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About veronica tomassini

Veronica Tomassini è di origini umbre. Ha collabora con il Quotidiano La Sicilia dal 1996 fino a febbraio del 2013. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Nei suoi scritti tornano spesso ambientazioni suburbane, storie intestine e periferiche. Predilige gli antieroi - ammette- gli immigrati, i vuoti a perdere, i profeti delle panchine. Di recente ha partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B.Bianchi, un suo racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012 è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Ha collaborato con la Scuola Holden nell’ambito di un progetto editoriale. Suoi scritti sono comparsi in diverse riviste letterarie. Collabora con Il Fatto quotidiano. Di prossima pubblicazione il nuovo romanzo.

Romanzo – Amore 14 (dice a me?)

In certi giorni, le sembrava di non aver mai amato nessuno, aver perduto il significato di ogni privazione, del sussulto, dello sgomento del dopo, il tedium che la coglieva dopo l’amore, dopo aver osservato lui concludere, alzarsi, infilare una maglia, accendere la sigaretta, fumare, guardando fuori. Il suo sguardo fisso, lontano, gli occhi obliqui, una fessura grigia in certi cieli d’inverno. Poi lui si voltava, come ridestato da una voce antica, da un richiamo da cui era esclusa, si voltava e i suoi occhi incontravano il pudore di mademoiselle, di nuovo. Fermi su di lei, come non l’avesse mai guardata prima, ritrovata. Soccombeva allo spazio che occupava quell’uomo.

E alla fine la sua testa arruffata, il sudore esagerato sulla fronte, la commuoveva. Si commuoveva, era molto stupido farlo. Niente avrebbe impedito al destino di compiersi. Il giorno in cui incontrò brevemente l’uomo francese – molti anni dopo – le parve di incontrare di nuovo uno sguardo. Questo è il miracolo. Ci si innamora di uno sguardo che cercavamo, che abbiamo già visto, pensava. Lo realizzò vedendo quell’uomo francese per pochissimi minuti. Riconobbe lo sguardo, ma poi lo aveva già perduto. Molti anni dopo, ritrovò lo sguardo che aveva amato in pochi minuti, perdendolo subito.

Non trovava consolazione, o anch’essa la perdeva subito. A volte era Lucile, il personaggio della Sagan, attesa alla sua medesima disfatta immonda e crudele. Era stata abbandonata, era uno stigma. Usciva di casa smarrita, camminava a lungo per calmarsi, trovare una ragione, in preda a propositi febbrili. Raggiungeva il tempio, sedeva sulla panca fino a che il sole riusciva a scaldarla prima del tramonto. Era inverno. Era sempre inverno, malgrado fosse luce ovunque, una estesa metafora sulle ragioni definitive del suo peregrinare.  Mademoseille scriveva perché era la somma dei suoi rimpianti.  Al tempio le anziane aspettavano la sua muta presenza. Era il personaggio bizzarro, non Lucille della Sagan.

“Ognuno di voi era capace di fare qualcosa di enorme, eravate vivi più degli altri. Conoscevate la violenza, usavate le armi, qualcuno di voi aveva fatto il carcere, e indossava lo stigma, tatuato all’angolo dell’occhio, inchiostro nero inciso sulla pelle. C’era sempre una tensione intorno, e non ero mai a parte di quel che accadeva veramente. Mi avevi parlato di certe frontiere, sapevi fregare i doganieri, gli espedienti erano per certi versi abominevoli. Le donne in corriera bevevano distillato di patate, commentando l’ultimo matrimonio in paese, le sbronze del marito, la raccolta di ribes, custodita in cantina. Si partiva con poca roba, in ridicole valigie di cuoio. Eravate così belli, lontan, persino nel vostro modo di fare a botte e durante il viaggio certe volte succedeva. Gli uomini, giovani timidi e intemperanti insieme, conoscevano l’amore nella rabbia, nella foga. Intemperanza commovente, ed è quel che mi sedusse allora. Ero troppo fragile fisicamente per reggere il peso di tanta veemenza, quando incontrai la diseducazione nelle cose dell’amore”. 

