Category Archives: contributi

Romanzo Amore 60

Sedeva sul letto. Il bambino cresceva. La vita andava. La vita di prima le era stata strappata. Fu proprio una lacerazione, repentina; il brano di un tessuto estorto dalla  nobile trama. Perché?

Sedeva sul letto guardando un documentario su Rembrandt, ripeteva in mente le parole che udiva pronunciare dalla voce fuori campo: vigore marziale; immaginario glorificato. Le avrebbe riutilizzate. La vocazione a essere il corifeo di una sventura in fondo non era male, ne avrebbe scritto fino a non poterne più, fino a perdere il senso di una esistenza, qual era il senso? Oltre il davanzale della sua camera da letto ogni tanto le tornava la vocina del figlio, giocava in giardino, circondato dalle bianche calle. La sua commovente innocenza. Forse un giorno sarebbero tornati a casa. Aveva appena appena comprato un divano, un mese prima della disfatta – e le venne in mente la Sagan – era un divano azzurro. Le piaceva l’azzurro, i colori nella sua semplice casa erano tenuità, le tende blu o bianche ricamate. Era tutto molto povero e amato. Povertà e amore.

Guardava in tv la vita di Rembrandt, con la voce fuori campo. In certe giornate con la luce netta, i colori palpitanti, le veniva il desiderio di vivere di nuovo. Vivere. Uscire di casa, il bambino, la vita. Era come se un velario la avvolgesse, la stritolasse. Era pesante vivere, dov’era la leggerezza, cos’era? Nessun accidente ebbe la vigoria di farsi ricordare. Tutto era cenere, non c’era un prima e un dopo, emergeva trionfante la cima della disfatta. Un giorno a raccoglierli tutti, a renderli vani tutti. cropped-vvvvvv.jpg

Oggi la gente fluiva a man dritta verso il mare. In auto ascolto una bella voce raccontare il viaggio di Goethe e questa voce recitava a un certo punto ” a man diritta”, o ” di buon mattino”. Qualcosa di antico e rasserenante pronunciava questa bella voce. Ho camminato moltissimo. Qualche volta siedo sulle scale del Duomo, o al Tempio, parlo con chi capita, difendo la mia introversione. Eppure sorrido, sembrerebbe il contrario a vedermi. In auto ascolto una strana musica tedesca, fa da base alla bella voce che riferisce del viaggio di Goethe. Spesso cammino al buio e invece c’è il sole.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

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Romanzo Amore 59 (come una ragazza interrotta)

Al tempio, l’amico ebreo le consegnò un pacco, annodato con un nastro viola. Lo ricevette con indolenza, con l’amico ebreo poteva permettersi l’insolenza e sarebbe stata perdonata. Quando tornò a casa lo aprì e vide la copertina chiara, una farfalla sul davanzale. Lesse “La ragazza interrotta” di Susanna Kaysen. Sedette sul letto.  Rifletteva sul fatto che come Susanna Kaysen, un giorno, per una visita sommaria e distratta, avrebbe potuto trovarsi in una condizione simile, chiusa, interdetta, con una diagnosi irreversibile. Conosceva quel romanzo, vita vissuta. A lei piaceva l’idea che a scrivere ci si dovesse sporcare le mani, altrimenti perché dovrebbero leggerci, deduceva. Senza immolarsi a qualcosa, a qualcuno, il genio si ritrae, lo slancio e la generosità che si avvicenda con la fustigazione, il dolore. E’ così, si sa. Ricordava in special modo un brano di quel romanzo, lo avrebbe cercato, riletto, ma questo l’amico ebreo non poteva sapere, cioè che lei conosceva già il romanzo di Susanna Kaysen, la sua vita vissuta. Il brano del romanzo riferiva di un uomo, le spalle alla finestra. E’ il Mc Lean Hospital. L’uomo – scrive la Kaysen – ha spalle accademiche. I capelli dardeggiano sul suo capo. Dardeggiano, ripeté. Aspetta la ragazza interrotta. L’uomo è un amico. L’uomo un giorno avrebbe scoperto il segreto della vita. E a quel punto, mademoiselle avrebbe letto e riletto la frase: avrebbe scoperto il segreto della vita. Qual era? Si domandava. Quale sarebbe stato il disvelamento? Finalmente avrebbe capito, il segreto della vita, e avrebbe sofferto meno. L’uomo era James Watson. Era il biochimico premio Nobel. Il segreto della vita era un dato scientifico. La struttura a doppia elica del dna.  Non scaturiva da complessi e invertiti ragionamenti di oratoria, ma da raffinate figure matematiche, ordinate, imperturbabili. L’ordine era il segreto della vita, alla fine di un sentiero complesso (quello sì) di formule e orchestrazioni rigide e valide per sottrazioni o magmatiche deduzioni, non replicabili, non sovvertibili. E lei perdeva la ragione. Ma il segreto della vita era: sì sì, no no. Tutto il resto era menzogna. L’amico ebreo voleva proteggerla. Per questo era irritante l’amico ebreo. Era solo amore. Ma a lei interessava l’amore di qualcun’altro.

