Monthly Archives: July 2018

La Avallone come Dostoevskij?

Sulle pagine de Il Corriere pubblicano il romanzo a puntate di Silvia Avallone. E penso a Dostoevskij. Dostoevskij e Silvia Avallone. Parallelismo apocalittico. Quando uscì “Povera gente” il talento di questo giovane (ancor giovane) moscovita era motivo di spaventosa ammirazione. Esatto, spaventosa. Lo pubblicò a puntate, come la Avallone oggi (curioso) e con lei – mi avverte il mio amico scrittore di Canelli – molti autori Rizzoli, Veronesi e altri. Lo pubblicò sull’Almanacco pietroburghese, diretto dagli amici Nekrasov e Panaev. I pensatori moscoviti si divisero subito nella polemica che ingenerò il tema trattato, reazionari e progressisti.

Quale sarà l’argomento trattato dalla pensatrice Avallone? Quale dibattito scatenerà? O Veronesi? Non doveva salpare a bordo di una nave con il collega Saviano? Le loro rivoluzioni si zittiscono presto, dissidi di mestieranti della parola. L’impegno civile certo e letterario. Mi viene l’orticaria. Ogni tanto leggo la lettera di qualcuno che in quanto scrittore si prodiga sodale con il collega Saviano (squillo di tromba) per la medesima battaglia, chiamatela invettiva.

Sapeste quanta credibilità riescono a ispirarmi costoro. Indignazione inane a tonnellate. Partigianerie comode, giocate sulle spalle degli schiavi, dei poveri. Saviano l’eroe dovrebbe smetterla di pontificare, non sposta gli oceani, non più, non per me. Lo ha mai fatto?

E gli altri. Scrivessero i loro romanzoni a puntate, comprerò Il Corriere e ne seguirò interessata le gesta e le evoluzioni. L’evoluzione del personaggio. Di che parlerete? Interni da onanisti? Il riscatto di un nucleo operaio gabbato da una descrizione minuta e graziosa dei fatti. Magari racconterete una volta tanto il tempo che attraversiamo narratori contemporanei con i romanzoni da pubblicare a puntate. O piccoli romanzi, da appiccicarci addosso un premio, qualcosa. E lo vinceranno, statene certi.

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diario: un incontro, vecchie storie, l’ebreo

Siedo al tempio. Ci sono le donne del quartiere. Osservo la povertà, i miei segreti esperimenti empirici sono falliti. Non provo curiosità. Vasco mi chiamerebbe: delusa.  Incontro l’amico ebreo. Sopporto a stento ogni dettaglio di una vita che mi ritorna insulsa, ingrata. Osservo la povertà che non mi appartiene, mi sovrasta un tempo dilatato e immobile simile a una macchia grigia estesa di un inchiostro sbiadito. Sediamo al tempio. Le donne del quartiere hanno una loro amena inspiegabile vitalità. Dal vicolo provengono suoni attutiti dal caldo, dall’aria ottusa di un giorno qualsiasi d’estate. Per me potrebbe essere l’ultimo. Dal vicolo proviene una giovane, è piena di roba addosso, eroina. E’ fatta di ero. Era il gergo che si usava alle case, quando la ragazza ero io. E i miei amici, ma non lo erano, erano tutti fatti di ero. Ha le braccia ferite dai buchi, il sangue vivo, le croste, le piste, le vene sollevate o fibrotiche. I pochi denti. Cerca soldi, è simile  a un animale in cattività. I piedi sono deformati, si buca sui talloni, non so, forse sul collo. O forse no. Quella era Christiane, nei luridi bagni di un sobborgo berlinese o al Sound, l’Haus der mitte di Gropiusstadt. Vecchie storie, risalgono tutte, residui di una sporca marea. Non si cancella niente, rimane addosso ogni macchia oltraggiosa, chiamatela esperienza. L’ebreo vuole salvarla. E’ malata. Le stringo la mano, sono quasi costretta, ne sono inorridita, temo un terribile contagio, di cosa non saprei.

Lei mi guarda. Dice all’amico ebreo: le faccio schifo.

