Monthly Archives: May 2018

Romanzo Amore 73 (vi perdono)

Mademoiselle voleva perdonare tutti, ora che aveva incontrato monsieur. Vi perdono, avrebbe pontificato, grata all’universo mondo, lanciando petali di rose e gelsomini, coriandoli e confetti, indossando un abito di drappi e ornamenti. Retoricamente avrebbe indugiato sulla scena, allungandosi con il busto come fosse un ringraziamento. Il destino le aveva concesso una pausa. Riposati, adesso, le aveva concesso il destino.

Monsieur era l’uomo che aspettava. Però doveva essere lui. Non era propensa a trattare con il destino. Le promesse si mantengono. E’ lui. Sorrideva. Ma lui non lo sa. Lui ha solo detto: mademoiselle, io ricorderò sempre i suoi occhi.

Mademoiselle odiava le frasi sentimentali che sembravano lapidi sulla sua tomba, note a margine di un lascito testamentario. Monsieur: si ricorda i miei occhi? Li può rivedere ancora. Siamo vivi.

Eccola la solita lusinga, frasi degne di un’effigie, niente di più. Niente di più. Parole abbandonate sul bordo di un’opportunità distratta, mai colta. Mademoiselle era sfinita, piccoli pensieri battevano sulle tempie simili al crepitio dalla pioggia sottile sul davanzale della finestra. Una strana pioggia estiva, esitante.

Nei suoi esercizi di stile immaginava quadretti di vita domestica, dove in luogo dell’uomo di prima c’era stavolta monsieur. Eppur era certa che non sarebbe stato nient’altro, una lunga e infinita proiezione e che esattamente nella sua giovinezza aveva – senza sapere forse, senza volere – posato il suo olocausto sull’altare preparato per lei, perché non fosse troppo, non fosse oltre la misura. Non lo era. Difatti mademoiselle era riuscita a posare il suo olocausto, così salvando il mondo, fogliolina per fogliolina. Monsieur viveva lontano. Viveva dove mademoiselle avrebbe desiderato finire i suoi giorni. Era soltanto un caso. Mademoiselle non chiamarlo destino. Non chiamarlo destino.

Quando leggeva Dostoevskij si commuoveva fino alle lacrime, vere, lacrime generose scenderle lungo le guance. Makar chiamava Varvara: piccolo angelo.

Come tradurlo in francese? Petit ange.

Chi l’avrebbe chiamata così? Ancora? Oh no, nessuno. La giovinezza le era sfuggita oramai. Consumata senza piacere. Piccolo angelo. verat

Ci vorrebbe un bell’addio. Ma no, monsieur, a lei non dirò addio. La sua idea, l’idea della sua persona mi tiene in vita. E’ un lumicino, l’idea della sua persona, a volte lontanissimo, non mi riscalda. Però lo vedo, riesco ancora a vederlo. Quando si spegnerà, io sarò morta. Makar, conoscete? L’uomo anonimo che dalla sua finestra ama la dirimpettaia Varvara, discretamente, con gentilezza. Makar e “il disordine temporaneo” della vita minuta mi costringe ad ammettere che il corso delle cose non sia all’incirca che miserevole. Lo è, monsieur. Senza l’idea della sua persona, sarei già sulla rupe, sotto il faro, guardando giù verso la baietta, fissando le onde feroci rompersi nella cala. Fisserei il vuoto, in un lungo balenio di provocazioni, lampi malevoli, echi di porpora, velluti perduti fin nelle profondità, nelle lontananze; pensieri come velluti violenti. Riesce a capirmi, monsieur?

Lei non conosceva il mio nome, io non conoscevo il suo. 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

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Romanzo Amore 72 (Vera)

Procedeva verso una via stretta nel rione popolare. Guardava in direzione del piano basso di un palazzo prossimo a crollare. Un mezzanino con le imposte poggiate. Poteva immaginare il resto. Uno stanzone, buio. Da quelle case filtrava sempre poca luce, il sole interrompeva prima, fuori, i suoi raggi più docili la mattina o verso il tramonto; baluginii violacei che mademoiselle invece poteva gustarsi dal suo davanzale. Era una privilegiata. Non per questo era meno infelice. Ed era tutta la sostanza della vita stessa, rispondere alla domanda, lasciarsi interrogare dalla felicità: mi hai trovata?