Al tempio stava con le sue vecchie. Poi sarebbero morte, una per una.  Teneva la piccola mano premuta sul ventre. La consolava. Stringeva il tessuto con la sua piccola mano. Sedeva sulla panca. L’ebreo era andato via. Lo aveva rassicurato: leggerò Susanna Kaysen. Grazie, aveva quindi aggiunto.

Al tempio restava fino al tramonto, se era estate o primavera. E i giorni erano uguali, un succedersi severo di albe e tramonti.cropped-tomassini1.jpg

Ero al tempio, popolato dalla solita gente, dal clamore grossolano, da bancarelle dedite al cattivo gusto, loro malgrado, ambulanti di orribili arredi finto stile impero. Un orrore diffuso in cui in fondo mi trovo perfettamente a mio agio. Su una panca siede K. polacco di Ostrowiec. E’ ubriaco. Era un amico dell’uomo della vita di prima. Non si vedono da anni credo. Quando K. mi incontra ed è ubriaco, K. piange. Perché è ubriaco. Forse soltanto perché è ubriaco e l’alcol lo induce alla commozione. 

 K. ha un taglio vistoso sotto al mento, mi spiega che è stato uno sloveno, immagino anche chi sia, con un collo di bottiglia. E posso immaginare la circostanza, il caos, l’orrore.

Bevo il mio caffè adesso. Penso: sono stata liberata dagli empi. Poteva andarmi peggio. K. Si gira e alza la maglia sui fianchi, sui reni, è pesto, nero, violaceo. Mi abbraccia, piange sulla spalla, lacrime sudicie, pietose. Ha bisogno di una donna, posso andargli bene persino io. Ma sei come un fratello, gli dico. Lo sai. Ci conosciamo da sempre, così mi sembra.  Lui ricorda tutto molto bene. Sono passati anni, oh mamma. Ero giovane. E l’uomo della vita di prima gli chiese allora: dove la porto? Cosa vuole da me? Volevo solo un caffè, forse solo un po’ d’amore. Ero pazza. 

K. ricorda tutto. E piange, ubriaco.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Su Liberi di Scrivere

di Giulietta Iannone

 L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio 2017)

