Monthly Archives: June 2018

Siamo Rom e votiamo Lega (Il Fatto Q.)

Nel sud più africano e più conforme alle idiosincrasie leghiste, si vota Salvini. Salvini trionfa, a furor di gente. Diremmo popolo e possiamo dirlo in fondo: a furor di popolo dei caminanti. I caminanti sono rom, zingari (ma guai a definirli zingari, è una parola che non esiste per loro, offensiva, detrattiva), si chiamano caminanti perché sono gli stanziali parziali di Noto, Avola, Pachino. Vendono palloni, durante le feste di paese.

I caminanti hanno votato Salvini. Corrado D’Amico ha votato Salvini. Rom caminante di Avola. Vende palloni, parla un dialetto oscuro e primitivo. Rabbrividiamo perché la loro è una tribù: sembra che il seme inverecondo di un unico patriarca abbia restituito un codice genetico su ogni volto. Loro sono diversi da un’altra enclave, prossima per parentela.

Corrado D’Amico e la moglie Lucia Fiasché hanno votato Salvini. Perché?

“Perché abbiamo bisogno di ordine” dice l’uomo. Non è una provocazione. Ordine è la parola nuova, in questo tempo di muri che si ergono e di ponti da trasformare in fossati, in special modo se pronunciata da un rom caminante, individuo che diventa quasi iconico e destinatario di una seclusione antichissima e ancora contemporanea. Loro sono sempre a parte, sono gli altri, sono non soggetti sociali. Sono gli incubi di Salvini, potremmo dedurre. E invece “loro” lo votano, miticamente lo amano.

Non temete nulla? Salvini vuole sgomberare i campi rom, che ne pensate?

Lucia Fiasché, la donna, la moglie, sorride e un po’ non capisce. L’uomo, Corrado D’Amico, trattiene più strettamente la corda dei suoi palloni e si guarda intorno – siamo in Ortigia a Siracusa, in una domenica di passeggio – poi riflettendo, ammette: “Fa bene. Noi non c’entriamo niente con i campi rom. Noi siamo italiani e viviamo nelle case. Fa bene”.

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foto Ansa

A Noto sono stigmatizzati in un solo quartiere. Non esiste una convivenza, piuttosto una distinzione. La connotazione di un clan li rende spesso invisi alla comunità. Soggetti interessanti da un punto di vista antropologico, può darsi. Pare che non si ammalino mai di cuore, colesterolo, malgrado la loro alimentazione sia complessa, grassa, sono portatori di un inedito superomismo, ma non lo sa nessuno e detta così fa uno strano effetto, assunto da manifesto leghista, neanche a farlo apposta. Prima che il governo si insediasse, l’uomo, Corrado D’Amico, e la moglie, confidavano in Salvini. La moglie chiedeva: “Hanno fatto il governo?”. Sì, signora, quasi, rispondevamo.

“Ho votato Salvini” ripeteva la donna. E hanno questo modo di parlare ripetitivo, a scansione. L’uomo dice: “C’è crisi. Salvini adesso ci dà il lavoro”. E mette ordine. “Salvini manda via i marocchini, che ci “arrubbano” il lavoro”.  I “marocchini” riassumono per i caminanti una categoria sociale approssimativa, la ragione di ogni privazione, di ogni separazione. I”marocchini” potrebbero essere chiunque, africani, siriani, chiunque. “Sono “chiddi” che travagghianu in campagna per venti euro”. Lavorano in campagna per venti euro. Dunque a occhio e croce sarebbero africani. Per il caminante è un problema. Lui andrebbe a lavorare in campagna, ma non per venti euro.  Così i caminanti di Noto e Avola hanno in gran parte votato Salvini.

In una tale insondabile convergenza, la lega vince nei luoghi che ne hanno confezionato il programma politico, con testimonial di un’avversione che oggi, nel paradosso, alla medesima tende le braccia. Avversari in una stessa complice partita. Nella stessa squadra.

