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Una rivoluzione siciliana (dal Fatto Quot.)

Cercavamo l’uomo nuovo. Ancora uno, l’imprimatur è una specie di maledizione, i destinatari finiscono per riparare in un qualche recinto di confine: l’infamia, una sconfessione tout court, o la sollevazione del consiglio comunale. L’uomo nuovo di Messina per tutti era il sindaco scalzo, quello delle magliette pacifiste con la scritta Free Tibet, Renato Accorinti, il potestà buddista, il neofita innocente –  su cui si è interrogato con una certa curiosità  Der Spiegel – dogma usato fino a sfiorare la retorica di un badge, non politico per definizione. Oggi il manifesto virtuoso è la taglia sulla sua testa. L’uomo della rivoluzione. Solo che a Messina le rivoluzioni devono durare poco. In Sicilia, in generale. Avevamo creduto ai Forconi, alla veemenza di Mariano Ferro, per doverci ricredere quasi vergognosamente, restando nella medesima impasse: restando i soliti “cornuti” dello Stivale. Spariscono gli impeti, salvo sommosse da outlet, approntate e maldestre. Accorinti prometteva la sua rivoluzione dal basso, intestandosi l’omonima lista civica. In consiglio adesso vogliono votarne la sfiducia, evitare il commissariamento, toglierselo di mezzo. Lo stanno facendo, persino i suoi, simpatizzanti della rivoluzione della prima brevissima ora.

messina

Messina

Messina fondamentalmente rimane di destra, malgrado sia ancora in forza un pd filaccioso, dove non smettono di addensarsi ombre da prima repubblica. La genealogia riconduce tutti a casa, il vecchio sistema da rodaggio consolatorio, il sistema da obsoleta Dc, con i suoi nipoti e pronipoti. O se vogliamo il cosiddetto “sistema Genovese”. Come lo chiamano in città. Cioè o stai dentro o stai fuori. Accorinti sta abbastanza fuori, da buon cane sciolto. Nel corso principale incontriamo nostalgici e reazionari, non di Accorinti, ma di chi pare – almeno nella convinzione dei messinesi – conti sul serio, faccia girare potere, economia, dunque Francantonio Genovese. Lui non era certo l’uomo nuovo, sindaco, onorevole, nipote del ministro Gullotti. Era l’uomo della formazione professionale, però. Finita quella, con buona pace di Crocetta, finisce tutto. Al bar di viale San Martino, al tavolo, discutono alcuni veterani della formazione. Disoccupati che hanno superato i quarant’anni, come Salvatore Romeo o Saverio Arnone che di anni ne ha 58, potevano aspettare e andava in pensione. Invece lui, l’amico e altri ottomila oggi mantengono la loro medaglia di fuoriusciti. “E’ crollato un regno”  – dice Saverio Arnone, lui non ha votato Accorinti comunque. Lo ha votato l’amico Salvatore, nostalgico di una promessa: la rivoluzione. Niente da fare. “I messinesi –  dice – vogliono i padroni di prima”. Lasciando intendere che non se ne sono mai andati. Come se fosse possibile. “Messina vuole i cambiamenti, con Accorinti non ci sono stati”. Subito? Una rivoluzione siciliana ha bisogno di secoli, a esser precisi. E’ solo un altro modo per ammazzare il tempo, fintanto le cose procedano con il medesimo metodo. Stai dentro o stai fuori. Accorinti non è furbo abbastanza. E’ questa è un’opinione diffusa. Mischinu, quasi “babbu”. Babbu per i siciliani è un modo per indicare una certa estenuante purezza, una poca praticità. Gli uomini seduti al bar convengono sulla sventura di una tale purezza. Uno di loro azzarda: non ha nemmeno gli uomini giusti.  Accorinti è solo. Ma è la storia siciliana, noiosa, rincorre identiche tipologie di superuomini: uomini normali affetti da una discreta confidenza con la legge, con la legalità. Superuomini o negletti sconfessati nel civico consesso. Uomini giusti Accorinti non ne ha azzeccato uno o forse sì, l’assessore al bilancio, il toscano Luca Eller, e anche il direttore generale dell’azienda municipalizzata dei trasporti (Giovanni Foti, nda) che è torinese e che ha messo a posto almeno una rubrica. Corpi estranei, il vino buono nella otre vecchia. L’esterofilia ha funzionato per rimettere a posto qualcosa. Con Eller il rischio default viene scongiurato. Una mostrina al petto per Accorinti. Gli autobus coprono le tratte senza singhiozzo. Potrebbe bastare, per cominciare. No. Il sindaco indossa la maglietta con su scritto: Free Tibet. A Maggio ha invitato il Dalai Lama. Messina ha una vocazione conservatrice. Vuole vedere gli obiettivi, la marcia pratica del reazionario in grado di misurarsi fino a vincere nel ballottaggio con un uomo di Genovese, ancora lui, tal Felice Calabrò. Arrivò a Palazzo Zanca a piedi nudi. Una trovata strampalata per annunciare uno stile. A piedi nudi, diceva Accorinti, “per restare con i piedi per terra”. Messina si trova spaccata: nostalgici e reazionari. I reazionari non sono necessariamente anime belle, sono i non ricollocati, i ricollocati non del tutto, coloro che se non hanno potuto con Genovese, ci riprovano con Accorinti. Accorinti che era partito con il distintivo “No Ponte” ed è finito con un Free Tibet accolto con disdegno dai suoi elettori, alla fine della fiera e non proprio del mandato. Perché in definitiva cercavamo l’uomo nuovo soltanto per trovare la medesima  storia siciliana. E’ una vecchia storia. Non ne usciremo mai.

