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appunti in attesa di maggio

Nella vita non ho fatto altro che aspettare. E’ anche per voi così? E’ una regola? Aspetto maggio, come ho aspettato molte altre cose. A Maggio uscirà il romanzo per Marsilio, leggetemi. Per favore. Vorrei che questo romanzo rimanesse. Tutti gli autori lo pensano ogni volta. Nel frattempo ho finito l’altro, ambientato nella periferia di Siracusa. Ma è diventato un luogo letterario che non esiste.

Il romanzo che uscirà a maggio è nato sotto gli auspici di più persone, Giulio Mozzi, una cara lettrice del mio blog (appassionata di libri, colta, attenta). Ecco senza Giulio Mozzi questo romanzo non sarebbe uscito. Come fu per “Sangue di cane”, ha girato così tanto. E poi è arrivato Giulio ed è stata una scommessa, ancora una volta. Una specie di sfida, come se Giulio avesse detto ai lettori: fidatevi anche stavolta.

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Giulio Mozzi, scrittore, talent scout, consulente editoriale per Marsilio

E poi ancora, il mio direttore, Marco Travaglio, anche lui, come è stato in “Sangue di cane”, partecipa in qualche maniera a questo “secondo” esordio, consentitemi il termine. Sono le stesse persone che non mi hanno mai abbandonato in questi anni, e sono passati tanti anni. Ne conosco il valore, la coerenza e la generosità. Oh quella, così rara. Ma io l’ho incontrata. Il romanzo che uscirà traduce il mio amore per una parte di Europa, per la sua musica, la sua anima. L’amore per Kusturica, gli autori russi, la Polonia. Il personaggio principale, dannato e insieme mite, coraggioso e spregiudicato, riassume i personaggi che ho amato in fondo nella grande tradizione del realismo russo.

Ma è tranche de vie. Non scrivo altro che tranche de vie. A presto, allora.

Igor: alla radice del male

C’è una crudeltà slava o balcanica che è intraducibile. Può essere restituita solo andando alla radice di uno spirito nazionalista o di un gene persino. L’addestramento dei militari serbi – giovani imberbi che avrebbero imparato presto la dissoluzione cieca e l’esaltazione del delitto – durante la guerra nella ex Iugoslavia, consisteva  nell’ uccidere una colomba a morsi, tenendola ferma per il collo. Mordendola nel collo fremente, fino a sentirne la carne palpitare, fremere di paura, il liquido rovinare tra i denti, in bocca. Prove di attraversamento, la follia di un nazionalismo inveterato, issato con esultanza, che deborda ora in un inno popolare e sontuoso ora nella capacità di infilzarsi gli intestini, nel nome di un pauroso umanesimo. Una crudeltà quasi favolistica. La crudeltà di Igor, la fiera braccata, un esercito lanciato dentro campi brumosi, solo per lui. La crudeltà slava chiosa con una smorfia, si prende gioco – perdendo infine – del suo esatto contrario, la pietà. Una tempra sopra la media e la maledizione di saper sopravvivere. E’ il destino di Igor: riassume il gene, il castigo, la maledizione appunto di saper sopravvivere. Così prossimo al nichilismo dell’antieroe russo di Dostoevskij, Stavrogin, il demoniaco, demiurgo del male totalizzante che inneggia “alla distruzione per la distruzione”.

++ Guardia provinciale uccisa, forse omicida Budrio ++

Igor Vaclavic

Stavrogin muore suicida, è l’empio compimento dei professatori di una crudeltà con una precisa fisionomia, irrinunciabile, dove finanche la morte ripara nei funerali priva di commiserazione, è un bicchiere di vodka alzato, uno schiocco di piatti. Non troveremo in essa la ragione dei pianti delle nostre pie. La nostra è una morte occidentale, la nostra è una pigra crudeltà da occidentali, smarrisce il senso ultimo di una idea avvelenata usata fino a consumare l’esaltazione del crimine. Crimine vuoto, ai limiti della stupidità, per eccesso di ostentazione. Qualcosa possiamo intercettare nei film di Kusturica, ambientati sulle colline di una rediviva Sarajevo, qualcosa di circense, abbastanza da sgomentare tanto quanto l’efferatezza laconica che nutre sé stessa, la colomba che muore sotto i morsi di un giovane imberbe nelle fila di un addestramento militare. Il serbo Igor, capace di addentare l’animella che palpita, fino a sentirne il sangue precipitare in gola. Non è una consolazione, non scagiona nessuno ritrovare l’umanità degradata di Igor il serbo nella grande tradizione del realismo russo, da Smerdiakov dei frateli Karamazov, a Stavrogin e Petr Verchovenskij de I Demoni. Igor viene da lì nel luogo e nel tempo del sacrilegio e della profanazione.

