Author Archives: veronica tomassini

About veronica tomassini

Veronica Tomassini è di origini umbre. Ha collabora con il Quotidiano La Sicilia dal 1996 fino a febbraio del 2013. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Nei suoi scritti tornano spesso ambientazioni suburbane, storie intestine e periferiche. Predilige gli antieroi - ammette- gli immigrati, i vuoti a perdere, i profeti delle panchine. Di recente ha partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B.Bianchi, un suo racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012 è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Ha collaborato con la Scuola Holden nell’ambito di un progetto editoriale. Suoi scritti sono comparsi in diverse riviste letterarie. Collabora con Il Fatto quotidiano. Di prossima pubblicazione il nuovo romanzo.

Romanzo Amore 44

Lasciava il tempio con una specie di nausea, quando il tempio – ovvero una piazza di pietra bianca con alcune panche e di fronte i ruderi e un leggio didascalico che ne riferiva gli albori – si adombrava sotto i cirri di un giorno qualsiasi che non fosse primavera. Ma gli inverni siciliani erano spesso un anticipo di primavera, a ricordarglielo tutte le volte il mandorlo fiorito in giardino. Certi pomeriggi al tempio c’era soltanto il vento a tenerle compagnia, qualche balordo del rione, i soliti vecchi a gruppo ad aspettare un altro tramonto. Attraversava il ponte e notava il medesimo paesaggio di una malinconia selvaggia, mai in pace; il mare si annodava verso l’orizzonte, mademoiselle si stringeva ancor più il cappotto addosso e proseguiva. Tornava a casa e sbrigava le sue piccole cose, un sacco vuoto, dove evitare di fare entrare i pensieri per quel che le era possibile, fintanto non diventassero amici.

Sedeva con il bambino. Passava un altro giorno. Tornava la sera e il sonno a difenderla. E dormiva, con il bambino accanto.

Il sonno non aveva parole, finalmente tutto ammutoliva, ogni stoltezza, la tentazione di sperare, ma sperare era l’ultimo assillo, il più testardo, quello non moriva. cropped-vvvvvv.jpg

Datemi il tempo. Un giorno le tenebre saranno l’aurora, per il giusto. Io sono nelle tenebre. A intervalli. Ci vuole tempo. Così doso la mia costanza di umore con piccole compresse, la pillola della felicità. Mi danno la nausea, ma devo continuare. Mi tolga questo dolore dal petto, ho supplicato la mia analista ieri l’altro. Qualsiasi cosa, ma mi tolga questo peso insensato che mi opprime, il mio cuore infranto, la vita che rovina come sempre sulle mie tenere spalle. Tenevo le mani sulle fronte, le lacrime scendevano a rivoli, tutto già visto, conosco bene ogni dettaglio ogni minuto delle ore nel deserto. I miei deserti sono molteplici, dipende dove finisco alla fine del giro. Piangevo davanti a un’altra donna. Sono fragile da fare schifo. La fragilità è epica, semplicemente io sono debole, anche se preferisco decidermi sul “fragile” che è aggettivo più orgoglioso, benché fasullo. Ho bisogno di tempo. Arriverò alla fine dei miei giorni, non del giro, non di una sola battaglia, e di ogni o tutte le guerre perse. Arriverò alla fine dei giorni e pretenderò una spiegazione, me la merito. Sono tornata al tempio, inorridivo per la desolazione. Dio, dove ho vissuto fino a prima, prima di quel sole ingannevole, forse ingannevole? Il tempio mi deprime, come ogni cosa. Rivedo Sad, il bambino africano, gli corro incontro, lo abbraccio, sento le lacrime scendere di nuovo, non ho vergogna stavolta. Sad stringe i miei pollici, con le sue piccole dita paffute. La madre mi sorride. Come stai? mi chiede. E’ una domanda crudele. Poveretta, non lo immagina neanche quanto crudele sia in questo giorno di sole. Il sole vero. Non il mio. Il mio sole. I’m lost little girl.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

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L’anarchico ateo che convertiva (da Il Fatto Q.)

