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La fortuna di un esordio o del magico stupore

In questi giorni, torna il magico stupore che non sempre produce la narrativa italiana, vorrei dire in linea generale. Eppure no, nello specifico, dico proprio la narrativa italiana. Magari ci passano sotto al naso capolavori acerbi o exploit maturi (cito Andrea Carraro, grandioso scrittore e sceneggiatore romano, per tutti, leggetelo), tuttavia rischiano spesso un interesse transitorio, quando non insufficiente. Il valore di un’opera e il magico stupore. claudia_grendene_eravamo_tutti_viviE, dicevo, questo sta accadendo di nuovo, e ancora una volta grazie alla parolina magica: esordio. I nomi che meritano il magico stupore e che leggo perlopiù nei social sono allo stato dei fatti: Emanuela Canepa, in libreria con “L’animale femmina” (Einaudi), opera prima Premio Calvino, e Claudia Grendene  con “Eravamo tutti vivi” (Marsilio). Nomi legati al fiuto demiurgico dello scrittore Giulio Mozzi, che torna spesso nel qual caso, talent scout al quale siamo in tanti a dover qualcosa.

Giulio Mozzi 1

Giulio Mozzi

E’ interessante verificare quel magico stupore dedicato alle due esordienti, un meccanismo che si mette in funzione d’abitudine con le medesime dinamiche, i primi timidi passa parola, un consenso, due. La recensione che fa da spartiacque. Una polemica. Qualcosa. Oppure c’è un’accoglienza strutturata, la pagina per intero di un quotidiano nazionale, in cui si annuncia la straordinarietà del romanzo. Si cuce l’attesa tutto intorno. Si auspica il magico stupore.canepa

E accade. Non sempre. Ma se accade, in special modo, accade con un esordio. Fu così per Viola Di Grado: Giovanni Pacchiano ne scrisse con ammirazione. E’ successo con Alessandra Sarchi, Antonella Lattanzi, Donatella Di Pietrantonio, Gilda Policastro, Yasmine Incretolli (metto in ordine sparso, non per importanza, sono tutte molto brave e noterete sono tutte donne).

Viola

Viola Di Grado

Sì, certo, è capitato anche a me (autocitarsi in questo contesto non è molto elegante, ma tanto è dovere di cronaca). E se dimentico qualcuno aiutatemi pure. Non è sempre magico stupore, è sempre però grandissima attenzione. Che si divide: da una parte ci sono i sostenitori, dall’altra i detrattori. La veemenza raggiunge intensità pari. Non ci sono umori medi. Piuttosto fortissima emotività. Il tutto calato in un contesto bizzarro e ingovernabile come può esserlo la piattaforma di un social. yasmine incretolli

 

Yasmine Incretolli è stata massacrata. Il suo testo rompeva le righe. Adoro Yasmine. Non furono sentimenti blandi quelli suscitati da Yasmine. Ciò non indicava un demerito del romanzo, al contrario, aveva perturbato. Dunque Yasmine era arrivata, come si dice. Il suo romanzo potente era arrivato, non dalla parte dei sostenitori, deflagrando in quella dei detrattori. Ma poco cambia. Menzione speciale al Premio Calvino, il romanzo era “Mescolo tutto” (Tunué).

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Gilda Policastro

Gilda Policastro ebbe un’accoglienza simile, ingenerare un dibattito o polemiche avvelenate non di rado è comunque l’equivalente di un magico stupore. Gilda Policastro esordì nel mio stesso anno con il romanzo “Il farmaco” (Fandango). Dopo l’esordio, i romanzi successivi non hanno vita facile. E’ quasi la prassi. La morale di Cenerentola. Cenerentola è diventata una principessa. Il dopo è un po’ come dire: mò però non ti montare la testa o ti levo la scarpetta.