 

L’originale qui:

 http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-maledizione-di-saper-sopravvivere/

L’avvocato dei poveri

Tratto da “La città racconta”, Emanuele Romeo Editore, 2008.

<<Questa è una storia grandiosa.

Tutto è cominciato a novembre. Un volo diretto da Casablanca. Chtia Anas ha cinque mesi e sta per morire. Azziz, il sarto di borgata, aspetta la sorella e il cognato, di Azziz ne parlammo a suo tempo, è preoccupato davvero, quel bambino, Chtia, è un dono del cielo, malato di una sindrome misteriosa. Ma in questa storia gli alfieri sono tanti. Per chi crede, sono tanti gli strumenti che il Buon Dio utilizzò per salvare la sua creatura. Li prese tutti per i capelli, li scelse con ponderatezza, “eccone uno, eccone un altro”. Bussò alla porta di un avvocato, tanto abile quanto idealista, non fu il caso, badate. L’avvocato si chiama Franco Greco, tenete a mente il nome. Non fu un caso perché in quello studio  ci siamo stati parecchie volte e non è uno studio d’avvocato e basta; affatto, è un luogo di pellegrinaggio, la casa del mendicante.

Oh, non amiamo la retorica, tuttavia serve, signori, adesso, per raccontare la verità. Il Buon Dio bussò alla porta di un avvocato di razza, estremamente malleabile alla Misericordia, suo malgrado, nel suo commovente agnosticismo. L’avvocato ha una commissione da eseguire, deve vedere Azziz, sì in quel preciso giorno di novembre, ha una giacca da sistemare, un orlo, una banalità del genere. Sicché mentre il Buon Dio auscultava i battiti del bambino, accarezzava le vertebre di ogni suo alfiere.

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Franco Greco

La sartoria di Azziz è a un tiro di schioppo. Da Azziz c’è la famiglia del Magreb. Il piccolo Chtia è avvolto in una coperta colorata, da cui spuntano manine esitanti e piedini inermi. E’ una strana atmosfera, la sartoria sembra più cupa che mai. Franco Greco entra proprio allora. Azziz è un amico, informa l’avvocato della sorte di Chtia. Chtia ha una malattia sconosciuta. Chtia sta morendo. L’avvocato non smette di fissare il bambino. Lui che di figli ne avrebbe voluti dieci venti, e invece la sua vita ha preso una strada e i suoi figli sono diventati il mondo. Il suo studio è un pretesto, ogni volta un uomo senza patria, un uomo senza nome, al quale hanno sottratto l’orgoglio e l’onore, chiede pietà, stende la mano, è una fatica rifiutare, e non lo fa, no, non lo ha ancora fatto, rifiutarsi, ovvio. Franco Greco compone un numero, ha in mente un medico, potrebbe occuparsi di Chtia.

Gli alfieri sono tanti in questa storia, dicevamo. Quest’altro si chiama Corrado Burlò.

L’intervento è rapido, non si perde tempo. Burlò formula la sua diagnosi: sospetta malattia metabolica. Prima consultazione e breve degenza all’Umberto Primo poi il Policlinico di Catania, Unità Operativa di Neurochirurgia diretta dal luminare Vincenzo Albanese.

Data del ricovero: 23 novembre.

Nome del paziente: Chtia Anas, di mesi cinque.

Diagnosi: sospetta sindrome di Terson Bilaterale. Chtia ha gli occhietti vispi, ma non vede quasi più.

Lo stesso giorno l’intervento delicato, lo stesso giorno il decorso regolare, la speranza. Finché arriva la certezza, la vita torna a prendersi cura di Chtia, Chtia è vivo, è salvo. Il Buon Dio sorridente torna ai suoi altari. Gli alfieri sono liberi adesso. L’avvocato alle prese con l’orlo di una manica che Azziz imbastirà velocemente come sempre; Burlò ai suoi pazienti con il consueto scrupolo. Vincenzo Albanese al suo entourage. Fatta.