C’è qualcosa che non è replicabile nella statura di quest’uomo. Non è abbastanza elevare Fabrizio De André al rango dei cantautori con il destino appeso addosso dell’immortalità. Sfugge persino a chi lo ha amato, da auditore, realizzare la trama che avvince chi lo abbia seguito, lungo una vita, contagiato dallo stesso sentimento anarchico, dalla stessa inadeguatezza per le cose del mondo. De André è inavvicinabile alle biografie conformi. Non è sufficiente spiegare in che misura una voce – note basse, alternate a armoniche – ci abbia parlato, raccontato qualcosa. Allora l’anarchico rivoluzionario, l’antidolatrico, non era un cantautore e chiusa la questione. Non è sufficiente, elenchiamo ottime collaborazioni, pensiamo alla canzone francese, a Brel, a Brassens. E dunque?

?Fabrizio De AndrË. Principe Libero?t

Luca Marinelli è Fabrizio De André nel film per la tv Il principe libero

Fabrizio De André era una dimensione spirituale, azzardiamo. Un dettaglio che sfugge, bisogna attraversare una parte della propria esistenza, lungo la medesima via dell’anarchico, per accorgersi che quella voce – note basse, alternate a armoniche – ci ha spostato lo sguardo. Lo sguardo di chi ha amato De André deraglia, finisce nelle ombre: dove per tutti riparano le ombre, per chi ha amato De André comincia la luce. La dimensione spirituale di un anarchico ateo. L’anarchico ateo convertiva. E succedeva, debordando costantemente con coraggio, ai confini dell’eresia o blasfemia o era soltanto la temerarietà di un profeta laico. Il suo Dio misericordioso di “Preghiera in gennaio” non lo conosceva se non in una ricerca fremente, terrena; eppure lo rivelava nel suo attributo più potente, la Misericordia. Stigma di cui si parla in special modo e parecchi anni dopo, con alcune rivelazioni di mistiche come Suor Faustina Kowalska (viene istituito il Culto postumo alle rivelazioni), il Dio della Misericordia e del Perdono. Lo stesso Dio che, nel testo scritto in memoria dell’amico Luigi Tenco, partecipa del dolore dei morti per oltraggio, supera il tedioso severo confine umano che non assolve l’innominabile, a meno di una condanna eterna, bacia sulla fronte – Lui con le sue ossa stanche – gli imperdonabili. E li consola, li affranca, li libera. Così De André cantava la salvezza, la consolazione, sovvertendo l’austerità di una regola come il più progressista dei teologi. O degli eretici. De André evangelizzava, nel nome di un Dio anticonformista, del Figlio libero e anarchico, che morì in croce, “come tutti si muore, cambiando colore”. E induceva alla compassione, al sentimento più violento e terribile che l’uomo nella giusta disposizione dello spirito può finanche sopportare: la pietà. Laddove  nessuno si era spinto tanto, De André, il mistico che gli inquisitori avrebbero condotto al rogo, De André, l’ateo anticlericale, aveva aperto una porta e un’altra e un’altra. E noi siamo precipitati, nelle sue canzoni che non erano canzoni (nemmeno alla maniera francese), ma erano salmi, salmi in cui gettarsi, come sorgenti, come cascate, così prossime alla verità. Nella sua salmodia siamo precipitati. Lo abbiamo seguito.

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano giovedì 15 febbraio 2018

qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/nel-raccontare-de-andre-un-dettaglio-sfugge-sempre/

Romanzo Amore 43

E il sole e la spensieratezza e l’amore? Si chiedeva Lucile, nel romanzo della Sagan. Soprattutto sul margine del secondo passaggio – la spensieratezza – mademoiselle aveva da eccepire. Davvero, datemi un senso a questa parola, che lo sia, pretendeva mormorando tra sé e sé e con una livida petulanza. Guardandosi allo specchio con risentimento, rimuginava: quando ho goduto di una qualsivoglia leggerezza?

Non era sua responsabilità, come di ogni male raccolto, dopo una semina andata dispersa con la pula. Il bambino e l’acqua sporca, via, tutto gettato nel secchio. Il suo unico amore era stato un universo concentrazionario di sventure. E ogni scelta che la vita le proponeva la costringeva a opzioni rischiose, come se il suo sguardo dovesse deragliare continuamente dove per tutti erano le tenebre, piuttosto per lei cominciava la luce. Non aveva la più pallida idea di cosa fosse un sentimento borghese: l’unica cosa che le veniva in mente erano certi allocchi della domenica, che ascoltavano le partite in radio. Le veniva in mente l’ignoranza che aveva incontrato nella sua giovinezza. Soltanto che non sapeva chiamarla ignoranza per decoro e buona educazione, preferibilmente tacciando per follia, per reclusione, i suoi pensieri. I suoi pensieri erano incauti, le procuravano presto la noia. La noia era il suo problema, il suo vero problema.