Ieri, rileggendo Dostoevskij, riflettevo sulle parole appassionate che Vissarion Belinskij gli dedicò, riferendone al poeta Nekrasov. povera-genteDostoevskij aveva esordito a 25 anni con il romanzo Povera Gente , pubblicato nell’Almanacco pietroburghese. Nei salotti dell’intelligencija russa non si parlava d’altro. Di questo giovane talentuoso, geniale. Così ne diceva Belinskij: “Un simile capolavoro, a venticinque anni, può essere scritto solo da un genio che con la forza della comprensione ha percepito in un attimo quel che un uomo normale raggiunge con l’esperienza di molti anni“.

Ma certo, era Dostoevskij.

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La risposta di Silvia

Cara Veronica,

mi tiri fuori dal mio comodo rifugio per venirti a rispondere. Ti avevo chiesto del genio femminile aspettando che a scriverne fossi solo tu, così che io, come sempre, potessi limitarmi a leggerti.

Ieri ti dicevo che nei tuoi libri trovavo dei passaggi famigliari. Non succede con tutti i libri. Le vicende, i fatti che racconti, ti dicevo, sono avvenimenti che nella mia vita non sono mai entrati, ho una storia completamente diversa da quelle che narri, eppure nei tuoi libri ho riconosciuto qualcosa di famigliare.

Nel riconoscimento c’è già una traccia. È una costante che si coglie a fiuto, la trovo in quelle poche scritture che riescono a toccarmi, o meglio a comprendermi. Ecco, forse quella costante è una misura: solo il più grande riesce a comprendere il più piccolo, e a fare da specchio a chiunque. Nelle scritture che comprendono anche me e mi rivelano qualcosa che in me non avevo ancora visto, riconosco una grandezza.

Adesso viene il bello, perché questa grandezza è tutt’altro che grande. La grandezza che tutto comprende è come quel granello di senape.

Il sanscrito, che è una lingua sensibile, capace di nominare l’essenziale, l’universale e, soprattutto, lo sfuggente, dice “dahara” per dire bambino, e chiama “dahra” una minuscola cavità del cuore dove è custodito lo spirito. Entrambe le parole significano “piccolo”, ed entrambe significano “cuore”.rose

In questo strano mondo ci è stata insegnata o spesso anche imposta la vergogna del cuore.

Mi rendo conto che ho più pudore a pronunciare in pubblico la parola “amore” che un vaffanculo.

Vedo che chi non teme di aprire il proprio cuore o di amare (ma che non sia un amore sentimentale, da romanzo rosa), chi, come scrivi anche tu, non teme il pregiudizio, è costretto a schermarsi oppure a farsi sbranare. In particolare le donne sono prese per pazze, lunatiche, malgrado ogni talento.

Io ne ho conosciute almeno un paio, di ragazze, che per un’intelligenza acutissima che era il frutto di un cuore libero, pagavano lo scotto di mutevolezze d’umore, crolli vari. Di loro si notava soltanto questo, “poverine”, dicevano i conoscenti. Sono certa che ai loro fratelli sarebbero stati riconosciuti anche i pregi, le stranezze passando in secondo piano, come effetti collaterali dell’eccellere in altro. E ne sono certa perché ho visto.

Perciò ti chiedevo tu cosa ne pensi?

Immagino non ci sia una risposta, ma solo un dato osservabile: Nietzsche è prima di tutto Nietzsche, e poi un pazzo che abbraccia i cavalli. A un uomo si diagnostica più facilmente la genialità, gli effetti collaterali sono secondari. Mentre per le artiste morte in fondo a un fiume, o con la testa infilata dentro un forno, o magari, e molto più spesso, per quelle rimaste solo delle anonime, povere criste, a definirle è spesso soltanto l’effetto collaterale. Su questo sarebbe bello aprire una finestra e cambiare aria. 

 

Ti abbraccio, grazie per le rose del tuo giardino.

