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L’epistolario – Mi amerai ancora?

Tel Aviv, febbraio 1950

Mio adorato. Nathan.

Sono tempi confusi, crudeli. Non crederai mica alle neonate utopie
rivoluzionarie?

La tua vita, le tue passioni disordinate, mi restituiscono qualcosa di
effimero, qualcosa che doveva appartenermi. Come quel corsetto di
satin madreperla o il mio abito di velluto nero lungo e con i merletti
che stringevano i fianchi. Vivevo a  Žižkov. Prima di Buchenwald.
Studiavo. Avevo un uomo, Petr. Non so che fine abbia fatto, dopo la
notte del ‘41. Sotto la collina di Vitkov, ho perso tutti. Puoi
tornarci? Puoi tornare a Královské Vinohrady? Cerca mio padre, ti
prego. Mia madre, mia sorella, erano a Buchenwald.

Mio padre?

Avrebbe amato te, le tue carte celesti, la tua scaltrezza persino.
Rideva guardandomi timida e smunta per la mia vocazione al dramma, ai
russi, per le mie frequentazioni compromesse. Max Brod. E’ qui, a Tel
Aviv. L’ho visto. Lui non mi ha riconosciuto, o farà finta di non
conoscermi. O sono così cambiata. Oh se lo sono. Leggevamo gli
esistenzialisti, Husserl, Heidegger.

Petr non poteva violarmi. Ero ancora vergine quando mi hanno infilato
nel postribolo di Buchenwald. Petr voleva diventare un avvocato.
Studiava giurisprudenza alla Carolina.

Petr voleva fare l’amore. Io lo rifiutavo, aspettiamo, il mio
desiderio era controllato. Non riesco a credere che tu mi abbia
posseduta quella notte e io ne abbia provato piacere.

Oggi sembra che a Praga siano tutti bolscevichi, dalle notizie che mi
giungono. Vorrei trovare mio padre.

Dovevi dirmi della tua vita, dovevi dirmi. Non farmi piuttosto la
ragione di un dolore per qualcun’altra. Non parlarmi delle donne che
hai avuto. Oppure fallo, ti perdonerò. Ti perdonerò perché me lo hai
chiesto. Lo farò.

E tu cosa riuscirai a fare per me?

Avrei ucciso quel greco che mi prese in una stalla polacca,
l’infermeria governata dai russi. Bastardo. Non avevo ancora i capelli
e un sacco schifoso mi vestita malamente. Non ero niente. Il mio
corsetto. Mio padre. La sua voce: Vera! Stella mia dorata! Sei così
timida, Vera del mio cuore!

Papà.

Mi manca, tutto, Nathan. Mio adorato Nathan. Confondimi, prendi ogni
barbaglio eppur gravoso di questa mia morte che agisce, che inganna,
suggerendo palpiti, ardimenti. Io vivo solo di allora: in quella notte
con te, ho aperto gli occhi, illuminati dal languore e da una luce
lontana, misteriosa, segreta. Arrivava da strade maestre il piacere
che mi sfiniva, sovrastava il terrore di brevi quadri di ignominia.

Gli uomini di Sonderbau. Mordevano la mia carne ancora tenera,
penetrandomi con bestialità, ordinandomi quel che non posso dirti. Non
potrò mai. Sono guastata, per sempre. Giumenta senza grembo. I miei
seni scarni, le mie gambe ossute. Fuori sentivo le fanfare, mentre
ovunque mani bocche mi perseguitavano, mi torturavano. Le fanfare, era
sera, allora.

Camminammo a lungo, nell’inverno del 45, steppe e foreste fino a
Sluzk. Il greco mi prese in una stalla, gemeva e gemeva. Sapevo cosa
fare.

Ero pur sempre una di Sonderbau.

No, Vera era un dettaglio fragile, era il nome sbagliato, l’inesattezza.

Il sacco mi vestiva male, ero il fantoccio nella marcia della
lagerstrasse. Ne rivedevo con disgustoso compiacimento l’esito,
vincente, non nella marcia, fuori, dalla finestra di un bordello. Ero
viva.

I miei piedi neri. Aspettavo di raccogliere le babbucce perse dalle
vecchie derelitte, quelle con i numeri più piccoli tatuati sulla pelle
cascante dell’avambraccio. Io facevo parte del convoglio di mezzo. Non
toccava a me. Piacevo a un detenuto politico e a un uomo di Himmler.

Dalla finestra di un bordello, mentre l’amico del gerarca si eccitava
sulla mia schiena, io guardavo fuori, oltre il crepuscolo gelato, le
cime dei faggi. Mi sembrava di udire un violino di Cajkovskij.

Mi amerai ancora?