L’originale è uscito il 29 gennaio 2017 sulle pagine de Il Fatto Quotidiano (“Messina, la svolta azzoppata e il “richiamo” dei padroni”)

potete leggerlo anche qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/messina-la-svolta-azzoppata-e-il-richiamo-dei-padroni/

Carlo Grimaldi. Christiane F. La letteratura dell’eroina.

Quando prendo in mano il libro – oggi – non ho un vero sussulto. Non c’è la sovracopertina, era plastificata, in primo piano c’era una siringa, se non ricordo male. Arnoldo Mondadori Editore, leggo prima della dedica. La dedica è per Gabriele: alla mia, alla sua libertà. Ma è passato così tanto tempo. Le pagine sono gialle, macchiate dalla muffa, rovinate dai tanti traslochi. Il romanzo di Carlo Grimaldi è sopravvissuto. La sua storia di drogato, era il sottotitolo. “Un lungo flash”. L’ordinai al Club degli editori di cui mio padre era socio. Credo che avessi dodici anni. Era il 1984, dunque. Frequentavo le scuole medie. Ero ancora presa dal diario di Christiane Felscherinow, “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, che avevo già letto talmente tante volte da conoscere brani interi a memoria. Lo leggevo a scuola, ai miei compagni. La scuola erano garage, i miei compagni vivevano nelle case popolari, qualcuno è finito a farsi, qualcuno è in carcere.

Ero diventata un problema per i miei genitori. Lo ricordo. Non potevano ad esempio condurmi nei sottopassaggi a Roma, quando prendevamo i treni per raggiungere i parenti, mi fermavo a ogni piè sospinto a fissare gli uomini accucciati per terra. Una volta mia madre mi dovette trascinare, ai miei piedi un ragazzo dormiva, sembrava morto.  Si era solo fatto una pera. Avevo pochi anni. Sapevo tutto. Non volevo andare. Era una via del centro. Questo giovane dormiva che sembrava morto. In testa mi girano parole come spada, scudo, scimmia. Il gergo degli eroinomani. Poverino, mormoravo, i miei genitori erano costretti a rimproverarmi, temevano la mia sensibilità. Non era sensibilità, tuttavia. Era una trasformazione che si faceva largo, un condizionamento, la formazione di uno sguardo. La perdita dell’innocenza. Cercavo qualsiasi testo che riconducesse all’eroina. Altri romanzi, dopo il diario di Christiane, ne volevo sapere di più, ancora di più, come se fosse possibile. Così arrivai a Carlo Grimaldi. “Un lungo flash” raccontava la sua tossicodipendenza da eroina appunto, ambientata nella Milano dei primi anni ’80, del Giambe, del Solari, delle piazze, dei ricetta. Non era solo autobiografismo. C’era la scrittura. Mi piaceva Carlo Grimaldi, oggi ne sono ancora più sicura. Restituiva proprio l’idea di quegli anni, i viaggi in India, l’ero, l’impegno politico che giustificava in fondo la scelta di usare le sostanze. Erano quegli anni.

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Una pagina dal libro di Carlo Grimaldi

Niente di più di quello che mi aveva detto Christiane. Però mi era piaciuto. Era in corso la formazione di uno sguardo. E anche Carlo Grimaldi concorreva perché lo diventasse. Forse ce l’aveva fatta. Alla fine del libro, Carlo racconta la guarigione, in una comunità in Inghilterra. Ce l’ha fatta. Chiusa l’ultima pagina, provai una nostalgia inenarrabile, uno sgomento senza un’origine chiara (almeno allora), qualcosa che non mi lasciava in pace. Non so spiegare, posso immaginare fosse semplicemente l’esordio di un’inquietudine che anticipava gli anni a venire. Da adulta, scrissi una lettera a Christiane Felscherinow, dovevo chiudere alcune questioni, come se ne avessero una qualche responsabilità, lei o Carlo. Di Carlo invece avevo perso le tracce, non c’era niente nemmeno in rete. Scrissi un pezzo nel blog che curo per il Fatto Quotidiano, dove parlavo di lui, lo cercavo. Niente. E’ passato un anno e mezzo da quel pezzo. Ieri in posta trovo un messaggio: Ciao, sono io, sono Carlo.

Sono vivo.

Non esiste nulla, tranne te

di Mirko Bay

Non sono nemmeno riuscito a dire qualcosa di sensato.

Una camicetta chiara spiccava galleggiando tra le scrivanie come un osso di seppia sul mare plumbeo di gennaio. I capelli lunghi. Che ragazza, rigida, intenta sui tasti. Devo trovare una scusa. Sono nuovo, potrei fingere disorientamento. Potrei accasciarmi al suolo come uno straccio e attendere che venga a salvarmi. Devo riuscire a intrufolarmi nello spazio di quel trotto tra le dita e i tasti con la leggerezza di una piuma e la possanza di un trave. Ma quanto è dolce Camicetta, con quella erre moscia che si rotola nel profumo come un uccellino. Erre moscia. Quanto odiavo la erre moscia. Era snob. Antipatica e tonda che inceppa nel discorso come una biglia spezzata.

Amo la erre moscia.

Mi faccio sotto.

