Category Archives: contributi

Gli intellettuali sono misogini (da Pangea)

di Davide Brullo

altro addio

“A precipizio, cara Veronica”, le dico. E non la conosco. Di Veronica Tomassini conosco e riconosco soltanto il talento della lince nella selva del linguaggio. In verità – non m’importa di altro. Qualche giorno fa, su Linkiesta, nella rubrica in cui stronco un libro e ne esalto un secondo – troppo facile parlare sempre bene dei libri, troppo facile dirne sempre male – ho scritto, papale, che Elena Ferrante mi pare un ferro vecchio, è più eccitante la rubrica del cuore di una rivista femminile. Al contrario, la Tomassini che, letterariamente, non è nata ieri (Sangue di cane è edito da Laurana nel 2010; L’altro addio l’ha stampato Marsilio l’anno scorso), ha vertigini negli occhi, aghi sotto le unghie, verbi capaci di ulcerare, di sanare, di benedire. Apriti cielo. Il bon ton dei benpensanti della cultura ha vangato improperi, m’ha sotterrato nel tombino del livore. Amen – sia lode ai bestemmiatori – significa che abbiamo toccato il punto esatto da cui far sgorgare la luce. Perciò, eccoci. Stano Veronica dal suo eremo siracusano – la immagino vera icona degli intoccabili, una specie di santa elettrica che fa colazione tra gli estremi, che fa dell’emarginazione e dello smarginato il pasto. Finalmente, il vento delle cose ultime, che ha sentore di sale, il sapore del giusto. (d.b.)

Noi non ci conosciamo, giusto? Io ho sentito l’odore della tua scrittura, me ne sono deterso. E basta. Questo forse crea fastidi. Sul ruolo dell’invidia e della piccola crudeltà nella letteratura contemporanea: dimmi.

La misoginia degli scrittori, di alcuni. La segreta misoginia dell’intellettuale medio, o persino del cinico spinto, che ha paura delle donne? Del cripto qualcosa. Sono piccole crudeltà forse. Forse peggio delle orde di haters che digrignano i loro denti stupidamente e che non mi hanno risparmiato, per un pezzo, per un post, scomodando collettivi come i Wu Ming (presero le distanze, dalla slavofoba, a un mese dall’uscita del mio romanzo, l’anno scorso, niente male come intro) o giornalisti come Fulvio Grimaldi che in un suo scritto mi diede della razzista hitleriana o neofita dell’eugenetica Usa soltanto perché mi sono avventurata in un’analisi “letteraria” di Igor Vaclavic (il bandito, detto il russo, ricordi?). O altra gente così. Le prese per il culo articolate di Guia Soncini, le sua biografie allegre che scopro per caso. Le ho augurato di non diventare buona, casomai, più che altro per non perdere la ragione, o un adeguato posto nel mondo. Dovrebbe lanciare altrimenti margherite ai passanti o confezionare torte di mele. Sarebbe un disastro. Le cattiverie. Le allusioni dopo il tuo articolo su me e Elena Ferrante. In quel caso allusioni tutte femminili. Ma chi se ne importa.

Voglio farti parlare di politica. Da che parte stai? Che mondo è quello che vedi? T’importa il blabla dei SalviniDiMaioConte(contechi?)FicoBerlusca? Cosa rispondi: l’uscita dal mondo, lo sberleffo, la presa di posizione?

Io da che parte sto? Sto sorridendo mentre rispondo così: io sto fuori la porta. Come sempre. Ho votato il movimento, bisognava votare. L’orchestrina del Titanic-Pd stava per affondare. Bene, bravi, avrebbero suonato l’ultimo adagio? Inabissati. Voglio crederci al cambiamento, sono una visionaria, non lo so, qual era l’alternativa? Di Maio ha una faccia simpatica, dice delle cose che condivido. Nell’insieme credevo nel cambiamento, sennò uno muore. O cambi o muori. Non ho votato Salvini. Non sono di destra e non sono di una sinistra con le mani da signorina. No. Non ho mai avuto una tessera di partito. Tendenzialmente anarchica, idealmente prossima ai compari di Metello Salani (il Metello di Pratolini), del rione San Nicolò. I rivoluzionari di piazza Piattellina o Santa Maria del Fiore. Bakuniniana. Poi invece vivi in questo mondo rivelato. Fattene una ragione, bellezza, mi dico. Un mondo di socialmente indignati, facebookianamente “indignatori”, che marciano a suon di aforismi sbagliati, di iniziative gastronomiche discutibili, arancini per tutti e per la Diciotti, al porto di Catania. Intanto un paese senza Welfare State accolse con cattedratiche ovazioni l’irreprensibile del Loden e la sua claque di reindirizzatori. Lo ricordiamo questo bel preambolo? E Senza colpo ferire. Oggi le nostre resistenze da ricettario dovrebbero finire nei libri di storiografia o di Storia perché no, insieme con memorie fortissime come l’eccidio di Avola, vere rivolte con scioperanti armati di orgoglio da una parte; mentre noi ci presentiamo alla contemporaneità sollevando ferocemente sul taglio dell’orizzonte guantiere di soufflé siciliani. La grande Storia calata negli effluvi di una pasta al forno catanese (sarebbe stato il secondo passaggio?). Così riempiamo le piazze, issiamo gonfaloni accasciati amaramente su una presunta millantata tristezza civica, eppure è solo noia; saliamo su ipotetici bastioni del ridicolo e non lo sappiamo (che siano bastioni del ridicolo), come quando si è felici: qualcuno ce lo deve pur far notare che lo siamo. Felici. O ridicoli. Ci battiamo il petto seguendo il topic del momento.