Vera

(continua)

Copyright © Davide Brullo

Copyright © Veronica Tomassini

La lettera di Nathan la leggete qui: http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/?fbclid=IwAR2OgK1VOHlRa_ZtYdAXAqzZTkQz-qFxU1696zKMeYjbAqSICHJiI40SBP4

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Una lunga lettera (L’altro addio, sul quot La Croce)

di Elisabetta Cipriani

Da qualche parte, nell’Idiota di Dostoevskij, qualcuno chiede al principe Myskin:  “Ma fino a che punto dovrà spingersi la pietà, non è questa forse un’assurda esagerazione?”, e il principe sembra convenire per un attimo d’aver esagerato, ma poi non sa cambiare, perché cambiare non è nella sua natura, così votata alla mansueta immolazione e all’indulgenza verso il prossimo, senza limite. Questa stessa domanda viene da porsi – ma solo per un istante – leggendo il magnifico libro di Veronica Tomassini, “L’altro addio”; una lunga lettera d’amore, in fin dei conti, una rievocazione di tutte le stazioni di una passione totalizzante, un congedo e una dichiarazione di fedeltà assoluta a una storia che potrebbe sembrare romanzesca, epperò è vera: almeno quanto gli amori di Dostoevskij possono sembrare scandalosamente reali, epperò sono immaginati. Ma il punto qui non è affatto dove stia la verità e dove la trasfigurazione letteraria (la verità è per l’appunto quella trasfigurazione, è trasfigurando che la letteratura autentica fa emergere il vero): qui non ci sono infingimenti, c’è una storia d’amore vissuta al calor bianco e narrata con un rigore stilistico e insieme una sontuosità  abbacinanti, per cui ogni metafora è una stilettata, ogni aggettivo ha insieme la purezza del colore primario e la sottigliezza della sfumatura; tutto è oscenamente concreto pur ergendosi a una statura figurale. “Ci sono storie che devi raccontare per tutta una vita, mi tocca con te, dovrò raccontarti credo fino alla fine. Sei venuto in Europa con l’amico Mariusz di Kielce. La corriera attraversava le frontiere spavalda, i vostri passaporti infilati nelle tasche cucite dal di dentro in vecchi giubbotti di pelle”. BannerTomassiniQuesta è la storia di un ragazzo in fuga dalla Polonia degli anni ’90, un ragazzo della generazione perduta, la generazione del nulla, quella di chi non poteva credere nel comunismo ma, dopo il primo insulso miraggio, neppure nel capitalismo, nei centri commerciali “cattedrali pagane”, nelle città occidentali tentacolari e ciniche; questa è la storia di un ragazzo che fugge dalla malinconia innata dell’Est, dal fallimento di un sistema, di una generazione, di un mondo, portandosi dietro lo stigma di una nostalgia, di una vocazione alla tragedia, forse lo stigma dell’anaffettività come reazione al disamore patito, a un padre alcolista in un quartiere di alcolisti e a un’iniziazione alla vita che fu devianza. È la storia di un ragazzo che poi arriva in Italia e vive da barbone, ma è uno di quei barboni dell’est Europa dei primi anni ’90 che hanno una dignità ieratica pur nell’abbrutimento della dissolutezza- voi forse non ci crederete ma ce n’erano, e forse ce ne sono ancora. Vive d’accattonaggio, d’orge alcoliche e sensuali, ha trascorsi da ladro e da ricettatore. Eppure legge la sua Bibbia in polacco, in un passato non troppo remoto ha fatto il chierichetto e voleva diventare prete. È bello ed enigmatico come uno Stavrogin (sì, ancora Dostoevskij, e il paragone non è mio), forse crudele come lui. Perché la voce narrante se ne innamora? Che domande, perché sì. Semplicemente accade. E poi hanno un figlio. Ma lui non si può sistemare. L’abisso che si porta dentro non può essere normalizzato. È un uomo senza requie che parte, ritorna, ha nostalgia della Polonia in Italia e dell’Italia in Polonia (una Polonia tetra in cui tutto è desolazione), ha nostalgia di una patria che non è su questa terra e che non sa nominare, ha nostalgia tout court, ma è una nostalgia che divora.  È  un abisso che inghiotte e che trascina sotto, il suo. Lei invece aspetta sempre, aspetta e perdona. Lui è il suo amore, per cui ha un’indicibile pietà. Fino a che punto dovrà spingersi la pietà? Domande insensate in un universo dostoevskiano, l’universo della dismisura, quello che Veronica Tomassini abita. “Il mio amore era inutile, non saziava la tua rabbia. Ovvio, sì, è così. Arrivai tardi. Non saprei, ma ero lì per te e non mi hai riconosciuto. Nemmeno dopo, quando l’italiana aveva già aperto e sfidato le viscere della terra e orde di demoni per salvarti. E ti ha perso lo stesso, l’italiana”.  Amore stilnovistico e dannazione in un unico nodo. Da tempo non si scrivevano cose così. Da tempo forse non se ne vivevano. “Vede perfettamente onne salute, chi la mia donna tra le donne vede”, avrebbe potuto cantare l’inquieto polacco. Invece preferisce torcere il viso altrove, non riesce a far altro che torcere il viso altrove , quasi versione maschile d’Euridice risucchiata dal regno dei morti. Chi non vuol essere salvato non si può salvare, questa è un’eterna verità. Mai la salvezza s’impone contro il nostro libero arbitrio. Certo c’è qui l’impotente redenzione di Myskin, il suo mistero, la sua figura cristica: senza quel modello capire la Tomassini è impossibile. La si potrebbe apprezzare lo stesso, perché scrive  magnificamente, ma capire no. E serve ugualmente a capirla, l’esser capaci di sentire il fascino degli zingari di Kusturica: la loro folle libertà non imbrigliabile, la loro insanabile malinconia unita alla capacità d’esser felici con poco, d’esser maturi già da bambini –  quella precocità feroce che in loro non diventa mai adultità. Guai a dare dello zingaro a un polacco, beninteso:  questi sono errori e confusioni balorde che facciamo solo noi in Occidente. Ma riuscire a sentirne lo spirito è un’altra cosa.

