi tocco il viso e sento le mie guance, un po’ più rotonde. Mi piace il cambiamento, non temo nemmeno il mio. Ho in testa la musica di Stelvio Cipriani.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

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Esordire e poi?

Se ti va bene, dopo un buon esordio, con una casa medio-grande o medio-piccola, puoi avere una chance con una major. Quelle che ai premi letterari hanno un candidato che vince. Dopo “Sangue di cane” (Laurana, 2010), che ebbe un seguito felice e al di sopra di ogni previsione, a me non è capitato. Fui candidata allo Strega grazie allo scrittore e talent scout Giulio Mozzi (al momento consulente editoriale per Marsilio), il suo gesto generoso risuonava come una provocazione, allora più che mai, un sassolino nell’oceano, provarci con Laurana. Peraltro Laurana di suo ufficialmente aveva proposto Michele Vaccari, agli Amici della domenica. Per me non ci fu molto da fare. Tornai in libreria con “Christiane deve morire” , inizialmente doveva uscire con Tropea, avevo firmato già il contratto, un buon anticipo, l’esordio con “Sangue di cane” comunque mi aveva aperto alcune porte. Ma fu una sfortuna, a Marco Tropea morì la compagna, la casa editrice chiuse ben presto. Ritornai con quel testo in mano. Gaffi ci teneva a pubblicarlo, il critico Giovanni Pacchiano amava molto quel romanzo, accettai la proposta di Gaffi per la stima e l’affetto che nutrivo e ancora oggi è così per Giovanni. “Christiane deve morire” fu un libro bruciato, come si dice in questi casi. Ero molto arrabbiata. Nel frattempo era uscito un e-book con Feltrinelli  e alcuni racconti in un paio di antologie.zoom_libro_1

Eppure l’esordio aveva lasciato ben sperare. Oggi dico che non è così, che quel che funziona non si capisce mai perché e come funzioni. C’è chi ha fatto molta strada dopo un buon esordio, chi è stato tradotto, chi è stato pubblicato da un colosso editoriale, finito in un premio e vinto quel premio. La mia strada non è stata questa. Non so più nemmeno cosa desideri oggi, professionalmente. Mi piacerebbe intanto che si cominciasse a smetterla di pensare alle prestazioni intellettuali come a qualcosa di piacevole, hobbistico e che dunque non prevedi corrispettivo economico. Mi offende sempre ricevere proposte con questa implicita postilla. Son sicura anche di un fatto ovvero che i libri che funzionano vendendo migliaia di copie, alla Kinsella per capirci, sono un’altra cosa, non c’entrano niente con quello che faccio. E tanto mi riappacifica. Però la distinzione deve valere per gli editori, alla stessa maniera, non possono mettere sul medesimo piano generi così distanti. Che poi sono il modo di intendere la scrittura, lo sguardo che si ha sulle cose.649544350

Senza grandi entusiasmi, oramai. Dopo un buon esordio, rimane spesso una continuità media e sfibrante.

Romanzo Amore 53 (l’immutabilità)

Le mattine di primavera erano epifanie, malgrado la sua scarsa loquacità, sembravano tripudi; erano un abbaglio di misteriose possibilità, misteriose perché non accadevano mai; erano la leggerezza che profumava di boccioli di zagara, giorni che si riproponevano uguali, ma imprendibili. Erano altalene, sole e nubi, su e giù, come il suo umore. Non tornava un sol giorno.