Proseguiva, dall’altra parte del predellino riconobbe Mohammed, il bosniaco. Il rom. Oh. Stai bene sai? Discorreva nella sua mente, ciao Mohammed, stai bene, la tua barba. Sei bruno e forte. Mohammed ho sognato una notte con te. E rideva. No, non rideva.

Lui la guardò. Lei alzò il braccio e aprì il palmo, era un saluto. Ciao. Ciao.  Mohammed sai eri tutta la vita di prima, anche tu lo sei, ne indossi qualche traccia, vorrei spiegarti, non puoi capire. Tu devi vivere o sopravvivere e ci riesci. Bravo,  esulto, bravo, davvero. Ti ammiro. 

Molti anni dopo incontrò Monsieur. Nessun uomo forse l’aveva guardata così. Così intensamente. Era una sentimentale. Ma non poteva dimenticare. Tuttavia non aveva senso ricordare o perlomeno ricordarsi che nessuno l’avesse mai guardata così. E’ la dimostrazione che l’amore è lo stesso sconosciuto che ci chiamerà per nome, accusando la memoria di smettere. L’amore, ci penserà lui, lui ci chiamerà per nome. Vera, Vera.

vera TomSono in pochi a chiamarmi per nome oggi, nel diminuitivo amoroso. Vorrei crollare come il palazzo del mezzanino buio. Crollare dentro un abbraccio, nella consolazione eterna. Ma prima mi sia concesso ancora il tumulto, il tremore, la gioia effimera. Mohammed aveva qualcosa di brutale. Un genere di uomo che può piacermi per lo sgomento. La brutalità ha una sua chance. Monsieur era lo sguardo greve. Gli occhi fissi su un paesaggio misterioso, un brano di una scena, era rimasto lì, greve. E ho attraversato quello sguardo, senza volerlo. Lui, credo, il mio. Senza volerlo arriva lo sconosciuto. Non ti interroga, non ti chiede la promessa e non subito. La promessa dell’amore. Per me è un castigo o un’attesa o la vergogna che brucia le mia guance, le dita che si torcono per l’amarezza, le labbra serrate. E’ andato. Anche lui, monsieur. Da dove venite, ditemi? E lui disse: si frappongono, montagne, foreste, strade, case, mademoiselle, ma io ricordo i vostri occhi.

Io monsieur, ricordo i suoi. E non ci rivedremo più, non le stringerò la mano un giorno. Né lei monsieur stringerà la mia certamente, né per caso, per una strana circostanza, incontrerà la mia tristezza ancora, innamorandosi – lei mi ha confidato – per un secondo.

A me basta, un secondo. Niente è mai durato di più o così tanto, monsieur.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 71

Aprì gli occhi. Alzati. Mademoiselle invece restava ferma. La voce le rimproverava l’abulia. No, non era abulia, era noia terribile, strazio, delusione. Ne aveva il diritto e anche se fosse stata commiserazione, ne aveva il diritto. Il diritto di indugiare nel dolore e nel pianto. Alzati, mademoiselle. Spalanca le finestre, lascia entrare la luce di maggio. I cardellini non aspettavano altro che poggiarsi sul davanzale. Apri le finestre, mademoiselle.

Il cielo azzurro di maggio. Lo troverò lì, ancora. Non cambierà per me, non mi tedierà, perché è maggio. Sono io infelice, ma maggio rimane il mese delle rose, il mese della Madonna.

Aprì gli scuri. Guardò fuori altezzosa, i lunghi capelli avvolti sulla nuca. Altezzosa guardava fuori, risentita verso le cose che non mutavano, che splendevano malgrado la sua mortificazione. Era mortificata. Il mondo doveva compatirla. Era mortificata, esatto, e non le importava nulla degli altri, di quanto soffrissero gli altri. C’era lei e basta. Il suo dolore perenne. Nessuno accanto, nessun braccio a sostenerla. Nulla. Sono vecchia. Si ripeteva. Vecchia e ho appena trent’anni.