Lui dice: no, no, è un’amica, tranquilla. E invece sì, mi fa ribrezzo, ho i battiti accelerati. Sono incubi, la città grezza torna misera, criminale, ignorante. E io ci vivo come il peggiore dei castighi. Dico all’amico ebreo che deve smetterla di salvare qualcuno. Tu lo hai fatto, dice lui. sunset-3087790__340

Per quale strana ragione siamo sopravvissuti, vorrei smettere anche di sopravvivere. Il mio destino è non avere pace, salvare senza volerlo, la solitudine e il silenzio. L’amico ebreo compra scatole di psicofarmaci per la giovane eroinomane. Così la salvi? Chiedo.

Tornano i miei incubi, me ne sono confezionati lungo tutta un’esistenza, ho pudore a riferirne, mi vergogno, non servono nemmeno ai miei romanzi. Romanzi inediti, ignorati. E tutto intorno un ambiente che mi è ostile. Non me ne faccio nulla di parole gloriose da conservare. Le parole non sono che suoni, le parole sono suoni inghiottiti dall’aria funesta e ottusa.

Vorrei tornare, non so quale sia la strada del ritorno, non c’è chi mi riconduce a casa. Rimane sempre lei, la scrittura, la sola. Vanno via tutti, non ci sono mai stati, fedifraghi, ingannatori, disonesti. Rimane lei.

L’intervista su Pangea

di Gianluca Barbera, scrittore, critico de Il giornale

Con Veronica Tomassini non si scherza. La scrittura è tatuata sulla sua pelle. Ogni parola che pronuncia risuona di un’eco antica e lacerante. In lei vita e letteratura quasi non si distinguono. Ne consegue una qualità speciale dell’arte, un frizzio nella circolazione sanguigna delle sue opere. Basta leggersi “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro addio” (Marsilio, 2017) per rendersene conto. Veronica è una scrittrice nata, lo si avverte in ogni riga che scrive. Niente di studiato, tutto vissuto e sofferto fino in fondo. Una sofferenza che si fa arte; perfino in un’intervista.vera-tom-1-1-400x400

Veronica, dopo la straordinaria accoglienza di “Sangue di cane” la tua carriera di scrittrice è decollata? O in questo Paese si resta sempre un po’ sospesi a mezz’aria? Puoi fare un bilancio?

Sì, è decollata, e si è fermata. “Sangue di cane” mi ha lasciato molti estimatori, lettori sparsi, qualche collaborazione. E nient’altro. Non ho comprato un attico nel centro di Roma. Al mio nome non salta nessuno sulla sedia, non mi stendono tappeti rossi nelle stanze dove si decidono i destini della letteratura.

Che cosa c’è che non va nell’editoria italiana?

L’editoria italiana soffre di insicurezza, ha bisogno di conformarsi. È fatta di numeri. Di copertine kitsch a volte, con una promozione molto facile tipo: “foto social di merda con accanto tazzine di merda” (cito lo scrittore Marco Drago). Non è per forza e sempre così, vorremmo sperare.

Già, Drago non le manda mai a dire. Ho intenzione di intervistarlo prossimamente. Qual è il genere di storie che ti piace raccontare e che vorresti raccontare in futuro? Certo, “Sangue di cane” e “L’altro addio” indicano una rotta precisa, ma vorrei che fossi tu a parlarne…

La mia narrazione devia spesso, come il mio sguardo, nei luoghi dove gli altri lo tolgono. Dove per gli altri cade l’ombra, spesso per me si rivela la luce. Una luce magnifica, eloquente. Amo i perdenti, per questo li racconto. Lo sono anch’io.Ma ammetto che è una lunga narrazione tristemente biografica, nel senso: non racconto che di quel che so, che ho vissuto. Dopo “L’altro addio”, ho finito un romanzo che ho definito “della giovinezza”, ancora inedito. Racconto gli anni ’80, la periferia, la piazza, l’eroina, e un gruppo di adolescenti vivere su cumuli di immondizia, dentro giorni chiamati deserti, in condomini popolari, abbaini con cani ringhiosi a latrare, vecchie auto carbonizzate, falansteri, con rampe buie e maleodoranti, cardi e agavi che si gettano verso il mare. Era la mia adolescenza.

Tomassini-Laltro-addioSo che stai scrivendo qualcosa di totalmente nuovo rispetto ai temi cui ci hai abituati. Puoi parlarcene?

Sto scrivendo un romanzo sull’amore, nel mio blog personale. La storia di un abbandono. Alla fine è il solito assedio, piccoli inferni vecchi e nuovi. Alla fine è sempre tranche de vie. Non so fare altro che raccontare la mia vita, mentendo. Negli ambienti editoriali, pare, che vada moltissimo questa storia del sentimentalismo. Autori che non mi dicono nulla ma che vendono centinaia di migliaia di copie. Allora qualcuno ti dice: buttati sul sentimento. Io dico: non ho fatto altro.

