Romanzo Amore 59 (come una ragazza interrotta)

Al tempio, l’amico ebreo le consegnò un pacco, annodato con un nastro viola. Lo ricevette con indolenza, con l’amico ebreo poteva permettersi l’insolenza e sarebbe stata perdonata. Quando tornò a casa lo aprì e vide la copertina chiara, una farfalla sul davanzale. Lesse “La ragazza interrotta” di Susanna Kaysen. Sedette sul letto.  Rifletteva sul fatto che come Susanna Kaysen, un giorno, per una visita sommaria e distratta, avrebbe potuto trovarsi in una condizione simile, chiusa, interdetta, con una diagnosi irreversibile. Conosceva quel romanzo, vita vissuta. A lei piaceva l’idea che a scrivere ci si dovesse sporcare le mani, altrimenti perché dovrebbero leggerci, deduceva. Senza immolarsi a qualcosa, a qualcuno, il genio si ritrae, lo slancio e la generosità che si avvicenda con la fustigazione, il dolore. E’ così, si sa. Ricordava in special modo un brano di quel romanzo, lo avrebbe cercato, riletto, ma questo l’amico ebreo non poteva sapere, cioè che lei conosceva già il romanzo di Susanna Kaysen, la sua vita vissuta. Il brano del romanzo riferiva di un uomo, le spalle alla finestra. E’ il Mc Lean Hospital. L’uomo – scrive la Kaysen – ha spalle accademiche. I capelli dardeggiano sul suo capo. Dardeggiano, ripeté. Aspetta la ragazza interrotta. L’uomo è un amico. L’uomo un giorno avrebbe scoperto il segreto della vita. E a quel punto, mademoiselle avrebbe letto e riletto la frase: avrebbe scoperto il segreto della vita. Qual era? Si domandava. Quale sarebbe stato il disvelamento? Finalmente avrebbe capito, il segreto della vita, e avrebbe sofferto meno. L’uomo era James Watson. Era il biochimico premio Nobel. Il segreto della vita era un dato scientifico. La struttura a doppia elica del dna.  Non scaturiva da complessi e invertiti ragionamenti di oratoria, ma da raffinate figure matematiche, ordinate, imperturbabili. L’ordine era il segreto della vita, alla fine di un sentiero complesso (quello sì) di formule e orchestrazioni rigide e valide per sottrazioni o magmatiche deduzioni, non replicabili, non sovvertibili. E lei perdeva la ragione. Ma il segreto della vita era: sì sì, no no. Tutto il resto era menzogna. L’amico ebreo voleva proteggerla. Per questo era irritante l’amico ebreo. Era solo amore. Ma a lei interessava l’amore di qualcun’altro.

Al tempio stava con le sue vecchie. Poi sarebbero morte, una per una.  Teneva la piccola mano premuta sul ventre. La consolava. Stringeva il tessuto con la sua piccola mano. Sedeva sulla panca. L’ebreo era andato via. Lo aveva rassicurato: leggerò Susanna Kaysen. Grazie, aveva quindi aggiunto.

Al tempio restava fino al tramonto, se era estate o primavera. E i giorni erano uguali, un succedersi severo di albe e tramonti.cropped-tomassini1.jpg

Ero al tempio, popolato dalla solita gente, dal clamore grossolano, da bancarelle dedite al cattivo gusto, loro malgrado, ambulanti di orribili arredi finto stile impero. Un orrore diffuso in cui in fondo mi trovo perfettamente a mio agio. Su una panca siede K. polacco di Ostrowiec. E’ ubriaco. Era un amico dell’uomo della vita di prima. Non si vedono da anni credo. Quando K. mi incontra ed è ubriaco, K. piange. Perché è ubriaco. Forse soltanto perché è ubriaco e l’alcol lo induce alla commozione. 

 K. ha un taglio vistoso sotto al mento, mi spiega che è stato uno sloveno, immagino anche chi sia, con un collo di bottiglia. E posso immaginare la circostanza, il caos, l’orrore.

Bevo il mio caffè adesso. Penso: sono stata liberata dagli empi. Poteva andarmi peggio. K. Si gira e alza la maglia sui fianchi, sui reni, è pesto, nero, violaceo. Mi abbraccia, piange sulla spalla, lacrime sudicie, pietose. Ha bisogno di una donna, posso andargli bene persino io. Ma sei come un fratello, gli dico. Lo sai. Ci conosciamo da sempre, così mi sembra.  Lui ricorda tutto molto bene. Sono passati anni, oh mamma. Ero giovane. E l’uomo della vita di prima gli chiese allora: dove la porto? Cosa vuole da me? Volevo solo un caffè, forse solo un po’ d’amore. Ero pazza. 

K. ricorda tutto. E piange, ubriaco.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

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