La sua grande prova fu rinunciare a colui per il quale avrebbe rischiato la vita, lo aveva fatto. Si batteva il petto. Rinunciarvi, dopo tutto? Rinunciarvi. Usciva di casa e attraversava la solita via, il corso. Indovinava la breve deviazione verso il porticciolo, la darsena. Le acque placide si rinserravano nella baia protetta, riflettevano il biancore delle vele e delle nubi frettolose che vibravano per poi sparire in un altro cielo. La luce accecante delle mattine di primavera le rammentavano un tipo di contraddizione: la vita a volerlo poteva essere una faccenda trionfante. In certe mattine di primavera. La vita era lo svolgersi medesimo della stessa. Le salivano dai suoi odi segreti, i suoi risentimenti ancor meglio, le lacrime di un solo unico abbandono. E mentre il sole allargava il suo raggio, abbracciando le solitudini del resto del mondo, lei se ne sentiva fuori, esclusa e infreddolita. Le lacrime scendevano, quotidiane, pazienti. Si lasciavano fluire, confondere. Sarebbe stato perfetto se ogni cosa avesse mantenuto le promesse dell’immutabilità. Uomini donne bambini, il corso, la luce, le automobili, la scuola, la chiesa. E tutto doveva restare com’era.

Esiste l’immutabilità? Se lui fosse restato, se solo fosse restato. Benché tornò un giorno, ma era tardi. Quindi vedete Sergej, lo scrittore fantasma, le sue lettere appassionate, non servirono a molto. Tolta la parentesi rapida e dolorosa, mademoiselle era ancora allo start. Affezionata al solo baratro che avesse voglia di scavare o al limite di frequentare. Il solo feretro dove stendersi, statua di pietra. Il dolore indossarlo come la sola pelle, la sola conosciuta. La sola. tomassini2

Tornava al tempio, correva al tempio, quasi fuggendo. Cercava fuggendo. Lui, la vita di prima. Sedeva al tempio. Le sue vecchie. Eccole fissarla costernate. Prima che morissero tutte, una ad una. Erano vecchie. Quanto vuoi che duri una vita intera, mademoiselle? Una di loro era già stanca.

Mademoiselle lo era. Sedeva al tempio. Vide l’amico, l’ebreo, Dario, l’eroinomane. Mademoiselle fremeva, gesticolava.

L’ebreo indossa il paltò, dalla tasca tira fuori la piccola bottiglia di rum, dà un sorso, accende la sigaretta. Di colpo sento la tristezza del mondo. L’ebreo era un amico, no, non è vero, lo tenevo sotto scacco, era un ricatto morale, me lo ha detto lui. Allora stammi lontana, ricordi? Ti ho avvertito, stammi lontana perché ho bisogno di tutto, e pur di salvarlo, capisci? Per me non voglio niente, dico all’ebreo. Non importa sai, i vestiti, i soldi, non li voglio per me, non darmene, se me ne dai io li prendo, io mi faccio comprare. Ecco tutto. 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 52 (la follia di Sergej)

Sergej rispondeva precisamente all’identità maschile che andava cercando nella misura in cui non somigliasse affatto a un genere umano che detestava, quello in cui doveva dimorare. Lei era il perno sbagliato, come se sul serio il mondo avesse voglia di orbitare intorno alla sua persona. Ingenuità e presunzione, da perdonare soltanto perché era il momento il più buio, il più increscioso che avesse mai vissuto. Nel romanzo della Sagan leggeva parole adeguate alla sua ora: cosa immonda e incresciosa, ad esempio. Ma era di Antoine che si narrava nel qual caso, di Lucile, d’amore di passione ingordigie gelosie. Errori. Errori che tormentavano la carne.

Sergej dunque era solo una proiezione. La parola giusta: proiezione. Mai toccato la sua mano, sconosciuto il suo profumo. Quale ruga attraversava la sua fronte? E la sua voce? Sergej era nell’orbita indistinguibile dell’identità perfetta, lavorata dalla mano di una donna prossima alla disfatta, ecco il titolo del romanzo della Sagan. Una donna giammai sconfitta.  Sergej era pazzo di lei. Andava benissimo, non doveva misurarsi con altro se non con la follia di uno scrittore che viveva dall’altra parte del mondo.