Si sedeva sul letto. Prendeva un libro dal secretaire, lo abbandonava subito infastidita da ogni riferimento mondano, apriva la Bibbia, leggeva le righe di un salmo. Pregava. Ritornava l’attesa. Poi in un baleno le tornava in mente qualcos’altro, una campagna, un piccolo puledro, il bambino ridere urlare, lei corrergli dietro, le fronde dei carrubi, la luce oltre i rami. Il cielo azzurro. L’immortalità a benedirli. E l’altro, l’uomo di prima. La felicità l’assaliva, ma non era la sua, era l’idea che vi fosse già passata da lì e adesso stava procedendo altrove, allontanandosi, ma era già passata da lì. Aveva in mente di scrivere un romanzo. Perché no? Le scrittrici hanno una vita tormentata, devono affrontare il dissidio, la vergogna, devono essere fiere o fragili all’occorrenza e poi scriverne. Ecco cosa pensava in alcuni momenti di lucidità, quando le sembrava che la pace la tenesse al riparo, quando alla fine della disperazione intercettava la luce, una luce che accecava per quanto pietosa. Induceva pietà, era la pietà. Avrebbe scritto un romanzo, così avrebbe raccontato ogni sussulto. Come Jane Austen, tormentata e sentimentale. O qualcosa del genere.tomas blog

 Per scrivere non bisogna essere troppo felici. Non corro questo rischio. Continuo ad assumere farmaci, certe volte mi sembra che davvero sia tutto inutile. In questi giorni sono molto arrabbiata, finisco in alcuni abissi, pensieri circoncentrici, manie di vendetta, rimorsi, ripiombo nei medesimi giorni di Natale di (oramai) dieci anni fa. Rivedo l’alberello, il presepe da montare. La casa, il suo odore. I giorni, la felicità, la recita di Natale di mio figlio, mio figlio aveva sette anni. Allora capisco che sto male di nuovo. Cerco di calmarmi. Bevo il mio caffè. Ho trovato il carillon dei nonni, con la musica del Dottor Zivago di Maurice Jarre. Lo carico, è un vecchio megafono, e ricordo esattamente il gesto ripetuto da bambina, in casa dei nonni a Terni. Ho rivisto la signora Lucia, la vedova con il figlio morto di overdose, è in una casa di riposo. Ho rivisto Teresa, la donna polacca che viveva per strada con Yurek, com’erano belli. Teresa è malata, ha un braccio enorme, gonfio, smisurato. Le ho dato due baci sulla guancia. Ho scoperto che le vecchine si commuovono, chiunque veramente viene colto dalla commozione per un abbraccio o un bacio a sorpresa. Mi piace sorprendere le persone, le più sole, abbracciandole o baciandole. 

Teresa e la signora Lucia sono morte. Entrambe. Mademoiselle.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 70

Mademoiselle aveva imparato a sopravvivere, come tutti in fondo. Ci vuole più coraggio a non sopravvivere forse? Sì. Mademoiselle però tendeva alla vanagloria e c’era quel film francese di Louis Malle che le ricordava un sussulto da ragazza: chi ha subito un danno è pericoloso perché sa che può sopravvivere. E le dava i brividi il solo pensiero, di quale entità fosse la sventura e immaginava se stessa disinibita e succinta moralmente persino, un po’ come l’Andreina di Moravia sul lungofiume, la carne debole e bianca, l’abito nero, i segni dell’oppressione e del corpo sfruttato in una smorfia di disincanto, seducente sopra ogni cosa. Come se potesse essere un trofeo, il raggiungimento della completezza femminile e della voluttuosità.  E tale sarebbe stato il danno, non riuscendo a capacitarsi di altro, non realizzando mai del tutto che la vita le avrebbe proposto tormenti di ben diversa natura, insondabili al momento per lei ragazza, così inesperta e facile agli entusiasmi e alla vanità delle cose che non esaudivano i desideri, quasi mai.

Imparando a sopravvivere, negli anni, aveva escogitato il modo di dimenticarsi delle più terribili delle offese, l’abbandono dopo il talamo coniugale, prima, durante, sempre. E non era soltanto una donna affranta seduta sulla sedia della vecchia cucina di casa guardare fissamente la tenda gonfiarsi verso il mare, infilata nello sgomento, nel terrore. Era il riverbero dell’inutilità ella stessa, qualcosa che si insinuava segretamente, il verme dell’infelicità che riprendeva vigore, non se n’era mai andato, la tenia della sua esistenza. Era tornato o si era risvegliato una volta appreso che ne avrebbe avuto tutte le ragioni.