Dopo la caduta del Muro di Berlino, parlo per intenderci del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta del Novecento all’inizio degli anni Novanta, molti ragazzi e ragazze dell’Est lasciarono gli ex paesi della Cortina di Ferro (Germania Est, Cecoslovacchia, Albania, Polonia, Ungheria, Romania etc…) in cerca di fortuna nel nostro edonistico e consumistico Ovest.BannerTomassini
Anche l’Italia fu terra di approdo di questi flussi migratori e se molti trovarono una nuova sistemazione legale e favorevole, impiegandosi come badanti, infermieri, taxisti, tecnici informatici, o aprendo piccole attività dal negozietto alimentare sottocasa, a ditte di import export magari verso i propri paesi d’origine, altri finirono nella zona d’ombra della criminalità, dell’accattonaggio o della prostituzione.
Questa marginalità trova dignità letteraria nei libri della siciliana Veronica Tomassini, come in quest’ ultimo L’altro addio, edito da Marsilio.
Della Tomassini ricordiamo già Sangue di cane, caso letterario del 2010, edito da Laurana Edizioni, in cui per la prima volta il personaggio del polacco Slawek prendeva vita nelle pagine di un libro in bilico tra autofiction, e ritratto sociale, che per potenza e asprezza ricorda uno Zolà, dove le storie degli ultimi assumono valenze epiche e universali, non tralasciando i lati più sordidi e dolorosi di una umanità reietta ma sempre umanissima e vera.
Sebbene forse più che al naturalismo francese, forti sono gli echi verso il verismo tutto nostro di scuola siciliana di un Capuana per esempio, per sensibilità e sincerità di intenti, e per il suo assillo continuo verso la malattia e la morte.
Tuttavia la Tomassini si scosta da queste scuole strutturate e teorizzate, per spontaneità e per l’uso prevalente del flusso di coscienza, strumento che nello stesso tempo è la parte più affascinante e il principale limite della sua scrittura.
Limite perché non è facilmente comprensibile da un lettore distratto, privo degli strumenti idonei per capire la complessità della sensibilità dell’autrice, che si espone quasi senza filtri, superando anche alcuni limiti di opportunità per il suo tendere verso l’aderenza al vero (se non fattuale e oggettivo, sicuramente psicologico e morale).
Insomma non è un libro facile, può scoraggiare, se non respingere, ma se si superano questi ostacoli concettuali, allora si può apprezzare con più consapevolezza il coraggio, la fede (sì, anche nella letteratura oltre che nella umanità o in Dio), l’autenticità di questa autrice che ignora mode, atteggiamenti arroganti o scuole di pensiero.
Il suo tipo di scrittura è molto personale, quasi sovversivo: alterna periodi involuti, ad altri molto piani e immediati, proprio seguendo le onde del pensiero.
Il dolore, l’amore, la malattia, la marginalità si aggiungono all’ universale difficoltà del vivere, del comprendere gli altri, del perdonare. Tanto che l’amore tra la ragazza siciliana e il “migrante” (uso con consapevolezza questa parola che ormai quasi per tutti ha un’ accezione unicamente negativa) polacco, acquista in breve tutte le valenze e le sfumature di uno scontro incontro tra due opposti difficilmente conciliabili. Fino al punto che al lettore, terminata la lettura, non restano che due certezze: il loro è un amore senza futuro, e nello stesso tempo destinato a non estinguersi mai. Doloroso e scorticante.

L’originale qui: https://liberidiscrivere.com/2018/04/15/laltro-addio-di-veronica-tomassini-marsilio-2017/

Romanzo Amore 58

La domenica mattina era un giorno come un altro. La domenica era il giorno delle famiglie anche. Era aprile. Oh quale dolcezza sprigionava tutto intorno, le finestre aperte, il glicine sul davanzale. Talvolta poggiava la mano sul mento e stava un tempo infinito a guardare oltre il davanzale, oltre la terrazza di fronte, il salice,  i cespi di oleandro. Vibrava come se fosse in attesa, come se davvero qualcuno dovesse arrivare, o fosse ancora l’oggetto di un desiderio, di un amore. Invece era assolutamente sola. Badava alla sua piccola vita, accudiva il bambino, chiudeva la porta della sua camera da letto dopodiché. Sedeva al secretaire. Girava le pagine di un libro qualsiasi. Leggeva alcuni appunti su un saggio di Guy Debord. Era aprile.

Ridevamo un tempo. Pensava mademoiselle. Tendeva alla commiserazione similmente a una forma di consolazione. Efficace nel giusto dosaggio, fintanto non si fosse trasformata in rancore, avvitato su se stesso non produceva altro che se stesso.  In centro commerciale notava la pacifica routine di mani braccia gambe, avventori tediati o appesantiti dalla normalità, dalla noia che causa la normalità, al riparo da ogni tempesta.