Tutto il clan dei caminanti, zii, cugini, nipoti, hanno votato il leader della lega.

Cosa vi mancava prima, senza Salvini?

“Ci “ammancava” l’ordine. U travagghiu. C’era troppo delinquenza”.  Salvini è l’uomo della speranza per i rom caminanti siciliani di Avola, Noto, Pachino. Giostrai, ambulanti, venditori di palloni.  Per certi aspetti la questione diventa persino commovente o ci si potrebbe perdere la ragione, un rompicapo che ingenera il riso con il suono del singhiozzo,  come con i personaggi di Cechov, eroi capovolti,  di quel riso capace di seppellirci tutti nell’amarezza e nello sconforto.

 

L’originale è stato pubblicato nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano di mercoledì 28 giugno 2018

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In Radio con le meraviglie

Potete ascoltarmi qui, a Radio Tre Rai, vi racconto la mia città Siracusa, magica affascinante.San Filippo

 

 

 

 

 

 

Clicca qui per ascoltarmi: https://www.raiplayradio.it/audio/2018/06/LE-MERAVIGLIE-La-Chiesa-di-San-Filippo-Apostolo-a-Siracusa-raccontata-da-Veronica-Tomassini-30e13806-a6e7-4dc8-aee5-bfb27edbc2eb.html

La letteratura e il dolore

C’è un amico scrittore, Andrea Pomella, è stato finalista al Premio Strega con il romanzo “Anni luce” (Add editore, 2018), torna in libreria a settembre con un nuovo romanzo per Einaudi, “L’uomo che trema“. Ha aspettato molto Andrea per arrivare fin qui, non è stato facile, presumo che abbia pensato anche molte volte di lasciar perdere. Conosco Andrea, la bontà del suo talento è pari alla bontà del suo cuore, a un’innocenza che – se il mondo scalfisce o insidia – si trasforma in tristezza. E per lui si è trasformata in tristezza, ma dalla tristezza sono nati i romanzi della maturità, potentissimi. La scrittura si riscatta nel dolore. Quando lo affermo, spesso sono oggetto di ilarità, di sottile ironia. La mia visione del mondo passa attraverso la fede. La fede mi dice che il dolore è uno strumento di nobiltà, di trasformazione, di conversione, di miracoli. Cosa riesce a operare il dolore procura sconcerto, commozione, stupore per i cinici.

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Il romanzo di Andrea Pomella

Proprio dove tutto sembra finire, ripiegarsi, il dolore genera, erige nuove cattedrali e scampanii festanti, cinge giardini di sentieri preziosi, profetici. Noi li percorreremo. Così come ha fatto Andrea, nel bel mezzo della grande prova, percorrendola, fino in fondo. In cima alla strada, lunghissima, impervia. Ecco il dolore presentarsi in una forma nuova, della dolcezza e della consapevolezza. La dolcezza è il sentimento della scoperta, un sentimento segreto.

Il dolore non è il piagnisteo, l’autocommiserazione condannata tout court e dai cinici. Il dolore è simile a una creatura che ci sovrasta, indirizza, governa. Accettarlo significa perfezionare quel che di ignoto contiene il nostro Spirito. E’ la mia visione del mondo e di quel che conta e quel che conta spesso è quel che non si vede, malgrado la mia fede, la mia certezza, vacilli tutte le volte in procinto del dolore, che è soltanto o sommamente un indizio di eternità.

Come per Andrea, dal dolore, nella mia vita si è mostrata una vita diversa che sulla precedente ha mietuto, ha raccolto, covoni gravidi. Non era il deserto il precedente; il dolore è un campo coltivato. Se sono morta come donna (perdonate l’enfasi), sono rinata come una scrittrice. E leggendo Isaia trovavo il significato segreto di tutte le cose, di tutte le vicende del mondo, le avversità. Era il Libro 54 ad avvertirmi:  <<O afflitta, sbattuta dalla tempesta, sconsolata, ecco, io incasserò le tue pietre nell’antimonio, e ti fonderò sopra zaffiri. 
 Farò i tuoi merli di rubini, le tue porte di carbonchi, e tutto il tuo recinto di pietre preziose.  Non temere, poiché tu non sarai più confusa; non aver vergogna, ché non avrai più da arrossire; ma dimenticherai l’onta della tua giovinezza, e non ricorderai più l’obbrobrio della tua vedovanza>>.