Da scrittrice: ti affascina il potere (da studiare e da stanare) o la vicina con gli ultimi, i senza scampo, gli intoccabili?

Sono totalmente disinteressata al potere, ai soldi, a chi li detiene. Vivo sotto la soglia, non è che i soldi non mi siano necessari. Devo vivere, ho un figlio. Ma il potere e i soldi non sono un mito, una religione. Letterariamente mi annoiano a morte. Finisco con gli imperdonabili. Io sono un’imperdonabile. Mi hanno detto questo: potresti essere la Bess de Le onde del destino di Lars Von Trier. Cioè è verosimile che la mia logica confini con quel tipo di ottusa innocenza. Sentimentalmente preferisco finire con gli imperdonabili. I poveri. A volte ripeto un’esortazione: i miei amati poveri. Non è vero, non sono i miei amati poveri. Lo erano per una mistica, una sorella, lei li amava davvero. Io non lo so, non so se riesca davvero ad amare qualcuno. Il mio amore è insicuro, ha ambizioni universali, ma spesso è autistico, sordo. Però chi mi circonda appartiene a una comunità (o è un’enclave?): sono gli imperdonabili, restituiscono la reiterazione di un oltraggio, strisciano sulle ginocchia, hanno le labbra tumide di vino, indossano uno strano profumo, di vento e di una vita amena, primitiva, finiscono a botte, in una rissa. In una rapina. Devono chiedere scusa, sempre. E lo sanno fare. Dovrei invertire la tendenza, ho l’età giusta per farlo.

Credi in Dio? Credi in qualcosa? In che cosa credi? Un giorno mi parlasti della Consolazione… cosa agita la tua scrittura e da quale ambizione è mossa?

Dio è una continua preghiera, nella mia testa. Come fai a vivere senza Dio? La nostalgia, l’amore, la mancanza, l’assenza, cosa sono se non la deduzione dell’Eterno? Cos’è la nostalgia? Perché tendiamo all’amore? Basta leggere Sant’Agostino e le domande risuonano perenni e irrevocabili. Hanno una sola risposta: Dio. La mia scrittura forse nasce come testimonianza di Lui. Le storie che racconto nella mia vita furono straordinarie, consegnavano verità terribili e misericordiose. La misericordia è una rivoluzione. L’amore sconsiderato dell’Uomo dei Dolori è un gesto di dissidenza. La Consolazione è una grazia. I segni li riconosci, la Consolazione alla fine di un pianto inenarrabile, di una tristezza profondissima, arriva come un salmo in cui gettarsi.

Del mondo letterario odierno ti frega qualcosa? Cosa leggi, cosa hai letto, chi frequenti, cosa pensi della ‘cultura’ italiana?

Vorrei vincere un premio. Voglio vincerlo, ma poi faccio di tutto per riuscire fuori dai giri, per dire cose sconvenienti, per dire e basta. Invece di tacere. Diplomazia, accuratezza, equilibrio. Macché. Sono ingestibile. Così non frequento nessuno, geograficamente lontanissima da dove succedono le cose. La cultura italiana? Consolatoria, normalizzante, timorosa del pensiero, più che altro di non trovarlo più, impallato in ragionamenti da editor imberbi che vorrebbero rendere democratica l’eccellenza. La democratizzazione del talento è già in corso da un pezzo, è il grande male, può darsi. Negli ultimi anni leggo testi sacri perlopiù. Ma le mie letture sono stati i maestri russi, il realismo russo, il nostro neorealismo. Gli americani Evan Hunter, Saul Bellow, Henry Miller. I naturalisti francesi. I classici.