La normalità. Se fosse stata ancora la moglie nella vita di prima, avrebbe indossato un paio di pantaloni comodi, le scarpe sportive, un maglione morbido e leggero adatto alla stagione, avrebbe annodato i capelli, usato un rossetto acceso. Avrebbe sorriso. Avrebbe avuto molte cose da fare, camminato con vigore, osservato con sincero interesse una vetrina di articoli per la casa. O accarezzato la stoffa di una tenda, la praticità di una pentola, un vasetto di terracotta dove innestare nuovi germogli. Girava per i corridoi di un centro commerciale in un giorno d’aprile. Era domenica. Il solito peso sul cuore. L’intollerabile oppressione. E capì d’un tratto – quasi spaventata dalla crudeltà della rivelazione – che quel peso aveva un nome e un volto e avrebbe voluto liberarsene, non reggendone più la mestizia che le procurava. La causa della tristezza era quel volto quel nome, voleva eliminarlo, seppellirlo. Capì più che altro che il peso intollerabile non era la condizione diffusa di un essere vivente, la condizione morale, che la vita non era quel peso intollerabile, tanto da invidiare la superficialità degli altri, come se ridere o sorridere o conversare di futilità fosse un vizio, una colpa. La sua vita piuttosto era una inondazione perpetua, era l’ingenerarsi del senso di catastrofe, era irrevocabile l’inquietudine che a intervalli la coglieva. Ogni azione, ogni accadimento, rimandava al senso di una catastrofe ed era diventato un automatismo, vivere e provare lo smarrimento e la paura per un terrore vicino prossimo. Terrore che magari non si sarebbe mai tradotto in altro che in terrore.verito

Sono stata una donna fragile. La fragilità è una connotazione che non mi piace, induce al pietismo. E io sono una che si commisera. Per mia fortuna scrivo. 

Tornata a casa, sedette davanti al suo scrittoio. E finì una pagina, la pagina del nuovo romanzo.

“Nie ma, kurwa” urlava qualcuno. Erano connazionali di quell’uomo della vita di prima, li aveva trovati davanti a un supermercato. Trovati, scovati. Litigavano per cose misere, pochi spiccioli, un cartone di vino, una ciotola di rognosi centesimi lasciati da qualche cliente distratto, irretito dal cattivo odore. Erano botte da orbi. Uomini impossibili. L’uomo di prima doveva difendere sempre un’idea, una kurwa, una donna di strada, e finire coi coltelli o con le mani e poi in questura o peggio in guardiola al pronto soccorso. Quando lo vidi – era maggio, un giorno di maggio –  mi prese un colpo, aveva il volto pesto, il naso rotto, era spaventoso. “Torno a parco  e lo mazzo”, tagli sua testa. Sibilava su una barella. Lo aveva pestato un tizio di Strachowice. Alzava il pugno contro un poveraccio, un austriaco vestito di cenci che dimorava nelle grotte. I connazionali davanti al supermercato blateravano, quindi rotolavano – ridendo – contro qualcosa, i denti sporchi di sangue o vino. E la gente passava di fretta, temendo un contagio di non so che tipo, la  loro brutalità. Un anziano berciò con astio tutta la sua paura: pusillanimi, via, tornate a casa vostra. Allora all’uomo della vita di prima prese l’inutile orgoglio, e da giù, dalla sua fossa, gli intimò di chiudere il becco: vecchio, tu conosci a polacchi? Strisciava con le mani luride davanti alle porte del supermercato e cantava Mury, che per lui era Solidarnosc. 

Questo scriveva, mademoiselle. Le tende rosse inondavano la stanza di una speciale luce color dell’ambra.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

tratto da “L’altro addio”

(…)Wojciech cominciava a straparlare nuovamente. Era ossessionato da un suo parente deceduto che aveva mancato di seppellire, gli veniva in sonno all’alba e lo rimproverava, diceva, quindi urlava, berciava oscenità irripetibili, si irrigidiva, cadeva di schiena e schiumava di colpo. Jaruzelski pesantemente estraeva l’accendino, lo piazzava in bocca all’epilettico, gli bloccava la lingua per non farlo soffocare. Quindi tornava uno strano silenzio, il lento tramestio del mare, di piccole onde che riconducevano  la ragione della vita stessa, paziente e ripetitiva, come un’onda, simile, simile all’amore che hai sempre perduto, alle occasioni, ai volti che hai avuto urgenza di ricordare, ma eri troppo ubriaco, troppo vago per farlo, quel giorno in stazione, in Polonia.copertina-marsilio