Esiste secondo te anche un problema di critica letteraria? Che opinione hai del fare critica oggi?

La critica oggi? Difficile domanda. I grandi critici come Giovanni Pacchiano o Angelo Guglielmi sono il mio solo riferimento. Ma è un problema mio credo, non frequento molto la critica più “giovane”. Però, ecco, mi viene in mente Gilda Policastro, brava e severa, la cito giù anche tra le scrittrici che sento prossime.

Sulla sua lapide Oriana Fallaci ha voluto che venisse inciso: “scrittore”, e non “scrittrice”. Che ne pensi? Non ritieni che a volte le donne si marginalizzino da sole? Nelle professioni io non ho mai distinto fra uomini e donne ma fra bravi e meno bravi e sinceramente una domanda simile non te la porrei nemmeno, se non fosse che ho l’impressione che spesso siano le donne a volersi differenziare…

La letteratura femminile: e subito penso a certe riviste da fotoromanzi, a qualcosa da ricamo e cucito. Una sottodimensione, un genere. Siamo scrittori. Sono d’accordo. Io preferirei – come Oriana Fallaci – definirmi uno scrittore. Non abbiamo sesso, uomini, donne, li conteniamo tutti, nella nostra memoria che deve aver viaggiato parecchio, quando ancora non ci chiamava per nome. Non un genere, o altrimenti come nelle declinazioni latine andrebbe bene un neutro. Noi siamo il mondo che raccontiamo.

Che persona sei, nel privato? E quanto il fatto di essere una scrittrice influisce sulla tua esistenza?

Credo di non essere una persona in riga, non so come dire. Sono una donna che cerca ancora qualcosa, non risolta. Non semplice. Molto sola. Non so come io sia così sola, perché. È una condizione giusta per scrivere. Non me ne compiaccio. Affatto. La noia è un problema per me. La noia è diventata forse anche la ragione della mia scrittura. La scrittura: la mia compagna; dove tutti abdicano, abbandonano, si arrendono, lei vince, dimora, resta. Nella mia vita non dico quasi mai (quando mi è possibile) cosa io faccia, quale sia il mio mestiere. Che poi scrivere è un mestiere? No, è uno status, un modo di guardare e raggiungere le cose. Non voglio essere sempre straniera, così nella mia controllata socialità, fatta di luoghi umili e una umanità vera e primitiva, io non dico nulla, voglio essere come gli altri, non diversa, straniera.

E la scrittura ti rende un po’ diversa, un po’ straniera.Da che cosa dipende il valore di un’opera letteraria secondo te? Dalla lingua? Dalle tematiche. Da cosa?

Da tutto questo insieme ma con un fattore ics: la potenza della parola. La parola deve risuonare come un’eco tremenda, persino dentro un’apparente innocuità.

Lo scrittore ha un qualche tipo di etica da rispettare o non ne ha nessuna?

L’etica è una consapevolezza morale. La moralità è un concetto ameno applicato alla scrittura.

Qual è la tua idea di letteratura e quali sono i cinque libri della tua vita?

La scrittura non deve normalizzare, consolare. La scrittura non è democratica. È la spada che rompe il ghiaccio. Deve inchiodarci alle nostre vulnerabilità. Nelle cose minime, deve intercettare l’inaudito. O il settimo cielo di cristallo. I miei cinque libri, profetici (non per forza i più amati): “I Demoni” di Dostoevskij (Dostoevskij e i russi li metterei tutti); “Il riposo del guerriero” di Christiane Rochefort; “Le ambizioni sbagliate”, Moravia; “L’ottavo giorno della settimana” di Marek Hlasko; “Tropico del cancro” di Henry Miller.

