Romanzo Amore 58

La domenica mattina era un giorno come un altro. La domenica era il giorno delle famiglie anche. Era aprile. Oh quale dolcezza sprigionava tutto intorno, le finestre aperte, il glicine sul davanzale. Talvolta poggiava la mano sul mento e stava un tempo infinito a guardare oltre il davanzale, oltre la terrazza di fronte, il salice,  i cespi di oleandro. Vibrava come se fosse in attesa, come se davvero qualcuno dovesse arrivare, o fosse ancora l’oggetto di un desiderio, di un amore. Invece era assolutamente sola. Badava alla sua piccola vita, accudiva il bambino, chiudeva la porta della sua camera da letto dopodiché. Sedeva al secretaire. Girava le pagine di un libro qualsiasi. Leggeva alcuni appunti su un saggio di Guy Debord. Era aprile.

Ridevamo un tempo. Pensava mademoiselle. Tendeva alla commiserazione similmente a una forma di consolazione. Efficace nel giusto dosaggio, fintanto non si fosse trasformata in rancore, avvitato su se stesso non produceva altro che se stesso.  In centro commerciale notava la pacifica routine di mani braccia gambe, avventori tediati o appesantiti dalla normalità, dalla noia che causa la normalità, al riparo da ogni tempesta.

La normalità. Se fosse stata ancora la moglie nella vita di prima, avrebbe indossato un paio di pantaloni comodi, le scarpe sportive, un maglione morbido e leggero adatto alla stagione, avrebbe annodato i capelli, usato un rossetto acceso. Avrebbe sorriso. Avrebbe avuto molte cose da fare, camminato con vigore, osservato con sincero interesse una vetrina di articoli per la casa. O accarezzato la stoffa di una tenda, la praticità di una pentola, un vasetto di terracotta dove innestare nuovi germogli. Girava per i corridoi di un centro commerciale in un giorno d’aprile. Era domenica. Il solito peso sul cuore. L’intollerabile oppressione. E capì d’un tratto – quasi spaventata dalla crudeltà della rivelazione – che quel peso aveva un nome e un volto e avrebbe voluto liberarsene, non reggendone più la mestizia che le procurava. La causa della tristezza era quel volto quel nome, voleva eliminarlo, seppellirlo. Capì più che altro che il peso intollerabile non era la condizione diffusa di un essere vivente, la condizione morale, che la vita non era quel peso intollerabile, tanto da invidiare la superficialità degli altri, come se ridere o sorridere o conversare di futilità fosse un vizio, una colpa. La sua vita piuttosto era una inondazione perpetua, era l’ingenerarsi del senso di catastrofe, era irrevocabile l’inquietudine che a intervalli la coglieva. Ogni azione, ogni accadimento, rimandava al senso di una catastrofe ed era diventato un automatismo, vivere e provare lo smarrimento e la paura per un terrore vicino prossimo. Terrore che magari non si sarebbe mai tradotto in altro che in terrore.verito

Sono stata una donna fragile. La fragilità è una connotazione che non mi piace, induce al pietismo. E io sono una che si commisera. Per mia fortuna scrivo. 

Tornata a casa, sedette davanti al suo scrittoio. E finì una pagina, la pagina del nuovo romanzo.

“Nie ma, kurwa” urlava qualcuno. Erano connazionali di quell’uomo della vita di prima, li aveva trovati davanti a un supermercato. Trovati, scovati. Litigavano per cose misere, pochi spiccioli, un cartone di vino, una ciotola di rognosi centesimi lasciati da qualche cliente distratto, irretito dal cattivo odore. Erano botte da orbi. Uomini impossibili. L’uomo di prima doveva difendere sempre un’idea, una kurwa, una donna di strada, e finire coi coltelli o con le mani e poi in questura o peggio in guardiola al pronto soccorso. Quando lo vidi – era maggio, un giorno di maggio –  mi prese un colpo, aveva il volto pesto, il naso rotto, era spaventoso. “Torno a parco  e lo mazzo”, tagli sua testa. Sibilava su una barella. Lo aveva pestato un tizio di Strachowice. Alzava il pugno contro un poveraccio, un austriaco vestito di cenci che dimorava nelle grotte. I connazionali davanti al supermercato blateravano, quindi rotolavano – ridendo – contro qualcosa, i denti sporchi di sangue o vino. E la gente passava di fretta, temendo un contagio di non so che tipo, la  loro brutalità. Un anziano berciò con astio tutta la sua paura: pusillanimi, via, tornate a casa vostra. Allora all’uomo della vita di prima prese l’inutile orgoglio, e da giù, dalla sua fossa, gli intimò di chiudere il becco: vecchio, tu conosci a polacchi? Strisciava con le mani luride davanti alle porte del supermercato e cantava Mury, che per lui era Solidarnosc. 

Questo scriveva, mademoiselle. Le tende rosse inondavano la stanza di una speciale luce color dell’ambra.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

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