Avresti ricordato con una dovuta moderata scansione, perché eri già fuori, già confinato. Allora pensavi che forse Crystina era diventata una troia a causa del confino, si diventava peggiori da confinati. Crystina che da ragazzina marciava con Solidarnosc. Non te ne facesti un’idea sicura, tuo padre controllava le tue pulsioni guardingo, ma la tua anarchia era più forte di ogni inibizione, ingovernabile la tua insofferenza che tuo padre maledì pare fino alla morte. Marek era stato fortunato, il padre gli era morto, ubriacone e violento come tanti. Tu non eri meglio, sai? E i pomeriggi grigi di Konskie passati al parco ti sovvennero proprio allora, in quel buio stanzone di un palazzo abbandonato, ti sovvennero potenti, perché distanti, estranei quasi appartenessero a uno sconosciuto. Ti rivedesti col tuo gessato, insolente, le tue puttane al fianco, gli zloty sui loro fianchi svettanti, certe sere spregiudicate con i ragazzi della gang. E il tuo passo veloce, consapevole, solcava furtivo le strade buie di Konskie per i traffici e le cospirazioni , per i tuoi giri loschi, la tua vita a mille. Incontrasti Viola, una mattina d’inverno, aspettava la corriera per Slupia; Viola ti salutò con una intraducibile indulgenza, un misto di pietà e disapprovazione. Ti prese per le spalle, ti fissò implorante: “Basta, ti prego, lascia stare quella gente, si sa tutto oramai, sappiamo tutti cosa fai la notte”.  Rispondevi alla sua implorazione stringendo i tuoi occhi obliqui, serrando la bocca in un ghigno che non era un sorriso. “Quando parti?” le chiedesti. Fra un mese, ti rispose, andava in Germania. L’avresti rivista solo molti anni dopo, amata molti anni dopo, sul letto di un monolocale nel falanstero di un quartiere di periferia, a Varsavia. Era sopravvissuta al male, il piacere che le procuravi si illudeva potesse salvarla, i vostri corpi l’uno sull’altro avevano il potere di cagionare speranze impossibili,  vi illudevate di guarire entrambi, per ragioni diverse. I tuoi baci le ricordavano l’intensità e l’esistenza, preamboli di cui aveva smarrito il significato. Eri la sua pioggia di fiori blu, fiori inauditi, deduco, mai colti, mai visti. Lo eri anche per me, devo stare a qui a ricordarlo.copertina nuovo romanzo


Quando dopo mesi sei tornato in Italia, dopo la grande fuga, ma non la chiamerei così, e tuttavia lo era, al telefono, blateravi tra i singhiozzi che Violeta era morta, tua ammore era morto. Ti mandai al diavolo, chiusi la comunicazione, pioveva, era gennaio, freddo, brutto giorno di gennaio. Alla finestra, la solita finestra sul terrapieno e la punta della costa su cui si ingeneravano le correnti intorno all’isola del maniero federiciano, lì, in quel punto fissavo la mia impotenza, e questo pianto crudele non era mai sazio e prendeva me. Stringevo le mani sul mio ventre. Non ti chiesi: sono io, non sono io il tuo amore? Non chiesi. Era tutto finito, tutto finito. Viola era morta, tu eri un verme, saresti tornato – ma eri un verme – saresti tornato e non da me.

I giorni nella casa sul mare, la casa dei barboni, segnarono profondamente il tuo orgoglio, la tua consapevolezza. Jaruzelski ne aveva per poco, oramai non muoveva le gambe, e spesso restava accasciato ai piedi del salice nel parco cittadino. C’era da trascinarlo,  le gambe in cancrena erano le campane suonate per il morto. Jaruzelski vomitava sangue e giurava che avrebbe smesso, nie alcool spierdalai,  si lamentava.

Tu sedevi sui talloni, trattenendo i conati, era un tuo strano modo di riposare. E nel parco facevate gruppo così, eri l’unico ancora bello, con fattezze da uomo.  Crystina sporca e con la pancia turgida ti guardava, quando il suo enorme corpo di ubriacona emerse nelle campagne della provincia, sgozzato, putrefatto, come scrivevano i giornali locali, per te fu una vera liberazione. In mensa non si parlava di altro, tra i polacchi girava la voce che a finirla fossero stati gli albanesi delle grotte. Wojciech berciava sul muso di un altro polacco, berciava che lui conosceva la storia, l’altro polacco rideva, Wojciech gli puntò la forchetta sugli occhi, tu allora lo agguantasti spingendolo per terra, Wojciech cominciò a sbavare, era in crisi. L’altro polacco urlava il nome di Crystina, chiamarono gli agenti, Wojciech fu trasportato in ospedale. L’altro che urlava il nome di Crystina fu internato e rimpatriato qualche settimana dopo. Crystina era morta, il suo suffragio fu il vostro insulso offensivo ciarlare, la vostra irruenza, la vostra bestialità. E tu me lo dicevi, era facile diventare bestie a frequentare la promiscuità, gli altri, era facile.

