Sud

Stamattina mi sveglio con la solita Bortone in Tv. Il suo salotto di opinionisti che conversa amabilmente del fallimento di un paese, di governo, esploratori, di strategie, solita Bortone, solite cose, mi si stringono le budella per la frustrazione. Nel parterre c’è una scrittrice, la solita Serena Bortone, che sta al paese reale come i Pokemon al genere umano, le chiede genericamente un parere (interessa a qualcuno?), la scrittrice risponde: sto girando l’Italia, da un mese, per presentare il mio libro, alla gente premono altre cose. La solita Bortone passa oltre, non dice “ah”, niente. Ricomincia con gli altri a riparlare di nulla, di nulla che conti per noi. Di questa vuotezza mi sto avvelenando. In questi giorni in special modo, di impotenza personale. Traduco la tragicità dei neet del pianeta. Ho bisogno di lavorare, la necessità mi serra il respiro. Chiedo in giro, a conoscenti che in passato mi hanno dimostrato una certa stima, ne approfitto per umiliarmi e chiedere. Come sempre in questa città non rimedio niente, solo l’isolamento, una gentilezza di facciata, la disperazione.

Finire a vivere qui è stato un castigo. In borsa tengo il mio curriculum, a volte sorrido con amarezza, mentre cammino lungo il corso e mi guardo intorno in cerca di un’idea. Intorno ci sono agenzie di scommesse, negozi vuoti, miseri outlet. Africani ovunque a elemosinare, indigeni centenari. Però dovrei dare un colpo di reni, non arrendermi, omelie pedagogiche da cui prendo le distanze, per non impazzire. Mi dico: stai calma. Non puoi fare molto. Quando la ruota gira male spariscono tutti. I tuoi estimatori lo sono sempre meno, prudentemente. Io non so cosa fare.

La città è in mano a poche persone. Non c’è spazio per altro, per le idee, per il talento, ma questo si sa. Arrestano politici collusi, nel frattempo. Nessuno sussulta. E allora? Siamo al Sud. Tornano vecchie facce con una mise da repulisti. La città è un tripudio di inanità. Deambuli o ti lanci dalla rupe dei monumenti dove vado a correre e a volte penso quanti lo abbiano fatto davvero, proprio da lì. Guardo giù verso l’insenatura, il mare che esplode in gorghi schiumosi, sbattendo contro le rocce. Fiori selvatici scendono dai fianchi del declivio. Quanta gente – penso – da qui ha osato…

Cosa me ne faccio del mio cervello? A chi serve? Se non a guadagnarsi ruffianerie di circostanza. Questo è il paese, questo è il polso di un paese. Prendete me come campione moltiplicatelo all’infinito, il risultato è la somma di tutti i neet. Dovrebbero distribuire medaglie al valore agli uomini in fila nelle mense dei poveri, a quelli consapevoli della meschinità in cui hanno trovato riparo. elide

Non è un commiserarsi ab aeterno. Faccio testimonianza, perché è nel mio mestiere. Allora lo dico, lo scrivo. Mi sento offesa – a nome di tutti i neet – da programmi come Agorà, da conduttrici distratte, da argomenti pretenziosi che distolgono criminosamente da un malessere vero, pericoloso. La schiuma del mare al fondo del declivio monta, si ingrossa similmente a una metafora che ci riguardi.

Prima di mandare in onda il  salotto-canapé politico del mattino dovrebbero passare un cartello sovrimpressione con su scritto: programma e immagini offensive, si consiglia la visione ai sacchi vuoti, alle mani da signorina, ai detentori di tonnellate di pelo sullo stomaco.

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