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About veronica tomassini

Veronica Tomassini è di origini umbre. Ha collabora con il Quotidiano La Sicilia dal 1996 fino a febbraio del 2013. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Nei suoi scritti tornano spesso ambientazioni suburbane, storie intestine e periferiche. Predilige gli antieroi - ammette- gli immigrati, i vuoti a perdere, i profeti delle panchine. Di recente ha partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B.Bianchi, un suo racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012 è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Ha collaborato con la Scuola Holden nell’ambito di un progetto editoriale. Suoi scritti sono comparsi in diverse riviste letterarie. Collabora con Il Fatto quotidiano. Di prossima pubblicazione il nuovo romanzo.

di nuovo al tempio

Sono tornata al tempio. E’ il mio posto. La mia panchina. C’erano le anziane del rione. Sono tre. Adesso siede anche una rumena di mezza età e una giovane donna rom. Accanto a lei mi sento una specie di ramo secco. Lei è proprio una donna. Io sono sempre più magra invece, quasi invisibile.  Una delle anziane si lamentava del tempo che passava sola in casa, si interrogava su una ragione, una, per cui valesse la pena uscir fuori persino in balcone. Con quale coraggio bisogna accettare il tempo fisico, il tempo che cammina sulla nostra pelle, togliendole turgore, sui nostri slanci, sul desiderio e così via. Potrebbe essere l’argomento di un nuovo romanzo. Ho due tre idee in testa. Saranno le ultime idee. Mi sono svegliata malissimo, per me l’estate è una sofferenza in più, a causa dei soliti dolori che sono cronici oramai, d’estate sembrano peggiorare. E’ tutto così pesante. Un amico ieri mi chiede: ora che hai esaurito l’argomento, con L’altro addio, cosa scriverai? Oh sapessi, posso scrivere sempre, fino all’ultimo giorno, romanzi che raccontano nulla. Ancora ci domandiamo di trame e intrecci? Ve ne frega qualcosa, l’umanità è un rumore sordo e corale di soliloqui. mare

come Amy

Sono giorni che penso a Amy. Mi basta riascoltarla una sola volta. Sono mesi, anni forse, dopo la sua morte, che non ho più voluto ascoltarla. Con Amy torno in un luogo segreto. Malgrado per tutti non lo sia. Mi sono persa nei corridoi di un grande supermercato, guardo tra i ripiani, nei ripiani vedo tutta la mia vita ordinata, amata. Sento un profumo speciale, è la vita che mi raggiunge, fatta di cose pratiche, un pollo che gira allo spiedo, la marca dell’ammorbidente che piace a me, lo stesso ammorbidente che profuma nei maglioncini del mio bambino. Il mio bambino lo è ancora in quel luogo. Mi torna in mente Amy, a quasi un mese dalla sua morte, dall’anniversario. In Rehab mi sembra piena di roba addosso, la vedo con questo sguardo. Non riesco a reggere oltre il video, i suoi occhi, l’assenza che  mi sorprende uguale, il suo Blake. Il suo castigo. Doom. Torno in un luogo, giro per i corridoi, sfioro altri carrelli. Sono assorta, è lo stesso profumo. Sono fantasmi. Quando penso a Amy succede tutto questo. Sono ancora io, siedo fuori, c’è una panca, il parcheggio di un centro commerciale. Fumo, ho una specie di sussulto di adrenalina, penso a tutte le cose possibili, e sono già finite. Dalla radio arriva la sua voce. Back to black.  C’è qualcosa in quel tempo e in quel luogo che non riesco a tradurre, una profezia pagana. La cattedrale pagana.

Lasciatemi con i miei fantasmi, mi fanno compagnia volentieri, non disturbo nessuno, non faccio del male a nessuno, nemmeno a me stessa. Ora è il tempo di raccontare. Ogni tanto mi piace tornare in quel luogo, con Amy.

Non salivo in scala mobile, ora lo faccio. Non temo le scale mobili. E’ un traguardo, raggiunto da sola. Così alla fine delle scale mi sono voltata indietro, e come in un sogno, non ho visto nessuno. Non c’era nessuno.

dove eravamo rimasti?

Riprendo a scrivere qui sul blog, dopo l’assedio incessante degli haters scatenati dalla faccenda del pezzo su Igor. Devo riprendere a scrivere, questa è casa mia, non loro.  Il romanzo è uscito finalmente, il 25 maggio. Ora sono in una fase di attesa prossima alla quiete. Tentata di affermare: questa è l’ultima cosa che pubblicherò. Ho detto tutto, non è successo niente. Sono vuota, mi mancano le parole e non ho un centesimo in banca. Non sono una ragazzina. Punto. Scrivo storie che non saranno mai un genere, sono una sentimentale e scrivo forse per struggere, per ribadire il dramma e il no sense della nostra esistenza a non governarla come si deve. Mi fermo qui.