Scriveva pensieri febbrili. L’amore ingannevole. Lo avete mai provato? Mademoiselle ne dovette conoscere le lusinghe ben presto. Quando Sergej sparì, inghiottito dalla luce fastidiosa di un display.ve blog

Ieri mattina, dopo giorni contraddistinti da una tregua fragile, mi sono svegliata con il pianto. Ho pensato che fosse un brutto segno. E invece mi sono alzata, ho aperto la finestra, ho mangiato, mi sono vestita con cura, truccata.  So che è un problema mio: esser finita dove sono insomma. So che la giornata si deve affrontare a piccoli quadri, passo dopo passo. La disperazione la procura una dimensione di vastità. La vastità è un’aspirazione, ma dobbiamo meritarla.

Eppure, durante la giornata ho riscoperto una leggerezza remota, quella che ho lasciato a diciassette anni, al quarto anno di liceo. Poi – vi ho già raccontato – è seguito il grigiore di certi anni della mia giovinezza, erano deserti. Il mio primo fidanzato, il solo uomo prima di mio marito, era un eroinomane e aveva tentato il suicidio. Vi ho raccontato. Ho perso il mio sorriso allora? Sì (non piagnucolare, mademoiselle, nda). Come ho scritto da qualche parte, ho visto tutto, subito. Ma non per questo sono cresciuta. No, al contrario, sono diventata più piccolina, infantile. E anche fisicamente, sono sempre stata magrissima, piccolina, quarantotto chili in centosessantanove centimetri di presunzione di innocenza e vulnerabilità. La mia vulnerabilità ha la sete di un vampiro. Ero stranamente allegra ieri pomeriggio, malgrado i dispiaceri, i sogni, il passato che talvolta affiora dai suoi recessi dove l’ho infilato per benino.

Però sopravvivo sempre, sono molto capace di sopravvivere. E’ un po’ il mio problema, non sopravvivere, il metodo che uso piuttosto. Non sto mai qui, adesso. Non so vivere come gli altri, esercitare la caparbietà, il disincanto. Accettare la disarmonia, la volgarità, il cinismo o la cattiveria stupida come può esserlo solo la cattiveria. Torno indietro, regredisco, abbraccio i miei cani, cambio i loro nomi, i miei Adelmi li chiamo, rido di queste cose. Sono infantile. Così mi sembra di soffrire di meno.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 51 (Sergej)

Sergej era una scrittore. Sembrava detenere la saggezza dei patriarchi, molto tipico, molto russo, le veniva da dire. Lei aveva amato la letteratura russa forse per questo Sergej entrò nella sua vita. Un nuovo fantasma. L’impalpabile, su cui concentrare tutte le proiezioni, non da meno le più stolte. Sergej era uno scrittore molto noto nel suo paese, i suoi libri erano tradotti nel mondo, Sergej aveva avuto una vita drammatica come ci si aspetta da un intellettuale russo. Morti, gelosie, separazioni, fughe. Moltissime vite, aveva avuto Sergej. Sergej diceva di amarla perdutamente. Eppur non si erano mai incontrati. Nacque questo amore epistolare, anni dopo la fuga del primo marito. Il solo marito. Enunciarlo, “il primo marito”, le dava l’impressione di aggiungere un che di autorevole e giustamente drammatico alla sua biografia, vezzosamente vaga. Una vera scrittrice doveva per forza contemplare in una pubblica esistenza un dramma russo, un amore russo. Lui diceva di averla amata subito, le aveva dedicato un romanzo, persino. Mademoiselle lesse: tradotto in venti paesi. Oh. Era il suo desiderio, esser tradotta. E sì anche essere amata fino ad aver meritato per questo l’intitolazione di un romanzo.

Sergej le scriveva lettere piene di passione, centinaia di lettere, notte e giorno. La sua follia russa l’aveva conquistata. Erano passati alcuni anni dalla fine del suo matrimonio. Era la prima volta, dopo di allora, che nella sua mente ricominciasse a circolare un’idea, una possibilità, amare di nuovo. Malgrado Sergej fosse un fantasma e lo avesse visto solo in foto o letto di lui alcune cose, recensioni, biografie, brani del romanzo, l’unico tradotto in italiano. Quell’unico romanzo tradotto in italiano – era vero, dunque – portava il suo nome.