Sud

Stamattina mi sveglio con la solita Bortone in Tv. Il suo salotto di opinionisti che conversa amabilmente del fallimento di un paese, di governo, esploratori, di strategie, solita Bortone, solite cose, mi si stringono le budella per la frustrazione. Nel parterre c’è una scrittrice, la solita Serena Bortone, che sta al paese reale come i Pokemon al genere umano, le chiede genericamente un parere (interessa a qualcuno?), la scrittrice risponde: sto girando l’Italia, da un mese, per presentare il mio libro, alla gente premono altre cose. La solita Bortone passa oltre, non dice “ah”, niente. Ricomincia con gli altri a riparlare di nulla, di nulla che conti per noi. Di questa vuotezza mi sto avvelenando. In questi giorni in special modo, di impotenza personale. Traduco la tragicità dei neet del pianeta. Ho bisogno di lavorare, la necessità mi serra il respiro. Chiedo in giro, a conoscenti che in passato mi hanno dimostrato una certa stima, ne approfitto per umiliarmi e chiedere. Come sempre in questa città non rimedio niente, solo l’isolamento, una gentilezza di facciata, la disperazione.

Finire a vivere qui è stato un castigo. In borsa tengo il mio curriculum, a volte sorrido con amarezza, mentre cammino lungo il corso e mi guardo intorno in cerca di un’idea. Intorno ci sono agenzie di scommesse, negozi vuoti, miseri outlet. Africani ovunque a elemosinare, indigeni centenari. Però dovrei dare un colpo di reni, non arrendermi, omelie pedagogiche da cui prendo le distanze, per non impazzire. Mi dico: stai calma. Non puoi fare molto. Quando la ruota gira male spariscono tutti. I tuoi estimatori lo sono sempre meno, prudentemente. Io non so cosa fare.

La città è in mano a poche persone. Non c’è spazio per altro, per le idee, per il talento, ma questo si sa. Arrestano politici collusi, nel frattempo. Nessuno sussulta. E allora? Siamo al Sud. Tornano vecchie facce con una mise da repulisti. La città è un tripudio di inanità. Deambuli o ti lanci dalla rupe dei monumenti dove vado a correre e a volte penso quanti lo abbiano fatto davvero, proprio da lì. Guardo giù verso l’insenatura, il mare che esplode in gorghi schiumosi, sbattendo contro le rocce. Fiori selvatici scendono dai fianchi del declivio. Quanta gente – penso – da qui ha osato…

Cosa me ne faccio del mio cervello? A chi serve? Se non a guadagnarsi ruffianerie di circostanza. Questo è il paese, questo è il polso di un paese. Prendete me come campione moltiplicatelo all’infinito, il risultato è la somma di tutti i neet. Dovrebbero distribuire medaglie al valore agli uomini in fila nelle mense dei poveri, a quelli consapevoli della meschinità in cui hanno trovato riparo. elide

Non è un commiserarsi ab aeterno. Faccio testimonianza, perché è nel mio mestiere. Allora lo dico, lo scrivo. Mi sento offesa – a nome di tutti i neet – da programmi come Agorà, da conduttrici distratte, da argomenti pretenziosi che distolgono criminosamente da un malessere vero, pericoloso. La schiuma del mare al fondo del declivio monta, si ingrossa similmente a una metafora che ci riguardi.

Prima di mandare in onda il  salotto-canapé politico del mattino dovrebbero passare un cartello sovrimpressione con su scritto: programma e immagini offensive, si consiglia la visione ai sacchi vuoti, alle mani da signorina, ai detentori di tonnellate di pelo sullo stomaco.