Cammino lungo le vie del centro della mia città, mi fermo alla solita vetrina e leggo: cercasi commessa. Deduco che sia arrivato il momento di smetterla di fare l’artista dei miei c. Sono solo una mantenuta con un figlio. Punto.

Ieri provano a farmi un’intervista. Era un orrore, luci terribili, profilo sbagliato.  Ho impedito che venisse pubblicata: quel cesso non sono io.

Ieri mi chiede aiuto, non posso dire chi. Non avevo i soldi, la disponibilità, niente, mi spiace finisci in strada.

Dunque sarei questa. Scrittrice di chiara fama.

copertina Marsilio

è uscito il 25 maggio

cose minute

Questi sono giorni di attesa. Aspetto che esca il romanzo e da una parte ho il terrore che passi così, senza lasciare traccia.  Poi mi dico: vada come deve andare. Lo considero il “mio” romanzo, qualcosa di quasi definitivo, magari fra un mese non la penserò più così. E’ un romanzo slavo. Lo definisco slavo, in questi giorni in special modo, in cui mi trovo al centro di un’accusa assurda, parossistica, che mi sembra racconti l’identità di un’altra e non la mia. Dunque sarei una razzista slavofoba. Torna questo odioso malinteso, ieri ne sento parlare finanche a Radio Radicale, grazie all’articolo di un tale Matteo Zola (secondo il quale e per tutta la durata del suo indignatissimo articolo sarei la slavofoba razzista nazista di cui si diceva sopra); articolo che sta girando da settimane, subito dopo il mio pezzo letterario su Igor, pubblicato sulle pagine de Il Fatto Quotidiano (ho rimediato accuse, minacce e un metodo criminale di trolleraggio pedissequo). Un’ostinazione che mi appare maliziosamente concepita per danneggiarmi. Il romanzo che uscirà sconfessa ogni cosa, ogni accusa, le ambientazioni, i personaggi, le retrovie terribili, gli afrori, restituiscono il dramma e la tragicità di uomini provenienti da una precisa area geografica, l’Est Europa. Ne ho vissuto le ansietà, le solitudini infinite per anni, ne racconterò, in questo clima ostile, considerato tutto. copertina Marsilio

Senza illudermi, con molta trepidazione, sapendo di aver dato moltissimo di me, fino a sentirmi esposta come non mai, ho dato in questo romanzo ogni sussulto, segreto, tormento, ogni fallimento. Non potevo di più che restare senza pelle. Come sempre.

Letizia

Un giorno le ho detto: “Quel che tarda giungerà e accadrà”. Letizia ha detto: sì. E sembra una bambina, la immagino nella sua innocenza, straordinaria innocenza, mentre con le sue mani di mamma, che battono sulla tastiera, risponde al mio messaggio. Ed è una donna adulta invece, con figli grandi e tutta una vita dietro di sé. E credo, molto dolore anche. Ma son sicura che il dolore non arrivi a caso nelle nostre tiepide esistenze, se non per risorgere in qualcos’altro, restituire qualcosa ad altri. Così succede anche per Letizia Di Martino, che scopro ogni giorno come una specie di regalo nella mia quotidianità, leggendo i suoi post su Facebook. Mi innamoro raramente, eppure la sua scrittura è riuscita in questo, e non sono l’unica mi sembra. Racconta di una vita spesso chiusa dentro le stanze di case che raccolgono gli anni, i giardini, oltre le siepi il mare la costa. I viaggi, l’Italia di un tempo, scandita persino da certi film d’autore, dai viaggi in macchina, quando l’Italia era un paese di colli, case cantoniere, traversate in traghetto. Non so come spiegarvi, quando vorrei lasciarvi intendere il potere della parola che Letizia restituisce piena di candore innocenza verità. E i suoi pensieri: quanta consolazione, in grado di coprirci, salvarci, come fa il dolore quando diventa dolce, smette il suo terrore, si rivela ai pochi agli audaci, sconfessa quel terrore, esso è consolazione, salvezza, resurrezione.

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Letizia Di Martino

Ho scritto di Letizia altre volte, mi sembrava qualcosa di talmente prodigioso, il suo talento perlomeno, e altrettanto incomprensibile che non avesse il pubblico che meritava. E in special modo un editore disposto a pubblicarla. Come possono quelle parole restare circostanziate, dedicate a pochi? Se in definitiva ne abbiamo bisogno tutti. Quando la leggo, mi sembra di aver vissuto tutte le vite, di aver recuperato qualcosa. Non smetto di sperare che un editore si accorga di lei, come merita. Il video che allego è la colonna sonora di un film che Letizia ha amato molto quando era ragazza, e anche io, questo film è una delle tante cose che ci accomuna.