E gli scrittori italiano che ami di più? Di oggi e di ieri…

Buzzati, Pratolini, Moravia, Levi, Pavese. Il neorealismo. Oggi ce ne sono di bravi: Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Andrea Carraro, Gaetano Cappelli. Demetrio Paolin. Ivano Porpora. Ma sono anche amici, dunque non so. Tra le donne: Grazia Verasani, mi piace Loredana Lipperini (nel suo esordio), Alessandra Sarchi (metto in ordine sparso, non di importanza), Viola Di Grado. Yasmin Incretolli. Claudia Durastanti. Francesca Marzia Esposito. Gilda Policastro. Tiziana Cera Rosco (poetessa meravigliosa). Letizia Di Martino (vi invito a leggerla su Facebook, meriterebbe un grande romanzo). Cristina Caloni. Dimenticherò qualcuno senz’altro. Sono amici e scrittori che stimo, tutto insieme. (Ah, ci sei tu, Gianluca Barbera).vera scarp de tenis

Ne sono lusingato. Ti piace il cinema? I tuoi cinque film più significativi?

Sì, ma lo frequento poco. Dove vivo (una piccola città di provincia) ci sono solo multisale e produzioni americane. Amo i film francesi, da ragazza vedevo Truffaut, non sapevo chi fosse Truffaut, ma mi piaceva. Le atmosfere giallognole e intimiste dei film francesi. Dunque, direi i film di Truffaut intanto. “La signora della porta accanto”; “Bella di giorno” di Bunuel; “Anonimo Veneziano” di Enrico Maria Salerno; poi da sentimentale quale sono: “L’amante” di Annaud; “Lezioni di piano” di Jane Campion.

Da anni scrivi sul “Fatto Quotidiano”, un giornale molto connotato. Hai la più ampia libertà o devi rimanere all’interno di paletti ben precisi? E come è nata la tua collaborazione con “Il Fatto”?

Non conosco giornale più libero de “Il Fatto Quotidiano”. Ho lavorato molti anni in una redazione siciliana. Quando arrivai nella redazione de “Il Fatto”, non riuscivo a credere che potessi raccontare la verità, qualcosa di prossimo alla verità. I miei pezzi non vengono toccati di una virgola. Mi sono permessa di scrivere quel che non avrei mai immaginato di poter scrivere, senza alcuna genuflessione al potere, senza proteggere nessuno. E non ero abituata a questo. Ho cominciato a scrivere per “Il Fatto” con i Forconi, con la rivoluzione siciliana dei forconi, rivoluzione mancata. Ricevo una telefonata: era Marco Travaglio. Mi chiede: cosa ne dici di scriverci qualcosa? Così di punto in bianco. Ovviamente io ero nel pallone, ma ho risposto: sì, va bene, sarà fatto. Ed è cominciata una collaborazione bella e significativa che dura tutt’oggi. Sono stata gratificata da loro, spesso. Ricordo una telefonata di Antonio Padellaro, all’indomani di un pezzo che raccontava di sbarchi e immigrazione. Voleva omaggiarmi della sua stima. Per me era impensabile anche soltanto sognare una cosa del genere. E anche in questo caso, mi devo ripetere: non ero abituata.

Sei molto presente fu Facebook. Potresti farne a meno o come per molti è diventata una necessità, una parte imprescindibile della tua vita?

Sì, sono molto presente e, malgrado spesso non ne possa più, non potrei farne a meno, il mio lavoro è fatto anche di questo. Relazioni e comunicazione. Molte occasioni importanti sono arrivate attraverso Facebook. Mi contattano sui social, come se fossero le pagine bianche.

Sei di origini siciliane, ma quanto ti senti siciliana e quanto ti senti altro?

Mia madre è siciliana. Mio padre è umbro. Mia nonna era abruzzese. Mi sento senza radici, sempre fuori la porta. Oggi vorrei farne un vezzo. Essere a parte di tutto eppur fuori. Non sapere parlare il dialetto. Avere memoria di luoghi e epoche in cui non sono mai stata. Non perderci la ragione, magari.

Quanto per te la vita è fatica e sofferenza e quanto è serenità e felicità?

Serenità e felicità molto poca. Ma gioia segreta a brani, un anticipo di qualcosa che ispira consolazione. Qualcosa di molto dolce. Quando la incontro, alla fine di una disperazione. Alla fine di una disperazione si schiude un rinnovato significato. Una luce ti avverte: abbi pazienza, non ti è dato sapere del tutto. E intanto scrivo e mi nutro di questo. Mi nutro della nostalgia e scrivo. La scrittura è anche un affare di saprofagi. La nostalgia è già un lutto. Il requiem su un fatto, un’assenza. Lo scrittore è il risultato di molteplici assenze.

Cosa è per te il male e come si manifesta? E il bene? Secondo te sono così strettamente legati o uno potrebbe stare senza l’altro?