Se il dolore non ha riscatto e una parola non fa risorgere altro che la mancanza: perché scrivi?

Perché non so fare altro.

 

L’originale qui: http://www.pangea.news/gli-intellettuali-sono-misogini-e-la-cultura-italiana-e-consolatoria-quanto-a-me-sono-bakuniniana-ingestibile-e-non-posso-fare-a-meno-di-dio-intervista-scorretta-a-veroni/

Advertisements

Giornata del contemporaneo a Siracusa

Pubblico volentieri – in via del tutto eccezionale – questo comunicato, appena ricevuto.

Inaugurazione: 13 ottobre 2018, h. 19.00,  SPAZIO AmMARE , via
Alagona n.39, Siracusa.
Il 13 ottobre alle ore 19, in occasione della quattordicesima Giornata del
Contemporaneo, indetta da AMACI, lo Spazio AmMare inaugurerà la sua seconda
mostra, dopo il successo di Giardino Globale, con nuovo allestimento e l’apertura
ufficiale del suo Temporary shop.
Lo spazio AmMare si trova in uno dei quartieri più dinamici dell’isola di Ortigia, il
ghetto ebraico, lungo la via dei bagni ebraici, si pensa che siano fra i primi
insediamenti in Europa. Lo spazio è di 80 mq disposto su strada
accanto a una delle fortezze spagnole, “Forte Vigliena”.

galleria

Spazio AmMare, foto di Walter Silvestrini

La direzione dello spazio è affidata a Salvatore Mauro e Anna Milano Carè.
Lo spazio è dedicato alla ricerca dei nuovi linguaggi della contemporaneità
e offre anche un ambito per il coworking ad altri creativi. E’ un luogo di produzione
culturale che ospita mostre, eventi, happening, presentazioni di libri e concerti, ma
la novità è l‘apertura ufficiale del Temporary shop che dialogherà con gli spazi
espositivi della galleria attraverso una sua linea di autori, coinvolti nell’arco
dell’anno. Quindi uno spazio versatile e modulabile, polifunzionale, che si avvale del contributo del Made Academy di Siracusa, sotto la direzione di Alessandro Montel.
Il nuovo allestimento vedrà, nelle due prime sale dello spazio, i Lightbox e le Cotell
Azioni di Salvatore Mauro, a seguire un vaso in legno di Saverio Magistri che darà
forma a tanti twitter, dialogheranno con le pitture dell’artista Anna Milano Carè, fino a entrare nel nuovo Temporary shop con un ventaglio di opere di tanti autori impegnati:

Emanuele Vittorioso, Salvatore Mauro, Waler Silvestrini, Giuseppe Piccione, Francesca Mirabile, Saverio Magistri, Anna Milano Carè, Francesco Lopes, Stefania Pennacchio, Made Accademy, Danilo Torre“.

Nello stesso giorno, in via Resalibera, alle 18.30, sarà inaugurato l’atelier di Benedetto Speranza, promotore e press agent del talento del pittore naif Salvatore Accolla.

Casi umani in letteratura e in tv (Il Fatto Q.)

Quando Lory Del Santo, durante l’intervista televisiva a Verissimo, annuncia la morte del figlio, morte non naturale, dunque un suicidio, lo sgomento inenarrabile ha investito probabilmente molti di noi. L’irreparabilità di una tragedia così imperscrutabile avrebbe preteso un silenzio definitivo. Se ci lasciassimo tentare dal giudizio potremmo persino aggiungere: perché dirlo? Perché in un’intervista?  Ma il rutilante ingranaggio del pietismo spinto è già un concept e sta solo provando i motori. Eccolo il caso umano. La soubrette dovrebbe partecipare al Grande Fratello Vip. Annuncio anche questo da far tremare le vene dei polsi. Il dolore è stato devoluto senza purificazione in un lancio di agenzie. Diventa il promo del format meschino (meschino nell’ufficiatura in loop della vita ordinaria e cafona).safe_image (1)

Nondimeno, a un certo punto della storia letteraria (la più recente), qualcosa deve essere successo. Qualcosa che – dal nero Pasolini – abbia finito di celebrare i poeti e argomentato piuttosto, su tomi di critica pura, fenomenologie chiamate Fabio Volo, Federico Moccia, starlette del web. Cosa è successo? Tra i poeti e il melenso, abbiamo infilato una terza rincuorante opzione: l’effettismo. Quindi autori portatori di casi umani.