 

Signor Ministro Salvini, censisca anche me, ho qualcosa di rom.

Un tempo signor Salvini, in certi Ducati a Skopje, Macedonia, figuri bruni e oscuri sfrecciavano verso sobborghi dimenticati dall’umanità. In questi sobborghi i violini suonavano vibrando sopra i poveri tetti di un monte di miseria e di cenere. Come il monte di Lukavica. Tutti gli apolidi finivano a Skopje. Lo sa signor Ministro, ero innamorata di un uomo chiamato Skender detto qualcosa, tipo Skender detto Bruno, noi in Sicilia abbiamo difficoltà con le lingue slave, ma forse persino in Padania, da voi. A lei piacciono le distanze, stabilirle, confinarle, piuttosto. Io non amo i recinti, mi annoiano, rimarremo soli, uniformati e ordinati, ci guarderemo negli occhi e ci scopriremo già vecchi, senza il caos, sarà la morte, signor Ministro. Senza di loro, lo sarà.vera Tom

Dicevo, mi ero innamorata di quest’uomo dai denti d’oro, Skender, rom kosovaro, rom musulmano, sposato a una serba, Vera. Skender diceva che i rom sono come i girasoli: dove c’è vodka, carne a cuocere al fuoco e sole sulla faccia, ci sono i rom. E mentre lo asseriva guardavo i suoi occhi, verdi come alcune foglie d’autunno, ma solo alcune.

Skender era l’espatriato perenne, era un apolide per circostanza, nascita, genetica, doveva presentare i documenti, la residenza, allo Stato italiano, ma era un apolide, non aveva una terra. Era un ossimoro. Era preoccupato. Sedeva davanti la sua baracca, di fronte si ammonticchiavano scatole di scarpe, ne aveva cinquemila, giurava. Le vendeva nelle fiere insieme con uno smacchiatore miracoloso. Potevo non innamorarmi di un uomo così?

Quando beveva, Vera, la serba, lo chiudeva in bagno, nella baracca di compensato. Non so se capitò sul serio la volta che la pentolaccia di Vera lo colpì sulla fronte. Skender aveva la pella dura. E non so se sia capitato sul serio, che durante la festa di maggio, quando si beve si balla si mangia dall’alba al tramonto, nel fervore di una strana gioia, il vecchio di Sarajevo stecchito in carriola passò all’altro mondo esangue in un canto. Il vecchio in carriola morto, aspettava il giusto requiem, dopo il casino di una tal gran baldoria.

I rom non esistono se non nella loro identità. O nelle nostre paure. La loro identità è la sfida del destino, una provocazione, lo stigma. I rom sono creature amene, sono un miracolo, restituiscono l’avventura e il paradosso, la musica (da dove viene la loro musica? ed è già una domanda esistenziale, l’origine delle cose) e tutta la bellezza del creato, la segreta bellezza del mondo che se si mostra induce al riso e al pianto nel medesimo momento. Sono la poesia di Milos Forman, sono cinque metri di pellicola nel film di Kusturica. I rom di Puskin? Conosce? Aspetti le cito un brano del poeta rom Pankov.

“Ah! Penena, jam oblizàdo te maràs tu! Parce que na jas kek te ganjavén, le koja ràsa, na jas kek”.  Traduco: “Ah! – dicono – siamo obbligati a ucciderti! Perché non c’era nessuno che poteva vincere quella razza”. Non c’era nessuno, capisce? Quando vidi per la prima volta “Dom za vesanje” avevo ventidue anni. Ho pianto e riso tutto il tempo, un lungometraggio di tre ore. Riconobbi i miei amati, su un monte di cenere. Il dolore irriverente di creature non assoggettabili. Io non strapperò i fiori di questo giardino. E’ un giardino rom.