Ho sempre pensato che la scrittura più autentica avesse il suo etimo nella lettera, nella voce epistolare che erompe per bisogno di dire cose essenziali, cose che non possono  più essere taciute. Questo libro è così, appartiene a quell’etimo spirituale. La Tomassini l’ha scritto in primo luogo per se stessa, ma poi per tutti noi, perché è questa la temperie dei grandi scrittori: da Dante in poi, il viaggio personale agli inferi è compiuto per “removere viventes in hac vita de statu miseriae”. Non so se l’autrice sia già uscita a riveder le stelle, ma è lo spazio siderale che richiama la sua scrittura pur così carnale.  Una scrittura in apparenza semplicemente paratattica, che coordinata dopo coordinata diventa invece un gorgo ipnotico, capace di suscitare inopinata poesia dall’abiezione. In questa lunga allocuzione al suo amore perduto, essa  ricostruisce alla perfezione certi angoli degli anni ’90 com’erano per loro e per noi, di qua e di là dalla macerie del Muro. Anche per questo le siamo grati. E se anche viene da chiedersi: “Fino a che punto dovrà giungere la pietà?”, sappiamo che suo compito è giungere fin dove può, mai di meno: perché ciò che pietà abbraccia comprende, e comprendere è la ragione per cui si scrive.

Veronica Tomassini, L’altro addio, Marsilio, 2017, euro 17.la croce

L’originale è uscito sulle pagine del quotidiano La Croce, martedì 8 gennaio 2019

 

elisabetta cipriani

Elisabetta Cipriani, vive a Pistoia, scrittrice, autrice di un intenso romanzo, colto e dalla scrittura matura e raffinata, “Memorie da una casa viva” (Besa editrice)

 

La poesia di Simone Sanseverinati

LAPIDE NEL DESERTO

 

A forza di parlare di ciò che non c’è,

abbiamo iniziato a desistere

a snervare bulbi oculari

a parlare di gite domestiche,

glutei flaccidi propagano insufficienza,

criticano

e alimentano destrieri con ortaggi amari

come le menzogne che rispecchiano negli zoccoli.

A furia d’arrabbiarsi, le parole

si sono cosparse di una sconfitta

rapinata dal fango, anche le mie, senza speranza,

il pietrisco degli sguardi s’è sedimentato

nella melma putrida e nel panno sporco.

C’è vergogna, la leggo nel calco tradito

dagli occhi di ciascuno,

la pece della diffidenza sta corrodendo

le nostre cortecce, siamo arbusti secchi

senza saggezza e spessore,

ci piegheremo e spezzeremo

ai piedi di una trappola congegnata

con grande accesso e nessun ritorno.

Oppure, sbaglio, magari s’avverasse il sogno

della lapide nel deserto,

che con una lacrima si ricongiungerà

al suo decorso.

Simonsis

 

simone sanseverinatiSimone Sanseverinati ha 26 anni. Laurea in Lettere nell’Università degli Studi di Macerata. Suoi testi sono apparsi su Poetarum Silva, Arcipelago Itaca blo-mag, Carteggi Letterari e il laboratorio di Grenouille. A febbraio 2019 sarà ospite del poeta Andrea De Alberti nell’Osteria delle Carceri.

Nel marzo 2017 ha pubblicato la raccolta ‘Interviste’ (Memoranda) e a dicembre dello stesso anno è uscita la raccolta ‘45 battiti di cuore’(Le Mezzelane editore).

Di settembre 2018 è l’uscita di  ‘Dentikit’, una novella edita Santelli Editore.

La Sicilia nel nuovo romanzo

Per la prima volta, con questo nuovo romanzo che uscirà, la Sicilia attraverserà la mia scrittura. Non lo ha mai fatto prima. Spesso – erroneamente – ho sentito e letto definirmi scrittrice siciliana, scrittrice con un “romanzo siciliano”, niente di più sbagliato, niente di più lontano dalla sicilianità o sicilianitudine dei miei romanzi. Romanzi piuttosto dove affiora in tutta evidenza una devozione slava. Per una fortuita contingenza o geolocalizzazione del caso, ambientati in un pezzo di terra che le carte chiamano Sicilia. Fondamentalmente perché io non ho radici, o comunque ne ho almeno tre (abruzzesi-umbre-siciliane). Non ho ancora imparato a parlare il dialetto. Il paesaggio della terra in cui vivo è violento, abbacinante, feroce. La mia terra mi agita, la terra in cui vivo, a volte mi sfinisce, mi toglie ogni energia. Io non la capisco, questa terra. Ci vivo come chi – turista di passaggio – vi trovi sollievo per un breve ristoro, parandosi gli occhi dal sole in una giornata crudele di caldo insolente. La mia terra è anche altro. E’ l’aria tiepida a febbraio, i mandorli già fioriti allora, la luce di azzurro che irrora le foglie di agavi, sì è anche questo, i gigli selvatici nutriti da dune di rena rossastra. Le rocce, il tumulto dei gorghi verso l’orizzonte. E tanto emergerà di questa Sicilia nel nuovo romanzo. La Sicilia recondita e primitiva che si perdeva alla fine della campagna, il cemento, le fabbriche, le ombre dell’ignoranza concepita anzitempo e dolosamente perché diventasse un’arma, una complicità, insieme con un progetto di istigazione al suicidio che qualcuno vergognosamente chiama periferia. Racconto di questa Sicilia, o la attraverso, mio malgrado, nel peggiore dei luoghi possibili, nella noia primordiale che replica tutte le sepolture, gli amori, i lutti, gli amari risvegli, le albe perpetue. Sono stata costretta a lasciarmi attraversare da questa Sicilia, nel romanzo che uscirà, la ragione di molte tristezze, di insondabili paure, o terrori, non so. Tornarvi e sentirsi ogni volta muta, anzi, inane, nuda. Impaurita.