Della scrittura maschile o della misoginia

Il titolo è una provocazione. Però. La questione di genere in letteratura, almeno per quel poco che indovino tra un post su facebook e alcune esperienze personali, è diventata una questione debole, debolissima. La riflessione rilancia ancora una polemica nata sui social. La scrittrice Grazia Verasani legge il nuovo romanzo del toscano Luca Ricci, “Gli autunnali”  (La nave di Teseo). Si ferma a pagina 50. Denuncia lo sguardo dello scrittore nello specifico, lo sguardo sul mondo femminile, confina con la misoginia, con una subalternità implicita affidata a un ruolo (quello della donna, della moglie, dell’amante), Grazia Verasani ammette di averne perciò provato fastidio. Capisco molto bene cosa intendesse, non è un giudizio morale quello su cui il lettore è tenuto a pronunciarsi o di perbenismo o di opportunità. Non è quel che fa la Verasani. Chiude la pagina infastidita dal rimpallo di un mood, un’abitudine tutta maschile nella cosiddetta Repubblica delle lettere.

libro Luca Ricci

Il nuovo romanzo di Luca Ricci

Spesso sono autori minori tuttavia a macchiarsene, avvitati in luogo di conventicole, in progetti molto chiusi simili a squadre di calcetto senza cheerleaders, perché al massimo sarebbe tale la considerazione. Parlo ovviamente anche per mia esperienza diretta, non farò mai il nome di quel tale che mi diede dell’idiota alla presentazione di un suo libretto o del giornalista che sulle pagine de Il Foglio recensì le mie gambe e stroncò il mio romanzo. Andiamo oltre. Con sincera curiosità, sapete indicarmi il nome di una donna che al momento dirige una collana di narrativa? E chiedo anche a Stefano Petrocchi, patron del Premio Strega, di augurarsi che a vincere in questa edizione sia una donna.  In 70 anni, ad aver guadagnato il prestigioso premio sono state appena dieci le donne, l’ultima nel 2003, era Melania Mazzucco.

Non c’è mai un giudizio morale su un’opera letteraria, eppure esiste la possibilità di dibatterne una specie di reindirizzamento. Lo sguardo di cui si diceva sopra. Il modo di raccontare l’universo femminile. Riferisco e basta su Luca Ricci, non ho letto il romanzo, sto riflettendo sulle ragioni di una querelle che ricompare puntualmente, prossima alla medesima che si interroga ancora e ancora sull’identità della scrittura: “scrittura femminile” e “scrittura maschile“. Una divisione di competenze che a tratti mi ritorna offensiva. Generalista, inattendibile quando non disonesta.

Moravia fu accusato – tra le varie amenità – di un certo machismo, nondimeno da grande scrittore qual era (qualcuno ha inteso coraggiosamente demolirlo, di recente, da premiare perlomeno l’ardimento) restituisce personaggi femminili indimenticabili, uno su tutti l’Andreina de Le ambizioni sbagliate.

Se penso al capolavoro di Dostoevskij, I Demoni, le donne raccontate ne escono fiere, audaci, taumaturgiche, in grado di sovvertire loro, non gli uomini, l’idea del mondo. Da Varvara Petrovna a Lizaveta Nikolaevna.

Lo sguardo di Dostoevskij sull’universo maschile è lucido e irrevocabile, sono uomini fallimentari, violenti o chini sulla loro goffaggine detta tristezza civica, le cui gesta risuonano ingenerando amarezza o un ghigno inteso al modo russo, il ghigno che ha il suono del singhiozzo.

Lo scrittore raggiunge le vette solo quando non rinuncia alla voluttà morale di una narrazione devota. Non bisogna essere grandi uomini per essere grandi scrittori, ma nutrirne l’ambizione. E come le donne si raccontano, fuori e dentro una pagina, ne stabilisce il sacrificio o ne scopre la meschinità o fragilità.

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La scrittrice Grazia Verasani

 

Non è di Luca Ricci che si discute, neanche Grazia Verasani secondo me faceva questo, piuttosto sulla pericolosa arroganza di una defaillance. Molto maschile, questa sì.

Le donne che raccontano gli uomini sanno azzardare, gettarsi dal ciglio nel precipizio. In questo sono maestre.  Concludo con quanto scrive Grazia nel post dibattuto: ” (…)Perché qui non si tratta di scrivere bene o male, di avere trame o non trame (chissenefrega delle trame!), ma di un fastidioso prurito a ogni pagina e della sconfortante conferma di una generazione di scrittori italiani che condividono (salvo le rare e dovute eccezioni) gli stessi vezzi letterari, la stessa finzione autoriale, oltre a una supponente allergia per i personaggi femminili”.