Sergej fu piuttosto una nuova solitudine, le lasciò in ricordo la disperazione (ma fu un ricordo breve, per sua fortuna, senza connotazione, fluttuante).

Nel cassetto del secretaire conservò per qualche tempo le sue lettere. Per qualche tempo scrisse di lui. Per liberarsene.  Invece raccontava sempre lo stesso dolore, a cui aveva semplicemente cambiato nome.tomassini1

Lo scrittore di Grudno non potrebbe essere il mio “Limonov“

Lo scrittore di Grudno dovrebbe ispirarmi qualcosa di simile al magistrale romanzo di Carrère. Io non sono Carrère. Nel qual caso però, darei una ragione in più a questa parentesi, esattamente, al momento incomprensibile e dolorosa, parentesi che faccio fatica davvero a cancellare. Lo scrittore di Grudno potevo anche non conoscerlo, avrei voluto evitarmi l’ennesima afflizione. Non sopportava che fosse la causa del mio dolore. Chissà perché poi, giocavo d’anticipo. Delle sue tragedie non devo raccontare, sicché Limonov è ancora una volta il mio ex marito, più prossimo al personaggio gonfio e barcollante tra le vie di New York, smarrito nei suoi deliri alcolici, o l’avventuriero assoldato tra i combattenti mercenari, su una collina balcanica con un kalashnikov in mano. Racconterei meglio, se fosse così. Malgrado fossi io la miliziana bardata di coraggio e ostinazione.

Lo scrittore di Grudno nel suo romanzo pluritradotto racconta la vicenda di una donna (che porta il mio nome) vessata da un marito alcolizzato. Lo scrittore di Grudno racconta della volta in cui lei tenta di salvarlo, vendendosi all’incirca (moralmente perlomeno) all’uomo che avrebbe potuto esaudirla. Una sera di tanti anni fa, è accaduto qualcosa di simile. Allora racconterò un giorno anch’io, in quel romanzo mai finito veramente: “L’uomo che avrebbe potuto salvarlo, conosceva il suo nome. Non sarebbe tornato al suo paese in una bara? Le fu concessa la promessa, a condizione che un alcolizzato non desse problemi ancora, non desse di matto. Sono promesse da mantenere?”.

Condizioni ambientali un tempo hanno deciso sulla fine di una storia, persino sentimentale. Cioè la mia. Perché non si può raccontare tutto in un romanzo, non quando la vita ti propone soluzioni imprevedibili, di solito sul filo. E non quando si sceglie di tradurre la verità. E questo accade soltanto mentendo. Così non posso raccontare tutto. La donna nel romanzo dello scrittore di Grudno forse ha salvato il marito. Anch’io. Entrambe alla fine soccombono. Vera muore sul serio.

Quando qualche volta parlo ancora di lui, non lo chiamo mai per nome. Dico solo lo scrittore e aggiungo “russo”, quasi con timore e solo successivamente. Sono passati alcuni mesi, non so se ho dimenticato. Cosa ho dimenticato poi? Le Parole? Una voce? Certe volte, può bastare. E come spesso accade, alla fine di qualcosa, si fa fatica a capire la ragione.

La domanda è un assillo per le insicure, per quelle amate poco: quanto contavo per lui? Non uso più il verbo amare. Era di Grudno. Da questo momento in poi devo imparare a usare l’imperfetto. Era di Grudno. Una vita tormentata, tragedie inenarrabili, molte mogli. Qualche anno in più di me, una decina all’incirca. My little girl, scriveva nelle sue lettere appassionate.

