La morte di uno stagionale

Quando l’africano al centro della steppa siciliana, in una campagna di agosto, chino sulla lattuga, moriva di crepacuore, non guadagnò nessuna mostrina, non una medaglia di facciata, note di indignazione e mani battute al petto da parte del Governo. Sarebbe stato bello, se così fosse accaduto. Moriva due anni fa.

Il suo nome si perdeva insieme con gli altri nomi. L’africano è morto, non sappiamo chi sia. Saliva, all’alba, nei vecchi ducati dei caporali, a Cassibile, scaricato nei poderi, diritto sulle ginocchia, piegato sulla lattuga, ma non sulle ginocchia, prima regola. La negritudine, la chiamano in paese, terra degli stagionali e del Simun. L’archetipo di Rosarno non basta a eguagliare i ruderi di uomini neri e anonimi che si nascondono oltre, verso le campagne a ovest, su cui si adagia una nebbia cattiva, malata.

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Giovani immigrati nel Cspa di Pozzallo

A ogni scadenza elettorale, nella terra del Simun e degli stagionali – l’archetipo Rosarno o Cassibile e a salire il Paese fino al Trentino – sui morti di fatica e di oltraggio non ci si confeziona su un programma di partito. A qualcuno risulta? Sarebbe stato bello, se così non fosse accaduto. Cioè il silenzio nell’ignominia rotto, deflagrato, da un presidente del Consiglio che sul predellino denuncia e sussulta e caparbiamente promette civiltà, per i morti di fatica.

I morti di fatica sono tutti neri. Talmente neri che non riusciamo a distinguerli. Sono del Ghana? Eritrea? Sudan?

Uomini neri attraversano le isbe che indirizzano verso il nulla. A Cassibile, come a Rosarno, o a Nardò. Ruderi dove si nascondo i neri delle campagne. Sulle pareti dei ruderi affiorano scritte incerte e profonde, simili ai graffiti disperati dei detenuti: Welcome to the Ghana, Welcome to the hill.  Nella isba, circondata da rivoli di acqua nauseabonda, vibrano i lamenti degli uomini delle campagne o le loro risate e persino il loro tacere. Intorno la terra è dura. In lontananza ci sono i giardini di ulivi. E ancor più lontano i suoni della civiltà, inorridita dalla negritudine, dai figuri che al tramonto debordano come guitti da ducati rumorosi, nella stessa piazza che li avrebbe raccolti all’alba. Figuri, neri e anonimi, con sacchi sulle spalle come Bogo. Bogo arrivava da Rosarno con un sacco sulle spalle, aveva finito con i pomodori nel Salento e le arance a Rosarno, doveva cominciare con le patate a Cassibile, è un giro, una ruota, fino alle mele del Trentino. Senza i neri, i supermercati del reparto frutta e verdura sarebbero forse fondaci del primo dopoguerra, con due ravanelli al massimo, miseramente in mostra. Bogo aveva un sacco sulle spalle, sembrava un orso. Era una bombola del gas, aveva viaggiato con il piccolo orso sulle spalle, un orso che poteva esplodere e Bogo con esso e forse se lo augurava. Nel rudere dei “Welcome to the Ghana” gli uomini dormivano sul pavimento. Bogo non sappiamo se sia ancora vivo. L’indignazione corale del Paese non invocava allora una nota dal Quirinale o dalla presidenza del Consiglio e perché no anche dal Viminale. C’è tutta una letteratura in fondo sui diverse pesi e le diverse misure. Sarebbe stato bello lo stesso, però, ricredersi.

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