La domenica andavi in Caritas per la doccia. La domenica pomeriggio ti prostituivi al parco con le badanti o con i pederasta italiani che lo frequentavano. Con i pederasta ti facevi un sacco di soldi. Ti bastavano per una settimana, compravi alcol e sigarette e non andavi ai semafori. Ricordavi appena il volto di tua madre e quel giorno in stazione. E Mariusz, Mariusz che ti aspettava a Kielce, Mariusz era niente, era uno dei tanti demoni  senza nome che torturavano il tuo breve sonno. Ti rincantucciavi nel tuo giubbotto di pelle, stiravi le gambe e dormivi così dolente, in quella panca che era un feretro all’occorrenza, sotto il salice, dove anche Jaruzelski vegliava immobile, cinereo. Dolente così dormivi(…).

(Marsilio, maggio 2017)

 

 

Romanzo 57 (la causa di uno scandalo)

Se mademoiselle avesse avuto la sfrontatezza e insieme la lucidità di Lucile de La disfatta (il romanzo della Sagan, ancora lei) avrebbe ridimensionato ogni faccenda sentimentale l’avesse riguardata. Ogni faccenda sentimentale l’avesse riguardata sapeva molto bene sarebbe finita nella frustrazione ovvero in nuove forme di solitudini culminanti nel concetto primordiale e catartico dell’abbandono.

Il suo primo e unico marito quando era ubriaco andava blaterando cose del tipo: sono un figlio di puttana. Dunque odiava il momento stesso in cui franava dinanzi alla supremazia dell’amore. L’amore per costui, il suo primo e unico marito, equivaleva a una perdita, a un abbandono. Dunque infliggeva il medesimo castigo alle donne che ne restituivano l’insidia. Cioè l’insidia del tradimento e dell’abbandono.

Rifletteva su questo bel ragionamento da depressa proprio mentre attraversava il corso lungo la stazione, notando l’albergo malfamato dove aveva incontrato quell’uomo, l’uomo della vita di prima, ubriaco e volgare e sentimentale e indecente.

Mademoiselle nella sua giovinezza avrebbe ingenerato scandalo, ogni scelta, ogni suo agire era la causa di uno scandalo. Eppure era casta e virtuosa nelle intenzioni; o forse era crudele, irregolare, inaffidabile, come gli uomini che avrebbe frequentato. Oh adesso doveva stare buona, contentarsi, un ometto, come le suggerivano le vecchie del tempio. Figuri anonimi, un po’ tonti o incapaci di venirle dietro. Incapaci di usare la voce giusta in certe cose. Sospirare.

Su Sergej aveva concentrato tutti i suoi desideri. Tipicamente femminile l’operazione. Meschina, ingannevole. Sergej non lo aveva mai visto, probabilmente non le sarebbe nemmeno piaciuto.  Molti anni dopo Sergej, incontrò il suo francese. Era così bello, era lì, era vero. Il secondo abbandono porta il suo nome.

  • La chamade. Mademoiselle una mattina si sveglia piangendo. Non riesce a smettere di piangere. Non era per Sergej. Per il suo francese. Da allora, sul secretaire accanto al suo letto, c’è la scatola di farmaci. La pillola della felicità.

I mesi sono passati e io sto meglio. Sarei stanca tuttavia, sarei vecchia. Non voglio invecchiare troppo. Sono ancora in piedi. Ogni pomeriggio siedo in riva al mare, sulla panchina di fronte al porto. mareMi piace la solitudine, quel tipo di solitudine. Sono presa dai pensieri, sono delicati, si poggiano appena sul mio piccolo cuore, il mio piccolo cuore non può custodire due destini, sono i versi di Dora Gabe, poetessa bulgara di origini ebraiche, vissuta nel secolo scorso. “Perché sono una donna metà bambino/ Perché non è nelle mie forze portare due destini in un così piccolo cuore/”.