La nuova pagina del romanzo. Era pronta. Ed era sempre la stessa puntina, sul vinile rigato. Al tempio sapevano tutto di lei.veri b

Jaromil il poeta disse all’incirca che il destino aveva smesso di costruire le sue stazioni. Ho raggiunto Jaromil, sto sotto la pensilina, non aspetto la corsa di un treno. Sono anni che non aspetto, pur pensando di non fare altro. Rifletto. Smetto di agitarmi tanto e per cosa? Solo per farmi amare. E poi dimentico il resto invece. Signori esiste il diritto inalienabile del lavoratore cioè dell’essere umano, blatero. E mentre blatero conto sulle dita le volte che mi è stato concesso un privilegio. Hei Malaussene! Mi volto di scatto: dice a me?

Ed ecco il tramonto, scendeva sopra il tempio, il leggio, imbruniva sui palazzi i colori del giorno. Ed era di nuovo sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

 

 

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Romanzo – Amore 13 (La disfatta)

Mademoiselle aveva conosciuto la passione. Per questo amava moltissimo i romanzi di Francois Sagan. Quando lesse La disfatta patì insensatamente per la leggerezza con cui Lucile, il personaggio femminile, consumava i suoi amori. Nonostante a lei necessitasse la medesima trascuratezza, nel considerarli, perché sopravvivere oltremodo era la sua provocazione, tutto sommato, la migliore, la più riuscita, sopravvivere al silenzio. Sopravvivere al silenzio e trovare una nuova misura dei sentimenti e della morale, così leggeva e rileggeva in quarta di copertina nel romanzo della Sagan. Il suo nitore, la sua spregiudicatezza, simile alla seducente arrendevolezza e finanche alla deregolamentazione avvertita nella Rochefort, le restituivano la certezza che vi fosse una prossimità, mademoiselle ne accusava tutta l’inquietudine. Lei come Lucile della Sagan, perduta nelle passioni sbagliate, lei come Genevieve abbandonata al suo uomo tormentato, nella medesima nube di tensioni e desideri. L’amore diseducato di Lucile e Genevieve l’avevano colta da ragazza, colpa delle sue letture. E poi, mademoiselle scriveva. Tutto sarebbe finito nella sua scrittura, l’ultima trincea da attraversare o dove farsi seppellire. Senza l’amore, mademoiselle, non desiderava che la morte.ve-blog

Non aveva cercato altro, fino alla fine. La fine era la casa dell’abbandono. Le tende erano chiare. Dalla porta finestra si vedeva il maniero. La casa aveva un buon profumo. Sedette sulla sedia davanti la porta finestra. Era la sua casa. La mattina, l’ultima mattina nella casa dell’abbandono, squillò il telefono, dall’altra parte la voce di una donna berciava oscenità. Era ubriaca, le parlava del marito. Chiuso. Finito. Accese la radio. Mise tutto in ordine, tirò su le coperte sul letto del figlio, sistemò il suo, rammendò una maglia. Diede l’acqua alle piantine in balcone. Lasciò la rosa sul vasetto di ceramica. Quella rosa non moriva mai, non voleva.

Lei sì, lei voleva morire.

Ma ecco l’ultimo giorno.

Una volta avevo una casa. Rieccolo, il solito piagnisteo.