Ho qualcosa di rom, da allora, signor Ministro. Dopo aver visto quel film, firmato da Kusturica. Era profetico, sono finita in un tale disordine febbricitante. Ho qualcosa di rom, censisca anche me.

Una notte ho fatto un sogno.

“Sognai Perhan, ieri l’altro; alle spalle avevamo il fiume dei genocidi, urlavamo atoni, protendevamo braccia e mani verso il buio sanguinolento, c’era un’edicola infernale e noi lì oscillavamo terrorizzati, seguendo il corso della corrente, in prossimità di un altarino di donne senza denti e senza latte; giumente prive di mammelle; uomini evirati. Noi eravamo il simbolo di ogni Bosko e Admira del mondo, gli amanti su un monte di cenere, l’armonica di ogni cadavere, un cimitero di Lukavica, una lapide sul trionfo nazionalista di una terra polveriera(…)”. (tratto da Sangue di cane, Laurana)

Pheran, il rom di Dom za vesanje. Censisca anche me, signor Ministro.

 

La morte di uno stagionale

Quando l’africano al centro della steppa siciliana, in una campagna di agosto, chino sulla lattuga, moriva di crepacuore, non guadagnò nessuna mostrina, non una medaglia di facciata, note di indignazione e mani battute al petto da parte del Governo. Sarebbe stato bello, se così fosse accaduto. Moriva due anni fa.

Il suo nome si perdeva insieme con gli altri nomi. L’africano è morto, non sappiamo chi sia. Saliva, all’alba, nei vecchi ducati dei caporali, a Cassibile, scaricato nei poderi, diritto sulle ginocchia, piegato sulla lattuga, ma non sulle ginocchia, prima regola. La negritudine, la chiamano in paese, terra degli stagionali e del Simun. L’archetipo di Rosarno non basta a eguagliare i ruderi di uomini neri e anonimi che si nascondono oltre, verso le campagne a ovest, su cui si adagia una nebbia cattiva, malata.

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Giovani immigrati nel Cspa di Pozzallo

A ogni scadenza elettorale, nella terra del Simun e degli stagionali – l’archetipo Rosarno o Cassibile e a salire il Paese fino al Trentino – sui morti di fatica e di oltraggio non ci si confeziona su un programma di partito. A qualcuno risulta? Sarebbe stato bello, se così non fosse accaduto. Cioè il silenzio nell’ignominia rotto, deflagrato, da un presidente del Consiglio che sul predellino denuncia e sussulta e caparbiamente promette civiltà, per i morti di fatica.

I morti di fatica sono tutti neri. Talmente neri che non riusciamo a distinguerli. Sono del Ghana? Eritrea? Sudan?

Uomini neri attraversano le isbe che indirizzano verso il nulla. A Cassibile, come a Rosarno, o a Nardò. Ruderi dove si nascondo i neri delle campagne. Sulle pareti dei ruderi affiorano scritte incerte e profonde, simili ai graffiti disperati dei detenuti: Welcome to the Ghana, Welcome to the hill.  Nella isba, circondata da rivoli di acqua nauseabonda, vibrano i lamenti degli uomini delle campagne o le loro risate e persino il loro tacere. Intorno la terra è dura. In lontananza ci sono i giardini di ulivi. E ancor più lontano i suoni della civiltà, inorridita dalla negritudine, dai figuri che al tramonto debordano come guitti da ducati rumorosi, nella stessa piazza che li avrebbe raccolti all’alba. Figuri, neri e anonimi, con sacchi sulle spalle come Bogo. Bogo arrivava da Rosarno con un sacco sulle spalle, aveva finito con i pomodori nel Salento e le arance a Rosarno, doveva cominciare con le patate a Cassibile, è un giro, una ruota, fino alle mele del Trentino. Senza i neri, i supermercati del reparto frutta e verdura sarebbero forse fondaci del primo dopoguerra, con due ravanelli al massimo, miseramente in mostra. Bogo aveva un sacco sulle spalle, sembrava un orso. Era una bombola del gas, aveva viaggiato con il piccolo orso sulle spalle, un orso che poteva esplodere e Bogo con esso e forse se lo augurava. Nel rudere dei “Welcome to the Ghana” gli uomini dormivano sul pavimento. Bogo non sappiamo se sia ancora vivo. L’indignazione corale del Paese non invocava allora una nota dal Quirinale o dalla presidenza del Consiglio e perché no anche dal Viminale. C’è tutta una letteratura in fondo sui diverse pesi e le diverse misure. Sarebbe stato bello lo stesso, però, ricredersi.