Fissava lo specchio. Il suo volto era magrissimo, gli zigomi sporgevano e i suoi occhi avevano una luce opaca, non più febbrile, grigia, inerme. Forse aveva smesso di dibattersi, se fosse stato così sarebbe guarita subito, per sempre. Lei era nata, sopravvissuta a un aborto. Non sarebbe morta mai più. O lo era sempre nelle intenzioni, una promessa da mantenere. Una vendetta.

E i sogni tornavano, tornavano a punirla.tomassini1

Stanotte ho sognato Parigi.

Parigi è una spina nel cuore, da quel lontano 1995, quando in attesa di ripartire, al De Gaulle, rimuginavo tutto il rimpianto. Entrai nel maestoso mercato dell’usato, non mi sono mai sentita così a casa, come allora, avevo i brividi, sono una senza patria, in fondo, per indole, e Parigi è fatta per le persone come me. Le Porte di Clignancourt. Abiti importanti d’epoca, lustrini ovunque, scarpette con la punta quadrata lucide con fiocchi vezzosi. Sentivo la storia camminarmi addosso, i sospiri delle grand dame bruciarmi nel petto. Avevo solo vent’anni e potevo sognare ancora quel che non sarebbe mai accaduto. Invece una specie di castigo continua a costringermi in una città di provincia irretita dalla diffidenza, dalla gente incapace di sorridere senza mormorare digrignando maldicenza o sospetto. E’ il mio castigo. Infatti sono sola, non ho amici, non ho un uomo, non ho nessuna vita. E’ tutto così orribile. 

Mon petit, io sono ancora qui.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 42 (la spada nel seno)

Le lettere a se stessa continuò a scriverle, le spediva ogni venerdì. A Laura, chiosava alla fine della pagina. Avrebbe dovuto scrivere il suo romanzo piuttosto, se era una scrittrice allora doveva farlo. Impegnarsi. Non buttare via il suo tempo, smetterla di piangere. Sollevarsi. Un colpo di reni. La vita l’accecava o la disturbava, le arrivava addosso simile ai brividi di una grande febbre lungo la pelle in attesa, vulnerabile. Compieva il suo dovere ogni giorno. Era abbastanza. Cosa potevano chiederle di più? Metteva i piedi per terra la mattina, il pavimento era ghiacciato, le promesse della giornata così vaghe o forse parche. Lavarsi vestirsi. Il bambino. La scuola. Gli altri. La compassione. La rabbia. Le oscillazioni. Bene male bene male bene male. Le porte sbattute, il piatto di pasta davanti fumante e nauseabondo. Non avrebbe mangiato più, cucinato più, sorriso più.

Il padre la guardava. Le fece una carezza. Era dolce comprensivo. Avanti, la incoraggiava. Era tornata la figlia. Lo era sempre stata, mai andata via dal fulcro seriamente. Eccolo il problema. I parenti venivano a trovarla, come si fa con i moribondi. Non lo era, al limite le confaceva l’indole di una monatta. Non aveva scaricato altro che cadaveri da un lazzaretto all’altro. I suoi uomini cos’erano se non questo?

Or bene, i suoi uomini. Non è che ne avesse avuti tanti. Ne aveva amato uno solo. Chiusa la questione. Mademoiselle doveva ancora incontrare il suo amore francese. Un amore rubato, durato un secondo. Ma non ne era così sicura. Infilava i suoi jeans logori, la maglia nera nera, informe, legava i capelli, indossava i suoi stivali amati nella vita di prima, le stavano bene, altroché. Accendeva la sigaretta, sotto il melograno del giardino del padre. Pensava.

Dove andrò? Non ne aveva idea. Quando finirà? Si chiedeva. Nessuno avrebbe avuto l’animo di risponderle il giusto la verità. Carissima, non finirà mai, tieniti la spada nel seno. Conficcata. Tienila.v3

Si domandava un personaggio di Orwell: cosa dovrà accadere ancora?