Perché abbiamo bisogno di casi umani? Tra Pasolini e il melenso.

Il divertente conflitto tra voyerismo e pruderie tuttavia ci ha stufato da un pezzo, era la novità escogitata da Costanzo, ma parliamo di mezzo secolo fa, la sua curiosità demoscopica era genialità. Non sappiamo cosa farcene oggi. Dai separé televisivi alle metaforiche terrazze intellettuali: anche lì, senza caso umano, ci si annoia a morte. Devitalizzato il talento, costretto in giudizio e in contumacia una qualsiasi forma di idea eversiva, la letteratura parla in sospiri mocciani (oggi il neologismo usa nuovi lemmi, ci sono i degni successori) o nel pietismo strategico e marchettaro. Non è l’autore a realizzarlo con partecipe considerazione, l’autore ha una certa innocenza in principio, l’operazione confessione “nuda e pura” la chiama disvelamento. E’ tutto molto greve e consapevole nelle intenzioni. Eppure nessuno sfugge alla seduzione peraltro caduca e esangue di finire in un mortaio dove filtrare le impurità e trattenere il grano buono. Piantare la gramigna, in luogo di erbe migliori. Il dolore diventa circense e pantomimico mentre nutre la noia dei suoi destinatari.

Sono loro stasera i migliori che abbiamo (cit.)? I portatori di casi umani in tv. Le Lecciso al plurale (ne basterebbe una per evocare scenari apocalittici), la solita D’Urso che raduna allegramente i panni sporchi di non meglio identificate celebrità, nel disordine mediocre a cui costringe la buonafede di un pubblico oramai imbonito. Mutandine da lavare in pubblico, è la specialità del suo salotto.

Fa un po’ specie. Sono loro stasera i migliori che abbiamo? I portatori di casi umani nelle lettere. Non la chiamiamo letteratura. La regola televisiva e onnicomprensiva, applicabile a tutti gli ambiti. Lutti, separazioni, sfighe personali. Trasformazioni taumaturgiche dell’autore in guru di qualcosa. Padre esemplare: diventa esemplarissimo e ogni cosa che dirà sarà sempre più esemplare. Il suo target in letteratura è: il padre esemplare. E ci scriverà altri libri sopra, probabilmente. Che rimanga un padre esemplare. Ripetere l’aggettivo all’infinito. Esemplare. Il caso umano è un concept. Il dolore, che scongiuri ogni altra avversità, ad esempio il talento. Tutto fuorché il talento, fine a se stesso. Il talento e nient’altro.

L’originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano edizione cartacea di giovedì 27 settembre 2018.

Qui il link: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/lutti-separazioni-sfighe-gli-ospiti-della-disgrazia/

UN BRANO DEL ROMANZO

(…)Ragazzo mio, ti implorava Crystina, slacciando la cinta dei tuoi pantaloni, sei la mia Polonia. Eppure non c’era autorevolezza neanche nel tedio e nella commozione. Crystina? La chiamasti, mentre lei beveva, all’ombra della magnolia del parco. Crystina, proseguisti, ricordi il ribes? La vodka di ribes? Crystina alzò il volto duro. Sì, tak, disse e abbassò gli occhi. Potresti giurare di aver sentito il suo respiro tradursi in un singhiozzo e stavolta era umano, non disumano, umano, pietoso. Cosa piangi, sciocca, imprecasti. Kurwa Crystina, nie placz. Non piangere. Crystina asciugava gli occhi con le mani luride, le labbra tumide di vino, bisbigliava qualcosa. Ragazzo mio, diceva Crystina quasi tra sé, tu pensi alla nostra Polonia? Le abbiamo voltato le spalle, oggi siamo niente, oggi rimane solo la pena e la tristezza, come per le sette ragazze di Albatros, e tu sei l’unica cantava Jacek Kaczmarski. E tirava su col naso. Il cartone di vino cadde sui piedi gonfi, era vuoto. Crystina si allungò sul prato, la pancia enorme. La guardavi, seduto sulla panca, cercando di mantenerti dignitoso, diritto con le spalle e con il capo, tentato di abbandonarti ad un sonno perenne. Ma guardavi Crystina piangere nella sua posa di cadavere, cantare Beata z Albatrosa.