Sull’editoria, il mio no orgoglioso e altre cose

Per i miei dieci lettori, è molto chiaro che questo blog sia strutturato proprio come il blog di una scrittrice, ci sono i miei libri, le rassegne stampa, brani di romanzi in progress. Oggi sono costretta a indignarmi persino contro me stessa, per essermi spesa in ambizioni e speranze, e per almeno vent’anni. Malgrado – come giustamente mi faceva notare ieri Grazia Verasani, su facebook – uno scrittore lo sia anche senza pubblicare, certo, aggiungo, anche se non scrivesse una parola. Lo scrittore è uno sguardo sul mondo, è un modo di stare al mondo. Questa è un’altra storia però.

Il mio ultimo romanzo “L’altro addio” è uscito nel maggio del 2017. Un romanzo su cui emotivamente avevo investito moltissimo, lo avevo detto anche alla mia agente, se con “Sangue di cane” non sono riuscita a raggiungere Francoforte, con questo sì, questo lo merita, questo ci arriva. A ottobre vado a Milano, vado a trovare la mia agente, appena tornata dalla Frankfurter Buchmesse. E’ dispiaciuta, quando le chiedo informazioni sull’esito del romanzo. Niente da fare. Per Francoforte non andava bene. Nel frattempo riesco a guadagnare buone recensioni, la stima di critici o di scrittori. Non cambia molto. Non faccio un tour, non giro, non ricevo inviti, né in Sicilia dove vivo, né da nessuna parte. Non sono presente in nessun programma di rassegne e festival dedicati alla letteratura. Non esisto.

Non esisto per nessuno. Questo mi umilia. Vanifica ogni cosa. Persino dolore sangue e sacrificio che grondano dal mio romanzo. E lo dico con presunzione e senza umiltà. Capisco che nessuno ha investito su di me. Ed io non ho nemmeno i mezzi economici per farlo da sola. Vivo geograficamente in un luogo difficile, lontano da dove succedono le cose. La mia condizione di vita è precaria. Non ho un lavoro, non ho niente. Per anni e anni sono stata solo una che scrive.

Capisco tutto. Capisco che oggi si esulta, editori, agenti, librai finanche, per autori moccizzati come Roberto Emanuelli, con romanzi rosa tipo “E allora baciami”. Milioni di copie. Traduzioni in non so quanti paesi. E chissenefrega di Gadda. Non fatemi ridere, Gadda. Brindiamo su una terrazza e facciamoci quattro conti. CENTINAIA DI MIGLIAIA DI COPIE. Che andate cercando, Gadda.scrittoriblog

Dinosauri, come quelli che cercano ancora la sinistra. Oggi. Così al momento ufficializzo il mio ammutinamento, il mio “seppur tutti, io no”, come per Silvia Magi, per Babsi Jones, per Giuseppe Casa, Matteo Galiazzo, e chissà quanti altri, anche per me, oggi è un arrivederci, forse, un tante grazie, vi saluto. Non aspetterò, non mi umilierò più, sarò solo più cattiva con libri altisonanti e mediocri. Perché questo oggi è il meglio che abbiamo. Tant’è leggo scrittori come Andrea Carraro e sussulto, grandiosi, infatti pubblicano con case editrici piccolo-medie. Per il resto è terra di rosa confetto.

Dovrei “Emanuellizzarmi” per funzionare. Scrivi d’amore: mi suggeriscono. Ma il destino del mio romanzo ultimo (“L’altro addio“) mi brucia, mi fa ardere di rabbia. Mi fa venir voglia di urlare con le lacrime agli occhi: non mi meritate!

Vorrei fondare un manifesto, raccogliere tutti gli adepti del “seppur tutti, io no”, tutti i fuori la porta. I migliori.

Cosa sono i lettori nell’immaginario fantasmagorico dell’editoria? Sono forse pezzi di carne con gli occhi?

