Romanzo Amore 48

Mademoiselle fissava – sulla cima del poggio – il mare oltre la costa. E andando indietro negli anni, l’abitudine replicava la medesima postura, lei eretta sopra un poggio, una roccia, sul davanzale di una finestra, seduta, al piano basso di un condominio popolare, guardare qualcosa, oltre un limite, un recinto, a volte un orizzonte, ciò dipendeva da uno stato d’animo, da una felicità, da una tristezza. Una cima o uno strapiombo dove lanciarsi con destrezza, con viltà o in preda ai brividi. Lo strapiombo sulla rupe in quel ciglione, nella periferia. Avrebbe voluto dimenticare. Adesso fissava dal poggio il castello, oltre la costa. Lo vedeva. Ai suoi piedi si stendeva un piano di cemento, il parcheggio interrato di un centro commerciale. La vita si svolgeva domestica e tranquilla. A lei mancava, cercava di scorgerla ancora, trovarla. La voleva indietro. Scese dal colle, davanti le porte apribili attese un po’, le porte si aprivano e si chiudevano, nella sincronia intercettava un volto, il suo. E dietro quello incuriosito o torvo o assente degli avventori. Detenevano una vita. Invidiali. No, non invidiarli, ammirali.

Mademoiselle aveva perduto ogni ragione. E in special modo la ragione morale della sua disfatta. Pensò alla Sagan, La disfatta di Lucile non era esattamente lo stesso. Lucile aveva una capacità nuova per lei di aggirare la questione. Sedurre, vivere, piacere, darlo, riceverlo.

Cosa significasse non era in grado di dire. Il piacere. Cos’era?

La primavera era sempre un’attesa. Stavolta smorzata, un’ebbrezza da far implodere, un’ebbrezza inutile. Le porte apribili del centro. Entrò. L’accolse il tepore conosciuto. Si consolava nel tepore conosciuto, sul lato sinistro si avvicendavano le profumerie e gli atelier. Lei un tempo era felice, giusto? Aveva un bambino, seduto davanti, sul carrellino colorato. Usava molti vezzeggiativi, allora, perché con i bambini si fa così.  L’uomo le stava accanto. A volte sorrideva o fischiava. Per un istante le sembrò tutto reale. Sedette. C’era la panca, era lì, aspettava. La panca aspettava il suo sgomento. Sgomento era la parola che avrebbe adottato. Una nuova parola. Sarebbe diventata vecchia, come un processo naturale, le cose sature, muoiono. Premette la tempia con il palmo. Era tutto vero. E invece no. Si guardò intorno. No. Non c’era nessuno.

Dove siete andati?

Mademoiselle però scriveva, forse poteva salvarsi. Tornò a casa. Si chiuse dietro la porta della stanza da letto. Accostò le tende. Sedette al secretaire. tomassini1

I miei anni di ragazza. Ne parlerò, un giorno, non di me. No, parlerò dei compagni della valle, malgrado ne abbia in parte già raccontato. Quella valle non esiste. Era una condizione dello spirito. Il silenzio. Il deserto. Gli altri, giovanissimi, cadevano uno per uno. Regolare era vedere uno fatto di ero. Ti vomitava accanto bava bianca, noi ragazzine perbene eravamo distratte e consapevoli, ce ne fottevamo in poche parole. Eppure quel tempo vorrei dimenticarlo (non puoi dimenticare tutto, mademoiselle, nda). Le mattine al Sert con quel tale eroinomane. Io ero una ragazzina perbene, mai toccato una pasticca, solo qualche canna senza troppi entusiasmi. Amavo leggere, usavo parole troppo lunghe, secondo quell’idiota che aveva tentato di ammazzarsi con un grammo di roba. Io lo accompagnavo, vegliavo sul vampiro, guardandolo con pietà, pensando fosse un cadavere. In fila davanti la porta del Sert  aspettava un genere umano spaventoso. Avevano quasi tutti le mani, le braccia gonfie, il viso butterato, le palpebre pesanti. Utilizzavano il linguaggio dei tossici. Era morte tutto intorno. Ma io ero viva. Il tizio aspettava, bisognava fargli i conti in tasca tutte le volte e tutte le volte i soldi in tasca corrispondevano esattamente al costo di un quartino. Quando invece penso a Massimo mi coglie uno strano brivido. Ero innamorata forse. Non lo consideravo un verme. Si faceva, cioè si bucava, ma era un altro paesaggio, non so come dire. La sua dipendenza era nobile, malinconica, aveva una Renault quattro bianca. In macchina ascoltavamo Tracy Chapman o gli Smiths. Un capodanno poi ci siamo dati un bacio, l’unico.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Advertisements