Stiravo stamane, di colpo ho pensato a un giorno di dicembre, c’era il sole; quando stiro succede che scopro le cose vere, quando qualcuno mi ha abbandonato ed è partito per sempre. Ma ecco l’ultimo giorno, c’era il sole e lui sistemava i tubi in casa della vecchina, la nostra dirimpettaia. C’era un sole che sembrava aprile, e invece era dicembre, era quasi Natale. Quel giorno ho pensato “Dio, come sono fortunata”. Indossava un maglione azzurro di cachemire, lo stesso azzurro viola dei suoi occhi. Sorrideva come sempre, anche la vecchina sorrideva, in risposta ad una qualche battuta di lui, concentrato nel suo lavoro di idraulica. Lui sapeva fare tutto. Volevo spiegare il nitore della luce di quel giorno, era davvero speciale, niente lasciava intendere la sventura. D’abitudine aprivo tutte le finestre allora le tende chiare della camera da letto e della sala si sollevavano, gonfiandosi verso il mare che si intuiva oltre il leggero movimento delle stoffe. Il mare prominente verso est era il paesaggio che mi accoglieva la mattina appena sveglia, aprendo gli scuri. Volevo spiegarvi che vita avevo, non riesco mai abbastanza, era tutto diverso, ero pressappoco felice. Non è sufficiente detta così. Da allora furono giorni di lutto e anche oggi quando sorrido, parlo, cammino, agisco, mi rendo conto che vigilo dentro un lungo sonno tenebroso o stesa su un pagliericcio infestato di memoria, dopo ho seppellito le parole vere, le cose vere, la vita vera. E sono passati anni.

(continua)

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Romanzo – Amore – 12 (L’assedio)

Certe mattine, mademoiselle si svegliava con il pianto. Ed era atterrita per questo. Come era possibile? Con gli occhi chiusi, si asciugava il viso umido afferrando un lembo del lenzuolo. E nel sonno, quando non la lasciava ancora, era convinta di essere sempre nello stesso luogo, nello stesso tempo. Era un frame. Non c’era più nessuno. Apriva gli occhi.

Sedeva sul letto, mademoiselle. Dove siete? La voce affiorava da una ragione ostinata irrevocabile della sua memoria. Quando tornavano, i suoi amati assenti, era il più dolce dei castighi, il castigo dell’assedio. Di quell’assedio si copriva, quando aveva freddo. L’assedio era una coperta. Aveva freddo spesso. Le voci. Il suo nome ripetuto, nell’imperfezione e nella gentilezza. La voce era roca. Sempre la stessa. Era imperfetta. Lui avanzava, aveva gambe lunghe e nodose, era insolente e straziante, riusciva a esserlo. Avete mai visto un uomo supplicare una donna? In ginocchio? Le ginocchia sull’asfalto? Le automobili suonano, lui ha le mani giunte come per una preghiera, i jeans consumati. I suoi occhi sono umidi. Avete mai visto tanto strazio tutto in una volta? No, no, scuoteva la testa, sul cuscino. No. Poi aprì gli occhi. Ed era domani, oggi. Cosa cambiava, cosa importava?

Oggi chi rimane? Poggiava i piedi sul pavimento freddo. Scostava le tende. Apriva la finestra.

I giorni scorrono, le distanze valgono per tutti. Tornava al tempio, lo sguardo fisso sulle medesime vecchie case, la desolazione di un leggìo di fronte che spiegava dettagli complicati a una torba di indifferenti. Il mondo attraversava la sua percezione franante,  piena di pregiudizio. Mademoiselle era la somma dei suoi rimpianti. 24232677_10212833855954290_2218283671220642491_n

Tornava al tempio.

Ho accompagnato la donna davanti la mensa. Quella donna è una madre. Davanti la mensa c’è una breve fila, aspettano anche alcuni giovani di colore, un indigeno dice che non li faranno entrare. Da un angolo emana un terribile olezzo, un orinatoio. La donna mi dice che era una madre, che aveva un figlio bello e bravo, lo dicono tutte le madri ma lui era speciale. E’ stato l’altro il più grande, gli ha dato due dosi. Ma lui si faceva, chiedo. Si drogava? Lui era speciale dice la donna, mi indica il porto, è andato via. Via per sempre certo, via per sempre.  L’indigeno non sopporta quei tizi di colore. Lui piuttosto non fa un buon odore no. Però teme i sudanesi. Sono sudanesi. Come? Scuote il testone di buzzurro. Vengono dal Sudan, hanno fame come lei, preciso. La donna ha una certa età, indossa scarpe col plantare. I figli sono pezzi di cuore, sì signora, dico. Uno le ha levato casa da sotto, non so come spiegare. Uno si è venduto casa, per pagarsi l’eroina. Potete indicarmi il senso di questa vita? Ravvivo i capelli, sono a posto. Da lontano seguo la fila in attesa. La donna si perde dentro la minima ressa. E’ tutto vero.