In questo romanzo trovo le più belle collaborazioni: la scrittrice Francesca Marzia Esposito, lo scrittore Dario Voltolini; il mio agente Patrizio Zurru; l’editore e la redazione di Miraggi edizioni.

Aspettatemi, leggetemi, sostenete questa grandiosa idea di riscattare un terrore lontano e trasformarlo in un giorno nuovo.

La fine (da Il Manifesto)

L’uomo è steso per lungo, fuori la porta della farmacia. La farmacia è chiusa perché è domenica. Le domeniche sono giorni di interregno. C’è una sporta aperta, abbandonata poco più in là, è dell’uomo, ne son sicura. Forse contiene la bottiglia. Solite storie. Vorrei sbadigliare. Invece mi fa impressione. Un liquido scivola verso il tombino. Non so cosa sia, posso immaginare. Salgo in auto, vedo la gazzella della polizia, un agente scende di corsa. Si ferma di colpo, ci pensa magari, che faccio? Scuoterlo con un piede, con una mano, tirarlo su? Un vero rivoluzionario – non parlo dell’agente – un matto, lo avrebbe sollevato, baciato, abbracciato, col rischio di guadagnarsi uno sputo al centro della faccia. Io sono matta. No, non l’avrei mai fatto. La mia carità non serve a nulla. Non è carità, è stucchevolezza, debolezza, mani da signorina. Scommetto che è un polacco. “Nie ma, kurwa” gli urla un tale. Sono connazionali. Si sono trovati davanti a un supermercato. Trovati, scovati. Litigano per cose misere, pochi spiccioli, un cartone di vino, una ciotola di rognosi centesimi lasciati da qualche avventore distratto, impermalito dal cattivo odore. È andata così, scommetto. Sono animali, sono mau mau, dicono qui. Tutte le volte ne trovo qualcuno e tutte le volte se le danno di santa ragione. Uomini impossibili. Esperimenti empirici mal riusciti, che cacchio. Devo chiamarli mau mau. Come i ratti di Mazzarruna, sapete qualcosa di deteriore, Mazzarruna è un Hyde Park. Ho i brividi. Ho la nausea. L’uomo disteso è pietoso, un avventore passa e scuote la testa e io capisco. L’avventore mi guarda con sdegno, direi amico che, sì, sono sempre loro, cani bastardi senza padrone, pensa agli africani, amico, guardiamoci le spalle.

***

Conoscevo un tale di Kielce, doveva difendere sempre un’idea, una kurwa, una donna di strada, e finire coi coltelli o con le mani e poi in questura o peggio in guardiola, al pronto soccorso. Mi prese un colpo, un giorno, questo tale di Kielce aveva il volto pesto, il naso rotto, era spaventoso. «Torno a parco e lo mazzo» , tagli sua testa, cianciava steso lungo e secco in barella. Lo aveva pestato uno di Strachowice. Alzava il pugno contro un poveraccio, un austriaco vestito di cenci che dimorava nelle grotte, questo tipo di Kielce. Prima erano extracomunitari, erano merda per noi quaggiù, ammettiamolo, ci stavano sul cavolo questi cazzo di polacchi. E adesso fanno la guerra ai neri, e noi dobbiamo capire da che parte stare, giocarcela. Perché è sempre una questione di scelte, bianchi o neri, fascisti o comunisti. Buoni o cattivi. Tolleranti merdosi o inarrestabili teste rasate. Io sto coi neri allora, quelli chiedono e basta, al posto dei rom e degli slavi e non bevono dai cartoni, non ruttano, non se le danno di santa ragione. I connazionali di questo tipo di Kielce blateravano davanti al supermercato, quindi rotolavano – ridendo – contro qualcosa, i denti sporchi di sangue o vino. E la gente passava di fretta, temendo un contagio di non so che tipo, la loro stessa brutalità. Un anziano strillava con astio tutta la sua paura: pusillanimi, via, tornate a casa vostra. Allora a questo tipo di Kielce prese l’inutile orgoglio, e da giù, dalla sua fossa, disse al vecchio di chiudere il becco. «Vecchio, tu conosci a polacchi ?». Strisciava con le mani luride davanti alle porte del supermercato e cantava Mury. Mury era Solidarnosc.