Stava alla scrivania accanto alla mia, davanti al Monitor. Avevo assolutamente bisogno di lei: del suo preziosissimo aiuto al mio problema; perché avevo un problema. Dovevo averlo. Cosa potevo avere? Inventare. Il mio difficilissimo problema. Non avrei mai saputo risolverlo senza di lei e lei ancora non lo sapeva. E io neppure. Cosa poteva essere? Mi lanciai dalla sedia arrestandomi all’improvviso con l’idea di un cenno soave che venne tuttavia più simile all’inchino di un giullare di corte ubriaco. Merda. «Scusa, hai un momento?» dico. «Certo,» risponde lei con quel luccichio negli occhi.

Oh mio Dio, che sorriso! Mi ha sorriso! Oh, che luccichio! Quegli occhi scuri. Mi ha luccicato addosso! Vediamo: ho meno di mezzo secondo per farmi uscire qualcosa. Veloce. Fondo. Fumo. Arrossisco.

Sospiro.

  • Mi chiedevo se potessi mostrarmi come funziona la tabella qui di Excel, sono arrivato da poco e non capisco ancora un ca*z*/Niente. Non capisco nulla.  
  • Ma certo.

Ma certo? Che idea geniale, la tabella! Sono un dannato genio!

E inizia a spiegare. Allunga le mani sul monitor, le ritrae, tocca lo schermo, si arrampica con le dita sulle righe del foglio come un ragno elettronico e mi scivola addosso le sue spiegazioni. Ma non mi rimane nulla: solo onde di cotone bianco che accarezzano la pelle, che mi travolgono e che mi sussurrano di quanta delicatezza usa per lavare i panni, di come li piega sulla seggiola, di come li stira, di come si prepara la mattina prima di indossarli, di come si profuma, di quanta tenerezza conservano quei capelli adagiati sulle spalle che scivolano di continuo. Come avrà gli occhi appena sveglia? Più belli, di sicuro. E vedo i confini del suo corpo accanto a me tratteggiarsi vividi, esondare frusciante profumo.

Sono quella camicetta, voglio esserlo. Ti prego fammi essere anche solo un brandello, acquattarmi sulla pelle fluttuando nel suo odore. Erre moscia. Tante erre moscia. Una mitragliata di erre moscia. Non so cosa diavolo dice ma è bello, è una doccia di erre. Amo le erre. Le ho sempre amate. Da oggi le ho sempre amate.

Allunga un braccio, e le si apre un varco. Un varco nel petto! Due bottoni sbottonati per miracolo che si allargano appena. Un appena ma sufficiente, un appena grandissimo, un appena grande così, un appena che avanza come una faglia rosa tra le morse del cotone mai stato così resistente. Dio santo, arrenditi alla forza della faglia e cedi, adesso, cedi!

E cede.

E sbircio indisturbato. E mi sento innalzare. E volo a cerchi in alto e in alto come un falco tra erre mosce dolciastre e correnti profumate. E adesso, mentre le rubo il profumo, le erre, i bagliori, i ciuffi neri, volo così vicino che mi ci scotto, di lei, e rubo tutto. Prendo tutta quella roba e la accartoccio. Tutto. Frugo nella coscienza, apro un varco, e nascondo lì, al calduccio, nel petto, il suo petto nel mio, il suo seno, mezzo nudo, che vien fuori dalla faglia come una morbida e traballante catena montuosa: la mia terra. E io sono una nave. Un marinaio. E l’avvisto da lontano. Sono la scoperta. E sono vivo.

Era strano come uno straniero era venuto a me con l’intensità di una folla intera. Mi sentivo forte e rinvigorito come il sole del mattino che trafigge la notte con mille lance d’oro e riprende possente il suo posto sulla terra.

E lei, nel più meraviglioso spettacolo, mi palpitava in gola come una locomotiva. Tabula rasa di tutto. Molle di piacere nei muscoli, e vile nella volontà, ora sono buono solo per il brodo. E a dire di sì. Sì, ti seguo, sì, ti ascolto. Sì: ti guardo. E, no, non esiste nulla: tranne te.  

 

Note sull’autore

Mirko Bay

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Mirko Bay, toscano, classe ‘72.

È appassionato di narrativa americana contemporanea.

Alcuni suoi racconti sono comparsi su “Terre di Mezzo” e su “Crapulaclub”. E molti in giro per la rete ma oramai irreperibili.

 

Tu non mi hai dato un bacio

di Antonio Di Grado

Non sembri strano, se per parlare d’amore – e d’un amore ben fisico e terreno, fatto di baci e carezze, di corpi che si sfiorano struggendosi di desiderio – ricorro a un testo “religioso”, ma sterilizzato dalle letture confessionali. Parlo del vangelo di Luca: 7, 36-50.

Cristo è a casa del fariseo. La polemica evangelica contro i farisei è tanto accorata e virulenta da farci pensare, a torto, che costoro fossero torvi custodi della legge o ipocriti baciapile. E invece erano l’ala più avanzata e riformatrice dell’ebraismo, i meno attaccati al fondamentalismo della Legge, i più aperti a una sua revisione alla luce della sensibilità e delle emergenze del presente.

Ma allora perché Gesù li additava al pubblico ludibrio, perché non se la prendeva piuttosto coi vecchi lupi del Sinedrio, coi conservatori arcigni e occhiuti, con gli inquisitori asserviti a questo o quel potere terreno? Per lo stesso motivo per cui frequentava la feccia, i dannati della società d’allora, le prostitute e i ladri, i collaborazionisti ma anche i terroristi, insomma il vasto e variegato popolo dei peccatori. Per lo stesso motivo per cui forse disdegnerebbe, oggi, le nostre opinioni politically correct e le nostre dimore sobriamente agiate, la nostra cultura di ampie ma caute vedute e la nostra condotta borghese, per accompagnarsi ai nuovi dannati.