(continua)

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Romanzo – Amore 11 (esser belle era un dovere)

Mademoiselle guarda una finestra, appartiene a un palazzo nobiliare. E’ sera, sopra la città scende quella speciale luce che come una risacca torna dal porto e viceversa a illuminare di lampare lontanissime o lumini strani, smunti, i profili che si nascondono oltre la costa, dietro le case che seguono il litorale. Mademoiselle ama le prospettive che può solo immaginare, sono le più convincenti. Si tratta sempre di trovare le parole giuste. Pensa: dietro la finestra serrata ci sarà un gran bel patio. Un giardino secolare, chiuso da ampie vetrate, una cosa impossibile. Aspetta il momento in cui la vita le verrà in soccorso di nuovo, persino con i suoi cattivi odori. Ride come una sciocca. Non è un’avventura, siamo di passaggio – riflette – i pensieri si rincorrono, sanno già tutto, non devono spiegarsi; ci sono solitudini più misere delle altre, non sa dire se la solitudine degli altri sia migliore o peggiore. C’è un momento in cui realizza tutta la mestizia di un tale affannoso peregrinare, così ne sente forzatamente la responsabilità, l’oscuro rimescolamento. Non le impedisce la supplica: che la vita mi venga sempre in soccorso perché non debba dimenticare il dono della misericordia, di esercitarla, di nutrirla, simile a una spada conficcata nel fianco. Vorrebbe trovare le parole giuste, è una vittoria, non una sconfitta, raggiungere la perfezione della pazienza. Aspettava la luce dunque del pomeriggio presto, la luce che piombava alla fine dell’orizzonte e che seduta sulla panca del porto fissava fino a smarrire la concentrazione, fino ad addormentarsi, sfinita da se stessa, dai suoi stessi pensieri agonici da cui nessuno poteva recuperarla, trarla come il fiore pronto a morire per destino, nato per chiudersi il tempo di un giorno. I suoi pensieri infantili, seduta sulla panca del porto: quando morirò, mi spiacerà soltanto una cosa, non innamorarmi più, anche l’esser vecchia mi spiacerà per l’identica ragione. L’uomo brutale le rimescolava il sangue, nel qual caso non era oscurità, non era rabbia, era una follia, non le dava il modo di parlare, di reagire, ne era sopraffatta. Le bastava. Monsieur. Monsieur: sarebbe arrivato anni dopo, ma non avrebbe mantenuto le promesse forse o forse sì.

Mademoiselle aspettava ancora il grande amore.  Esser bella era un dovere, pensava. A vent’anni lavorava dietro il bancone di un pub. Il giovedì organizzavano certe orribili serate a tema, con la moda dei balli di gruppo che aveva contagiato la città, una specie di bubbone malefico, diceva ridendo agli amici di allora. Non aveva amici a dir bene, ne aveva tre anzi, Salvo (che leggeva i Ching), Sebastiano che oramai aveva perso il senno, Alfredo che si bucava. Indossava gonne a pieghe fuori moda, scarpette col tacco e maglioni color pastello aderenti in vita. Era sempre stata vanitosa, allo specchio sistemava i capelli, morbidi, sulle spalle, oppure li alzava sulla nuca, truccava le labbra e passava appena un po’ di cipria rosa sugli zigomi. Esser bella era un dovere, pensava, ma esserlo alla sua maniera. Il giovedì a volte i marinai russi facevano una gran caciara, uno di loro, che sembrava un capitano, alto, severo, la invitava con modi romantici offrendole il braccio, come  i signorotti di Mosca, nei salotti di Dostoevskij, dei romanzi di Dostoevskij. In quel momento il vecchio megafono suonava Edith Piaf. cropped-vvvvvv.jpg

Dopo il sole del pomeriggio, tornava al tempio.