Ci fu un volo da Casablanca che da lassù la Misericordia ha seguito con attenzione, un tratto di strada da uno studio d’avvocato a una sartoria; un pomeriggio di novembre in un gabinetto medico di Siracusa.

Per chi crede, abbiamo raccontato un miracolo, abbiamo avuto il privilegio di incontrare le trame di un Progetto invisibile, e abbiamo la contezza che siamo nulla e siamo tutto, ogni giorno, con la pioggia o con il sole.

Abbiamo chiesto udienza all’avvocato, volevamo informarlo che Chtia oggi avrà un nome ancora, Chtia Francesco del Magreb. L’avvocato sta ricevendo, ci dicono. Ci sono i soliti poveracci, sull’uscio, che verseranno le solite lacrime sul palmo della mano di un avvocato di razza.

Il Buon Dio ha ordinato ogni cosa, rimesso a posto i suoi alfieri, la vita alla vita. Questa è una storia di salvezza>>.

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il male scritturale (dal fatto Quot.)

Nelle visioni notturne e apocalittiche del profeta Daniele, l’esecuzione del male e del potere ha la forma di bestie multicorni, dai denti di ferro, che stritolano, manipolano, divorano. Così il male è scritturale e si replica. Lo rincontreremo, è la promessa biblica. Eppure è una bestia diversa quella che restituisce l’ultimo frame della strage dei coniugi di Ferrara, la bestia è una creatura che non vuole lasciare la sua casa. E’ un cane, lucido, nero, si poggia sulle zampe, resiste agli uomini che vogliono infilarlo in un furgone bianco. La notte cede al suo terrore. Il cane stringe i glutei dalla tensione, fissa le zampe sulla terra, si piega in una specie di inchino, più in là l’uscio è ancora aperto e  intorno si spargono refoli di terribili afrori, il sangue, la morte assisa sul corpo massacrato di un padre e una madre. Il cane nero poggia il muso sull’asfalto, sembra un bacio o qualcosa di prossimo a un addio.

L’ingegnere Vittorio Materazzo è stato sgozzato, sventrato, con la furia delle bestie dominatrici e apocalittiche che narrano le Scritture e come recitano i Salmi è il medesimo braccio dell’empio che si alza sul giusto. Il 28 novembre scorso, a Napoli, l’ingegnere Vittorio muore sotto le lame di un taglierino e un coltello da sub infilato trentacinque volte dal braccio del fratello, Luca, più giovane. Vittorio prova a sottrarsi, esce dal portone di casa, dove le lame lo avevano sorpreso e infilzato, si trascina fuori, il fratello lo raggiunge, lo finisce in strada, la sferza finale sulla gola. Luca aspirante avvocato, indolente, pare, alla professione. Piuttosto proclive alle foto sui social,  innocuità schizofrenica delle sue recenti vacanze in montagna o al mare,  sono i post del suo profilo facebook. Una mediocrità borghese e insieme l’avatar dietro cui la bestia apocalittica e delle profezie digrigna i denti di ferro, riproducendo la scabrosità di un delitto lontano fino alla notte dei tempi. Caino sarebbe fuggito, il cogito della violenza perenne, il deus ex machina primordiale. L’Eterno lo risparmia. “Dov’è Abele, tuo fratello?”.  Lui risponde: “Sono forse io il custode?”. E tuttavia Luca, l’empio,  il caino, sparisce senza l’espiazione truce dell’errante maledetto, un destino se vogliamo persino di glorioso e severo oblio, quello primordiale, genetico, dalla Genesi.

Luca sparisce, nel suo oblio governa parziale la postilla “vanità” da sacrificare nel suo profilo-mausoleo, l’avvocato i cui frutti non graditi hanno consumato il crimine, si mostra sui social con i suoi addominali fasulli. Si rende latitante. L’oblio lo investe, ma a brani. La pulsione dell’ego è un immondezzaio di patetismi, Luca il caino raggiunge il prevedibile standard di idiozia, un male idiota si impadronisce dei suoi svuotati esecutori, bestie feroci senza ardimento. Immeritevoli di profezie. Perché finiscono sui social con un addominale gonfiato, la fissità del sorriso di un trapasso, nel fuoco metaforico della valle di Ennom. Luca errante, caino, la cui maledizione non gli impedisce la raggiungibilità normalizzante di un profilo facebook in stato di aggiornamento. Ma il male si riproduce noioso a se stesso. Lo scontiamo fino alla banalità. Se non fosse che, mentre una donna brucia a intervalli regolari, scavata dall’acido muriatico versato sul suo bellissimo volto dall’ex fidanzato, a Rimini, o mentre l’altra con le braccia fasciate ustionate dalla benzina, a Messina, difenderà l’innocenza del suo torturatore, il male glorioso e sfinito si inginocchia dinanzi a una creatura che sfida la ferocia di tutte le bestie profetizzate e portatrici di apocalisse, il frame di una creatura dal pelo lucido e nero, il suo bacio sull’asfalto, qualcosa di prossimo a un addio. Gratuito e tragico come il perdono.