Romanzo Amore 76 (l’upupa)

Sarebbe arrivata fino in cima sulla rupe. Avrebbe guardato la baia e concentrato tutte le amarezze in un punto preciso del mare dove sprofondava di più nel margine delle correnti.

Erano passati anni. Aveva incontrato l’inganno. E poi c’era stata Milano, il parco, lei che aspettava lui, le sue scarpe di velluto, le foglie gialle lungo il sentiero. Ora era tutto di nuovo placido, di una placidità che tradiva, non inondava di letizia, non restituiva qualcosa in cambio. E mademoiselle si aspettava di solito qualcosa, dopo aver patito. Era di nuovo lei, lei soltanto, lei e l’upupa sul muro di pietra, mentre buganvillee maestose  precipitavano dal declivio fino alla tenera insenatura. Selvaggia e ardimentosa era la costa e tutto intorno, residui di una vita sconosciuta, che l’aveva contagiata di una certa viltà o tristezza. Le vennero in mente molte cose del passato, persino le più inutili. La compagnetta del mare, il suo fidanzatino, i quattordici anni, la casa mesta sulla vetta del promontorio. Le bambine. Quattordicenni, lei e l’amica, tuffarsi nobilmente come ondine.

Guardava giù. Monsieur sarebbe stata l’ultima prospettiva fasulla. Era tutto finito. Sentiva l’upupa alle sue spalle. Aveva una piccola cresta. La stava osservando, così le parve. Si voltò lentamente per non spaventarla. L’upupa era lì. Col suo buffo becco. Le venne da sorridere, per la tenerezza. E la tenerezza era uno sguardo prestato e potente. Era l’indulgenza che prendeva forma nelle cose. L’upupa muoveva il becco, pestava semini, eseguiva uno strano movimento. E in ogni dettaglio mademoiselle scopriva l’Eternità, il cuore segreto che pulsava dagli antipodi e prima ancora.vestitoveri

Doveva tornare al tempio e salutare tutti. Congedarsi, come le sue vecchie. L’ebreo, Dario l’eroinomane, il pederasta. Tutti. Le avevano tenuto compagnia, ascoltata, protetta. Doveva salutarli, prima di congedarsi.

Il crepuscolo era grigio, il blu cobalto si raggrumava con una nebbia di salsedine lungo la trazzera. Aveva raggiunto la cima, superato i casermoni. Le campagne, i rovi di more, i fiori selvatici. Non aveva altro da aggiungere, mademoiselle.

Il bambino. Era a casa. Faceva i compiti. I pensierini della giornata da trascrivere nel quadernetto. I bambini parlano usando molti vezzeggiativi, ripeté con un sussurro. Il suo bambino anche.

Cosa fare? Non sei sola, mademoiselle. Torna a casa. O guarda pure la baia sotto di te, il bene regale che ti appartiene, la dolcezza di un’upupa. Quanti anni sono passati? Si chiedeva.

Guardava giù. Indossava una tuta bianca, intera, larga. Aderiva al suo esile corpicino.