Torno al tempio e mi sembrano secoli trascorsi, oggi, di traverso tra me e le pietre bianche che conducono al sentiero. Nel frattempo, credo di aver vissuto sempre meno. Al momento vigilo dalla torre, sono isolata signori, sì è così, bastioni e terrapieni ricolmi di superbia, la superbia tiene distanti gli altri, il mondo, le cose. Al tempio siedo sulla solita panca, le panche sono il talamo, letto d’ospedale, di morte, proscenio di indicibili conversazioni, come i soliloqui dell’ubriaco della Karlsgasse. In attesa della contentezza, l’ubriaco kafkiano mestamente ammetteva di non aver capito. Credo che smetterò di chiamarlo tempio, il tempio sono ruderi, hanno smesso di esercitare prestanza o vaghi richiami a qualcosa di cui ho smarrito il senso. Il mio problema si chiama noia, non sarà affatto facile trascinarmela dietro, una volta chiuso con la vanità e certe betise, che a superare un po’ di anni inducono alla pietà, la cagionano negli altri. Guardandomi intorno la gente mi par matta, perché vive, ho dimenticato la differenza della luce del cielo quando piove o tira vento o piove, la dice lunga sul mio stato di alienazione esclusiva. Ma a chi importa? Ogni post  tedierà chi lo incontrerà per caso: ma per chi scrivi? E’ una domanda questa? 

(continua)

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Romanzo – Amore 10 (qualcosa di sconsiderato)

I giorni di dicembre per Mademoiselle erano i più difficili, malgrado fosse proprio dicembre il mese del suo compleanno e fosse l’avvenimento che aspettava impaziente, la brava bambina, desiderando un gesto inatteso tutte le volte. Qualcosa di sconsiderato. La sconsideratezza è il coraggio degli amanti. Una lettera, monsieur, o rivedere quell’uomo brutale al quale non riusciva a sottrarsi. Era molto più giovane, era quasi perfetto, la sua pelle nera era lucida e tenera come il velluto. Quel suo perdere la testa era una prassi. Perdere la testa nel momento sbagliato. Sentimenti diversi, anomali. Quanti uomini puoi amare, mademoiselle?v8

L’incertezza non faceva parte del suo mondo sentimentale. Dove c’erano solo due possibilità, sì o no. E invece adesso le possibilità si aprivano ingovernabili consigliandone altre ancora. Quanti uomini puoi amare mademoiselle?

Mademoiselle era impregnata del suo passato, era la somma dei suoi rimpianti. Indossava un vestito lungo, retrò, annodava i capelli sulla nuca, il rossetto mirtillo, andava al tempio. Sedeva con le anziane, con le quali amava tacere spesso.

Tornai al tempio. Oramai evitavo l’ebreo, tutti quei discorsi, la sua conversione a posteriori, forse per accidia o non so cosa, consideravo ogni dettaglio una posa, una balla anzi. E comunque doveva smetterla di seguirmi. Odiavo certe ostinazioni. Ero sola oramai, capace come al solito di disintegrare tutte le consuetudini praticate fino al giorno prima. Tutti quei discorsi, magari per portarmi a letto, come seconda recondita possibilità, o sperarci soltanto, andate al diavolo. Era davvero così ridicolo l’essere umano nelle sue maldestre congetture. Andate via. Liberatemi dall’assedio. Da parte mia, ero sempre più sicura di non essere capita, cioè le mie 180 righe di rubrica quotidiana non interessavano a nessuno, posto che la voce dell’uomo della strada è un idiomatismo. Ma chi è costui? L’uomo della strada. E quando chiedo a qualcuno: ma dove sta andando la ragione, dove la bellezza, la gentilezza? Non rimedio risposta, un’alzata di spalle, non vengo capita. Allora dico alla vecchia di via Dione: dovresti leggere Gadda. Lei mi guarda zitta e tira fuori dalla sporta una mela, io rifiuto allora, no no, grazie. Preferisco no. Seppur tutti.

