Siamo Rom e votiamo Lega (Il Fatto Q.)

Nel sud più africano e più conforme alle idiosincrasie leghiste, si vota Salvini. Salvini trionfa, a furor di gente. Diremmo popolo e possiamo dirlo in fondo: a furor di popolo dei caminanti. I caminanti sono rom, zingari (ma guai a definirli zingari, è una parola che non esiste per loro, offensiva, detrattiva), si chiamano caminanti perché sono gli stanziali parziali di Noto, Avola, Pachino. Vendono palloni, durante le feste di paese.

I caminanti hanno votato Salvini. Corrado D’Amico ha votato Salvini. Rom caminante di Avola. Vende palloni, parla un dialetto oscuro e primitivo. Rabbrividiamo perché la loro è una tribù: sembra che il seme inverecondo di un unico patriarca abbia restituito un codice genetico su ogni volto. Loro sono diversi da un’altra enclave, prossima per parentela.

Corrado D’Amico e la moglie Lucia Fiasché hanno votato Salvini. Perché?

“Perché abbiamo bisogno di ordine” dice l’uomo. Non è una provocazione. Ordine è la parola nuova, in questo tempo di muri che si ergono e di ponti da trasformare in fossati, in special modo se pronunciata da un rom caminante, individuo che diventa quasi iconico e destinatario di una seclusione antichissima e ancora contemporanea. Loro sono sempre a parte, sono gli altri, sono non soggetti sociali. Sono gli incubi di Salvini, potremmo dedurre. E invece “loro” lo votano, miticamente lo amano.

Non temete nulla? Salvini vuole sgomberare i campi rom, che ne pensate?

Lucia Fiasché, la donna, la moglie, sorride e un po’ non capisce. L’uomo, Corrado D’Amico, trattiene più strettamente la corda dei suoi palloni e si guarda intorno – siamo in Ortigia a Siracusa, in una domenica di passeggio – poi riflettendo, ammette: “Fa bene. Noi non c’entriamo niente con i campi rom. Noi siamo italiani e viviamo nelle case. Fa bene”.

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foto Ansa

A Noto sono stigmatizzati in un solo quartiere. Non esiste una convivenza, piuttosto una distinzione. La connotazione di un clan li rende spesso invisi alla comunità. Soggetti interessanti da un punto di vista antropologico, può darsi. Pare che non si ammalino mai di cuore, colesterolo, malgrado la loro alimentazione sia complessa, grassa, sono portatori di un inedito superomismo, ma non lo sa nessuno e detta così fa uno strano effetto, assunto da manifesto leghista, neanche a farlo apposta. Prima che il governo si insediasse, l’uomo, Corrado D’Amico, e la moglie, confidavano in Salvini. La moglie chiedeva: “Hanno fatto il governo?”. Sì, signora, quasi, rispondevamo.

“Ho votato Salvini” ripeteva la donna. E hanno questo modo di parlare ripetitivo, a scansione. L’uomo dice: “C’è crisi. Salvini adesso ci dà il lavoro”. E mette ordine. “Salvini manda via i marocchini, che ci “arrubbano” il lavoro”.  I “marocchini” riassumono per i caminanti una categoria sociale approssimativa, la ragione di ogni privazione, di ogni separazione. I”marocchini” potrebbero essere chiunque, africani, siriani, chiunque. “Sono “chiddi” che travagghianu in campagna per venti euro”. Lavorano in campagna per venti euro. Dunque a occhio e croce sarebbero africani. Per il caminante è un problema. Lui andrebbe a lavorare in campagna, ma non per venti euro.  Così i caminanti di Noto e Avola hanno in gran parte votato Salvini.

In una tale insondabile convergenza, la lega vince nei luoghi che ne hanno confezionato il programma politico, con testimonial di un’avversione che oggi, nel paradosso, alla medesima tende le braccia. Avversari in una stessa complice partita. Nella stessa squadra.

Tutto il clan dei caminanti, zii, cugini, nipoti, hanno votato il leader della lega.

Cosa vi mancava prima, senza Salvini?

“Ci “ammancava” l’ordine. U travagghiu. C’era troppo delinquenza”.  Salvini è l’uomo della speranza per i rom caminanti siciliani di Avola, Noto, Pachino. Giostrai, ambulanti, venditori di palloni.  Per certi aspetti la questione diventa persino commovente o ci si potrebbe perdere la ragione, un rompicapo che ingenera il riso con il suono del singhiozzo,  come con i personaggi di Cechov, eroi capovolti,  di quel riso capace di seppellirci tutti nell’amarezza e nello sconforto.

 

L’originale è stato pubblicato nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano di mercoledì 28 giugno 2018

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