Romanzo Amore 76 (l’upupa)

Sarebbe arrivata fino in cima sulla rupe. Avrebbe guardato la baia e concentrato tutte le amarezze in un punto preciso del mare dove sprofondava di più nel margine delle correnti.

Erano passati anni. Aveva incontrato l’inganno. E poi c’era stata Milano, il parco, lei che aspettava lui, le sue scarpe di velluto, le foglie gialle lungo il sentiero. Ora era tutto di nuovo placido, di una placidità che tradiva, non inondava di letizia, non restituiva qualcosa in cambio. E mademoiselle si aspettava di solito qualcosa, dopo aver patito. Era di nuovo lei, lei soltanto, lei e l’upupa sul muro di pietra, mentre buganvillee maestose  precipitavano dal declivio fino alla tenera insenatura. Selvaggia e ardimentosa era la costa e tutto intorno, residui di una vita sconosciuta, che l’aveva contagiata di una certa viltà o tristezza. Le vennero in mente molte cose del passato, persino le più inutili. La compagnetta del mare, il suo fidanzatino, i quattordici anni, la casa mesta sulla vetta del promontorio. Le bambine. Quattordicenni, lei e l’amica, tuffarsi nobilmente come ondine.

Guardava giù. Monsieur sarebbe stata l’ultima prospettiva fasulla. Era tutto finito. Sentiva l’upupa alle sue spalle. Aveva una piccola cresta. La stava osservando, così le parve. Si voltò lentamente per non spaventarla. L’upupa era lì. Col suo buffo becco. Le venne da sorridere, per la tenerezza. E la tenerezza era uno sguardo prestato e potente. Era l’indulgenza che prendeva forma nelle cose. L’upupa muoveva il becco, pestava semini, eseguiva uno strano movimento. E in ogni dettaglio mademoiselle scopriva l’Eternità, il cuore segreto che pulsava dagli antipodi e prima ancora.vestitoveri

Doveva tornare al tempio e salutare tutti. Congedarsi, come le sue vecchie. L’ebreo, Dario l’eroinomane, il pederasta. Tutti. Le avevano tenuto compagnia, ascoltata, protetta. Doveva salutarli, prima di congedarsi.

Il crepuscolo era grigio, il blu cobalto si raggrumava con una nebbia di salsedine lungo la trazzera. Aveva raggiunto la cima, superato i casermoni. Le campagne, i rovi di more, i fiori selvatici. Non aveva altro da aggiungere, mademoiselle.

Il bambino. Era a casa. Faceva i compiti. I pensierini della giornata da trascrivere nel quadernetto. I bambini parlano usando molti vezzeggiativi, ripeté con un sussurro. Il suo bambino anche.

Cosa fare? Non sei sola, mademoiselle. Torna a casa. O guarda pure la baia sotto di te, il bene regale che ti appartiene, la dolcezza di un’upupa. Quanti anni sono passati? Si chiedeva.

Guardava giù. Indossava una tuta bianca, intera, larga. Aderiva al suo esile corpicino.

Era stanca della sua identità incerta. Era stanca di non ricevere o di non capire quando accadeva di ricevere. Il mare si avvitava nei gorghi delle correnti. Era blu cobalto che sembrava il cielo e quando il gabbiano sfiorò entrambi ebbe la certezza di assistere a un miracolo.

Le ragioni inesplicabili l’avevano tormentata e forse in quel mentre perdevano la sostanza del loro mistero. Se mademoiselle avesse accettato le brevi spade conficcate nel fragile ventre smetteva di tormentarsi.

L’upupa emetteva un suono ipnotico. La nebbia era blu cobalto e lei si lasciava andare.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini.

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