Mademoiselle scriveva ancora, mademoiselle era la somma dei suoi rimpianti.

Il nostro Natale in centro commerciale: odorava di pollo arrosto, di disinfettante, di bucato, di una pratica domestica così nuova tutte le volte, eppure, niente mi spostava dal mondo, dal suo equo distendersi da una parte all’altra. Ho vinto la guerra, l’ho vinta sì. Sapevo che saremmo tornati a casa. Ecco, troverei un assillo, l’ennesimo: si chiama casa. Cos’era il Natale in centro? Non ne avevo paura, anche se gli amplificatori emanavano la voce della Winehouse. Era lo stoccafisso decapitato. Ero affranta. Passava presto, però, giravamo per reparti. Il bambino frugava negli scomparti delle merendine. Tu fischiavi.

Chiuse le virgolette. Ho premuto il tasto canc.

(continua)

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Romanzo – Amore 9 (L’indecenza)

Mademoiselle finiva di solito in luoghi deteriori che erano poi le segrete intenzioni della sua indole. Indole era una scusa per assolversi, mettersi buona da una parte e non sentirsi piuttosto debordare, sconfinare, benché poi succedesse lo stesso. Mademoiselle lo sapeva molto bene. L’ebbrezza di confondersi con la vita più primitiva, con uomini che niente avevano da darle se non la brutalità era la sua debolezza, l’errore a cui prepararsi, tutte le volte, in attesa della mossa più giusta, o ancor meglio in attesa dell’amore giusto. Oltre la brutalità, l’indecenza, scopriva il disincanto ma anche una poesia profondissima, un senso malinconico e provato del mondo e di quel che vi atteneva. Questi uomini erano la sua debolezza, la provocazione alla sua figura debole, delicata, in apparenza timorosa. Era un’ingenuità pensarvi di riuscire, a provocare, a insistere su un principio di lotta di classe il cui valore non ricordava nessuno. Erano brevi episodi, negli anni, furono davvero molto brevi. Temeva assolutamente il tempo, malgrado lo lasciasse agire così. Lo temeva, avrebbe sciupato quel che a lei importava sopra ogni cosa, la vanità. In uno dei brevi episodi quest’uomo brutale l’aveva baciata con una passione commovente. Usava l’aggettivo commovente con riguardo,  e ne rabbrividiva. Altrimenti era il tedio, la mestizia del cortile popolare che aveva in odio, che voleva dimenticare, la memoria esangue le avrebbe altrimenti restituito gli automi, crudeli automi, che non smetteva di seppellire, ogni giorno, sempre loro sempre gli stessi.  Golem che rovinavano da un romanzo all’altro, se li trascinava, pesi ingrati. E in ogni romanzo li seppelliva meglio, con risentimento.cropped-tomblog.jpg

Un uomo brutale l’aveva baciata. Poteva essere ancora questo per un uomo. Il suo desiderio. Assistere alla sua defezione, la sua virilità non contenuta. Ne arrossiva. Ne sorrideva. Dopo. Soltanto dopo. Assisteva alla defezione dell’uomo brutale, in ginocchio. Ne arrossiva. Certo.