Leggetela.

provo a spiegarmi

Non servirà a molto spiegare, tentare di spiegare l’intenzione dell’articolo su Igor. Lo faccio comunque. Molti di quelli che stanno commentando ancora, troveranno senz’altro e ancora la malafede e un motivo in più per ricoprirmi di insulti. Ad ogni modo provo a spiegare. Non era un contributo storico, non era un saggio sui Balcani, sulle identità di un’area geografica ampia, complessa, piena di contraddizioni. Ho soltanto lavorato sull’immaginario, restituendo la ricchezza di uno spirito che vi appartiene e proviene da lì, da quei luoghi che, prima di essere geopolitici, sono letterari, per me. Il mio articolo non vi inchiodava alla crudeltà tout court (questa è una comunicazione sbagliata, perniciosa, in malafede, passata con l’accusa di Fulvio Grimaldi, in prima istanza, quando mi ha definito razzista, ha parlato alla vostra pancia, vi ha aizzato irresponsabilmente contro di me). Non è così, non sono razzista, antislava, antibalcanica. E’ l’esatto contrario. Lo spirito che vi accomuna di quei luoghi, distinti per vicende storiche, dolorose e di conflitti, è uno spirito di eccezionalità, nel bene e nel male. La grande letteratura, il cinema d’autore, la musica, viene da lì, la nostra cultura occidentale impigrita, ripiegata su stessa, vi deve tutto, l’irruenza, il genio, la passione, il dolore antico, una nostalgia intraducibile, la vostra peculiarità. Ero convinta che questo messaggio fosse passato comunque, anche perché tutto quel che scrivo è una celebrazione del vostro spirito antico, l’anima comune che vi appartiene, malgrado i confini su cui avete lasciato lutti, memorie, privazioni. Dicevo di Igor (allora ancora era il serbo per tutti), lo pensavo così, calato in questa verosimiglianza, tanto da farmi affermare: persino nella crudeltà siete peculiari, la vostra capacità di sopravvivere a lutti immani affiora persino nella crudeltà. E questo è genetico, questo intendevo per gene. Il vostro ammirabile superomismo. Persino nella crudeltà. E “persino” è il confine tra bene e male. Perché è lì che la comunicazione si è inceppata, in questo termine usato “gene“. Dostoevskij ha reso personaggi indimenticabili, corrotti nel male, ma capaci di restituire il sommo altissimo significato della pietas. E la pietas è il vostro carattere, la nostalgia che vi contraddistingue. Il realismo russo era un modo per raccontare la speciale eco che governa il vostro destino. ve-blogNon procedo per confini, non sono in grado, non ho gli strumenti. Ho riferito del cinema di Kusturica, per intendere una poetica del dolore che mi sembra molto prossima al destino di cui vi parlavo. Non vi commiserate, il vostro è un dolore coraggioso, non vi battete il petto con compiacimento come le nostre pie greche o siciliane o occidentali, voi andate avanti, con ardimento, con un orgoglio vostro solo vostro. Questo intendevo. E tanto vi accomuna tutti, e siccome parlavo di Igor, il pretesto era anche per dire: “Persino nel male. Persino. Siete peculiari”. Non perché noi occidentali siamo migliori. Il nostro male è pigro, non ha nessuna ragione, se non una ragione sazia, inutile. Il vostro no. Non so quanti di voi saranno in grado o disposti a capire. Ma il mio sguardo era uno sguardo di pietà, di segreta ammirazione. E non vi dico di leggere le cose che scrivo per averne conferma, non vi dico che mio figlio ha origini slave, o altro, no, perché so che i più maliziosi offenderebbero anche questa forma mia di devozione onesta e innocente. Vi hanno strumentalizzato, questa è stata la vera disonestà. Non sono sicura di essere riuscita nel mio intento. Ho provato a spiegare. Non avete capito il mio sguardo sul vostro mondo, sul vostro spirito inveterato coraggioso, nel bene e nel male, leggendario nel bene e nel male, fino a far rientrare Igor nella tradizione degli indimenticabili personaggi del realismo russo. Leggevo un bellissimo saggio sul male e Dostoevskij di Luigi Pareyson ed era una suggestione commovente che mi coglieva incantata. E ancora Kusturica e la traduzione di un dolore laconico, come lo troviamo in Cechov, restituito attraverso il riso che ha il suono del singhiozzo e che seppellisce il lettore o l’auditore o noi di qua (in Occidente) nell’amarezza e nello sconforto. Facevo riferimento a una precisa nostalgia slava (e di una parte d’Europa), che contiene tutto, molte radici. Avete scambiato il mio amore per una boutade ideologica disseminata da un ateo comunista che non ha capito molto, oppure no, peggio, ha capito strumentalizzando quello che volevo dire. Il mio sguardo era di pietà, amore, ammirazione, onestà, sgomento. E invece mi avete insultata minacciata derisa.

l’intervista su Vertigine

 

Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

 

 

L’originale qui: https://vertigine.wordpress.com/2011/01/11/veronica-tomassini-sangue-di-cane-laurana-editore-2010-intervista/