Il male si manifesta con la paura. Con le fobie, le paranoie, il pregiudizio. Tutte fragilità che si consumano come brace, ma su se stesse. Non producono, non seminano. Ripiegate, energie che muoiono senza santificare. Il male non lo devi guardare troppo a lungo, si dice così no? L’abisso: non lo guardare e lui non guarda te. Quando certe volte mi assalgono i pensieri che non sono miei, pensieri strani, ottenebrati, dico tra me: Dio trasformali in preghiera. Il bene è il luogo dove tendiamo tutti, santi e malfattori. Ci piaccia o meno. È lì che dobbiamo andare.

So che hai problemi col cibo. Da cosa dipende. Puoi parlarcene o non te la senti?

Dipende da molte cose, da una sindrome autoimmunitaria, da una vocazione adolescenziale, dalla paura, dalla solitudine. Solitudine a grappoli, da raccogliere, o covoni di pianto da trasformare in gioia, biblicamente. Quando leggo i passi delle Scritture realizzo che niente che ci appartenga non sia già stato annunciato nel libro della vita e ogni nostro passo contato, ogni lacrima conservata nella Sacra Otre. La difficoltà ad alimentarmi è il mio cruccio antichissimo, ho il terrore di perdere peso, lo perdo facilmente. Soffro di dolori cronici, la mia vita è condizionata da questo, anche la mia vita sociale (che praticamente non esiste). Devo imparare ad accettare, a viverci insieme con i miei mostri, renderli creature, disorientarli, arrivare persino ad amarli. Chiedere casomai talvolta: perché? Cosa vi ho fatto mai? Accettarli. E d’improvviso capisci che ognuno ha un compito assegnato, croci che ci spettano, che hanno un senso, il crogiolo del dolore, è Siracide. L’uomo provato dal crogiolo del dolore è un uomo benedetto.

Se dovessi fare un viaggio lungo un anno, che Paesi o continenti vorresti attraversare prima di ogni altro?

Andrei in Provenza, finirei lì – se potessi – i miei giorni, guardando oltre un davanzale il bluette e l’azzurro violaceo dei campi di lavanda al tramonto. Un cielo carta da zucchero, un uomo capace di amarmi, che mi perdoni, mi assolva e mi faccia dimenticare l’imperfezione, la stoltezza delle cose finite. Leggerei, scriverei, lavorerei le maglie, pregherei. Sarei amata da qualcuno.

Un’ultima domanda. Se dovessi dare una definizione di te come scrittrice con una frase lapidaria, come ti definiresti? E in quanto scrittrice come vorresti essere ricordata?

La lapide: qui dove finisce l’attesa e l’inganno. Per cosa vorrei essere ricordata? Non lo so, per le pietre di scarto che ho raccontato. Più che altro vorrei essere ricordata per loro, gli assenti che mi assediano, i bevitori, i profeti delle panchine, i legni storti. Gli imperdonabili. La vestale degli imperdonabili, andrebbe bene anche come lapide.

Be’, davvero una scrittrice forgiata nella carne e nel sangue. Ammetto che questa intervista mi ha lasciato il segno. E credo che sarà lo stesso per molti lettori. Non ho altro da aggiungere. Vi lascio alle vostre meditazioni. Alla prossima.

Gianluca Barbera

L’originale qui: http://www.pangea.news/non-risolta-non-semplice-molto-sola-la-condizione-ideale-per-scrivere-gianluca-barbera-dialoga-con-veronica-tomassini/

Noi mangiamo i poveri del mondo

Non è nemmeno un simbolismo. E’ una parabola mondana e feroce. Noi mangiamo i poveri del mondo. Noi mangiamo gli africani, i pakistani, i bengalesi; gli asiatici. Li mangiamo. Mangiamo i siriani. Lo facciamo da anni. Da molti anni nel nostro corpo, precipitano nel nostro sangue, scorrendo da una estremità all’altra, arterie, giunture, tendini, muscoli. I poveri ci sono addosso, fin dentro le nostre viscere. Noi oramai siamo i poveri del mondo.

Noi li mangiamo. I 34 mila morti del mare Mediterraneo sono entrati nella nostra catena alimentare, sapete, noi li abbiamo mangiati, con il buon pescato acquistato dal nostro commerciante di fiducia, in un mercato rionale, mentre un garzone urla da un banco: venite, accorrete, pesce fresco! E un venditore dall’altro: comprate, comprate! Nel dialetto di una qualsiasi città del nostro Paese con le frontiere risentite, insicure, impaurite, noi siamo saprofaghi.