Prima di dormire, sono tornati a trovarmi, con certi sorrisi, la loro indulgenza, il loro amore. C’era lui, sparito chissà dove, poi l’amico ebreo, il professore. E’ stato terribile, vorrei non pensarci più. Questo mio mondo è finito. Mi mancano le parole. Posso soltanto tradurre quel che tutte le volte dico in un sussurro, pensando a loro, era un patrimonio umano, uso proprio la parola patrimonio, la ripeto patrimonio. Niente mi era dovuto, ed era moltissimo, avevo moltissimo. Continuano a mancarmi le parole, mi trascino alla fine della giornata. Così attraverso il tempio, guardando a terra, temendo il solito paesaggio, i passanti anonimi, e realizzo il mio privilegio. Quanto hai vissuto, dico tra me e me; visto quanto amore hai avuto, quanti giorni speciali. Altri pensieri non li traduco, sono ingiusta, vorrei metterci un punto e salutare tutti.

(continua)

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Romanzo – Amore 8 (mademoiselle)

Mademoiselle, le scrisse un giorno quell’uomo francese.  E improvvisamente era diversa, era una donna, senza rimpianti, ogni donna ha dalla sua il fascino dei rimpianti. Mademoiselle era un vezzeggiativo, era la giovinezza, non era la piega tra il labbro e la guancia, una strana smorfia, lo sdegno. Un personaggio di Francois Sagan vedeva la luce di Parigi bionda e voluttuosa, ed era la stessa luce che avrebbe ispirato molti dei suoi scritti. Ed era tutto lì, la sua vita era tutta lì, scriverci sopra qualcosa. Mademoiselle. Era arrivato, un giorno, molti anni dopo. L’uomo di Valensole. Risolse che a Valensole sarebbe dovuta andare prima o poi. Gli uomini francesi: ne ricordava uno, in particolare, conosciuto sotto il tramonto di Montmartre. Si chiamava Timò. Non lo avrebbe raggiunto mai, non lo avrebbe conosciuto mai. Ma stavolta sarebbe andata diversamente. Non avrebbe perso stavolta. Ripeteva il suo nome, il nome di quell’uomo di Valensole, conosciuto per una casualità. Il destino si veste di casualità, ma no no che non lo è. Non lo avrebbe perso. vera2

Di lei avrebbe notato il dettaglio che solo l’amore può notare. Provate a dissuaderla dalla certezza. Non ne avreste l’animo. Timò l’ultimo giorno, quel giorno – lei era una ragazza davvero – le disse: possiamo vederci domani? E domani era tardi, lei sarebbe partita. Non lo avrebbe rivisto più. Quando possiamo recuperare quel che è stato sottratto, per una ragione inconoscibile? Quando? Si chiedeva. A volte non prendeva sonno, la notte, per questo. Mademoiselle.

Nella piccola chiesa di San Paolo si celebrava un funerale. Il cavaliere errante assisteva alla funzione. Io ho paura dei morti. Un compagno di Dario, l’eroinomane. Lui era morto. E c’erano i morti per metafora e quelli veri, c’erano gli schizofrenici che poi finivano a volar giù da una finestra. Sedevo al tempio. I miei articoli erano roba forte, altro che, mi vantavo con una vecchina con le gambe rovinate dalle varici. La vecchina faceva sì con la testa.

“Hai presente l’attacco?”. Attacco, incipit, come diavolo lo chiamate voi anziane della via Dione. La vecchina faceva sì con la testa, aveva la busta di cavoli comprati al mercato. “Io in tre parole ti dico tutto”. La vecchina aveva il sole in faccia, aveva gli occhi stretti stretti. Andò via, piano, un po’ zoppicando. Aveva un piede gonfio, lo notai in prospettiva. Scrivevo sul moleskine: La fabbrica si stagliava nel cielo grigio di Lodz come un fantasma, un casermone dall’aplomb vitreo. Dario aspettava la sua donna, fuori la porta della farmacia. Avevano comprato le siringhe e l’acqua distillata. Dario non suonava il piano da quando si faceva di eroina. E allora? Chi te le dice a te ‘ste cose. Odiavo la mia saccenza. Tutto sommato. Tu non racconti le storie, bella, racconti te stessa. Ero senza vergogna, accecata dalla rabbia e dal sole di un giorno di dicembre.

(continua)

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