Kurwa, Crystina urlasti, nie placz, non piangere. Lei cantava invece, per te era un singhiozzo protratto, un rimando spaventoso di tutte le nostalgie, di tutte le morti, le infamie. La donna dormiva, passando da uno stato di veglia delirante al sonno che trascinava nel nulla come auspicavi per te. Jaruzelski cadde, un tronco, sanguinava dal centro della nuca. Non si alzò, non era in grado. I tuoi occhi si chiudevano su Jaruzelski steso come un tronco ai piedi della panchina. E tutto intorno il sole brillava sugli uomini e le cose, risplendeva una vita amena, da cui rimaneste a parte ostinatamente a parte. Crystina andò via, in un punto non collocabile di un giorno di un mese di un anno. Era morta. Il suo corpo era la carcassa di una carogna. L’infermiera di Ostrowiec . Il tuo sentiero, lastricato di imperdonabili abbandoni, aggiungeva nuovi cumuli, nuovi ceri. Al parco litigavi come il peggiore degli ubriaconi, blateravi con Wojciech e il solito Jaruzelski. Suoneranno le campane anche per te, berciavi ora all’uno ora all’altro. Eri gonfio, cominciavi a perdere di umanità, come gli altri, non eri speciale. Ti rividi, andavi veloce, mani in tasca, attraversavi la piazza del Duomo con due polacchi appena arrivati da Strachowice. Erano le cinque del pomeriggio. Attraversaste la piazza del Duomo, tu e i due nuovi polacchi, ancora gagliardi. Erano giovanissimi, non erano stati provati col suggello, sorridevano, avevano spalle solide, gambe forti. Ti ricordasti la normalità, per un solo istante, tornasti a quegli anni, e c’erano tutti, ancora. Per un solo istante, sei tornato in Polonia. Immaginasti tuo padre, non ricordavi neanche più il suo volto. Lo immaginasti serio, ma senza rabbia. Serio perché triste, alla finestra del falansterio, nel quartiere popolare di Konskie. Lo vedesti fissare giù, verso il cortile scarno, oltre la pineta, dove tu e Mariusz andavate a sbronzarvi. Le strade grigie di Konskie finivano dentro un silenzio ottuso. La neve era sporca. Hai immaginato tuo padre, era serio e prossimo ad una conversione, espulso dal partito; e immaginasti certi sorrisi, mai raccolti. I sorrisi. “Mamma” ti sentisti pronunciare con un fil di voce. Mamma, io ti amo.

Dalla finestra tuo padre vedeva il mondo, finalmente senza rancore. Invocasti la pace della sua anima, tu che avevi smesso di pregare, che non ricordavi la ragione di una preghiera. E allora ti sei accorto che non era tuo padre alla finestra, dietro i vetri; eri tu. Eri tu che anelavi alla conversione, che smarrivi la rabbia, che dimenticavi le ignominie. Eri tu. La presenza di tua madre la ascoltavi alle tue spalle, il suo respiro calmo. Le promettevi un ritorno, il tuo maestoso ritorno. E quando accadde, lei moriva. Guardasti su al piano, c’era ancora la gabbia dell’usignolo messa lì da quando da bambino te ne regalarono uno. A tuo padre irritava moltissimo il cinguettio.  Pace all’anima sua. Il suo polacco gergale aveva sovente il suono di un insulto. Il tanfo di tabacco e di vodka anticipavano il suo arrivo, il suo passo pesante sul pianerottolo, l’esitazione, il trillo indisponente del campanello. L’usignolo era volato via, tu piangevi per questo. Tuo padre urlò: “ kurwa, nie placz”. Così urlasti a Crystina quel giorno, quel giorno eri tuo padre. Lei, invece, cantava.

(L’altro addio, Marsilio, pag.205)

La scrittura autobiografica

Estratto dalla Lezione tenuta presso la LUA – Libera università dell’autobiografia (Anghiari)

20 gennaio 2018

I generi autobiografici e la loro storia: la scrittura diaristica

Lezione in plenaria del Prof. Fabrizio Scrivano

Docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Perugia

 

(…)