Chi siano queste creature ce l’ha detto fra gli altri un cineasta, Lars von Trier, intanto riscrivendo la Passione di Cristo (almeno io leggo così il suo Le onde del destino) al femminile, che è già una rivoluzione, ma tutt’altro che estranea al messaggio evangelico, e poi incarnandola in una donna candidissima e perduta, prostituta per amore e anzi vittima sacrificale, in perpetuo e caparbio colloquio col suo Dio ma emarginata dalla sua chiesa, assunta proprio al culmine del peccato e, nel peccato, del sacrificio sublime di sé, a un cielo squillante d’invisibili campane.

Come a dire: l’Evangelo secondo Maddalena. E l’Evangelo oggi, quando – come allora – non bastano la coscienza a posto e le idee corrette dei farisei a capire e a vivere tutto il dolore e tutto l’amore che sono racchiusi nel mistero dell’incarnazione. E addirittura la correttezza intellettuale e morale del benpensante si rivela un ostacolo, anzi una vera e propria antitesi, rispetto al rivoluzionario paradosso proposto da Gesù e negletto dalle chiese che dicono di celebrarlo: «i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama».

Così dice Gesù della peccatrice che si è introdotta nel banchetto per cospargergli i piedi di balsamo e di lacrime. Il fariseo lo ha accolto con compassata cortesia. Ecco invece la donna pubblica che fa irruzione in quella quiete e in quel decoro scombussolandoli coi suoi gesti estremi, inconsulti: passi il fatto di lavare i piedi, ch’era una cerimonia d’accoglienza allora consueta, ma lavarli con le lacrime e asciugarli coi capelli, e poi coprirli di baci! Indecoroso, quel gesto, com’è indecorosa la passione d’amo­re, che vive e si alimenta di gesti estremi e inconsulti, di esaltazioni e di strazi improvvisi ed eclatanti; e tanto più lo è l’amore di queste creature umiliate e offese, escluse dal mondo di regole civili e di sterili forme che noi abitiamo. Ma Gesù non se ne adonta, anzi si lascia amare e onorare in quel modo scomposto e sincero provandone piacere. Sì, piacere: il termine, dirà qualcuno, poco si addice al Signore; e perché non avrebbe potuto provare, Lui, così come il supplizio del dolore, anche il diletto gioioso e puro che promana da una dichiarazione o da un gesto d’amore, e perfino dal contatto fisico?

Gesù mangia e beve, Gesù sorride, Gesù si adira, Gesù è compiutamente uomo. E al fariseo Simone rivolge parole indimenticabili, bellissime, in questo passo di Luca che è uno di quelli che nei Vangeli meglio mettono in luce la sua umanità: «Io sono entrato in casa tua, e tu non mi hai dato dell’acqua per i piedi; ma lei mi ha rigato i piedi di lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi».

È il caso di ripassare in mente, di far vibrare nel cuore queste parole candide, eppure palpitanti, struggenti: «tu non mi hai dato un bacio»… Gesù soffre se gli manca il bacio, di benvenuto e di amicizia, di chi lo ha ospitato; arriva a rimproverarlo, a vincere il pudore di cui questi rapporti, e questi gesti, solitamente si ammantano, a reagire con parole che oscillano fra l’affetto deluso da una parte, e con esso il bisogno frustrato della manifestazione fisica, tattile, palpabile di quell’affetto, e dall’altra lo sdegno, tanto più forte perché dettato dall’appas­sionata difesa di un amore più grande, quello muto e scarmigliato, quasi animale, smisuratamente fisico e tattile, della peccatrice.

È quella dichiarazione muta ed estrema, tutta affidata a gesti di slancio impetuoso e di appassionata sottomissione, che Gesù definisce “fede” in contrasto con la compunta e avara, corretta e colta religiosità dei farisei: «La tua fede ti ha salvata». Colui che si è immolato con un gesto altrettanto estremo e appassionato di incondizionata mortificazione, ha bisogno di noi, ha bisogno di amore. Ce lo chiede, lo mendica: «Tu non mi hai dato un bacio». L’Altissimo che abdica alla sua onnipotenza per farsi sulla croce Dio della debolezza, dell’impotenza, dell’agonia, ha sposato a tal punto e fino allo strazio del corpo e alla sconfitta della verità la nostra condizione, da poterci chiedere un abbandono altrettanto incondizionato. Con la stessa schiettezza disarmata e disarmante, chiederà ai suoi discepoli, sulla soglia del suo destino di patimento e di solitudine: «Non potete vegliare con me un’ora?».

Egli chiede ai suoi seguaci di patire con lui, di vivere il suo stesso terrore per la solitudine in cui si consumerà il suo strazio, di vincerlo mediante le parole e i gesti appassionati e impudichi della confidenza e dell’affetto: quanta carnale verità acquista, allora, il suo ripetuto invito ad amare! Mica con la cortesia, mica con l’etica – farisaica o, diremmo oggi, laica – del virtuoso operare, ma con l’abbandono della fede, vissuta nella pienezza della vita, anima e corpo, sensi e idee, nervi e labbra, che gli rifiutammo col bacio di cui aveva desiderio e bisogno.

