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Lo chiamano il male oscuro

Quel che vi racconterò è solo la verità, ci provo, senza mentire, come di solito funziona quando racconto, quando provo a esercitare la virtù della parola in letteratura. Questa non è letteratura, questa di cui vi parlerò è una testimonianza. Leggevo un post e insieme un invito della giornalista Brunella Vedani a esprimersi sulla depressione, chi ne abbia sofferto, chi ne sia uscito. Con la morte di Alessandra Appiano, si sono aperte molte questioni. La depressione. Non mi interessa la diagnosi, lasciamola ai medici. L’aiuto? Gli psicofarmaci? Sì, certo. Ne ho fatto uso per un anno e mezzo. Eppure non credo che ne sia uscita veramente e quel che di me ha smesso di piangere lo deve alla preghiera. Ma questa è soltanto la mia esperienza.v22

La mia vocazione alla tristezza risale agli anni dell’infanzia. Rivendico un’assenza, il completamento vorrei dire di quell’assenza. Giocavo da sola e avevo un alter ego cattivo con cui litigare, aveva anche un nome, mi suggeriva pensieri orrendi. Erano episodi prodromici? Ma a cosa? Alla scrittura o alla depressione, o a entrambe? Perché certamente chi scrive alimenta vicendevolmente un cul de sac infernale, rimestare tra i propri cadaveri. Un assedio cimiteriale. Proprio ieri mattina, mi sono svegliata con in testa il pensiero: il mio cimitero. Piangevo. Ma il pianto è finito subito, altrimenti mi sarei preoccupata. Avevo sognato vicende e figure del passato. Tutto mi appariva funesto e sepolto, una specie di cimitero ateo, senza fede, senza il vento della speranza veleggiare sopra i cipressi. La mia tristezza mi ha dato una tregua nella adolescenza. Ma è durato poco. Le prime delusioni sentimentali e infine ogni accadimento della mia vicenda personale privata sembra abbiano concorso per prepararla (la depressione) o semplicemente era già lei (la depressione) ad operare con cento profili diversi.

Il crollo ufficiale si è verificato nel gennaio del 2015. Causa apparente la fine di una relazione (epistolare, non ridete per favore). E tuttavia niente di più appassionante di questa conoscenza, uno scrittore bielorusso, niente di più avvolgente e consolatorio di un uomo (maturo, solido, realizzato) che dice di amarti e proteggerti. C’era un pregresso ad ogni modo, eventi preparatori, dolore cagionato dalla fragilità altrui, abbandoni separazioni alcolismo. Eccetera. Non è mancato niente. Quest’uomo, questo bielorusso, era arrivato come un riscatto meritorio. “Adesso ci sono io”, era un po’ il suo metodo. Quando sparisce, di colpo, ma sapete era sposato, e certo tanto sul filo non doveva essere nemmeno lui, per me è stato come infilarmi una spada nel ventre, da parte a parte. Una mattina mi sveglio piangendo, non ho più smesso. Il mio pianto riassumeva forse una vita intera, risentimenti segreti, assenze da rivendicare. Mio padre in sala rianimazione (lo stesso anno). La paura di perdere anche lui.

Quel pianto non smetteva mai, non avevo mai provato niente del genere. Mi sono curata per un anno e mezzo. Però la mia cura arrivava dalle Sacre Scritture, dal mio dialogo con Dio, che spesso mi ha parlato con il profeta Isaia. Potrei raccontare ancora, ma mi fermo qui. Soltanto che da allora, quel che mi è rimasto, è l’incapacità di leggere libri che non siano la Bibbia o Classici dello Spirito, come Le confessioni di Sant’Agostino. Non riesco a guardare la Tv, salvo alcune eccezioni; sento spesso il richiamo della solitudine, il bisogno di raccogliermi in preghiera. Non vado al cinema, non faccio vita sociale, non ho un compagno. Ecco tutto.

Non sono sicura che si esca mai veramente da nulla.

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Romanzo Amore 74 (la follia?)