Sono ancora capace di indignarmi.

E continuo a pensare: non mi meritavano.

L’anarchico ateo che convertiva (da Il Fatto Q.)

C’è qualcosa che non è replicabile nella statura di quest’uomo. Non è abbastanza elevare Fabrizio De André al rango dei cantautori con il destino appeso addosso dell’immortalità. Sfugge persino a chi lo ha amato, da auditore, realizzare la trama che avvince chi lo abbia seguito, lungo una vita, contagiato dallo stesso sentimento anarchico, dalla stessa inadeguatezza per le cose del mondo. De André è inavvicinabile alle biografie conformi. Non è sufficiente spiegare in che misura una voce – note basse, alternate a armoniche – ci abbia parlato, raccontato qualcosa. Allora l’anarchico rivoluzionario, l’antidolatrico, non era un cantautore e chiusa la questione. Non è sufficiente, elenchiamo ottime collaborazioni, pensiamo alla canzone francese, a Brel, a Brassens. E dunque?

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Luca Marinelli è Fabrizio De André nel film per la tv Il principe libero

Fabrizio De André era una dimensione spirituale, azzardiamo. Un dettaglio che sfugge, bisogna attraversare una parte della propria esistenza, lungo la medesima via dell’anarchico, per accorgersi che quella voce – note basse, alternate a armoniche – ci ha spostato lo sguardo. Lo sguardo di chi ha amato De André deraglia, finisce nelle ombre: dove per tutti riparano le ombre, per chi ha amato De André comincia la luce. La dimensione spirituale di un anarchico ateo. L’anarchico ateo convertiva. E succedeva, debordando costantemente con coraggio, ai confini dell’eresia o blasfemia o era soltanto la temerarietà di un profeta laico. Il suo Dio misericordioso di “Preghiera in gennaio” non lo conosceva se non in una ricerca fremente, terrena; eppure lo rivelava nel suo attributo più potente, la Misericordia. Stigma di cui si parla in special modo e parecchi anni dopo, con alcune rivelazioni di mistiche come Suor Faustina Kowalska (viene istituito il Culto postumo alle rivelazioni), il Dio della Misericordia e del Perdono. Lo stesso Dio che, nel testo scritto in memoria dell’amico Luigi Tenco, partecipa del dolore dei morti per oltraggio, supera il tedioso severo confine umano che non assolve l’innominabile, a meno di una condanna eterna, bacia sulla fronte – Lui con le sue ossa stanche – gli imperdonabili. E li consola, li affranca, li libera. Così De André cantava la salvezza, la consolazione, sovvertendo l’austerità di una regola come il più progressista dei teologi. O degli eretici. De André evangelizzava, nel nome di un Dio anticonformista, del Figlio libero e anarchico, che morì in croce, “come tutti si muore, cambiando colore”. E induceva alla compassione, al sentimento più violento e terribile che l’uomo nella giusta disposizione dello spirito può finanche sopportare: la pietà. Laddove  nessuno si era spinto tanto, De André, il mistico che gli inquisitori avrebbero condotto al rogo, De André, l’ateo anticlericale, aveva aperto una porta e un’altra e un’altra. E noi siamo precipitati, nelle sue canzoni che non erano canzoni (nemmeno alla maniera francese), ma erano salmi, salmi in cui gettarsi, come sorgenti, come cascate, così prossime alla verità. Nella sua salmodia siamo precipitati. Lo abbiamo seguito.

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano giovedì 15 febbraio 2018

qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/nel-raccontare-de-andre-un-dettaglio-sfugge-sempre/

Adesso riposano in pace (da Il fatto Q.)