 

Note sull’autore

Antonio Di Grado

Antonio Di Grado

Antonio Di Grado è professore ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Catania. Da Leonardo Sciascia fu designato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa. È stato anche assessore alla cultura del Comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato numerosi volumi su autori della letteratura italiana dalle origini ad oggi. Tra gli ultimi: Giuda l’oscuro. Letteratura e tradimento; L’ombra dell’eroe. Garibaldi nel romanzo italiano; Un cruciverba italo-franco-belga: Sciascia, Bernanos, Simenon; Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web; Anarchia come romanzo e come fede.

L’intesa è un fatto palpabile

  • di Roberto Plevano
  • Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino silvestre; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alle tramontane, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale fino a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere un piede dopo l’altro. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma delle quali sta tacitamente negoziando l’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.

Più tardi, sono tutti a pranzo nel salone della villa nascosta nel verde del bosco. Ampie finestre su tre lati offrono il piacere della vista riposante di prati ben tenuti e ombrose radure. I presenti parlano di vacanze, piuttosto animatamente, si infervorano, raccontano del loro tempo migliore. Anche qui Anna G. ha un vantaggio incolmabile: lei va in barca, e ci va seriamente. Ma gli altri no, e Anna G. ha la delicatezza di non ostentare le sue abilità di navigatrice.

Una delle amiche si lancia a raccontare le sue due settimane su una spiaggia di Creta, costa sud, – isolata, inutile precisarlo – ritrovo di scoppiati e fricchettoni di tutt’Europa. A migliaia, tutti, proprio tutti, nudi, giorno e notte, mare sole sabbia, nient’altro che natura – Luca P. ha qualche difficoltà a visualizzare –. Oltre a quello, non pare infatti che ci siano molte cose da dire, anzi, non c’era proprio nient’altro, neanche un tetto per ripararsi. Un’altra amica descrive le grandi dune delle spiagge oceaniche del Marocco, battute dal vento e dalle onde lunghe. Luca P. parla del suo giro in Sardegna, la tenda piantata alla sommità del promontorio nel mezzo del nulla, di notte le stelle vicinissime, lo sciacquio cadenzato del mare, le campanelle delle greggi che passavano da una valle all’altra. Omette qualche particolare – c’era stato con una ragazza, non gli sembrava il caso di farne cenno, tanto più che quella compagnia, esaurita nel giro di una settimana, aveva fatto crescere in lui solitudine e insofferenza.

Così eri sveglio di notte… nota maliziosamente Anna G. Touché, pensa Luca P., ma non dice nulla e forse arrossisce. È attento al timbro della voce di Anna G. dall’accento un po’ tedesco, la voce assertiva, voce di madre, il suo scandire con cura le consonanti, le ti, le erre un po’ di gola, le esse dolci. Ed ecco infatti il turno di Anna G., che fuma sigarette anche tra un piatto e l’altro. Racconta di un’estate piovosa in un qualche paese del Nord – Scozia? Danimarca? Luca P. non ricordava; forse non presta attenzione ai dettagli, salvo che ad alcune cose cruciali –. Anna G. era stata in compagnia di amici. Amici nel senso di una compagnia maschile. Luca P. si sente improvvisamente debole, come se la testa gli giri, un calo di pressione. Erano stati un po’ dappertutto, dice Anna G., perennemente alla ricerca di un riparo dall’acqua: tende, ostelli, caravan di simpatetici turisti, e cose così. E via via che il racconto di Anna G. prosegue, senza mai toccare la natura dei rapporti di Anna G. con uno o più dei ragazzi della compagnia, ma in un certo senso come sottintendendo che c’era stata una frequentazione, con uno o più di loro, più intensa di quanto le sue parole dicano, Luca P. si trova costretto in uno stato di ansiosa immobilità sulla sedia, sente aumentare le pulsazioni del cuore e il rombo del sangue nelle vene; senza muovere un muscolo né proferendo parola, è afferrato dalla strana, urgente angoscia di non essere stato là, allora, con Anna G. e quella compagnia di maschi, di non conoscere nulla del passato di Anna G. e di non volere sapere nulla, e di volere sapere tutto, e però di riconoscere come giusto e naturale che tra lui e Anna G. non ci siano segreti, omissioni, zone di silenzio. Mai. E col sapere, un desiderio, anzi un impulso, di responsabilità e protezione. Insomma, sentimenti nuovi, imprevisti, violenti, in conflitto tra loro, per niente piacevoli, riguardo il passato di lei, il presente di loro due, il futuro che appare d’un tratto terribile: il tempo non ritorna indietro, le interpretazioni non sono senza fine, non raccontiamocela.

Perché, protesta silenziosamente tra sé e sé, perché mai lui e Anna G. non sono stati insieme, uniti dagli inizi del tempo? Quei sentimenti, in quel particolare intreccio, sono pericolosissimi, tanto più che, al momento della loro occorrenza, già non c’è niente da fare. Colto così di sorpresa, a Luca P. non resta altro che ostentare un distacco e un blando interessamento, con ogni evidenza smentiti dal suo viso terreo. Per scuotersi dalla paralisi, fa per accendersi una sigaretta, ed è anche peggio, perché il movimento della mano, dal pacchetto di sigarette sul tavolo alle sue labbra, procede lentissimo, è visibilmente tremolante e forzato, e la bocca è secca, così che con la sigaretta si deve accompagnare, in maniera molto maldestra, anche qualche sorso d’acqua.

Però nessuno si accorge della crisi interna emozionale di Luca P., certamente non Anna G., e nemmeno lui stesso la capisce. Gli ci vollero anni e anni per comprendere, e altri anni ancora per trattenerla e non disperderla come fumo nell’aria. Non si finisce mai di conoscersi, ogni volta è una sorpresa.