Indossava un profumo di Yves Saint Laurent. Da ragazza aspirava all’immoralità commovente dell’ Andreina di Moravia. Da adulta in certe faccende aveva perso del tutto l’interesse.

Monsieur era una proiezione, lui come gli altri. Il danno. Oh quante sciocchezze. A monsieur non interessava nulla di lei, viveva in un’altro Paese. Cosa farsene delle futilità, degli inganni della vita?

E lei che donna era, sarebbe stata se si fosse lasciata andare? cropped-tomassini1.jpg

C’è una strada su cui piovono le fronde di alberi siciliani, le ombre dei carrubi, il suono delle cicale quando si fa nero perché diventa denso incessante come il sole al centro della meridiana; dietro si annidano colline di mondezza, affiorano dentro i disegni armoniosi delle foglie che incontrano il cielo con le sue ampie schiarite. 

In quella trazzera secondaria mi parve che transitassero tutte le clandestinità e i segreti cattivi del mondo.

Ad ogni ombrellone, sotto sorvegliava un viso giovanissimo, bianco, nero, il crogiolo della bellezza esposta tra un monte nauseabondo di rifiuti e un altro. Nella successione di corpi che invitavano al mercato dell’amore, senza desiderio, senza partecipazione, l’eta delle ragazze era indistinguibile, si avvicendavano colori gambe, a stento riuscivo a fissarne gli sguardi. Scoperto il purgatorio, un giorno di agosto, di caldo, di afa, di stanchezza, di chilometri in auto. L’aria non aveva scampo, era cupa sotto la coltre di rifiuti, un intrico di suoni dell’estate, la puzza dei detriti condannati a marcire.

Erano ragazze. Ed erano belle, per quel tanto che ho capito. Così mi è rimasta questa idea di raccontarle, di averne il coraggio. Non qualcosa di immaginato. Vicino casa, ogni giorno, ne vedo una. E’ giovane, non è mai triste, al massimo annoiata. E’ un lavoro. Il pomeriggio prima del tramonto, torna a casa, a piedi, lungo la provinciale, a testa bassa. Oppure aspetta l’autobus sullo slargo di fronte il macellaio e una bottega luridissima. Vorrei raccontare la loro vita infame, senza cedere a nessuna lusinga di un tema eterno, il meretricio. Raccontarlo è difficilissimo. Come raccontare l’amore, la follia, la morte. Sono temi archetipo, la calamita (o la calamità) di tutte le ovvietà. Ne vorrei restar fuori. Però è quel che farò, l’ultima passione che guiderà la mia scrittura, considerato che la vecchia musa non posso più utilizzarla per rispetto altrui. E i vecchi dolori li tengo da me, conservati e al sicuro. Tanto non mi abbandoneranno mai.

L’amore, la follia.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 69 (la consolazione)

La domenica di maggio in una piccola chiesa disposta su un poggio, oltre la cima, il campanile, mademoiselle poteva scorgere la città antica e ingrigita, pallida dentro un colore smorzato che non le confaceva. Il bambino. Era bello, paffuto, dotato di intelligenza, una saggezza precoce, dotato di gentilezza.

Mademoiselle sedeva sulle panche della seconda fila, vicino all’altare, così guardava il Crocifisso e il padre recitare l’omelia e il profumo dell’incenso le ricordava qualcosa e la induceva a sperare, in una qualche misteriosa via, sperare ancora. L’amico ebreo le diceva: tu sei una testimone. Le parole dell’amico ebreo traducevano il significato nobile e perenne della consolazione. Arrivava da lontano, era il significato della Verità, ne custodiva tutti gli scrigni e non era dato sapere di più e non era per tutti e subito la rivelazione. E la rivelazione si mostrava nella benedizione di un dolore. Ma questo era troppo per lei, realizzarlo e sopra ogni cosa accettarlo.

Il bambino frequentava il catechismo e c’era la messa della domenica. E c’erano altri bambini ed erano tutti immacolati, in ordine.

Era facile commuoversi. Mademoiselle non perdeva l’abitudine, conservava i fazzoletti in borsa. Soffiava il naso, asciugava gli occhi, oppure si scusava davanti al mondo: perdonatemi, dov’è la toilette? Chiudendosi in bagno poteva piangere, con la fronte sul lavabo. Alzava gli occhi e lo specchio di un bagno pubblico le restituiva di solito un faccino da vecchia, da vecchia bambina, con una ruga che sprofondava dalla cima della fronte, in verticale. Un rio di risentimento.