L’originale è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano  venerdì 13 gennaio 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/lame-e-acido-la-bestia-e-social/

 

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Roma: i giorni di fine Impero (da Il Fatto Quotidiano)

 

Seduta sul gradone in piazza San Pietro vorrei sentirmi nel centro della cristianità. Dovrei esserlo, quel che accade intorno invece mi restituisce il presagio oscuro dei giorni di fine impero. Intorno vedo solo i mercanti del tempio, il caos parla tutte le lingue, mi chiedo chi parla la lingua di Dio. Chi dovrebbe, va molto di fretta. I prelati sono sfuggenti, ispirano severità e distacco. Sotto i portici rotolano o dormono i barboni. Niente di nuovo, disturbano il decoro e la prassi. Bevitori raggruppati agli angoli, una specie di esercito di ratti tollerato appena, scalciato a scansione insieme con i mestieranti del dolore, postulanti abilissimi nell’architettura del pietismo, storpi, ciechi, gobbi, vecchine intubate, con il fazzoletto in testa, pigolanti nenie infinite. Miseria da gadget, fissata nelle pieghe di una recita corale e miserrima.  Rom specializzati, ma non abbastanza. Mi domando ancora quale turista, di quale paese del mondo, abbia creduto veramente all’uomo claudicante, con la stampella, che a pause regolari fuma la sua sigaretta, dimenticando il piede offeso, e strizzando l’occhio al vigile che parla poco più in là, o alla donna incappucciata che mangia noccioline – distratta e libera – a conclusione della giornata, in cui ha steso la mano e pianto, pianto e allungato il bicchiere. Meritatissima free zone della finzione, la peggiore forse. Per chi è abituata ai noiosi tempi di una città di provincia del sud, Roma sembra più spaventosa che mai. Cercare Dio e chiedersi continuamente perché? Ci sono uomini che dormono nelle fioriere in prossimità del Vaticano, o del centro giovanile di preghiera voluto da Giovanni Paolo II a pochi metri da via dei Penitenzieri o chissà dove altro ancora. E ci sono i principi della chiesa che non guardano nessuno, che tirano diritto. E tutto brilla moltissimo, costa moltissimo, pretende esclusività. Non è una luce che ci illumina tuttavia. E’ una luce che fa ombra. Certo, e allora? Dove sta la novità? I giorni di fine impero, così succede in tutte le metropoli del mondo. Non c’è tempo. Non c’è tempo per usare onestamente il pronome: noi. Impari subito, a non esistere se non nella calca. Un niente spinto di qua e di là e di fretta, dagli agenti, dagli altri, che ti abitui a non guardare.san-pietro

E’ l’anno della Misericordia, bisogna attraversare la porta, l’indulgenza e tutte queste cose, i pellegrinaggi nella Basilica di San Pietro, file che durano giornate intere. Nel frattempo i ratti si mostrano quasi uomini, vengono sbattuti fuori, o maiali fuori dal recinto, non so come dire, dentro solo chi può, e non possiamo dire: dentro la cristianità. No. Sulla soglia di un sottopassaggio, si sente una musica rom, proviene da un’armonica e si perde nel buio. Sopra siedono altri barboni. Di fronte c’è la casa di carità “Dono di Maria”.  C’è odore di minestrone e di buono.  Gli uomini seduti per terra sono nauseabondi.  Sono deformi.