* * *

Lo slavo gli sta di fronte. Sono le undici del mattino. L’altro è un nero, un africano. Lo slavo lo colpisce per primo, lo lascia a terra, il connazionale Marek lo incita, dai dagliene un’altro, un’altro. Lo fa, una due tre volte, colpisce con le mani, non usa i pugni. L’uomo sta a terra, impreca o supplica, lo slavo non si muove : odejdzie ból w dupie . Rompicoglioni, sibila. L’altro è un africano. Non capisce. La gente è in fila, sono indigeni, urlano in dialetto l’un con l’altro, in attesa della mensa. Gli africani se ne devono andare: è un berciare diffuso tra gli indigeni, uomini di mare, siciliani afflitti da una tristezza ostinata,t controlla le nocche, guarda verso il resto, sputa. Dupie , mormora tra i denti. Il connazionale Marek ride come un idiota. Sono sempre loro. I polacchi. Non sono extracomunitari. Gli africani sì, peggio che gli arabi. Gli arabi scopano le polacche, pensa lo slavo seduto, beve dal cartone, guarda fisso un punto verso quell’ammucchiata nera di carne nera che pulsa che promana qualcosa di indicibile e induce alla rabbia. Lo slavo ha il sangue alla testa. Chiudessero le frontiere pensa lo slavo seduto sulla panca, in mensa si mangia con i rognosi sbarcati, quanti sono? E se un giorno, mettiamo, un giorno si incazzano con un poliziotto, un gruppo, mettiamo, sparano, la polizia spara, mettiamo, come a Castel Volturno, mettiamo. Quanti sono sessantamila? Sessantamila scimmie africane – dice Marek, idiota – pronte per la guerra, falangi di Kobobo con il machete. E in mensa ci sono i tunisini ubriachi, dice lo slavo. Lavorano al mercato. Il connazionale Marek ride come un idiota. Ci sono i siciliani impermaliti dalla loro stessa uggia, vorrebbero battersi il petto inveire contro gli africani «patruni». I siciliani sono coscienti di un fatto: sono tristi, maledettamente. Stanno in fila in mensa, sono loro i «patruni» loro loro.

Vorrei evitare lo slavo, il convito della Caritas, un riformatorio, in fondo, considerato i soggetti, eh già, un collegio di disubbidienti, una coda di glabri, di inetti, poveracci. Malgrado ogni tanto ne sia costretta. Ho accompagnato una donna davanti la mensa. Quella donna era una madre. Davanti la mensa c’era una breve fila, aspettavano anche alcuni giovani di colore, un indigeno diceva che non li avrebbero fatti entrare. Non li chiamo africani, però lo sono. Non vedevo lo slavo. Da un angolo emanava un terribile olezzo, era un orinatoio. La donna mi diceva che era una madre, che aveva un figlio bello e bravo, lo dicono tutte le madri ma lui era speciale. Era stato l’altro il più grande, gli aveva dato due dosi. Ma lui si faceva, chiedevo. Si drogava? Lui era speciale diceva la donna, mi indicava il porto, siamo in via Arsenale. Il figlio era morto di overdose. In via Arsenale. In via Arsenale ci vivono solo personcine perbene. E uno poi lì va a morire. Ma non è bizzarro tutto ciò? Il figlio era andato via per sempre certo, via per sempre. L’indigeno non sopportava quei tizi di colore. Odiava tutti, butteri, tossici, le vecchie che parlavano dei figli morti. Vecchie di Mazzarruna l’hyde park. Lui piuttosto non faceva un buon odore no. Però temeva i sudanesi. Erano sudanesi i neri, gli africani, sbarcati, poveracci. Sudanesi. Comu ? Scuoteva il testone di buzzurro. Vengono dal Sudan, hanno fame come lei, volli precisare. La donna aveva una certa età, indossava scarpe col plantare. I figli sono pezzi di cuore, sì signora, le dissi. Uno le aveva levato casa da sotto, non so come spiegare. Uno si era venduto casa, per pagarsi l’eroina.

Potete indicarmi il senso di questa vita? Breve inciso.

