Vodka Siberiana. Preludio all’intervista su Repubblica Palermo

L’auto-pubblicazione. Una nuova avventura.

 Ho deciso di auto-pubblicarmi una domenica di fine agosto. Uscivo derelitta da un nonsense generale. Fisicamente e moralmente mi sembrava di essere arrivata a un congedo onnicomprensivo, con quanta enfasi e sentimentalismo lo credevo. Eppure avevo scritto molto, vissuto meno, ma non importa. Il mio agente, Patrizio Zurru, poteva al massimo alzare le spalle. Cosa fare di più? Una major  – l’ultima in ordine cronologico – aveva tenuto il testo, infognato aggiungerei, per mesi. Alla fine, nemmeno una risposta, di quelle cose incartapecorita. Niente. Rigettato, senza nemmeno un “grazie, è stato un piacere“. Il testo erano queste lettere, era il romanzo che sarebbe diventato “Vodka siberiana”. Un’amica, grafica, un’artista, Alina Catrinoiu (che poi è la moglie di mio fratello), quella domenica esatta mi è seduta accanto, mi guarda e mi dice: adesso basta, adesso te lo pubblichi da sola. E così in due giorni, io e Alina (Alina si è occupata della copertina, della grafica e dell’impaginazione) abbiamo confezionato un romanzo. Pubblico un post su Facebook, lo annuncio, in un’ora rimedio cento prenotazioni. In un’ora.

Quindi diciamo che questo esperimento – partito con risorse zero – smonta anche la balla della fantasmagorica non meglio identificata “crisi del lettore” o altrimenti detta “l’aporia del lettore che non legge”. Eh no, belli. Il lettore non legge più una forma estesa di deiezione narratologica, che è un po’ diverso. Libroidi, scatole di carta con dentro sfoglie di cellulosa. Eccetera. Questo esperimento raggiunge persino le grazie di Igor Tuveri, al secolo Igort, che mi promette: ti sosterrò sempre, mi piacciono le sfide, chi si avventura in strade strette  e poco frequentate.

L’editoria.

L’editoria tradizionale – i suoi canali ufficiali – forse non mi ama abbastanza, forse il mio vezzo è voler essere amata a tutti costi e proprio per questo il mio vezzo si traduce in un mai severo e irrevocabile. 

Le lettere

Le lettere nascono a ridosso dell’epistolario sentimentale scritto a quattro mani con lo scrittore e poeta Davide Brullo, esattamente un anno fa; iniziate a maggio, finite a agosto (del 2019). E in fondo questo romanzo lo devo a lui. Molta scrittura degli ultimi mesi la devo a lui. Il romanzo gliel’ho anche dedicato per questo.

La memoria è un vascello.

Le lettere erano sistemate da qualche parte in quel vascello fantasma che a volte è la mia memoria. Abiurano tutti. Nella mia memoria. C’era un’altra angolazione da dover affrontare (dopo “Sangue di cane” e “L’altro addio”), collocandomi stavolta io al centro di un proscenio epocale, che mi ha investito come distrattamente, eppure infilandomi di forza dentro l’attraversamento della Storia. La storia di quegli anni, metà anni ’90, dopo la caduta del Muro, l’avvento della democrazia in estensioni di laconiche lande dell’est, la riproduzione di uomini automi, che riversano nel nostro Occidente pingue e maldestro, d’un tratto soltanto bevitori, d’un tratto il calco ributtante, erano deregolamentazione, scandalo, irreggimentazione. Chi erano questi uomini? Bevitori portatori di una pietà apocalittica, di errori che hanno fondato un secolo, di fallimenti e utopie, chi erano, se non un monito, lugubre e cimiteriale, di colpe anche nostre? Raccontare di nuovo è stato prostrante, mi è costato molto, non pensavo così tanto.

Non scrivo se non quello che conosco.