I prelati, ligi, attraversano lo slargo di fretta, casomai. Sono molto severi, hanno faccende importanti da sbrigare. Restituiscono questa esatta impressione. Hanno borse lucide e di pelle a tracolla o in mano. Sono impeccabili. Vanno di fretta, non guardano nessuno. Non abbiamo bisogno di buoni maestri, sapete. Ma poi lo sono?  Abbiamo bisogno di Misericordia, di essere perdonati. Fermatevi, gli vorrei urlare, nel mio bizzarro modo di sapermi cristiana. Non si ferma mai nessuno. Cerco i rivoluzionari della fede. Senza eccezione, trovo sempre un se di traverso, un ma, qualcosa che mi induce a un modico compromesso. Evangelizzatori, abituati alla miseria, ai postulanti, ai mercanti nel tempio, alla narrazione del dolore da gadget.

Ai giovani del centro di preghiera che non vedono gli uomini nelle fioriere vorrei chiedere perché? Almeno per loro la domanda sarà pure un sussulto. Non domando niente. Montagne di indumenti coprono le aiuole, ai fianchi del palazzo. I ragazzi del centro di preghiera entrano e escono ogni giorno sfiorando i bassorilievi indecorosi a ricordare i sensi di colpa di ognuno. Si scordano facilmente tuttavia. Non durano a lungo. I sensi di colpa e forse anche gli uomini delle fioriere. Trovo la ragione della spiritualità nella chiesa della Divina Misericordia, è sempre e solo un fatto personale, un viaggio alla volta di Dio. Si compie lì. Però fuori inciampo nella rom, vecchia e grassa, seduta sul primo gradino del sagrato. Sta sempre nello stesso posto. Come l’anziana col berretto, in piazza San Pietro, ogni giorno, stesso posto, pelle bianchissima, naso arrossato, un mucchio di sporte ai suoi piedi.

L’originale sulle pagine de Il fatto Quotidiano edizione cartacea, 18 marzo 2016

La formazione della scrittrice

(…)Ho un problema serio con la noia. La noia è tutto, sono le scritte in treno che ho imparato a memoria. It’s dangerous to lean out. Ne pas se pencher au dehors. Nicht Inauslehnen. La scrittura erano i viaggi in treno, dodici ore di tedio, spiando le bicocche dei mezzadri sopra colli estranei, la tristezza delle case cantoniere, i paesaggi che sfuggivano indolenti, miseri, luoghi inauditi, rivelati dal ritmo monotono delle rotaie, dall’odore che emana tutto intorno il viaggio, la pelle della carrozza, il brusio ottuso degli altri, la nausea. Le luci finte, le letture apprese, rubate dai grandi, i diari maledetti, Christiane Felscherinow, l’eroina, parole da grandi. Io non lo ero, però non lo sono diventata mai. Mi sembrava già da allora, avevo pochi anni, otto nove, che la vita mi si fosse presentata tutta intera, subito, con il suo afrore, i suoi cattivi maestri, le retrovie, i suoi indicibili camminanti, piccoli luridi uomini, indeboliti dalle passioni e dai vizi, che poi chiamai abiezioni e poi persino virtù neglette capaci di contagiare pulsioni grandiose o una certa nobiltà. Conoscevo le canzoni di De André a memoria. Oggi dico che quelle canzoni erano salmi, per questo precipitavo, non so come spiegare, erano abissi in cui gettarsi, abissi dello spirito. Cantavo la Ballata del Miché con lo zio, in auto, mentre raggiungevamo i nonni a Terni, tornando dai parenti nelle campagne di Lugnano. Anche il fuoco che crepitava, nel camino di zia Norina, il pranzo con la cacciagione, il ritorno con lo zio e il mangianastri con le canzoni di De André era la scrittura che si metteva di traverso tra me e le cose. Oppure cantavamo Roma Nuda o ascoltavamo assorti la storia del travestito di Califano, ridevamo alla fine dell’identica romanità dentro cui riconoscevo una qualche recondita somiglianza, che forse apparteneva a mio padre, non saprei. Era una specie di ritorno a casa. Il mio ritorno maestoso non si è ancora compiuto. Devo tornare a casa.veron

