Romanzo Amore 50 (tutti i suoi amori)

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. Soldi. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre il veleno e la sua serpe, nascosta nel seno. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Le parole sono azioni, le parole non sono suoni svuotati di un dignitoso significato. Ride, mademoiselle.  Era una spiaggia, era un nuovo punto di distanza con il resto. Tutti i suoi amori visti da lì erano migliori o forse indulgenti, qualcuno sarebbe tornato.

Ti importa davvero, mademoiselle?

Era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.cropped-vero-blog.jpg

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensavo allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Avevo sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, quanta crudeltà in quei nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverei trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola. Mazzarruna o Rudow o Gropiusstadt, mischiavo la medesima stolta concezione della collettività che mi colpì quando lessi la prima volta il diario di Christiane. Massimo era diverso, non era brutto e rancoroso come u cavalere. Massimo non spacciava, aspettava il suo buco, non temeva la fine, immaginava di curarsi un giorno, dimenticava il mio compleanno. Il sole a Mazzarruna aveva uno strano colore.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

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