Il giorno in cui incontrammo il padre di Emanuele Scieri era un giorno di sole, funzionario di Dogana. Il figlio era morto da poco. Era un giorno di nitore, davanti brillava il mare del porto di Siracusa e nella contraddizione surreale  del lutto e della luce, che convergevano in una strana riluttanza, Corrado, il padre, sembrava una creatura incavata, come i suoi occhi, sbigottiti o impauriti. Il padre si dibatteva nell’incertezza, nel tormento. “Lele non si è suicidato”. Perché ci fu un tempo che dalla Gamerra arrivavano ipotesi di una tale empietà da non risparmiare nemmeno questa ciarla offensiva. Corrado Scieri non ha retto il peso dell’assenza, il dolore lo ha ucciso, morì nel 2011.  Morì di cancro. Mentre Lele era morto perché  ucciso da nessuno. E con questa sentenza il caso fu archiviato, con tutta la portata di stoltezza, di insensatezza. Oggi la commissione parlamentare d’inchiesta istituita apposta ha acquisito seimila pagine, il caso viene riaperto, lo chiede la Procura di Pisa, il fascicolo viene istruito per omicidio contro ignoti. Cioè gli stessi nessuno che hanno ucciso Lele e il padre (per un sintomo conseguente), gli stessi che hanno tutto sommato ingenerato una catena di dolore assordante, provocando malattia, disperazione, nuovi lutti. La famiglia di Lele non esiste più. Oggi dicono dalla procura che sì “i nonni” hanno ucciso Lele. Ignoti, ancora. Ignoti che hanno costretto questo ragazzo perbene a denudarsi davanti a una torretta, gli stessi che lo hanno pestato, costretto a morire in definitiva. Lele deve salire, piolo dopo piolo, la torre della Gamerra. Un bravo ragazzo, abituato alla gentilezza, ai libri, agli amici. La sua laurea. E invece la barbarie. I riti primitivi di un’orda di indefinibili, ma esistenti. Esattamente. Gli ignoti saranno senz’altro frequentatori di social, l’idiozia diabolica avrà un nick name, una foto di profilo. Esistenti o esseri camminanti, parlanti, dotati di gambe e braccia, costoro posteranno stupide foto, commenteranno inutili polemiche sui social. Utilizzeranno emoticon per una Gif dedicata agli animali. Ma certo. Cioè sono qui. Sono cinquantenni, sono tra noi. Sono insospettabili, ma sono gli autori di una strage. Hanno ucciso un bravo ragazzo, devastato una famiglia. Hanno provocato morte, malattia, disperazione.

Dopo la morte del padre di Lele, incontrammo la madre, Isabella Guarino, la incontrammo nella casa che un tempo era abitata da risate, libri, bravi ragazzi, felicità sparse. Entrammo nella casa in penombra, le stanze erano chiuse, silenziose. Non c’era più nessuno. Isabella si era ammalata di cancro.

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La famiglia Scieri, gli ultimi sorrisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non c’era più nessuno.

Isabella ricordava il libro che Lele stava leggendo prima di partire per la naja, il romanzo di Celine, “Viaggio al termine della notte”, lo aveva lasciato da qualche parte. La Folgore. Non passerà certo alla storia per eroismo e nobiltà. Lele si era appena laureato, l’aveva scelta con un certo orgoglio, forse. La Folgore capace di allevare orde di primitivi, ignoti, che uccidono bravi ragazzi. Ridendo e ruttando. I genitori furono informati della morte del loro ragazzo nella residenza al mare, un giorno di agosto. La Sicilia in un giorno di agosto esplode di una luce violenta, i gigli selvatici sulle dune, il profumo delle cose, dei giardini, simili a elisir, tutto potevano suggerire e non una contraddizione così severa, la morte di un figlio. Gli ignoti sono vivi, sono sui social, senz’altro, cinquantenni giù di lì. Saranno pro vax o anti vax? Per dire. Stanno commentando, magari anche adesso, mentre leggete queste righe, uno stupido video, un’idiozia. E ne rideranno senz’altro, usando l’emoticon più opportuna.

Corrado e il figlio Lele oggi riposano in pace, l’uno accanto all’altro.

L’originale qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/gli-assassini-di-scieri-sono-tra-noi/