Christiane F. mi ha rovinato la vita. No, Christiane F. ha cambiato le carte in tavola, poteva lasciarle dov’erano. Sì, dov’erano? Avevo nove anni. Era Natale. A Natale succede sempre tutto, le conversioni a volte sono irrevocabili partenze, viaggi del pellegrino, lutti, gas di scarico, pullman carichi di valigie vuote e tradimenti. A Natale, lo spirito irrorato – dopo la sua ora – riesce a risorgere, nei suoi tempi, quando le stagioni lo accoglieranno, predestinate. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo, lo dico anch’io, l’ho scritto. Christiane l’ho incontrata in un diario, era il 1982. Avevo nove anni ed era Natale. E’ un passaggio che racconto nel mio prossimo romanzo. Sarà utile? Oppure: chissenfrega? Insomma, avevo nove anni, ero in centro, a Terni, con i miei genitori e lo zio con il quale cantavamo De André. La mia scrittura è stata De André e anche lo zio e tutte le sollecitazioni e la pazienza e il mio inglese perfetto di allora. Che ho giustamente dimenticato, fino a regredire ad un livello scolastico. Dovrei aggiungere una bella risata con quale ridicola emoticon scegliete voi, giacché nel frattempo il mondo è cambiato, e si comunica in formato balloon. Tutte le volte che attraversavamo il centro, mi fermavo davanti la stessa vetrina, era una libreria. Fino a che non ci sono entrata, proprio quel giorno, sfuggendo al controllo di mio padre e di mia madre che vennero a cercarmi, pallidi, quindi acceriti, quindi abbastanza arrabbiati, trovandomi china, con un libricino giallo tra le mani. Era un diario per l’appunto. Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Piccole feritoie per l’inferno. Pagina dopo pagina, precipitavo ancora una volta, non dentro un salmo di De André. Quel diario l’ho imparato a memoria, letto e riletto negli anni, convinsi la mia prof di italiano durante le scuole medie perché potessi leggerlo alla classe, ai compagni. Qualcuno si addormentava sulla mia voce che era quella di Christiane. Alla mia amichetta R. piaceva moltissimo la mia voce.

R. è finita in un brutto giro, fu un’eroinomane. Non è morta. Non posso sentirmi responsabile, abbiate pazienza. Chi ha amato Christiane ha avuto una vita strana. La compagnetta di banco A. invece non si è fatta, ha conosciuto un tizio a vent’anni, le è morto di overdose tra le braccia. Su di me, lascerei perdere, sono indifendibile, è una storia lunga, davvero.

Ad ogni modo, leggevo Christiane agli altri, mentre con mia cugina giocavo ai drogati, o agli zingari, avevo imparato non solo l’inglese, le canzoni di De André, adesso anche il gusto di avanzare contro, diversamente da, di infrangere, essere a parte o non esserlo affatto orgogliosamente. Tutti sinonimi della medesima passione: deregolamentare o altrimenti scrivere. Quest’ultima soluzione l’ho realizzata in seguito. Gli zingari erano un concetto ameno, legato alla paura che mi incutevano i giostrai, secondo me facevano una puzza terrificante, erano incubi, quella puzza era un incubo, per giunta mai verificata. Ho conosciuto i rom da adulta, non erano i giostrai della mia infanzia, sono entrata nelle loro baracche. I rom erano la mia scrittura e la paura degli zingari. Zingari è un termine che non piace ai rom: gli zingari non sono rom, non esistono. Ci sono rom sinti, caminanti, kalè, travellers, manouche, dashikané, khorakhanè, eccetera. Gli zingari non esistono. Quando qualcuno chiamava zingara la vecchia del campo, la bosniaca malata di tisi, lei inveiva alzando il braccio: “cosa cazzo dire, te rompo culo, no parlato tu singara, te tagli faccia se tu parlato singara”.

Christian Felscherinow non è ancora morta. Mi ha insegnato il gergo della strada, una serpe covata in seno, sapevo tutto prima degli altri, spada, ero, pista, scimmia. E così arrivai preparata ai miei quindici anni, con la piazza, i compagni della valle, i morti di overdose. Sapevo tutto. Era la mia scrittura che procedeva mettendosi di traverso tra me e le cose. Sense of Doubt di David Bowie era il tedio mortale che permaneva nella mia vita di adolescente, i suoi abitanti erano compagni, non amici, compagni. I compagni della valle. La valle era un condominio di periferia attraversato da canaloni di fogna, i palazzoni erano falansteri, gli inferni descritti da Buzzati, le steppe erano infinite, sgorgavano con i loro reflui nel mare delle ciminiere. In quella valle si facevano tutti. La mia scrittura non riempiva le pagine, taceva, salvo i miei assurdi temi da liceale o qualche riga, pregna di sentimentalismo, nel diario personale aggiornato per un po’ o in quello di scuola dove perlopiù scrivevo e riscrivevo soltanto il nome dell’amato, che ovviamente non ricambiava. Ma è stata la vita a spingermi, il destino a darmi una titolarità. Tu signorina V. ostinatamente fuori dai giochi, dai gangheri all’occorrenza, sempre per vicende alterne, tu incapace di parlare in dialetto, forse poddarsi quantunque diventerai la signorina V., di indole ottusa e quiescente all’incirca, una scrittrice non di razza ma magari perché no? proprio come piace a te. E ora vai, affogati con il tuo smodato ego, profetessa delle panchine.