Noi, al contrario, siamo al riparo, mangiamo ancora i poveri del mondo e nel frattempo ci dibattiamo per salvarli. Ma li abbiamo già divorati e sono diventati nostri, sono già proteine o qualcos’altro che in sintesi chimica oggi appartiene alla nostra macchina biologica. Così nel nostro sangue avremo particelle di vagiti di neonato eritreo; avremo gocciole di inchiostro con cui un giovanotto somalo, imbarcato e poi spirato, scriveva i suoi versi di poeta della nostalgia; come risonanze le risate morbide di un’adolescente innamorata, timida e taciturna, scossa dalla sentina e dalla nausea, nella stiva di un duemotori; saremo il sudore imbiancato di un bambino di pochi anni sulle braccia della madre; i gorgheggi di lei che vuol calmarlo. Il nostro corpo conserva l’eco di uno stridore di denti; le ultime parole prima di procedere nel silenzio, nel buio, negli abissi; contiene un rantolo, la supplica, la preghiera. Oggi noi siamo i poveri, noi siamo i 34 mila poveri divorati prima dalle acque, poi da una creatura del mare, poi da noi; di ognuno abbiamo qualcosa, ce lo ha consegnato un pesce spada, un esemplare dei profondissimi fondali, persino una innocua medusa, se striscerà il suo languido ombrello tubolare, brucerà portatrice di un’indignazione, un’ingiustizia epocale che si consuma adesso ma appartiene al mondo, alla stoltezza del mondo.

La vedova di un pescatore dice: sul banco di un venditore, i lavoratori con grosse lame di coltello affettavano la bestia. La lama di coltello inciampa in un terribile osso. E invece è solo un bambino, dentro la pancia del pesce spada, un neonato africano. Come la vicenda biblica di Giona e la balena, questa è la diceria popolare, mitica, leggendaria. Ma restituisce la parabola mondana che noi i morti del Mediterraneo li abbiamo mangiati e adesso dimorano in noi. Chiunque noi volessimo cacciare, ignorare, insultare, è già un congiunto che palpita da un segreto del nostro ingombro occidentale. Le nostre mani, le nostre braccia, si agitano e gesticolano e si difendono, su un altro ritmo, innocente e nel fremito dell’ingiusto destino, invece pigia di un altro tormento, l’altro. Il ritmo dell’uno e dell’altro si incontrano e noi siamo confusi e non sappiamo, abbiamo male alla testa, teniamo le tempie, serriamo la mandibola, vorremmo osare, obiettare. Dov’è la verità?

La verità ci abita, sono le gocciole di sudore della fronte, imprestate dal sudore buono di un bimbo sudanese, infagottato per il lungo viaggio. E’ un sudore innocente, un sudore buono. Adesso è nostro, imperla la nostra fronte.

I poveri sono un coro sacro, un coro muto, si arrampica dai recessi del nostro corpo.

I pesciolini sulla proda inseguono l’onda di una nave, hanno piccoli segreti da consegnare.

 

#diario

Non sono una persona facile. Inganna la mia apparente mitezza. Sono mite e sono anche ombrosa, introversa. Stamattina non voglio nemmeno aprire la finestra. Ci saranno 40 gradi, mi avverte ieri una donna, al tempio. Mi sento abbastanza in colpa, la vita fuori è già avanti, con i suoi operai, i suoi frequentatori laboriosi, il sacrificio, la collettività, la responsabilità di ognuno. C’è un progetto che nella mia vita sfugge oramai.

Il significato di quello che dovrebbe essere. I muratori della casa accanto ridono, discutono, faticano sopra le impalcature, con questo sole pesante, ridono. Un modo pratico di stare al mondo, lo sconosco. Saper preparare un soufflé, sarebbe un dovere. Vincere l’abulia, pagare le bollette, andare in posta, in fila dal verduraio, dal salumiere.