Tornai in macchina, mi sedetti, ravvivai i capelli, ero a posto. Da lontano seguivo la fila in attesa. La donna si era persa dentro la minima ressa. È tutto vero. La donna era italiana. Non era africana. Ogni tanto le facevo compagnia. Una vecchia povera. Diamo un nome vero alle cose, non mentiamo, non usiamo vezzeggiativi, non usiamo soluzioni accomodanti, usiamo le parole della vita che a certuni ha mostrato ringhiosa la chiostra di denti. Non era un bello spettacolo vi assicuro. Queste cose le so, le ho notate, davanti la mensa della Caritas, quando accompagnavo la vecchia di hyde park, mai viste giubbe tanto squallide, scarpe più usurate, mani tanto grandi o dure o nere. Questa vecchia cambia spesso casa, oggi dimora in un fondaco nell’ex quartiere ebraico; prima, in un feretro, murata, peggio che da morta, contava le ore, i minuti. Da sposata stava in una casa popolare, i mobili erano quelli regalati dalla povera madre, il salotto e la camera da letto. Poi il figlio ha venduto la casa al pusher per comprarsi l’eroina. Era vedova. Allora la madre andava a trovare il figlio, in una grotta, nella via Arsenale, ma lì dimorano personcine perbene: l’arteria breve quasi periferica che insegue la linea del mare, il suo profilo frastagliato che incontra l’ostinazione della roccia. Detta così suona meglio. Suo figlio straparlava. Aveva troppa roba in corpo. Ascolto lo stesso racconto, lo stesso intervallo, la stessa nebulosa memoria che si inceppa lì alla fine quando deve dire che uno di loro, uno dei ragazzi era morto. Tornano le mie ossessioni: come ha fatto a capire che si faceva? Quanti anni aveva, si bucava? La donna fuma, racconta ancora, è la stessa storia. Il figlio dormiva sempre. Aveva tredici anni. Come Christiane. Come Babette. Come Stella. Dello zoo di Berlino. Per questo guardo gli altri ammirata. Beati loro, con le loro card, le loro Visa, i loro fottutissimi Suv. Non sanno nulla, non temono i cattivi odori. Non amo le lotte di classe. Oggi sarebbe un passaggio superato, ridicolo persino indugiarvi. Classista non è una categoria in uso. Non esiste più una classe media, non esiste la borghesia. Di che parliamo. Oggi siamo topi delle banlieu, siamo tutti portoricani, ultimi nella scala sociale, condannati no stop a esserlo. Oppure i pochi prescelti, ricchi da fare schifo. Lo slavo dice che bisogna partire prima, se vuoi farcela, nella vita, come nelle risse, lui di solito usa le craniate, non ci lascia mai il dente. È un lottatore, lo preferisco agli abulici, perché è il destino a renderci gli uni o gli altri. I topi di Mazzarruna, quell’hyde park in periferia, non erano migliori dello slavo che beve vino dal cartone. Quelli si facevano di ero, la mattina andavano al Sert per il metadone o c’erano i malati di aids e l’aids era peggio della peste in quegli anni. Esperimenti empirici mal riusciti dicevo. Poi c’è una selezione naturale e salvifica delle specie, certo come no. Dovevo cascarci dentro.

* * *

È una questione di scelte, sempre. Una volta dovevo salvare un uomo, ero convinta che salvandolo avrei salvato un popolo intero, perché mi aveva riferito così un amico ebreo. Non era presunzione, non vedevo altra possibilità, che assistere alla sua fine altrimenti, come i compagni di sbronze, i malati delle grotte: Tomek e altri Grazyna, Ewka. Compagni come quello slavo che beveva vino dal cartone. Chiedevo, supplicavo davanti la porta della chiesa, che non era mai la chiesa di Dio. Dio era con me tra i lerci. Gli uomini vestiti osservavano assurde gerarchie, sbarravano l’uscio a una certa ora. Li supplicavo di salvare quell’uomo dal freddo delle notti nelle grotte, dalla sua solitudine, dall’alcol e non mi capivano, non volevano, non intendevano. Ricordavo la fine di un tale, Miroslaw, l’alcol gli aveva bruciato l’esofago, morì di freddo e vomitando sangue sopra una roccia, in un gelido dicembre di qualche anno fa. Il compagno di sbronze urlava «Miroslaw andiamo in ospedale, ti prego», Miroslaw scuoteva il capo, nie nie hospitalu, bisbigliava. Dovevano aprire le porte delle chiese, di tutte quelle a cui avevo bussato, avrebbero salvato anche la mia anima, che non aveva mai pace. Sentivo franare il dolore del mondo sulle mie fragili spalle, non era un privilegio, era una mannaia, la folgorazione era una terrificante feritoia da cui spiare le innominabili omissioni, l’aborto di un occidente pingue, ottuso, il nostro debito scaglionarsi di grotta in grotta, di rantolo in rantolo. Le parabole evangeliche costellano i nostri sentieri, ne sono convinta. Però è una questione di scelte. Di esser primi. O ultimi.

* * *

Le grotte sono rupi al centro della città, le grotte dove muoiono i polacchi. Mentre gli africani vi riparano solo la notte e non ci muoiono. Le grotte di cui vi riferisco sono la vera metafora dei nostri vizi morali, anzi la grancassa di ogni vizio morale, la carogna di un mondo civile fasullo. Sono una voce fuori campo adesso e non sono del tutto attendibile, forse. Però desumo anche quanto segue: gli abitatori delle grotte detenevano un qualche superiore gene, portatori di una specie di meschino superomismo. Tutti i miseri a guardar bene sono la somma dell’uomo moderno, il suo debole tentativo di guadagnarsi l’anima, uno spirito, fosse pure nazionalista.

Yurek era un nazionalista. Yurek di uno sconosciuto voivodato di Polonia. Ogni mattina Yurek sedeva sulla panca del parco. Era in Italia finalmente. L’Italia era la retrovia di un parco, niente di più falso. Malediceva la sua vita, lamentandosi e tenendosi lo stomaco bucato, con un braccio secco e tremolante. Urlava, «kurwa, smetto domani, giuro che smetto », perché stava male. Tutti gli ubriaconi promettono promesse inesatte. Yurek rigettava alcol e maledizioni, temeva di trovarsi come Gregorio o l’altro, Jaruzelski – polacchi ubriaconi come lui – nello spazio d’un mattino, addossato al tronco della magnolia, incapace di sollevare le gambe in cancrena. Quella era la fine. Gregorio non si alzava più, non restava che aspettare, aspettare che morisse con le spalle abbandonate al tronco della magnolia, eretto innaturalmente. Vedevo tutto questo, allora, un montaggio mostruoso di quel che poteva diventare la vita a lasciarla fare senza giudizio o indugio. Perciò dico: è una questione di scelte, giusto? Yurek avanzava allungando il suo braccio secco, non capivo, chiedeva spicci, gli altri infastiditi frugavano in tasca, ricominciava il giro, ricominciava a bere. Yurek la rota non la faceva fino alla fine, perché beveva prima. Come quel personaggio di Hlasko che dice: «la fine è sempre la fine, dovremmo risolverci a finirla quando ormai tutto è alle nostre spalle ». Nazionalisti, già, per salvarsi l’anima, servitori alla corte di un meschino superomismo. Non perdenti, macché. Disuguali.