E’ andata così. E’ andata anche così.

Comunque vorrei rettificare, posso? Credo che abbiano deciso in gran parte le mie storie sentimentali. Sempre delle disfatte. Ne raccontai a Giulio Mozzi, raccontavo la mia storia d’amore, talmente bizzarra, nacque Sangue di cane. Perché in fondo non era la mia storia d’amore, macché, era un cambiamento epocale in cui trascinai i patetismi e i sospiri e le mie fragili gambe di ragazza, pensando di vivere una cosa come un’altra, e invece no, raccogliendo ancora dettagli, sospetti di un’umanità capovolta, del tutto simile ai personaggi di Cechov, quelli che avevano il riso con il suono del singhiozzo, quell’umanità che ci seppelliva nell’amarezza. Li conoscevo. Ho amato e pianto con loro. I miei maestri russi, i nostri maestri russi, ai quali tutto dobbiamo. La letteratura sta ai russi, come lo stigma della rivoluzione a Robespierre. Bè sì. Una mattina, qualche giorno fa, mi sono svegliata con un paio di assilli (uh, sai che novità): uno, l’amore o è scandaloso o non è. L’altro: gli scrittori sono saprofagi. Ci nutriamo di cadaveri, del passato, di qualcosa di compiuto, irrimediabilmente, un incipit una chiusa al capitolo.

Fino a che non scrissi a Giulio, erano le sette di sera, avevo la febbre, la spossatezza della febbre, o era sempre la solita tristezza; era inizio estate. Scrissi un’apologia breve di me stessa, ma da perdente. Non credevo che mi rispondesse. Non avevo allegato nulla, avevo solo racconti, non eccellenti, forse i pezzi che curavo per una rubrica su un quotidiano siciliano potevano valere qualcosa, non lo so, non li allegai comunque. Avrei perso anche quella volta, ne ero convinta.

Giulio mi rispose. Prese l’aereo e da Padova venne a Catania, ci incontrammo in piazza dell’Elefante. Da quel momento in poi ogni cosa che accadde aveva l’incanto del prodigio. Questa storia l’ho raccontata parecchie volte. L’ha raccontata Giulio anche (la riprendo qui nel mio blog). Questa storia l’ha raccontata Marco Travaglio (qui). Per questo vi dico: quel che accade ha del prodigio. Ma procediamo con ordine, torniamo ai fatti. Giulio aveva ascoltato abbastanza, quel giorno in piazza dell’Elefante, e allora disse: scrivi quel che ti ostini a tacere. Buuum. E’ stata una specie di folgorazione. Giusto, perché ho mentito così a lungo perché? C’ho girato attorno per anni, perché? Ancora una volta mi tornarono in mente le parole di Dario Voltolini: in letteratura, per raccontare la verità, bisogna mentire. Giulio ripartì. Io cominciai a scrivere. Tre mesi dopo chiusi l’ultimo capitolo di Sangue di cane. Passarono due anni, per gli editori il testo era incollocabile, per una ragione o l’altra. Incollocabile è in fondo la mia cifra. Incollocabile come la strana sciarpina che sto lavorando ai ferri, secondo mia sorella ad esempio è troppo larga per essere una sciarpa ed è troppo stretta per essere una copertina, ma io continuo a lavorarla.