Scrivo. Nella mia piccola vita intanto “tutto” procede comunque. Il problema è che a volte dimentico le motivazioni, da qualche settimana mi è preso un tedio mortale, un sonno costante, non mi lascia, durante il giorno faccio quel che devo fare, il pomeriggio cammino in pineta. Nessun sussulto. Non patisco per un abbandono ed è già una gran cosa (mente, nda); ho interrotto ogni contatto esterno, slegato relazioni fasulle. Ho ridotto il dosaggio del farmaco. Non mi aspetto nulla. Malgrado la domanda che contraddice la tentazione all’afasia (sospenderò ogni giudizio sul mondo e sulle cose): cosa dovrà accadere ancora? Allora dico: non smetti di affezionarti al mondo, sei una sfigata. Non sai neanche vivere come si dovrebbe: non sei competitiva, salvo timidi exploit che durano lo spazio d’un mattino. Continui a essere quella che si fermava al sesto giro di campestre. Piagnistei. E’ solo noia, credetemi. Ci sono fatti enormi, il mondo muore e io guardo i melograni esplodere in un rosso turgido e ostinato. Oppure penso al mio inglese da schifo con cui sono costretta a misurarmi quando capita. Quando?

Un pomeriggio, seduta al tempio, mi fermano alcuni ragazzi, appartengono alla Chiesa degli ultimi giorni, mi propongono: vuoi frequentare un corso di inglese da noi, signora? E’ gratuito. Ho sorriso, ho detto sì perché mi hanno chiamato signora.

Sospenderò ogni giudizio sul mondo e sulle cose.

continua

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 41

Il poggio del centro commerciale ondeggiava verso il vento dolciastro di un febbraio siciliano. Mademoiselle fissava il suo sguardo sul poggio del centro commerciale. Voleva raggiungere qualcuno. La domenica andava a trovare i suoi assenti, i suoi morti. Non c’era dove piangerli. Era lei, l’altro, la sua casa, la sua famiglia. Era una dannazione. Doveva prendersela con qualcuno. Non le era possibile. Doveva piuttosto proteggere tutti da una grande disdetta, l’irreversibilità, le cose che si mettevano male o d’incastro. I debiti, le cattive persone. Mademoiselle era la paladina schiacciata dai fatti, da come si infilavano, uno dietro l’altro, malandati, cattivi, come le persone. Le persone: a indicare vagamente un brusio di corpi che la circondava con minime contaminazioni o interferenze, dipende. La domenica era un piangere segreto, le piaceva in fondo, perché la liberava al momento, restava nuda ai piedi della sua miseria. Saliva in scala mobile, nel centro commerciale, aspettava che la cogliesse il profumo della vita di prima, sussultava perché ci credeva al momento, credeva possibile un ritorno. Entrava nel supermercato del centro, avanzava verso i suoi morti, nel reparto merendine o nel corridoio dei detersivi. Si guardava intorno. Dove siete? Cercava il figlio, cercava l’uomo. Il suo carrello era vuoto. Altri avventori proseguivano ignari del suo tormento. Come potevano ignorarlo? Fuori splendeva febbraio, come soltanto sa splendere un inverno siciliano ai suoi ultimi colpi di mano. Mademoiselle non riusciva a pronunciarsi intorno al destino. Prese a rincorrere questo nuovo assillo. Interrogarlo. Uscì dal centro commerciale. Sedette sulla panca all’ingresso, con alle sue spalle il giorno che proseguiva. Poteva perdere la ragione. Non era successo, no. E non le importava nemmeno. Non sei sola, mademoiselle. L’ebreo, l’amico ebreo ne era certo. Mademoiselle tornò a casa. Prima di chiudere la porta della sua camera da letto dietro di sé, notò il bambino seduto davanti la tv, rideva con il nonno. Chiuse la porta. Aprì il cassetto del secretaire e scrisse una lettera a se stessa. Laura,  era bella giovane e faceva l’attrice. Laura era il suo alter ego. Ed era anche un’amica.tomblog

Ti racconto ancora qualcosa, Laura. Adesso tu puoi capirmi, ma poi dimenticheremo, entrambe, esattamente la ragione per cui  l’abisso in certi giorni ci sia parso così profondo. Dimenticheremo. Io l’ho quasi fatto. Ho già dimenticato, di quel dolore non è rimasto nulla, solo un vago disagio prossimo al sentimento della vergogna.

Quante volte la tua voce ora delicata ora appassionata e il tuo stesso corpo in scena ha tradotto il dolore degli altri? La vita degli altri? Quanta sensibilità ti occorre tutte le volte azzardare, spendere perché le parole dei grandi tuonassero con la stessa potenza, ogni dì, ogni replica?  Adesso la tua ora buia è soltanto un anticipo del giorno maestoso che arriverà: una mattina ti sveglierai e i tuoi occhi saranno asciutti, nessuna lacrima, nascosta nel sonno. I tuoi occhi splendidi sono grandissimi, raccontano la bellezza del mondo, la replicano. La suggerisce ogni momento la tua fragilità. Tu sai che la fragilità è invece il vigore dello spirito? Nella nostra fragilità dimora l’Eterno. E a Lui tutto puoi chiedere, tutto tu avrai. Lui soltanto Lui. Guarisce quel che ha permesso fosse afflitto o percosso. Vorrei che non dimenticassi che: passerà.

