diario

Sono dimagrita ancora. Stavolta me ne accorgo. Posso nutrirmi soltanto con un gesto d’amore. Non è un’indicazione terapeutica sentimentale. E’ una verità tremenda. Invece chi finisce dove sono finita io di solito si muove confusamente nell’incomprensione, nell’amore distratto nella migliore delle ipotesi. Ieri torno nel quartiere ebraico. Non cerco l’individuo, per il quale non sento un vero trasporto, piuttosto un segreto risentimento. Lo incontro lo stesso. Sono risentita per un milione di cose. E anche monsieur mi ha deluso, il francese. Ce l’ho anche con lui, con le sue promesse fasulle, che non gli avevo chiesto, per evitare che non le mantenesse. E non le ha mantenute.

Ieri ho indossato un vestito lungo, scucito ai fianchi. L’ho scucito io perché la pressione dell’elastico scatenava i soliti dolori. Uno di quei vestiti a sacco che odio, a cui mi costringe la cronicità, ogni mese. Sono senza tette. Le mie gambe sono lunghe e secche. Lunghe poi, si fa per dire. Che fortuna non aver partorito una figlia come me, sono una cambiale, portatrice di fastidi, apprensioni, amarezze. Lo penso con sincerità.

Chi si butta nel fuoco per me? Comincio a mangiare.  Smetto di regredire. Ieri siedo nel sagrato della chiesa. Non mi sento così carina, come a volte mi capita, quando i capelli stanno a posto e tutto suggerisce armonia. Si siede un padre un bambino con un cane, sono costretta a fargli posto. Il cane si accomoda ai miei piedi. Assurdo. Potremmo essere una famiglia, ma io non c’entro niente con loro.  Così arriva il quarto soggetto, quello giusto, la moglie, un po’ irritata, siede tra me e il figlio, ha la voce incrinata dall’irritazione sì. Come se non fosse stato il marito a chiedere di sedersi. Il marito. Se lo tenga, e stretto. Vanno via. Il marito gentilmente si congeda con un sorriso, lei stringe la borsa e tira dritto, neanche un saluto.

Bah.

Io provo a chiedere aiuto. Ma sono sola. Ho perso molti chili. Mi guardo allo specchio, il mio viso lo posso chiudere nella mano.

 

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