Nel ‘700 il romanzo diventa il fenomeno di intrattenimento piano piano sempre più dominante rispetto agli altri generi letterari; le prime forme con le quali si manifesta è l’epistola. I romanzi di maggior successo, come ad esempio  “La Pamela “ di Richardson, adottano una forma epistolare. Anche Foscolo, quando si impone con questo fenomeno nuovo, o supposto tale, lo fa adottando la forma più comune del romanzo, cioè l’epistola. Ci si chiede, perché l’epistolario ? Perché scrivere una trama attraverso una successione di lettere? Lo aveva già fatto in precedenza Goethe con “I dolori del giovane Werther”: Foscolo, di fatto, assumeva un modello e poi lo rifaceva a modo suo. Per il classicista Foscolo, infatti, non esistono forme nuove, esistono soltanto variazioni del modello: egli non aveva nessuna difficoltà ad ammettere che si fosse richiamato ad un modello, affermando che anche Goethe aveva usato un modello che non era suo e che lui non lo aveva copiato, bensì si era limitato a prendere lo stesso modello, ma dandone una diversa versione. Il vero motivo per cui Foscolo sceglie le epistole è perché sapeva che tutti i suoi lettori scrivevano una lettera al giorno. Chiaramente questo innesta una serie di livelli comunicativi  con i lettori molto importanti. Possiamo affermare che la fortuna dei romanzi epistolari che si manifesta soprattutto alla fine del ‘700 (anche in Francia, Inghilterra e Germania), la fortuna del romanzo in forma autobiografica e di quello in forma diaristica, sono il segno che i letterati seguono e cercano di fare ciò che fanno i lettori. 

La stessa cosa accade anche in tempi moderni, basti pensare a Facebook: viene citato il caso di Giulio Mozzi, che raccoglie informazioni sui romanzi che negli ultimi 10/15 anni sono nati tramite l’esperienza dell’uso dei social. Questo a dimostrazione che gli scrittori fanno le stesse pratiche di scambio, di scritture e di comunicazione che vengono praticate dai loro stessi lettori; è proprio lì che vanno a cercare il materiale. Possiamo aspettarci, nei prossimi 15/20 anni, una stagione di romanzi che partirà dall’esperienza comunicativa e linguistica che si sta facendo nei social. Si tratta di un fenomeno nato già da 10 anni e un esempio concreto è dato da un’autrice siciliana, Veronica Tomassini, che ha scritto uno dei suoi ultimi romanzi tutto sui social. Ha cominciato scrivendo dei post su Facebook come se fosse un diario, raccontando quanto le era accaduto nel quotidiano e utilizzando una forma letteraria abbastanza curata e ricercata; la cosa che non è stata recepita nell’immediato è che questi post, che sembravano di natura personale, in realtà erano già romanzo costruito nell’arco di un anno. 365 post, un post al giorno.

Il meccanismo di narrazione tra scriventi e scrittori sembra replicarsi ogni volta che cambiano le modalità di comunicazione. Ci si potrebbe domandare se un romanzo epistolare avrebbe oggi un qualche successo. Siamo, da decenni, disabituati sia a scrivere delle lettere sia all’approccio temporale dell’epistola, prima a causa del telefono poi dei social. Oggi le lettere viaggiano molto veloci e, nell’ arco di qualche ora, possono già raggiungere il destinatario. Invece, la lettera che Leopardi scrisse a Stella, il suo editore milanese, il 14 marzo 1824, impiegò 7 giorni ad arrivare a Milano e quando Stella rispose, ci mise altri 7 giorni:  Leopardi, nel frattempo, aveva già cambiato idea! C’è stata un’epoca in cui, invece, l’epistola era l’unico strumento di comunicazione, si poteva raggiungere una persona lontana solo scrivendo una lettera. Il telefono ha abolito già da diversi anni questo modo di relazionarsi con l’altro e, quindi, oggi la lettera è diventata un oggetto desueto.

Uno degli ultimi epistolari di un certo interesse sono quelli dei prigionieri della seconda guerra mondiale, i quali hanno continuato a scrivere alle famiglie perché non c’era il telefono. Facendo degli studi su questi epistolari, è stato piuttosto sconcertante scoprire che la maggior parte delle lettere risultavano false, ovvero, non raccontavano cose vere. Chi è in prigione, scrive a casa che va tutto bene, che gli danno da mangiare, che non ha freddo, mentre invece, nel diario, scrive che non si mangia niente, che fa freddo, che lavora tutto il tempo … Da casa i parenti rispondono  “anche qui va tutto bene”. E’ un falso, sicuramente per necessità: nelle lettere si cerca di alleviare l’attesa degli altri edulcorando la realtà perché, invece, nessuno se la passa poi così bene.

(Rispetto a questa esperienza, il Prof. Scrivano racconta di un diario scritto da un semi-analfabeta umbro che, ad un certo punto, prende coraggio con se stesso e scrive nel suo diario, poche pagine sgrammaticate in dialetto, nda della trascrizione):

 

“Io continuo a scrivere le lettere, tanto so che tutto quello che scrivo è tutto finto, perché non c’è niente di vero di quello che scrivo a casa, ma non voglio dar preoccupazioni. Tanto lo so che anche da casa mi scrivono che va tutto bene ma che in realtà non va bene niente”.