Spero che non mi legga più. Perché non credo possa meritare le mie parole, figuriamoci il mio amore. Tempo sprecato. Per entrambi. Sono stufa marcia della fatalità. Degli incontri che producono disperazione, nell’istante in cui si realizzano. Sono stanca degli abissi degli altri, il fatto è che mi incontrano, in una tragica ineluttabilità. Incontrano me. Mi amano perdutamente. Fintanto non spariscono nello spazio d’un mattino. L’errore è chiedersi le cose. Le domande sbagliate, vi dicevo. Ne occorre solo una per aprire una breccia pericolosa, nei nostri omissis, finirci con i sensi di inadeguatezza, la nostra misura, l’unica rimediata, per raggiungere il mondo, le sue inesattezze. E sulla verità del mondo (Marguerite Yourcenar, cit.): chiamiamola esattezza, severissima adesione al fatto, alla contingenza. Chiamiamola crudeltà. La verità del mondo. Non la verità di Dio. L’unica capace di guarirci. Il destino può confonderci. Incontrare un uomo, un artista, scoprire che ha dedicato buona parte della sua scrittura a raccontare la mia vita, senza conoscermi. Chiamandomi per nome, ancor prima di conoscermi.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 50 (tutti i suoi amori)

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. Soldi. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre il veleno e la sua serpe, nascosta nel seno. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Le parole sono azioni, le parole non sono suoni svuotati di un dignitoso significato. Ride, mademoiselle.  Era una spiaggia, era un nuovo punto di distanza con il resto. Tutti i suoi amori visti da lì erano migliori o forse indulgenti, qualcuno sarebbe tornato.

Ti importa davvero, mademoiselle?

Era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.cropped-vero-blog.jpg

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensavo allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Avevo sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, quanta crudeltà in quei nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverei trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola. Mazzarruna o Rudow o Gropiusstadt, mischiavo la medesima stolta concezione della collettività che mi colpì quando lessi la prima volta il diario di Christiane. Massimo era diverso, non era brutto e rancoroso come u cavalere. Massimo non spacciava, aspettava il suo buco, non temeva la fine, immaginava di curarsi un giorno, dimenticava il mio compleanno. Il sole a Mazzarruna aveva uno strano colore.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 49 (dove tornare?)

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso, malgrado degradasse tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, col sole tiepido accorato sulle sue spalle, andava in centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava. Aveva lasciato crescere i suoi capelli, lui non l’avrebbe più vista così.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di sé stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore, la mia ora nel deserto è finita.

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé. La gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti. Tornava al tempio.

E i giorni andavano. elide

 

Al tempio torno una mattina. In borsa ho il diario maledetto, la storia di Christiane, voglio rileggerla. Ci sono le solite anziane, una mi sorride appena mi vede, mi avvicino, le siedo accanto, sono impaziente, per questo merito ogni attesa, esercizio di virtù. Non ho un centesimo in tasca le dico, e lo ripeto perché nel frattempo si avvicina una vecchia rom, stende la mano, vuole un euro, non posso, non ho un centesimo. Invece le consegno un mucchio di monete. Mi guarda sgomenta anzi irritata. Bisogna invertire i fattori, x e y non si contendono più alcun primato. X: sta di qua, è questo mondo sbracato, ammorbato dai suoi stessi miasmi e con le tasche rivoltate; y: sono loro, gli infausti, i nostri terribili ammonitori, i poveri, i mendicanti, i rom, chi si è messo dall’altra parte comunque sia. L’anziana mi chiede notizie dell’ebreo. Poi mi stringe con un braccio tremolante, si fa venire le lacrime, dice che devo accettare i soldi dell’amico, dell’ebreo. Non sono una che fa tante storie. La rom continua a chiedere, la seguo con lo sguardo fino a che non svolta per una via del quartiere. Poi di colpo sento uno strano brivido salirmi per la schiena e improvvisamente mi coglie l’estraneità e una specie di sussulto, non so come spiegare, una solitudine terribile, non collocabile, alla fine una gran sete. E non riesco mai a tradurre veramente questo stato d’animo. Ma in fondo non mi importa di farlo. E questi li chiamo giorni.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.