Dice Isaia: Anche se il Signore ti darà il pane dell’afflizione e l’acqua della tribolazione, non si terrà più nascosto il tuo Maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo Maestro.

E passerà.

continua

Copyright © Veronica Tomassini.

 

 

Romanzo Amore 40 (i soliti casini)

“Le pareva di esserci da anni” realizzava un personaggio della Sagan, Lucile.  Lucile sotto il sole freddo di Orly.  Un sole argenteo: è un sole con una luce atipica. Lucile aveva i suoi uomini, le sue relazioni violente, mature. Mademoiselle dava un preciso significato all’aggettivo violento, se si impossessava di una percezione relativa all’amore, violento era somigliante all’aggettivo: vivo. Vivere implicava violenza, la forzatura di una volontà, queste erano le neonate considerazioni di mademoiselle, durante quei giorni.

I giorni procedevano. Albe e tramonti. Il bambino pranzava nel refettorio della scuola, vociante – e di una tale allegria! -, rifletteva quasi con rimpianto. Mademoiselle ogni mattina controllava il suo tenero collo, se aveva lavato bene le orecchie e i dentini, poi controllava la camicia, sotto il maglioncino. Era a posto. L’acqua di colonia, ogni mattina. I capelli del bambino lucidi e morbidi, pettinati e in ordine. Era tutto in ordine. I quadernini. Era tutto a posto. Lo accompagnava nell’orario giusto, malgrado fosse stordita da qualcosa. Le altre donne con i loro figli erano sveglie e dinamiche, così agili e sicure nelle loro comodità, dentro le loro vite noiose e imperturbabili, che però mademoiselle cominciava a invidiare; una di queste donne le pareva la esaminasse con disprezzo, ogni mattina; le pareva che la mediocrità di costei trovasse gratificazione nella debolezza dell’altra. L’altra era caduta. L’altra era sopra un piedistallo con il suo finto marito, la sua irriverente felicità, ingenuità. L’altra, mademoiselle, non riusciva a parlare in dialetto. La mediocrità esultava. La mediocrità era questa donnetta che mademoiselle un bel giorno decise di trascinare per i capelli, nel cortile di una scuola elementare. Le si fece il vuoto attorno. Mollò la presa. La donnetta andò via, malamente. Via via, andare. Le altre signore la seguirono. Buon viaggio, augurò loro mademoiselle. Non avevano molto da dirsi. Mademoiselle accese una sigaretta. E aspettò che si facesse un’ora, poi tornò a casa. Chiudeva la porta della sua camera, entrava nel mausoleo. I mobili disposti come nella casa da sposata. Uno strazio. Spesso pioveva. Apriva gli scuri e pioveva. Quella non luce era la medesima che Lucile incontrava tutte le mattine a Parigi. Ma era Parigi. E quella luce era un romanzo della Sagan. Mademoiselle non dormiva. Vegliava o pregava. Se dormiva, precipitava. Era morta.  I ricordi si concentravano in una cospirazione. Semplicemente l’assediavano. Tornavano i rumori, il disordine. La violenza, l’amore. Agli angoli dei suoi occhi scendevano le lacrime fastidiose. Lei dormiva o vegliava o pregava.

O ricordava.cropped-cropped-veroni.jpg

In quel bar la notte erano solo casini. Alle pareti avevi appeso le mie foto, sembrava il mio monumento sepolcrale piuttosto. Tutto procedeva molto bene, poi quando cominciavi con la vodka erano casini e le solite kurwe  a rendere ogni dettaglio oltremodo osceno, come sempre d’altronde. C’erano loro e tutto il peggio che conoscevo di certi italiani che lasciavano a casa le mogli. Ridevo con il veleno, non che a me fosse andata meglio. Eri appena tornato da Kielce. Nel viaggio di andata avevi incontrato una donna di Tomaszow, Tomaszow è un posto terribile, per me significa solo sventura. Fumoso e sporco mi ha riferito la mia amica Katarina. Al bar finiva a botte, la promiscuità erano risse, bottigliate, cose di questo genere. Ancora le mie foto resistevano alle pareti, di una stupida innocenza.  Le ho rotte in mille pezzettini, quelle insieme con le altre, la tua valigia gettata in strada, ho visto le mie tende, i miei regali, i miei centrini, lavorati da tua madre che non ho mai visto, strisciare sotto il ventre di un gatto, di un randagio, un cumulo di mondezza. Me le vedo davanti persino adesso, erano blu, verdi, marroncine. Con quali strani esotici colori polacchi avevo già ammantato la mia casa. Non era il tempo, sarebbe venuto e andato via molto presto. Tomaszow era un posto orribile.