I disuguali rivendicano sempre qualcosa, implicitamente ok. E tale era l’urgenza che a rivendicarla era anche lo slavo che beveva dal cartone di vino e il connazionale Marek che rideva come un idiota. E i morti delle grotte. Poi c’erano le mense, gli africani, gli sbarcati, i siciliani consapevoli di non essere «patruni». Sostano davanti la mensa, andate a vedere. Sono quelli che perdono sempre. Ma per vincere (opinione personale) bisogna perdere qualcosa, finanche quel luogo del tempo e del castigo che talvolta è la memoria. Non si illudessero, non hanno perso veramente. In questo gran giro, di solito, sul finale torno al tempio. Al tempio trovo le vecchie che mi aspettano. Il tempio non è un tempio, è una piazza in un quartiere di poveri. Lo chiamiamo tempio. Le vecchie mi osservano sedute più in là. Faccio finta di non vederle. Non sono diversamente qualcosa, abitudine stupida a non dare un nome alle cose. L’ho già detto sopra. Disuguali, lo sono anch’esse. Disuguali. E c’è nel sostantivo insita una certa grazia, pur dovendo dedurne una privazione. Tra le vecchie c’è la vedova che ha perso il figlio per overdose. Poi c’è la signora V. La signora V. è un’immigrata di Germania, proprio come noi terroni dicevamo una volta, è una gastarbeiter, cortesemente accolta, nella ruota efficiente del sistema produttivo teutonico. Evito la signora V. perché è piena di amarezza, il suo pragmatismo è diventato cinismo da un pezzo, il suo sguardo nell’insieme è una smorfia di disgusto, soltanto perché non è stata amata e glielo dico, l’ho fatto: lei non conosce l’amore. La signora V. mi ha riso in faccia. La storia è sempre la stessa, gli uomini sono tutti uguali, ma il suo è stato un matrimonio combinato da famiglie di un entroterra primitivo, esistono certi accordi tribali, sono crimini. La signora V. nel frattempo ha perso l’anima, è andata a Colonia attraversando le montagne, a piedi o in ducati rumorosi e puzzolenti. Suo marito sembra un marrano, pover’uomo, e invece è stato un uomo terribile, beveva e giocava d’azzardo e imprecava sulla moglie che faceva la serva per i tedeschi, pulendo cessi e strofinando pavimenti. Lui è piegato che sembra un uncino, lavorava in fabbrica e quando usciva si infilava in un caffè fino a tarda notte, bevendo fino a morire. Ma non moriva. Perché vi racconto questo? Perché la signora V. mi incontra per consegnarmi i suoi impazienti anatemi, per raccomandarmi di aspettare il mio destino di sconfitta, soltanto perché sono una donna, una moglie lasciata sola sul talamo della vergogna. Non è la stessa cosa, ma la signora V. non capisce, nemmeno quando accorata le spiego che sono la vedova bianca di Isaia. Le sue labbra sono una piega crudele allora, per questo lascio perdere. Siamo disuguali, lo sono anch’io. Ma scopro che la signora V. ha un grande cuore. Perché lei è una gastarbeiter. Oggi diremmo uno sbarcata, lei può capire, lei sì. E non teme i neri come quel buzzurro indigeno in mensa. Ci sono le donne del quartiere, gli ambulanti al tempio. Al tempio siamo tutti disuguali. Adesso lo ripeto persino con vezzo: d-i-s-u-g-u-a-l-i. La signora V. è con me, c’è anche Maria. Le altre sono vedove perlopiù, le ascolto curiosa, non devo parlare, posso stare zitta finalmente, non devo dimostrare qualcosa, sono a posto. Fin quando non ho incontrato I. mi dice che il suo ex compagno è morto. Un rumeno, era un rumeno, un gran lavoratore dice lei, lo ricorda a se stessa, dimenticando di aggiungere altre cose, ammettendo di essere libera, finita quella tragedia dice, era un incantesimo. Sopra le nostre teste vige la catastrofe, dico compiaciuta, non vuol dire nulla, eppure lei annuisce. Mi chiede: Tu mi capisci? Sai quanto beveva, lo sai? Certo, posso immaginare, è morto di cirrosi, gran lavoratore. Lo slavo, gli uomini delle grotte, sai quanto bevevano mia cara. Le nostre storie sono assurde, sono enormi, così respingiamo gli altri dice, sono stanca di questo casino, dice. A volte non so più dove mi trovo dice cosa ho fatto, cosa è stato. Penso allo slavo che beve vino dal cartone. Ba. Quello odiava i neri. I rumeni non lo so. Uno come l’uomo di I. che è morto, un rumeno. Basta che non siano africani. Marek riderebbe come un idiota.