 

Nel diario, quindi, c’è un momento di verità rispetto alla comunicazione; inoltre, esso filologicamente ci svela il rapporto che questo signore ha con la scrittura epistolare, con il ricordo di casa, con il tempo presente e anche con la scrittura di tale tempo.

Trascrizione conclusiva dell’intervento:

Ritornando al tema principale, il docente torna a sottolineare che gli scrittori cercano di lavorare letterariamente sulle forme che gli scriventi praticano con normalità. Questo ha avuto molte conseguenze e ci vorranno ancora degli anni per capire cosa sta succedendo o che succederà. La cosa molto importante è aver abolito, o, almeno, aver cercato di abolire, il diaframma tra la letteratura e la scrittura come due fenomeni nettamente separati. E’ una questione che ha a che fare con i critici e con l’istituzione di un canone rispetto a cosa vada ricordato: è l’idea quasi folle che ci debba essere qualcuno che, a seconda di determinati criteri, stabilisca ciò che va ricordato perché istituito nel canone e ciò che vada dimenticato e quindi messo in soffitta, nell’ipotesi più cauta. In relazione a quanto presentato, il Prof. Scrivano sottolinea cosa sia la cultura del diario,  ovvero, quali rapporti questa pratica intrattenga con il mondo della cultura, con l’idea che ogni volta che noi scriviamo il  diario ci collochiamo culturalmente nel mondo. Non lo scriviamo soltanto per noi, lo scriviamo per essere collegati, anche se non direttamente, ad una rete culturale che dà senso. Adottiamo un sistema interpersonale perché sappiamo che molti altri lo possono scegliere, usiamo una particolarità di linguaggio che è quella usata dagli altri e, pertanto, quando noi scriviamo il diario non facciamo un atto personale, ma, in un certo senso, aderiamo al nostro circondario, al nostro ambiente, al nostro contesto e, ancora più ambiziosamente, alla nostra storia, alla nostra lingua, alla nostra cultura. Nella realtà, per quanto si scriva spontaneamente, non si scrive mai ingenuamente. Tutti i rapporti di scrittura hanno una relazione immediata con l’uso del linguaggio e le lingue che noi  ricordiamo sono le lingue delle nostre letture, dei nostri ascolti. Ogni volta che le usiamo, replichiamo, attraverso la scrittura, dei modelli non personali, ma culturali, che elaboriamo personalmente e che, quindi, sappiamo appartenerci in maniera intima. Anche quando scriviamo le cose che sentiamo scegliendo le parole più adatte, stiamo mettendo dentro di noi qualcosa che appartiene al mondo, alla cultura generale, anche se non sappiamo da dove provengano con esattezza.

fabrizio scrivano

Fabrizio Scrivano

Addio Monsieur

Mi sono congedata moralmente da un’idea. Era un pensiero piuttosto, un lume che ho tenuto acceso per un anno intero. Ieri mi sono congedata da monsieur, al quale non ho mai detto: ciao. Non ho mai stretto la sua mano. Avrei voluto. Pochi secondi o minuti e farli durare un anno. E’ la mia specialità. Ma ci sono riuscita. A monsieur avevo dedicato una parte del mio romanzo sentimentale, non si capisce nelle pagine se mademoiselle lo incontrerà. Deduco di no. Perché ieri mi sono congedata da lui, dall’idea di lui. cropped-verito1.jpg

Può una donna vivere senza essere innamorata? Sono rimasta sola molto giovane, troppo giovane. Non è naturale vivere così.  Quando stavo male, monsieur era un pensiero che mi consolava. I miei dolori insistenti estenuanti erano guariti in fondo da quel pensiero.

A monsieur avevo scritto una poesia, la mia prima poesia, in realtà erano versi per una canzone:

A volte è un castigo. L’amore. L’assedio regola il mio tempo, lì dove manca il vostro nome, io vi trovo, signore. Dove tutto tace, il vostro nome risuona, signore.

Curo la mia sete, pronunciando il vostro nome, correndo febbrilmente verso la lusinga, tenendomi desta per non precipitare nella mestizia, eppur succede, signore, di amare gli assenti;

ancor meglio che nella vittoria, mi perfeziono nel rimpianto. Amando gli assenti, nella costruzione perfetta, nel ricordo superbo di quel che non è, così non è mai franato.

Il mio destino si chiama attesa, Signore.