Sarebbe tornata al tempio. Tornava al tempio per guardare la pietra diroccarsi oltre il leggio didascalico sul rudere che le stava di fronte. Così non succedeva nulla ed è quanto a lei importava, affinché nulla succedesse, sedeva al tempio. Osservava l’aria infilarsi nelle fessure delle rocce, attraversare i visi ordinari, gli occhi sbigottiti di un vecchio, la falda dell’amico ebreo compiere il suo giro filantropico. L’amico ebreo la fissava, no, non la fissava, la osservava piuttosto con comprensione. Non disperare mia cara, la esortava. E lei non disperava, qualche volta.

Qualche volta, sì, disperava. Perché non succedeva mai nulla e la sua solitudine era sempre più severa, era il mostro che digrignava i denti, aveva sempre fame, la sua solitudine la scarnificava. Nel suo destino l’amore non si sarebbe compiuto, non sarebbe stato la rivelazione, il riscatto, mai. Soltanto l’inganno, non c’era altro. Andate via, lasciatemi in pace, urlava. L’amico ebreo le tendeva la mano, dai, piano piano, calma, su, aspetta, shhhh. Andate via, urlava. Seduta sulla panca, pigiava le dita sulle guance, le guance senza rotondità, lei nella sua interezza non aveva rotondità, spigoli, da farsi male, ossa. Respingeva la bellezza e l’amore, il suo corpo scavato non era nulla, non era luce, non era nulla.elide

Andate via.

L’ebreo al tempio aveva la mano aperta verso di lei. Sorrideva, ma aveva le lacrime. Lei vigilava adesso in piedi sulla panca. La donna rom passava allora, si conoscevano. Signora, signora, la chiamava. Andate via, urlava, mademoiselle.  La gente del tempio era povera e curiosa e le si accalorava intorno, borbottando, bisbigliando. Non aveva mai veduto un tale intarsio smerigliato notato – mentre urlava – sul rosone dell’edificio dentro la via. Il mondo le girava intorno con tutte le stoltezze, confondeva i pochi visi che avrebbe portato con sé fino alla morte, non le procuravano dolore o gioia, appena un po’ di nostalgia. La nostalgia è un lutto. Non è un bel sentimento, nemmeno se a coltivarlo poi puoi tirarci fuori qualcosa, pensava, forse un romanzo.

Mademoiselle scriveva. E d’improvviso si guardò allo specchio – ma era nella sua testa, lo specchio era antico, con certi baluardi di legno da far venire i brividi per la vetustà –  indossava una camicetta colorata, bianca con ombre fucsia che inseguivano disegni concettuali. Non le era mai piaciuta così tanto in fondo. O si vedeva seduta sulle panche di una chiesa in periferia, bianca bianca, con la luce primordiale di un giorno di giugno provenire dal mare azzurro.

Non aveva bisogno di amare un uomo e viceversa. Era il desiderio di tutti, ma oramai non aveva l’età, a lei interessava la giovinezza più che altro, un sentore di libertà e rivoluzione. Quale rivoluzione, mademoiselle? Scendi da quella panca, mademoiselle.

Scese dalla panca, l’ebreo la sorreggeva. L’accompagnava, col suo bastone, claudicante e malandato, eppur sorridente, tranquillo. Era un uomo di Dio. Lei era avvelenata. La rabbia cieca le impediva di ragionare, di quel mondo odiava tutto, tutti gli inganni. E le veniva voglia di urlare perché non aveva coraggio, perché avrebbe finito di patire, dolersi, l’avrebbe fatto quel gesto, l’avrebbe fatto.

Era un giorno qualunque, di tanti anni dopo, un pianto uguale, fedele. Albe e tramonti. Ed era un giorno qualunque. Non le era più concesso altro e tutto le sembrava cedere, la radice marcia restare e ogni cosa divelta. E non aveva altro che un giorno qualunque davanti.

Le sua braccia strette e dure, il corpo incurvato, non suggerivano bellezza o armonia.

Ed era già sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.