Vivo in un assoluto isolamento. Leggo Dezsò Kosztolànyi, siamo a Budapest, primi decenni del Novecento, antirovoluzione bolscevica, il razionamento, l’occupazione romena. Le colline di Buda, il quartiere di residenze aristocratiche, la rivincita borghese, la fragilità e il fallimento morale del pensiero politicizzato. tomassini2

Mi dà una qualche gratificazione la parola che devo riferirvi. La parola in sé. Per il resto, non mi definirei nemmeno una donna. Mi siedo sul letto e mi chiedo: cosa devo fare? Chi mi aspetta? Quale contributo sto trascurando? Ma un’altra donna alla mia età ha già costruito, messo da parte, conservato, edificato. La mia vita sono state piccole e brevi dune seppellite da buriane. Non ho un testamento da lasciare a nessuno, i miei libri e i diritti sono di mio figlio. Non ho un corredo. No, affatto. Non ho una dote insomma. Non ho niente. Potrei sparire in qualsiasi istante, sono una di quelle creature più o meno insignificanti che per volontà misericordiosa (di una misericordia umana) si vuol talvolta edificare di pregi e virtù segrete.

La signora Vizy – leggo nelle pagine di Kosztolànyi – si guarda intorno in cerca di una serva, sale sul colle erboso, l’androne di legno di un edificio borghese contiene l’edicola con San Floriano, il cortile è sudicio e il cielo è plumbeo. E’ un giorno di agosto del 1919.

Poi sono riuscita a tirarmi su. Scrivo. La mia giornata procederà senza che il mio telefono squilli una volta. Il mio nome: lo sento pronunciare appena. Eppure riesco a trasalire di una dolcezza immutabile quando sento, di là, il mio ragazzo chiamare: mamma!

Perché non ho amato le magliette rosse

Di questa presunta rivoluzione del pensiero voluta da Don Ciotti guadagno la certezza di un’inconcludenza estesa, la solita reiterata presa di posizione dalle fila distanti da dove il mondo finisce; il medesimo esercizio di stile, che non salverà nessuno; retorica a secchiate; pontificatori della prima ora rinverditi che magari non conoscono nemmeno il dirimpettaio di pianerottolo. Tutti virtuosamente hanno imbracciato l’idea, la rivoluzione, si battono il petto, ussari di un’antica dimora, le loro casacche rosse, come le magliette. Figure iconiche erette per un nuovo manifesto, l’umanità che si ribella, bandiere dell’indignazione che si ergono come confusi stendardi, automi della veemenza che si consuma in un giorno, in un secondo. Nessun sussulto penetrerà l’egoismo di ognuno. Quelle stesse persone che oggi vedo indossarla la maglietta rossa, partecipate di un impegno civile e filantropico e persino epico, non hanno interferito con la storia minima della mia vicenda personale ad esempio e che però riguardava anche gli altri e la storia maiuscola finanche. Io l’ho incontrata. E non mi hanno salvato. E non hanno salvato nemmeno i miei poveri. Uso il plurale, in via precauzionale. Parlo al plurale.

Non ho mai intercettato piuttosto magliette rosse nella mia strada. Una strada che i militanti di una rinverdita sinistra sociale avrebbero evitato. Trascinavo l’infamità del mondo, lerci, inavvicinabili poveri, immigrati della peggiore specie, perché non trovavano requie. Morti di alcol e di solitudine.

Infilatevi la maglia rossa e attenti a non strozzarvi.verito

Gli ultimi anni della mia vita sono stati anni condivisi con un cono d’ombra della società civile. Il cono d’ombra erano i poveri, gli immigrati. E’ stato un caso, non ho la vocazione alla carità. Odio i filantropi, ma sono categorie amene i filantropi, servono appena a loro stessi, per respirare appena. Non servono ad altro. La Carità è un’altra cosa, è sovrumana. Nessuno ha mai salvato nessuno. Figure-icone alla Don Ciotti erano edicole, buone per slogan politici, partitici, non entravano nella terra di nessuno, i giardini pubblici la notte, le case abbandonate, le grotte, dove si combatteva una guerra, con i suoi morti pestilenti. Don Ciotti o chi per lui sarebbe stato un nome come un altro.

I luoghi istituzionali, con la ragione sociale dell’altruismo, erano impregnati di “se” e “ma”; uomini di chiesa che a scanso di equivoci si sarebbero limitati a una congrua omelia; nel frattempo i poveri della peggiore specie, gli immigrati pestilenti, crepavano. Nessuno di questa sinistra impegnata, questa che oggi noto rinvigorita di maglietta in maglietta, avrebbe rimediato. Da quali file? Chi siete “indignatori” evanescenti, nella vita vera: chi siete? Chi vi ha visto mai?