E’ come se mi fosse stata data una sola possibilità, di vivere un lasso, in quel lasso si sarebbe concentrato tutto il mistero del mondo, il segreto primordiale, la tragedia e la morte, l’ignominia e la risurrezione. Il dolore, la pietà, l’amore. Ma più di tutto, la pietà. Un’eco mistica, la pietà. In quel lasso, in quel solo lasso, ho vissuto, e poi mai più. Non sapendo che già mi avevano indicato la casacca della testimone e che avrei dovuto indossare. E l’ho indossata. Ma non lo sapevo. Guardavo svolgersi le cose, e io dentro, eroi gogoliani, guitti con un ghigno tragico crocifisso in volto, riproducevano il senso più patetico, ridicolo, epico e commovente, che in fondo potremmo destinare a un girone di eventi e casualità chiamati nell’insieme: vita.

Il romanzo guida. Limonov.

Ho scoperto (le rivelazioni mi si presentano spesso sottaciute) che ogni mio testo ha avuto un romanzo guida. Più che Carrére (narrazione orizzontale che, ammetto, non ho amato molto), mi interessava l’eroe discinto, amorale, che fu Limonov. Quel tipo di uomo apparteneva esattamente all’enclave di bevitori, con una confusa identità da esaurire, frequentatori del parco, nella trama, nel filo intessuto delle Lettere. Cioè di “Vodka Siberiana”.

L’autofiction.

Non è esattamente quel che faccio, ma non c’è un altro modo per definire l’autobiografismo. E tuttavia non è nemmeno esatto definire autobiografismo quel che faccio, perché racconto terzi, soggetti terzi portatori di sventure visionarie, tratti da passaggi su tralicci surreali e sovramondani, più o meno. L’ambientazione è una piccola città del sud, una città di provincia siciliana; ma il metauniverso è da tombino, un globo di sparuti alticci che il mondo perbene e borghese stenta a riconoscere o sorprendere nei giorni ordinati e consolatori del resto, il resto sono gli altri. Quindi potremmo essere ovunque, a Berlino o a Bogotà. In un barrìo o in una squat londinese, ma siamo in un parco siciliano.

Reazioni alla nuova avventura.

Reazioni favolose, proprio da favola. Dicevo del sostegno del grande fumettista, scrittore e regista, Igor Tuveri; scrittori, poeti. Lettori di qualsiasi estrazione sociale. E’ come se a un certo punto tutti avessimo capito che sta cambiando il vento. Sta cambiando. Una rivoluzione. Una specie di rivoluzione. E’ finito il tempo dei “walking dead”.

La creaturina.

Oh, la creaturina. Una mistica. La restituzione fedele dell’amore crocifisso. La mia conversione. Con lei ho incontrato un Dio Buono e Sovversivo, con lei questo Dio era Buono e basta (ed è Dio), incapace di giudicare, e frequentava gli imperdonabili, e li amava, e usciva dai luoghi consoni, per sollevare le braccia del lercio, sepolto dai suoi escrementi. Mi ritrovo a pensarla – o a sospirare delicatamente come faceva lei e dire come faceva lei vediamo, speriamo – o a riflettere: ma è esistito tutto, davvero?

Una parte dell’intervista è uscita sulle pagine di Repubblica Palermo, a firma di Eleonora Lombardo, il 14 ottobre 2020.

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1 thought on “Vodka Siberiana. Preludio all’intervista su Repubblica Palermo

  1. Patrizio Zurru

    Ciao Veronica, grazie per l’invio. Ieri ho letto l’articolo, e come dici tu non ho potuto far altro che alzare le spalle, di fronte al detto e al non detto che c’era in alcune risposte da parte degli editori. Ti auguro il meglio. Un abbraccio. Pat

    Il giorno gio 15 ott 2020 alle ore 12:02 Veronica Tomassini ha scritto:

    > veronica tomassini posted: ” Ho deciso di auto-pubblicarmi una domenica > di fine agosto. Uscivo derelitta da un nonsense generale. Fisicamente e > moralmente mi sembrava di essere arrivata a un congedo onnicomprensivo, con > quanta enfasi e sentimentalismo lo credevo. Eppure avevo” >

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