Tornava a casa. Il bambino sorreggeva il minuscolo Vangelo. Mademoiselle asciugava gli occhi di nascosto al suo bambino. Tutto le procurava tenerezza, la induceva alla pietà e non sapeva nemmeno bene cosa. Forse il collo tenero di un bambino, che sporgeva da una camiciola stirata male, a quadretti, la camiciola che piuttosto aveva acquistato quando ancora credeva di essere felice e nulla sarebbe franato e niente avrebbe scosso la pazienza dell’immutabilità delle cose liete, che non si riconoscono tali se non quando le si perdono, mortificate dagli eventi, dai sinistri della vita. E la vita la si conosce dopo, in ultima istanza, come frutta prossima al macero, prima di cadere dall’albero.vestitoveri

Mezzogiorno di una domenica di maggio. Il bambino giocava fuori, in cortile. Mademoiselle teneva in mano un libro. Leggeva Dostoevskij. Leggeva il sognatore che immaginava le gesta eroiche di Ivan Vasil’evic durante l’assedio di Kazan, o la musica cimiteriale di E.T.A. Hoffmann. Ernst Theodor Amadeus. Quadri che finivano dentro altri quadri, fino a perdersi.

Era una domenica senza sole. Le rose in giardino non brillavano la porpora e il carminio accecante di altri giorni di luce. La luce bastava da sola a consolare. Mademoiselle cercava soltanto la consolazione. L’acqua per un confinato. Sedeva sul gradone del cortile, circondato dal giardino. Guardava il figlio giocare oppure sfogliava le pagine del libro oppure stava ferma, accorta, in attesa, sorprendendo la farfalla bianchissima posarsi sul dorso della mano, senza paura. Chiuse gli occhi. Li riaprì. La farfalla era bianca, bianchissima.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 68

Una mattina d’improvviso si destò liberata dal dubbio. Intorno il mondo non era cambiato, ma aveva smesso di sottacere, mostrando la vulnerabilità, la defezione nelle cose, i suoi cattivi frequentatori. Un corteo di maschere procedeva verso la medesima direzione in cui le aveva accompagnate, benevola, adesso però rivelavano la mostruosità che si nascondeva oltre il vezzo dell’inganno. Aveva santificato ogni immoralità, aveva perdonato senza alcuna costrizione, custodendo spontaneamente l’idea di un uomo e di anni trascorsi insieme come una enorme fola, dalle lusinghe consolatorie. Anni ottenebrati dalla menzogna. E lo doveva solo ufficializzare,  era una meschinità, buona parte della sua vita lo era stata, una meschinità, il risultato di una meschinità, di tante meschinità, e consegnare la neonata conquista – la rivelazione – all’universo intero. La mattina si era destata con la certezza di aver capito. Liberata. Eppur non sapeva cosa farsene della certezza. L’assedio era una costante. L’assedio delle colpe degli altri le era diventato amico.

Al davanzale la balsamina rivolgeva il dorso alla luce. Il fusto carnoso e l’ampia corolla rosso bruno ne restituivano un aspetto gradevole, ma doveva cambiarle di posto, spostarla in giardino. Era libera dall’ assedio.

Alla fine della lunga strada, disseminata di paura speranza sgomento. Era libera. E tutto le appariva inutile. Cosa fare adesso? E monsieur? Chi era monsieur? Lo avrebbe mai rivisto?

Era molto crudele la rivelazione, perché anche monsieur adesso si mostrava per quel che era: una concessione del destino, momentanea, di passaggio. Non era per lei. Neanche stavolta era per lei.

Torno al tempio in un pomeriggio di vento. Il sole batte sui ruderi pagani, la gente sembra sparita. Sono solo vecchi, pochi sparuti vecchi. Il mio piccolo mondo, i suoi modesti ritorni. Il poeta, il maestro poeta. E’ morto. L’ebreo. I miei amici, vecchissimi, come me, di quella vecchiezza che non si abbarbica sui nostri visi o sulle membra stanche, ignora la sostanza della nostra età. Sono tutti i modesti ritorni che abbiamo seguito, noiosi pedanti. Le enormità, la debolezza, gli abomini franati sulle mie spalle, accolti ancora una volta come aborti da sostentare. Mio figlio mi dice: mamma, che stiamo a fare qui? Sapete quei rami storti? Eccomi. Lo sono. Mi siedo sulla panca, davanti al mare. La vecchia dice che mi fa bene, mi aiuterà a risolvere la tosse. Vorrei ridere.

