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di Eleonora Lombardo

Veronica Tomassini è un punto di vista e una scrittura, una scelta linguistica e un’organizzazione di pensiero. Tutto il resto viene dopo, ovvero che lei sia una scrittrice, femmina, che sia o meno siciliana (è di origini umbre ma vive da sempre a Siracusa): «Quando sento parlare di scrittura femminile mi viene subito in mente un’attività che ha a che fare con il ricamo e con il cucito.

Autrici costrette in un immaginario che non esiste più. Si scrive e basta. Se lo sai fare, bene. Non c’è altro. Senza generie senza alibi – dice quando le si chiede se si sente un’esponente della rampante categoria delle scrittrici siciliane – Lo scrittore è uno che si sporca le mani con la realtà. Tutti abbiamo la possibilità di raccontarci, non c’è un’impellenza femminile. Chi ce la leva questa possibilità? Ma parlare di scrittura maschile e femminile è sempre una trappola e io non ci voglio cadere».

Lei scrive da sempre, ha cominciato a pubblicare racconti nel 2008 e ha esordito con il suo primo romanzo, Sangue di cane, edito da Laurana, nel 2010 riscuotendo larghi consensi e l’interesse della critica per un impegno linguistico notevole, per uno sguardo e un modo di narrare del quale si può dire tutto, meno che sia compiacente a un genere. Sangue di cane è la storia dell’amore, necessario e drammatico, fra una donna siciliana e un polacco che chiede spiccioli al semaforo,è una discesa agli inferi, è la rivelazione di un mondo luminoso e di un mondo buio di emarginazione e solitudine, un libro scritto con una seconda persona incisiva e disciplinata.

In questi giorni è uscito nella collana Zoom, la collana digitale di Feltrinelli, Il polacco Maciej, ancora una volta la Sicilia sfondo di una storia di immigrazione e marginalità. È la storia di Maciej che trasporta caviale sui camion e della sua dipendenza dalla vodka. «Le storie che io racconto sono ambientate in Sicilia, ma potrebbero accadere ovunque, la Siracusa dei miei romanzi è completamente svincolata dal genius loci. Oggi la Sicilia è meticcia, ha perso i connotati non ci sono più i cliché delle trazzere e delle guantiere di cannoli. Non rendersene conto vuol dire che i luoghi comuni hanno impedito, frenato l’osservazione» spiega la Tomassini. E se le si chiede se l’esigenza di ambientare in Sicilia le sue storie, sia un’adesione a una poetica realista, non ha dubbi e risponde di appartenere invece a una corrente di rinnovato neo-realismo, caratterizzato da una narrazione scarna, da un tempo periferico e marginale.

Il prossimo romanzo, ancora in fase di editing, uscirà a breve: ancora impossibilitata a svelare il titolo, la Tomassini anticipa che le tematiche non saranno le stesse dei suoi due precedenti lavori.

«C’è una sorta di realismo visionario nel mio prossimo romanzo che definirei una crudele denuncia dell’ignoranza brutale del genere umano. L’ignoranza che ferisce e mortifica che produce e nutre solitudine infinita», anticipa. E sta già lavorando a un terzo romanzo dove invece si ritornerà alle tematiche di Sangue di cane, un romanzo ancora una volta in seconda persona con un io narrante donna, ma un protagonista maschile, «un uomo dell’est che vive per strada. I tempi sono cambiati, ci sono stati stravolgimenti geopolitici di cui non possiamo non prendere atto e la lingua, soprattutto la lingua nella scrittura, deve tenere conto della metabolizzazione di questi cambiamenti» dice la Tomassini. E a proposito di cambiamenti scherza dicendo di essere molto contenta del traguardo raggiunto pubblicando un e-book nella collana Feltrinelli: «So che il futuro è questo, pubblicare con Feltrinelli per me è stata una grande opportunità. Dovrò mettere da parte il sentimentalismo che mi fa ancora preferire la carta e adeguarmi, ma a oggi confesso che non sono riuscita a scaricare nemmeno il mio racconto.

Ha dovuto pensarci mio figlio».

(La Repubblica 15 agosto 2012)

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