L’originale qui (e nelle pagine de il Manifesto): http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/La-fine-e-sempre-la-fine-25660.html#comments

In questi anni di scrittura, sogni realizzati e nuove distanze

Ho capito che avevo raggiunto quel che desideravo, con la scrittura, il giorno in cui lessi il manifesto di un importante Festival romano, all’Auditorium. Lessi il mio nome, tra Jonathan Franzen e Umberto Eco. Mi vergogno a dirlo e a scriverlo, ma è cronaca. Ricordo che telefonai subito all’editore, Lillo Garlisi, incredula. Farneticante. Miserrima tutto sommato. Però avevo realizzato che si compiva il grande desiderio di diventare una scrittrice. Con “Sangue di cane”, accaddero moltissime cose. Negli anni di scrittura, ad un livello diverso se così posso dire, le cose che mi aspettavo caparbiamente, che inseguivo, che supplicavo succedessero, mi hanno accontentato. Il giorno in cui Mario Desiati mi chiese (eravamo sempre nel festival di cui sopra, all’auditorium) mi chiese, dicevo: sei Veronica? Ciao, disse. Sono Mario Desiati. Ecco, anche quello fu un tassello, un dettaglio gratificante, anticipava il cambiamento.

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Il festival romano

Tanto desideravo, quando ero molto molto giovane e lo era la mia scrittura, che balbettava, tuonava appena, o quasi per niente. Ambiva a diventare la parola capace di fendere il ghiaccio kafkianamente. Ero molto giovane e vivevo moltissimo, non avevo tempo per curare la mia scrittura, doveva esserci da qualche parte. Ma avevo poco tempo. Vivere vivere. L’assillo era il perenne monito: salvare qualcuno.

E’ accaduto tutto quel che desideravo. I grandi giornali, o le grandi firme. E’ accaduto. Il driver. I Parioli. Privilegi di questo tipo. Io che ad essere sincera ho vissuto perlopiù modestamente.

La scrittura è tornata. Non se n’era mai andata. Mi ha fatto viaggiare molto. Mi ha indicato il mondo dalla piccola finestra della città di provincia in cui dimoro. Dimorare, più che vivere. La scrittura ha allargato le distanze, ne crea tuttora di nuove. Devo stare molto attenta, finire in un predellino, allontanarmi dagli altri. Questo è un fatto che odio, a volte succede con la scrittura. E’ la ragione per cui non dico mai, se è possibile, il mestiere che faccio, o il vizio che mi avvince: il vizio di scrivere romanzi. Sono stata una donna ambiziosa, malgrado tutto. In parte lo sono ancora, ma solo in parte.

Oggi so più che mai che la scrittura scava solitudini infinite, moltiplicate. Che la scrittura e la felicità non sono sodali. Che la felicità ha bisogno di partecipazione ed è un concetto applicabile con un minimo di due persone. Dunque ad occhio e croce se mi guardo intorno vedo me e me soltanto.

Il giorno in cui è nata Giovanna

La leggo dopo qualche settimana da quando ho ricevuto il suo libro. “Dolore minimo“, Interlinea edizioni, collana Lyra, curata da Franco Buffoni. Giovanna Cristina Vivinetto ci racconta un cambiamento. La sua lingua è poetica, scrive Dacia Maraini, in prefazione, insieme con molte altre cose che non rivelano esattamente Giovanna, non fino a quando non ci si inoltri nei suoi periodi – non li chiamerò versi – brevi, falciati, tragici, come nei sentieri inerpicanti e coraggiosi di un bosco, che alla fine del tragitto, del cammino impervio regalano, simili a rapide foschie, piccole essenze di muschio, macchie di verde imprimente, grandine che frana foglie autunnali. Ecco, ho trovato Giovanna.

Giovanna

Giovanna Cristina Vivinetto, classe 1994, siciliana. “Dolore minimo” è il suo libro d’esordio

Capisco molto bene perché ne abbiano parlato come di una rivelazione, la rivelazione dell’anno, leggo sulla fascetta di copertina, Giovanna infrange ogni tabù. E invece è altro, Giovanna assiste a una nascita, la sua, io la seguo, lei racconta – non la definirei poesia, se non nella forma nobile rarissima della deflagrazione che la letteratura esprime con il dolore, concede con esso.

Il cambiamento. La donna che affiora naturalmente, liberandosi di un corpo inesatto, ora finalmente completo, esaudito. Quanta delicatezza e coraggio occorre perché la parola riesca a salvare davvero? Penetri le ossa, ne scavi terribili cunicoli fino a raggiungere la luce, nuovamente.

Giovanna mi commuove. Mi incanta profondamente. Le sue immagini sono così drammatiche, innocenti.

Leggo:

“E forse, figlia mia, sei giunta di notte,

quando le ore non hanno volto,

né pianto, né ombra di nome

per mostrarmi che in ogni vita

c’è un punto esatto che cede

ma anche un punto, più occulto,

che resiste”.

Non c’è poesia senza dolore, la letteratura se ne nutre avidamente, una crudeltà che scagioneremo alla fine, quando intercetteremo nel dolore la condizione della nostra stessa esistenza, un attraversamento senza il quale smetteremo di sussultare, l’inutile egida sulle spalle non ci proteggerà dalle nostre titaniche insicurezze. Senza dolore non saremo felici, dopo. Mai.

Così vi invito a leggerla.