Un brano da “L’altro addio” (Marsilio)

BannerTomassini(…)La notte il vento scuoteva le bicocche, riproducendo spaventosi lamenti, le due coperte non erano sufficienti a scaldarti, la stufa alimentata a legna bisognava spegnerla a una certa ora, ci pensavano i volontari. Dai bagni proveniva la puzza di fogna e di ristagno acquoso. Ti svegliavi travolto dall’incubo che si ammantava di quegli afrori, i tuoi incubi erano deliri da desto. Eri arrivato. Non accusavi le crisi epilettiche, fosti salvo ancora una volta dall’ultimo stadio del bevitore. Avevi una buona stella. Riprendevi il sonno con fatica che forse era una veglia tormentata. La mattina eri intrattabile, tremavi e trattenevi i conati. Ti insaccavi nelle tue maglie slargate, nel giubbotto di piume rimediato in Caritas. Non rimpiangevi nulla. Attraversavi i sentieri boscosi, raggiungendo il centro della città abruzzese. Il gelo ti addormentava le mani, dimenticavi di recarti in Caritas per chiedere i guanti e il cappello. Lo avresti fatto, se l’oblio non sovveniva prima, con una sola bottiglia di birra. Al bar della piazza trovavi chi te ne offriva o un bicchiere d’amaro. Prendevi il bus, quindi, e riparavi in centro commerciale. Stendevi la mano e chiedevi, poi contavi i cent e compravi vino in busta, dividevi col gruppo – c’erano arabi e macedoni allora – oppure te lo finivi da solo in bagno. Perdevi i sensi, gli avventori allarmati chiamavano la sicurezza, ti trascinavano fuori dalla toilette per uomini, il mento sul collo, abbandonato simile a un fantoccio, poggiato alla parete con la bacheca e gli estintori. La gente erano gli altri, gli altri era una parola che non ti piaceva. Ti riprendevi, rimettevi  a posto i tuoi occhiali appena scivolati sul naso. Ti rimettevi in piedi, malconcio e virile, come sempre. Le donne ti guardavano colpite da una recondita ammirazione, eri forte e alticcio, virile malgrado tutto, bello, di una bellezza arrogante, lontana. Le baracche dovevano essere sgomberate, dovevi andartene, due casi di tubercolosi, tu la prendesti a Milano, mesi dopo. Volevi tornare nell’albergo degli sfollati, riprendetemi supplicasti il direttore. Il direttore fu irremovibile. Niente ubriaconi, ti eri scolato la dispensa di vini. Eri indifendibile. Nora, la vecchina di Ovindoli, ti aspettava alla finestra ogni pomeriggio, te lo disse Alina, la rumena della reception. C’era da rimediare un posto dove dormire. L’Aquila era fredda, non c’era da scherzare. Così ti mettesti in pullman per Pescara dove esisteva un centro di accoglienza con molti posti letto e una domanda minore. Erano luoghi per profughi e rifugiati, ci avresti provato lo stesso. Con i cent dell’elemosina comprasti una birra e il biglietto dell’autobus, tremavi , eri a rota, in crisi di astinenza. La birra ti calmava il tremore e i conati. Pescara era obnubilata da strane percezioni, le tue alterazioni visive la rendevano confusa, dentro tutte le partenze, le terre solcate e abbandonate, le frontiere e i volti che avevi amato. Il suo lungomare vacillava sotto il tuo sguardo, gli occhi una fessura. Tentavi di riconoscere un dettaglio che ti inducesse a qualcosa di famigliare. Ti illudevi di incontrami di nuovo, rivedere ancora una volta Crystina, Wojciech, i lerci, la tua casa. Immaginavi di vedermi oltre il verde di quel mare di inverno, rischiarato da una luce debole, incerta. Mi vedevi bianca, vestita di bianco come la vedova di Isaia, ed ero io, ancora. Le tue visioni mistiche erano profetiche. Un giorno mi hai chiesto: hai mai visto un angelo? Lo chiedesti mentre bruciavi all’inferno, nei tormenti alcolici, nella lurida retrovia di uomini intestini e indigesti al mondo, seduto sul ciglio dell’abisso, chiedevi udienza agli angeli. La nostalgia avanzava allora, avida più che mai, ma persa, incapace di riconoscere il senso e la ragione di una perdita. La nostalgia era solo il calco di un antico dolore, di cui non ricordavi nulla, un dolore senza connotati. Avanzavi a tentoni, molto lentamente, molto più che la nostalgia affamata, inutilmente vigile su remoti sussulti senza prestanza. Eppure non conoscevi rimpianto, non nutrivi sensi di colpa, non più del dovuto, infliggevi agli altri il tuo stesso castigo, la perdita e l’abbandono. Intuivi altra vita che non deteneva peculiarità nuove e non per questo te ne dolevi.

 

http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172702/l-altro-addio