Un giorno scrissi a Marco Travaglio: caro Marco sai ho questo testo che mi piace, che piace a Giulio, sai Marco eccetera. Marco mi chiese di leggerlo. Gli ho spedito due capitoli. Li ha letti, una mattina trovai la sua mail: Sono bellissimi, scriveva. Così Marco ne parlò a Nando Dalla Chiesa che collaborava con Melampo (casa editrice specializzata in biografie e testi di impegno civile), il suo amministratore unico è tuttora Lillo Garlisi. Lillo Garlisi è diventato il mio editore. Il testo passò di mano in mano, da Nando Dalla Chiesa a Lillo Garlisi. In breve, Garlisi decise di fondare una nuova casa editrice: Laurana. Sangue di cane ne sarebbe diventato il primo titolo. Non perdevo più. Stavolta era tutto vero, era tutto accaduto davvero. Assolvevo Christiane, il suo diario maledetto, la gente di Mazzarruna, i compagni di periferia, i cadaveri dei falansteri di Buzzati, i morti di overdose, la mia tristezza. Era tutto accaduto davvero.

Vi chiederete quale storia tacevo fino a quel giorno in piazza dell’Elefante?

Era una storia di salvezza. E come tutte le storie di salvezza era anche una storia di dolore.

Il dolore. Vi assicuro che la letteratura non può ignorarlo, che almeno per me, nessuna bellezza ha potuto su di esso, nessuna bellezza che non ve ne fosse a parte. Il dolore del mondo sulle nostre fragili spalle. Abbiate cura di credere a questo assunto, il dolore ci salverà, prima ancora che la bellezza, il dolore che la bellezza genera. Non girate la testa di là, guardate me adesso, credetemi, abbiate la cura di credermi. Il dolore allarga i pioli della tenda della sventurata, della sposa bianca che non conosce il talamo coniugale, della sposa ripudiata, abbandonata nella sua giovinezza, dice Isaia.

Ecco come è andata.

L’originale qui, nel blog di Giulio Mozzi: https://vibrisse.wordpress.com/2014/01/20/la-formazione-della-scrittrice-2-veronica-tomassini/

Poi il racconto è diventato parte di un’antologia  pubblicata da Laurana nel 2015.IMG_20150527_0002

Il senso di Magalli per il Calippo

Il sessismo sfugge a Magalli come un cammeo vintage. Possiamo perdonarlo in fondo,  noi donne che a ogni pié sospinto – se un tantino carine e con un pizzico di carriera davanti – dobbiamo difenderci da metafore da caserma, per autodeterminarci o peggio giustificarci di un traguardo raggiunto senza necessariamente esserci inginocchiate sotto un tavolo ovale. Mettiamola così. Metafore da caserma. Come quella battute caustica, stile magallese, che oggi il conduttore de I Fatti Vostri non ha proprio potuto conservare per sé. Durante la conversazione con Pippo Baudo, in un viaggio pacato nella storia della televisione (ah i signori come Baudo, ci mancano, oggi ancora di più), riferendo delle sue scoperte, nello specifico Lorella Cuccarini, Magalli chiosa: anche lei ha cominciato leccando un Calippo? No perché molte hanno cominciato così. Dice. Lo saprà lui, a questo punto. Mi chiedo: quanti uomini avranno fatto lo stesso, casomai? Non si ribadisce mai questa cosa qui, però. Cambia la sostanza? O fors’anche: gli uomini non hanno bisogno di leccare calippi. Le donne sì. Violento e sessista il fatto, vero o falso. L’assunto è violento, è ingiusto, è ignorante. Perché una donna – nell’immaginario collettivo maschile, negli ambienti che non ti aspetti, persino, ancora e malgrado i manifesti femministi, le ipocrisie delle battaglie per i diritti- è sempre una da tavolo ovale, una che deve inginocchiarsi, una che lecca calippi. Siamo uscite dalle docce dei film di Vanzina, dalle commedie anni ’70, volgari come un rutto, dove bellissime attrici erano solo tette da strizzare, depersonalizzate, fino alle giulive alla Drive In dei primi anni ’80. E non possiamo dire in risposta a Magalli: senta, lei, un calippo non l’ha mai leccato perché nessuno ha il fegato di chiederglielo. Sarebbe sessismo. Le donne non sono capaci di battute sessiste. E’ sessismo anche questo, precisare. Però, quando il mondo ci perdonerà veramente? A meno di diventare stronze come gli uomini quando sono stronzi, asessuate, con una colata di grigio al posto dei nostri capelli vezzosi e curati. Ecco signor Magalli, noi leccatrici di Calippo per solidarietà: la manderemmo volentieri in quel paese a cercare calippi di ogni dimensione. Ne faccia l’uso che crede, il più appropriato.