continua

Copyright © Veronica Tomassini. 

Romanzo Amore 39 (il professore)

Mademoiselle scese dalla panca, il vigile la invitava cortesemente a sedersi tranquilla. “Ha qualcuno?” le chiese. Mademoiselle rispose: dove?

“Ha qualcuno che può accompagnarla a casa?”. Aggiunse il vigile gentilmente.

Mademoiselle chiese se casomai non fosse Capodanno. No, rispose il vigile. Non lo è. E lei stigmatizzò tra i denti: non lo è più. Mademoiselle non aveva nessuno. Il vigile poteva sembrare contrito per una  condizione del genere, una tale solitudine. Il vigile andò via. Mademoiselle sedette sulla panca, interrogandosi sulla possibilità di un pensiero da parte del poliziotto così tanto partecipe. Era giorno. L’ora era giusta, l’ora del sole che non acceca. La vecchia le era davanti. Era venuta giù dal vicolo, oltre il dosso, dove si perdeva la città povera e caotica.

Prese le sue cose. La borsa gettata più in là. Una piccola sporta con dentro i suoi lavori di cucito e uncinetto. Raccolse tutto, con la consapevolezza dolorosa che l’inedia quotidiana anche quell’oggi non le avrebbe risparmiato un lungo pomeriggio di lucidità.  Il bambino tornava dalla scuola. Lei avrebbe dovuto preparargli la merendina. Ai bambini si parla usando vezzeggiativi, anche i bambini lo fanno. Perché sono bambini.

A casa c’era sempre un gran freddo, malgrado i giorni si allungassero, i mandorli erano già in fiore. E c’era un profumo preciso nell’aria, dolciastro, fanciullo, come di teneri boccioli. Cosa farsene. Asciugava le lacrime. Qualcuno doveva toglierle la spada conficcata nel seno. Da sola non riusciva.

La spada restava e in taluni sogni sanguinolenti lei procedeva nel delirio con uno squarcio sul petto. Attraversava la via centrale. Guardava su al piano. La casa di una donna, una sorella, una mistica, la chiamava la creaturina. E il fratello era il professore, ridevano, parlavano di cose misere ma anche di cose elevate, del cielo, delle immagini celesti.v8

Oggi attraversavo la via della casa dei morti e sopra sovrastava il piano della creaturina. Non era un paradosso, l’una salvava quel che il mondo ripudiava, la pietra di scarto è diventata testata d’angolo, eccovi la parabola, i miei sentieri sono solcati da segni evangelici. Potrei commuovermi, a volte mi capita. Il palazzo lo hanno ridipinto, non è più lo stesso. La casa dei morti non contiene il vecchio equipaggio, finito quel tempo. Le grancasse dei polacchi o dei tedeschi in coma etilico smetteranno di suonare il loro lugubre andante, ripareranno altrove. Ho attraversato la strada, guardato su. Il professore preparava il caffè, inveiva con i beceri, parlava delle cose del mondo con me e anche delle cose dei cieli e certe volte si intrometteva Anita, la rom, per dire “sposi professore, prego”. No, bella, no. Il professore rideva con la sua risata da professore, le mani in tasca, i pantaloni grigi stinti, la camicia sgualcita da professore di latino in pensione. Le ante sbattevano in camera della creaturina, sotto qualcuno urlava o faceva a botte. Il professore mi indicava la sua via verso la salvezza forse. Accendeva la radiolina poi, sul secretaire. Adieu mon ami. Era tutto quel che avevo, era davvero tutto. Il mondo, i pezzi di quel mondo, tutte pietre di scarto. Ancora una volta mi ritrovo a sussurrare, la serpe nel seno, è andata.

“”I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?” (Salmo 55).

continua

Copyright © Veronica Tomassini.