Qualche ora dopo sono tutti belli rilassati sui divani della sala. Anna G. tiene tra le mani un libro di filosofia, sta preparando un esame, e anche Luca P., seduto accanto, che infatti sfoglia una noiosa storia del neopositivismo. Fatti: Anna G. guarda di sottecchi Luca P. e gli si fa vicina. Luca P. avverte il calore del corpo di lei aderirgli al fianco, e cerca di estendere l’area di contatto, addirittura appoggia la sua testa alla testa di lei e la tiene lì, spinto dalla necessità di stare vicini. La posa è un po’ bizzarra, ma c’è tanta tenerezza! Non c’è invece concentrazione sui libri di filosofia, e infatti a tutt’oggi Luca P. non sa dire molto sul neopositivismo, o positivismo logico (all’esame riuscì a prendere trenta senza lode, ma soltanto perché era simpatico alla docente e la media dei suoi voti era alta).

Anna G. smette di pretendere di raccogliersi sulle lezioni di estetica di Hegel e si concede una pausa. Insegna un gioco a Luca P. Appoggia la fronte alla fronte di lui, in modo che i loro occhi siano il più possibile vicini, e sbatte le ciglia come le ali di una farfalla. Anche Luca P. sbatte le ciglia, e c’è questo strano, lieve, vicendevole strusciare, come di un delicato spazzolino, sulle ciglia di lui delle ciglia dell’altra. Insieme ridono, come bambini. La connessione, l’intesa tra loro è un fatto palpabile. I corpi non mentono.

Strusciare v. tr. e intr. [lat. extrusare] 1. tr. e intr. a. Strofinare un oggetto o una parte del corpo su una superficie in modo che faccia attrito, e anche toccare, passare rasente o urtare di striscio; con uso sostantivato: sentì lo s. dei rovi contro la fiancata della macchina (Cassola). b. Nel rifl., in senso estens., strusciarsi a qualcuno, sfregare il proprio corpo con qualcuno, strofinarsi. c. Abbandonarsi a effusioni e carezze, anche con valore reciproco; fig., stare attorno a qualcuno con moine e adulazioni, per ottenere da lui favori personali. 2. intr. (aus. avere) In dialetti settentr., fare lavori di gran fatica, sgobbare (spec. con riferimento a lavori casalinghi): quanto ha dovuto s. quella povera donna per mandare avanti la famiglia!; meno com. nel rifl.: è doloroso lo scoprire… quanta gente sudi e si struscii da mattina a sera (Faldella).

Verso sera, fanno visita alla rocca medievale del paese vicino, alta su uno sperone di roccia che domina la sponda del lago. Luca P. ha ormai riacquistato compostezza e insouciance, a un prezzo che avrebbe pagato caro: la voce di Anna G. gli sarebbe rimasta dentro per sempre. Come se avesse firmato un contratto di vendita dell’anima al diavolo, ma non crede che ci sia un dio che osserva le sue piccole vicende dall’alto dei cieli. Come un folle che sente le voci.

Scrivono saluti – allora era una cosa comunissima – ad amici, alle famiglie. Luca P. pensa ai suoi genitori, ignari del suo soggiorno sul lago, e manda loro una cartolina. Dietro alla vista panoramica dei monti e delle acque scrive Qui sto veramente bene. Ma Luca P. non ha mai parlato davvero con i suoi genitori, che lo conoscono in quanto figlio ma non come una cosa ignota a se stesso, ed è restio a dir loro una verità appena appena agli inizi.

 

Nota sull’autore

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Roberto Plevano

Roberto Plevano nasce a Vicenza nel 1960. Si laurea in Filosofia all’Università di Pavia nel 1985. Consegue la Licence in Mediaeval Studies presso il Pontifical Institute of Mediaeval Studies (University of Toronto, Canada) nel 1993. Ha lavorato presso alcune Università statunitensi e italiane. È insegnante di Storia e Filosofia in un Liceo Scientifico italiano. Collabora da dodici anni all’edizione critica delle opere del Beato Giovanni Duns Scoto (The Catholic University of America, Washington D.C. — The University of Notre Dame, Indiana). È sposato, ha tre figli. Fa parte della redazione del blog letterario La poesia e lo spirito. Ha pubblicato il romanzo 100 miglia (2009). Il romanzo Marca gioiosa uscirà nell’autunno 2016 (Neri Pozza editore)

 

“L’amore fa schifo”

di Marco Drago

Nel parchetto di Via Illirico a Milano, dove giocano bambini di età compresa tra gli uno e i dodici anni, ci sono un sacco di scritte che abbelliscono le strutture lignee degli scivoli. Una di queste è “L’amore fa schifo”. L’ha scritta una ragazza, si evince dal tratto, e molto probabilmente una giovanissima ragazza. Mi sono chiesto mille volte da quale delusione sentimentale sia nata quella semplice e perentoria affermazione, e poi mi sono sempre risposto che in fondo l’autrice non ha tutti i torti. Per certe persone, che investono molto in quella cosa che chiamiamo “amore”, quella stessa cosa fa schifo o è meravigliosa a seconda di come gira la ruota delle esperienze. A quasi cinquant’anni provo ormai solo fastidio per i romanzi e le canzoni che mettono al loro centro le trascurabili dinamiche del “mi ama/non mi ama” eccetera eccetera. Tendo a girare le pagine velocemente non appena mi accorgo che l’autore sta andando a parare su cose come “amore” e “sesso”. Sono sposato e sono contento di essermi sposato con chi ho sposato, magari un giorno lei se ne andrà, ma non mi metterò di certo a lamentarmi in pubblico e non mi farò venire alcuna malattia psicosomatica.