_MG_0752Vorrei essere felice. Un giorno, lo scriverò, vorrà dire che sarà accaduto. E aggiungerei: di nuovo.  Nel frattempo lavoro a maglia.

 

 

 

 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo amore 67 (la casa sulla rocca)

Smetteva di mangiare quando la rabbia la investiva, irremovibile, aveva la meglio, doveva raggiungere un risultato, sfinirla. La rabbia prevaricava, e nei momenti di ira il mondo era penoso e meschino oltremodo e le sagome di figuri umani insopportabili e distanti.

La vita non le aveva insegnato molto se non a difendersi, a riconoscere il bugiardo, parare i colpi della malasorte e questo nell’età della maturità. Mademoiselle non lo sarebbe stata mai risolta. La maturità. Era sempre stata vecchia ed era sempre stata infantile. E tutto insieme. Ed era una disdetta, la ragione del suo parossismo. Degli odi. Della fine. La fine di qualcosa, mademoiselle aspettava. Stanca com’era dei giorni sempre uguali e restii, delle albe e dei tramonti che la lasciarono lì sola, con i suoi vuoti desideri, mai riempiti, in un giorno qualsiasi e da allora in avanti. Le assenze, i rimpianti. Non ne poteva più. Avesse avuto solo un po’ di coraggio. Avrebbe chiuso una pratica. Iniziata male. Proseguita peggio. Era il suo destino. Il suo destino era un castigo.

Con la fede il castigo si chiama prova, si chiama l’ora del deserto, il crogiolo di Siracide, il fuoco che arrovella e tempera lo spirito.

C’era stato un tempo in cui mademoiselle era un angioletto, una creatura con la bocca schiusa che osservava la casa sopra la rocca e giù lo strapiombo, il mare che ingrigiva verso settembre con i primi accenni di pioggia. La pioggia sulla sabbia lasciava un profumo speciale, era l’orma della fuggevolezza, più che un profumo il richiamo di un sentimento. La pioggia sulla terra erano le sue piccole mani impastate che cercavano lumachine, scavando nella fanghiglia. Era una brava bambina, precoce, affezionata, facile alla contrizione. Un anticipo dell’infelicità era proprio la sua indole, i suoi combattimenti interiore, sin da bambina. L’infante un po’ precoce, un po’ introversa. Non amata abbastanza forse. O amata moltissimo.

Le prove non l’avevano temperata, soltanto abituata al pianto e non sapeva come smettere, o sgravarsi del peso di un male eterno, in luogo di uno sfolgorio, un ballo grazioso, lei una ragazza, una terrazza, aiuole di mirto e cespugli di rose. No. Lei trascinava un male eterno. E non sapeva nemmeno di chi fosse una tale empietà, a chi appartenesse, ora che la teneva lei sola sopra le sue spalle.

A un certo punto è una salvezza non essere eterni. In questo mondo. E non vuol dire nulla. In questo mondo c’è un principio e una fine. E mademoiselle avrebbe smesso di piangere dunque. Chi semina nel pianto, raccoglie nella gioia. E’ biblico.

Sì, è biblico.

 

Ci sono domande. Sono domande sbagliate. L’infelicità? Sono le domande sbagliate. Ad esempio, una potrebbe essere questa: cos’era accaduto veramente?

Nessuna risposta. Andai una sera da un tizio, in un magazzino verso la periferia. Pregai quell’uomo di risparmiarlo, di non rispedirlo in Polonia dentro una bara. Fu l’ultimo terrore. Eppure non del tutto. Lui per strada a Milano, in stazione, Porta Garibaldi,  vagoni morti, lui malato. In un sanatorio. Dio l’ha preso per i capelli mille volte. Dio si è mostrato a lui misericordioso mille volte. Il prossimo romanzo racconterà anche di questo. Del sanatorio. Di Sondalo. Del male. E spesso con le lacrime di tenerezza pensavo a lui di nuovo salvo. Ero sgomenta, ogni volta.

Sono stanca. Adesso, adesso che tutto è passato o finito.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.