Nessuno ha asciugato le lacrime dei “miei poveri” e nemmeno le mie. Sono pochi gli umani eletti che hanno provato a sollevare l’infame da terra, pochi coloro che non mi abbiano umiliato soltanto perché ci stavo provando.  A sollevare da terra l’infame.

Indossano le magliette, ma guai a prenderli sul serio. Portagli un povero a casa e sbiancheranno come una veste inamidata.

Non ho fatto che mendicare negli ultimi anni e questa umanità da crapuloni mi ha nauseato definitivamente. Non ho lasciato in pace la coscienza di nessuno, avrei fatto qualsiasi cosa per chiudere le porte dell’inferno al debole che vi sarebbe precipitato.

State ognuno a casa vostra, chiudetevi bene dentro, ché se incontrate una come me, vi prende in parola e vi suona alla porta e vi piazza un povero sullo zerbino e vi chiederà qualcosa e voi farfuglierete rubicondi, o sbiancherete pavidi. Chiuderete la porta, guarderete dallo spioncino disapprovando. Serratevi in casa ben bene. E ogni tanto venite a pontificare sui social, avete un gran talento, coltivatelo.

Aggiungo che basta leggere i miei romanzi per rendersi conto – vostro malgrado – che sono al di sopra di ogni sospetto, mi chiamano la vestale della marginalità. Non sono certo una salviniana. Non amo le vostre magliette rosse, non vi riconosco alcuna innocenza. Soltanto abbiate il coraggio di smettere di sentirvi migliori.

 

 

il destino di una scrittrice

Ho seguito parzialmente il Premio Strega, in tv ovviamente. E un tavolo al Ninfeo sarà uno degli ultimi desideri da non realizzare. Ascolto il nome della vincitrice. Ero sicura che avrebbe vinto Helena Janeczek, penso di colorarmi i capelli come lei, una striatura verde-azzurra su un lato della chioma. Helena ha la biografia di una scrittrice, nata da genitori tedeschi di origine ebraica, sopravvissuti a Auschwitz.

Il Premio guadagna ogni anno critiche prevedibili, eppure quest’anno molto meno, qualcuno allora tenta di cucirci sopra una polemica, altrimenti che Strega è? Rifletto e la trovo veramente strumentale, disonesta, un presunto razzismo dei lettori da osteggiare pedagogicamente con il romanzo esemplare della Janeczek, più che con il romanzo, con la sua storia personale. Ecco, diciamo che questa polemica mi lascia perplessa, essere lettori implica già una condizione dello spirito lontana dalla chiusura di un razzista. Un razzista legge di suo – immagino  – poco e male. Questo ragionamento condivisibile del razzismo, della multiculturalità e di Helena, lo leggo in prima istanza in un pezzo della scrittrice Igiaba Scego. Encomiabile e pedagogico pezzo.  Che mi è arrivato tuttavia come una excusatio non petita.

Se questo dovesse servire a destarci dalla noia di molta autorialità proposta, non so, non è servito a granché.

Voglio dire: a chi sta rispondendo Igiaba Scego? A Salvini? Ma cosa c’entrano i lettori e il Premio Strega? I lettori sono un’oasi apartitica, nell’unico gesto politico che è la lettura. Igiaba Scego e qualcun’altro ci spiega che anche gli scrittori – certi – sono stranieri, italiani di seconda generazione. Sì sì. E allora? Armando Gnisci, con il suo infaticabile lavoro di ricerca, ha pubblicato moltissimo intorno alla Letteratura della migrazione.  Niente di nuovo dunque.24232677_10212833855954290_2218283671220642491_n

Ad ogni modo, il parterre del Ninfeo lo sognerò fino all’ultimo giorno della mia vita di scrittrice. Vedo in Giuria Paolo Cognetti e mi assale il tedio, solo pensando al titolo del suo romanzo. Metti la parola “montagna” in un titolo ed è la fine per me. Tolto Mann. Otto montagne. Sbadiglio. E questa è un’azione malvagia, la mia, intendo. Ammettere quanta pacatezza mortale pervade la percezione rimediata.

E certo invidio Helena per quel Premio e invidierò qualsiasi autore vincerà un Premio importante e guadagnerà traduzioni nel mondo. Il destino di una scrittrice non è incorruttibile e non esclude sentimenti corruttibili e forme deteriori di sentimentalismo o frustrazione ingenerata da nobili o meno nobili ragioni.

D’altronde, non mi sorprende l’ innocenza ovunque io guardi.