Ho già dato quando era tempo e cioè: quando non capivo ancora niente. Nella vita l’amore (in senso molto ampio) sarà pure tutto, ma va comunque preso per quello che è, non bisogna pensarci mai troppo su, non vale la pena mettersi in difficoltà a causa di un’altra persona, ché la vita scorre via in fretta e dunque è meglio concentrarsi pragmaticamente su cose come la salute e l’equilibrio psichico, cose che dipendono soltanto dalla nostra capacità di stare al mondo da soli. Quando leggo di stalker e di suicidi per delusioni amorose provo fastidio, mi chiedo: “Ma cosa c’è nel cervello di queste persone?”, non riesco a provare nemmeno per un secondo quel minimo di empatia che mi dovrebbe far sentire parte dell’umanità intera. Ho avuto qualche storiella d’amore, nella mia vita, né più né meno di quelle che hanno avuto tutti.

Da ragazzo tendevo a fissarmi sulle donne che mi piacevano e questo mi rendeva la vita maledettamente difficile da gestire. Verso i trent’anni ho imparato (o credo di aver imparato) a stare bene con me stesso, pur tra mille casini. Non ho molta stima di me stesso, ma non ce l’ho nemmeno del mio prossimo, diciamo che sono uno scettico inguaribile, un perfetto indifferente. Raramente mi arrabbio davvero, raramente mi intristisco davvero: una bella canzone in cuffia mi rimette in pace con me stesso e con il mondo. Anche gli entusiasmi trovo che possano far più danni che benefici, cerco di non esserne vittima se non per cose futili tipo un gol di tacco o una gastronomia siciliana. Non ho molte pretese, non mi interessa stare al centro dei pensieri delle altre persone, tantomeno di mia moglie. Lei lo sa: meno si interessa a quello che ho nella testa e meglio andiamo. E così mi comporto con gli altri: per carità mi stanno tutti simpatici, ma non mi interessa davvero molto di capirli, di rappresentare per loro più di quello che io per loro sono nel profondo e cioè: un “altro da sé”.

 

Marco Drago (Canelli, Asti, 1967) ha esordito nel 1998 con L’amico del pazzo (Feltrinelli); ha scritto Cronache da chissà dove,  Zolle, La vita moderna è rumenta, La prigione grande quanto un paese. Conduttore e autore radiofonico (RadioRai, Radio24, Rsi), dirige la collana di eBook Laurana Reloaded. Fu l’ideatore e il fondatore della rivista letteraria Maltese Narrazioni, un vero cult, una vera officina di giovani talenti, pubblicata dal 1989 al 2007. Collabora con Il Giornale e Vanity Fair.

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Marco Drago

 

Sei strati di fedeltà

di Romano De Marco

Questa camera è un porto sicuro, il mio rifugio per le intemperie dello spirito e del corpo. Qui condivido i più bei momenti con l’amore della mia vita: mia moglie Piera. Ogni sera, prima di raggiungermi a letto, si massaggia il viso con la crema idratante. Quei gesti delicati e sensuali, sono il suo rituale.  Lascia un po’ aperta la porta del nostro bagno privato, perché io possa guardarla. Abbiamo scelto insieme ogni particolare della nostra camera, dalla tinta delle pareti al comò antico. È un pezzo del ‘700, scuola napoletana, bombato sui fianchi, con superbi cassetti intarsiati e una candida pietra di marmo per ripiano, a suggellare una fiera e intramontabile classicità.

L’armadio è un cinque ante, laccato bianco, con forme leggermente arrotondate e intarsi in noce con impiallacciatura a spina di pesce. Richiama la linea del comò, pur rivendicando una sua precisa identità sospesa fra l’antico e il moderno. È completo degli accessori più all’avanguardia: appendiabiti semoventi, ante a chiusura assistita, specchi incorporati con luci al led. Anche i comodini, della stessa linea, sono caratterizzati dalla curvatura del frontale e dai preziosi intarsi. Per le abat-jour abbiamo scelto la modernità della plastica trasparente Kartel. L’importanza dei mobili richiedeva complementi minimalisti per non scadere nel kitsch.

E poi c’è il letto.

Beh, quello è un vero capolavoro. Prodotto da una fabbrica artigianale di Phoenix specializzata nel luxury furnishing. Ebano e acero marezzato, con dettagli placcati in oro. La rete in doghe è straordinariamente confortevole, anche se il pezzo forte è il materasso. Un Hästens, naturalmente. Fuori misura, due metri per uno e novanta. Antistatico, antisettico, antibatterico… e anti qualcos’altro che adesso non ricordo. Sei strati di materiali innovativi a memoria intelligente: ultra comodo.

Poi ci sono la poltroncina Barcellona in pelle bordeaux e la piantana-libreria di design, in acciaio, sugli stessi toni. Tocchi di colore richiamati dal copriletto griffato che ho regalato a Piera per il suo onomastico. Infine il lampadario. Un murano tra il classico e l’innovativo, in vetro trasparente, a cinque lampade. Minimalista, ma allo stesso tempo importante.

Qui tutto rasenta la perfezione! Peccato solo che  da qualche settimana – ecco, da quando è successa quella cosa… Insomma, il mio rapporto idilliaco con la magia di questa stanza si è un po’ incrinato.

