Romanzo Amore 74 (la follia?)

Sarebbe tornata al tempio. Tornava al tempio per guardare la pietra diroccarsi oltre il leggio didascalico sul rudere che le stava di fronte. Così non succedeva nulla ed è quanto a lei importava, affinché nulla succedesse, sedeva al tempio. Osservava l’aria infilarsi nelle fessure delle rocce, attraversare i visi ordinari, gli occhi sbigottiti di un vecchio, la falda dell’amico ebreo compiere il suo giro filantropico. L’amico ebreo la fissava, no, non la fissava, la osservava piuttosto con comprensione. Non disperare mia cara, la esortava. E lei non disperava, qualche volta.

Qualche volta, sì, disperava. Perché non succedeva mai nulla e la sua solitudine era sempre più severa, era il mostro che digrignava i denti, aveva sempre fame, la sua solitudine la scarnificava. Nel suo destino l’amore non si sarebbe compiuto, non sarebbe stato la rivelazione, il riscatto, mai. Soltanto l’inganno, non c’era altro. Andate via, lasciatemi in pace, urlava. L’amico ebreo le tendeva la mano, dai, piano piano, calma, su, aspetta, shhhh. Andate via, urlava. Seduta sulla panca, pigiava le dita sulle guance, le guance senza rotondità, lei nella sua interezza non aveva rotondità, spigoli, da farsi male, ossa. Respingeva la bellezza e l’amore, il suo corpo scavato non era nulla, non era luce, non era nulla.elide

Andate via.

L’ebreo al tempio aveva la mano aperta verso di lei. Sorrideva, ma aveva le lacrime. Lei vigilava adesso in piedi sulla panca. La donna rom passava allora, si conoscevano. Signora, signora, la chiamava. Andate via, urlava, mademoiselle.  La gente del tempio era povera e curiosa e le si accalorava intorno, borbottando, bisbigliando. Non aveva mai veduto un tale intarsio smerigliato notato – mentre urlava – sul rosone dell’edificio dentro la via. Il mondo le girava intorno con tutte le stoltezze, confondeva i pochi visi che avrebbe portato con sé fino alla morte, non le procuravano dolore o gioia, appena un po’ di nostalgia. La nostalgia è un lutto. Non è un bel sentimento, nemmeno se a coltivarlo poi puoi tirarci fuori qualcosa, pensava, forse un romanzo.

Mademoiselle scriveva. E d’improvviso si guardò allo specchio – ma era nella sua testa, lo specchio era antico, con certi baluardi di legno da far venire i brividi per la vetustà –  indossava una camicetta colorata, bianca con ombre fucsia che inseguivano disegni concettuali. Non le era mai piaciuta così tanto in fondo. O si vedeva seduta sulle panche di una chiesa in periferia, bianca bianca, con la luce primordiale di un giorno di giugno provenire dal mare azzurro.

Non aveva bisogno di amare un uomo e viceversa. Era il desiderio di tutti, ma oramai non aveva l’età, a lei interessava la giovinezza più che altro, un sentore di libertà e rivoluzione. Quale rivoluzione, mademoiselle? Scendi da quella panca, mademoiselle.

Scese dalla panca, l’ebreo la sorreggeva. L’accompagnava, col suo bastone, claudicante e malandato, eppur sorridente, tranquillo. Era un uomo di Dio. Lei era avvelenata. La rabbia cieca le impediva di ragionare, di quel mondo odiava tutto, tutti gli inganni. E le veniva voglia di urlare perché non aveva coraggio, perché avrebbe finito di patire, dolersi, l’avrebbe fatto quel gesto, l’avrebbe fatto.

Era un giorno qualunque, di tanti anni dopo, un pianto uguale, fedele. Albe e tramonti. Ed era un giorno qualunque. Non le era più concesso altro e tutto le sembrava cedere, la radice marcia restare e ogni cosa divelta. E non aveva altro che un giorno qualunque davanti.

Le sua braccia strette e dure, il corpo incurvato, non suggerivano bellezza o armonia.

Ed era già sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

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