Era stanca della sua identità incerta. Era stanca di non ricevere o di non capire quando accadeva di ricevere. Il mare si avvitava nei gorghi delle correnti. Era blu cobalto che sembrava il cielo e quando il gabbiano sfiorò entrambi ebbe la certezza di assistere a un miracolo.

Le ragioni inesplicabili l’avevano tormentata e forse in quel mentre perdevano la sostanza del loro mistero. Se mademoiselle avesse accettato le brevi spade conficcate nel fragile ventre smetteva di tormentarsi.

L’upupa emetteva un suono ipnotico. La nebbia era blu cobalto e lei si lasciava andare.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 75 (verso la fine)

Percorreva a passo spedito la mulattiera bianca e polverosa, conduceva sulla punta della costa, irta e sconnessa. Ai fianchi, gli steccati recingevano il mare. Il mare si gonfiava dentro il vento di scirocco, le ricordava un mondo di trapassati. Il suo cimitero. La sua giovinezza. Proseguiva decisa come se dovesse incontrarsi – o tenere udienza – con qualcuno di molto speciale. La sua magrezza era spaventosa, raccoglieva l’ilarità sommessa di chi la incontrava per via, questo la offendeva profondamente, anzi la indignava e considerava il resto dell’universo abitato da imperdonabile volgarità se fossero stati l’unico metro di misura i corpi confezionati di carne e ossa che la sfioravano, attraversando la stessa trazzera.

Aveva smesso di agitarsi per gli amori perduti ed era spaventoso dimorare nella mancanza. Cosa rimane di un’anima disabitata, tolto il sentimento, cosa rimane di un corpo pulsante sangue e immemore? Domande che si davano il turno, sempre uguali, mentre ancora la mulattiera era indefinita, si allungava verso un punto sospeso dove ritrovare l’umanità svilita della sua giovinezza e già ne individuava le cime, i palazzoni brulicanti, panni stesi al vento, tetti frananti, eretti di parabole, urla seppellite nella valle.

Aveva realizzato infine che non sarebbero tornati da lei i rimpianti vestiti di promesse. Non sarebbe tornato più nessuno. E monsieur? Era stato ancora una volta il dispetto di un destino ostile? Perché con lei lo era?

E intanto procedeva e la sua figura si distingueva scura e sottile lontano dagli altri, la civiltà, i suoi frequentatori. Lei desiderava così sparire, insulsamente, come insulsamente aveva praticato quel mondo, la vita medesima, senza incidere, senza portare a compimento le tappe normali della condizione esistenziale che tutto sommato doveva riguardarla, cioè era una donna. E non lo era. Poteva essere un giunco, un cardo, un ramo di agave. Una pietra. Non ispirava altro che compassione, a volte pietà, a volte stupore, un soggetto bizzarro da osservare con curiosità.veronicatom

Procedeva lungo la via, bianca e polverosa, fino alla fine. La campagna si gettava verso il blu, il cielo era attraversato da rondinelle e gruppi di storni. Il mare era ingovernabile nella cala sotto il dirupo.

Da ragazza guardava verso il dirupo, mentre il treno della vecchia ferrovia sfrecciava alle sue spalle, inducendo a lontananze migliori. Da ragazza era vecchia, era morta.  E adesso era tutto in procinto di concludersi e dispiegarsi in direzione di una destinazione adeguata. A ognuno il suo destino. Lo ripeteva mille volte. Il suo destino la osservava con una mite indulgenza. Cosa voleva dirle?

Cosa devo fare ancora? Si chiedeva.

Una motoretta rompeva il silenzio, calpestando le giunture dei cardi, rombando dentro la steppa insolentemente. La polvere si raggrumava in vortice.

Fissava qualcuno, ma erano ombre, era il caldo che si infrangeva sull’asfalto poco più in là. Aveva in mente una canzone, la libertà, la bellezza.

Procedeva.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.