Piera era a Roma per un corso di formazione della sua banca e Patrizia a Milano per una consulenza. Un appuntamento di lavoro non programmato, maturato all’ultimo momento. Non la vedevo da  tre mesi e non mi andava di perdere l’occasione. Con Barbara, Giulia, Justine e Sandra è molto più facile organizzarsi. Le mie trasferte dall’editore a Roma, e  i festival letterari in giro per l’Italia, mi danno una certa libertà di movimento. Con Patrizia, invece, è sempre un problema. Il suo lavoro e il fatto che abiti a Trieste fanno sì che solo di rado si riesca a incastrare i nostri impegni.

Ecco perché, quando mi ha chiamato, non ci ho pensato due volte a invitarla a casa mia.

Sto lavorando al nuovo romanzo e avrei avuto difficoltà a giustificare la mia assenza con Piera, nel caso mi avesse telefonato sul fisso come fa di solito.

Le opzioni erano uno dei morbidi divani grigi fior di pelle, con pregiate cuciture interne, o la Jacuzzi semicircolare del nostro bagno principale. Alla fine, però, non ho resistito al richiamo del materasso Hästens a sei strati. Insomma, se le comodità ci sono perché  privarsene?

Dopo, mentre cancellavo ogni traccia dell’accaduto (non  perdo mai una puntata di CSI) mi sono accorto che qualcosa si era spezzato nel rapporto con quella camera. Eh, sì: avevo violato la sacralità di un luogo speciale, imboccando una strada senza ritorno. Ora non riesco più a vivere questa stanza come il rifugio, l’isola incantata che fa da sfondo al grande amore con Piera. Ora questi mobili, queste pareti, mi trascinano nel ricordo di qualcosa di proibito e sleale che deve rimanere al di fuori della magia del mio matrimonio. Sono un traditore ma ho dei valori; ho un’estetica e un’etica.

E’ a questo che penso, disteso sul morbido copriletto primaverile trapuntato. Cosa fare per risolvere la questione? Forse votarsi alla fedeltà coniugale? Espiare? Si può pretendere che il sole cessi di sorgere ogni mattina a est? Intanto, l’amore della mia vita esce dal bagno con finta disinvoltura… Adora compiacersi della mia silenziosa ammirazione, ma stasera si vede che ho la testa da un’altra parte. È bellissima nella sua camicia da notte corta, con i capelli raccolti.

“A che pensi?” chiede sedendosi accanto a me e prendendomi la mano.

“Stavo riflettendo… Tra poche settimane sarà il nostro  anniversario di matrimonio. Credo sia il momento di fare dei cambiamenti.”

“Cambiamenti?” chiede lei, mentre un’ombra le attraversa il viso. “Di che parli?”

“Piera, il nostro amore è troppo importante, non voglio che subisca una fase di stanca. L’intesa, l’attrazione, voglio che si rinnovino di continuo, che ci sorprendano giorno dopo giorno.”

“Ma è già così, caro” dice lei, sorridendo perplessa. “E’ così fra noi due!”

“Si, ma per fare in modo che nulla cambi è fondamentale un continuo rinnovamento.”

“Non capisco.”

“Ecco, per esempio” dico guardandomi distrattamente intorno. “Questa camera, ti rendi conto di quanto sia importante? Qui si perpetua la nostra promessa d’amore, la magia di quello che viviamo. Qui ci ritroviamo sempre.”

“Si” dice lei, guardandosi a sua volta intorno. “Amiamo così tanto questa stanza…”

“È vero, la amiamo, ma non dobbiamo rischiare che la nostra attenzione si concentri sul contesto, piuttosto che sul contenuto. È per questo che ho preso una decisione: per il nostro anniversario la rinnoveremo completamente!”

“Ma che dici caro? Io l’adoro così com’è! E poi, con quello che abbiamo speso per arredarla…”

“Non preoccuparti, spenderò il doppio se necessario! Rivivremo l’emozione di scegliere insieme ogni singolo pezzo, ogni particolare! Sarà bellissimo!”

Piera sorride e scuote la testa. “Quanto sei matto… sei l’uomo più matto e più meraviglioso del mondo”

“Certo tesoro! E anche il più innamorato e il più fedele!”

“Lo so… Questo lo so…”

Ci abbracciamo.

La soluzione mi pare adeguata, benché costosa. Certo, con Patrizia dovrò escogitare qualcosa di diverso, la storia del rinnovamento non può reggere più di una volta…

Che palle questo… riarredare di nuovo la camera… Proprio ora che Giulio si era abituato. E anche Marco, si trova così bene a dormire sullo Hästens. Speriamo di salvare almeno quello. E speriamo che lo chiamino al più presto per un altro dei suoi stupidi festival letterari. Ho voglia di rifare una non stop di fuoco con Alfredo. L’ultima volta abbiamo cenato a letto, con ostriche e champagne… meno male che sono riuscita a cancellare quella macchia dal ripiano del comò.

 

  

 

Romano_3Romano De Marco (Francavilla al mare, Chieti, 1965) alterna l’attività di scrittore a quella di responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Ha esordito nel 2009 con Ferro e fuoco (Mondadori) a cui hanno fatto seguito Milano a mano armata (Foschi, 2011) e A casa del diavolo (Fanucci TimeCrime, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Morte di Luna, Io la troverò e Città di Polvere (gli ultimi due finalisti al premio Scerbanenco-La Stampa nel 2014 e 2015). Ha pubblicato racconti su Il Corriere della sera, Linus e su numerose antologie. È stato definito dalla critica “lo Scerbanenco post moderno”.