Sergej non esiste più, definitivamente. La sua voce era molto bassa, calma, gentile. Leggo di lui, giusto per curiosità. Il suo nuovo romanzo pare che stia andando bene, tradotto in alcuni paesi. Nessun sussulto. Racconta una storia d’amore tormentata, negli anni del regime in Bielorussia. E di altri drammi terribili che hanno investito la sua vita. Morti terribili. Me ne aveva raccontato. Un giorno mi scrisse: sono cresciuto in un luogo crudele, dove non ti è consentito piangere, addolorarti, mostrarti debole. Il romanzo è la metafora di un tempo disumano, dove un’ideologia disumana sconvolgeva, nel suo mostruoso nichilismo, la vita delle persone. La sua famiglia di intellettuali russi era molto conosciuta. Lui avrebbe amato me e mio figlio, aveva promesso. Le promesse sono fatte per non essere mantenute.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

 

Romanzo Amore 56

Al tempio c’era sempre vento.

Mademoiselle sedeva lì, alle quattro del pomeriggio, sulla panca dove sonnecchiava un rom con la fisarmonica al collo. Il musicista sul palco di una balera poco più in là cantava canzoni da balera. Le vecchie non c’erano. La questione era semplice, la vita è una pratica che si deve chiudere.  L’amico ebreo un giorno le disse: sai, è tutto scritto nel tuo nome. Oppure per consolarla le chiedeva: cosa posso fare per te? E lei avrebbe voluto urlare: strappami il cuore dal petto, perché non ne posso più.

Vide il cantante neomelodico, ciarlava con qualcuno, balordi frequentatori, buzzurri pietosi, il suo risentimento era snob o amarognolo come avrebbe detto delicatamente il suo amico poeta, il maestro poeta, morto. I suoi amati assenti.

Era tutto così brutale senza l’amore. L’amore, mon petit. Quando lo avrebbe ritrovato? O trascinato a casa, dentro un ritorno, il più tragico e favoloso ritorno. Erano giorni di lontananze, di violente privazioni. E a coloro che le promettevano che sarebbe passato, mademoiselle avrebbe dovuto replicare con la certezza del dopo che no, non era vero, non sarebbe passato, mai mai.

E’ la disfatta, ne avrebbe dedotto un personaggio della Sagan, la chamade, il suono del rullo del tamburo che annuncia la disfatta. C’era una donna al tempio, si chiamava Lucia. Una delle ultime ad andarsene. Lucia, con la quale confidarsi.

Ora mademoiselle sedeva al tempio, con il rom accanto e la fisarmonica al collo, il cantante neomelodico che ciarlava di fronte alle prese con un balordo.

Mademoiselle aveva amato un uomo dopo il marito. Si chiamava Sergej. Ma non esisteva, non lo aveva mai visto. Era esistito, aveva ricevuto le sue lettere. Era uno scrittore. Sergej. Poi incontrò un francese. L’amore.vestitoveri

Dopo mesi mi chiama la signora Lucia. La trovo in un letto d’ospedale. Un modo come un altro di essere accudita, di sentirsi a casa. Il fatto mi ha rassicurato. Bene, è tutto a posto. Come spesso accadeva con Slawek. Era un gran sollievo saperlo da qualche parte, qualsiasi feretro diventava una casa. Slawek viveva per strada, così tutto era meglio per me, saperlo in ospedale, in galera. Adesso sta bene, vive come tutti, ha una casa, una compagna. Per noi era invece tutto molto difficile, sempre. La normalità era il vezzo straordinario che fuggiva altrove, di solito. Non sono mai crollata con Slawek però. Quale forza sovrumana mi sosteneva, mi chiedo. Forza fisica intanto. Ne avevo, immagino. Ero giovane. Ma adesso non dimostro la mia età, la reazione che suscito di norma è la tenerezza, mi si parla come a una ragazzina, guadagno buffetti sulla guancia o sguardi gentili e di comprensione. Io ne approfitto, per prendermi l’amore di tutti o quel che sia.

Non sono addolorata.  Devo capire veramente se sia soltanto merito di Sergei (lo scrittore pluritradotto, mai visto, nda). Quando lui è andato via, accusandomi di inutilità cioè di colpe innocenti (“mi sento manipolato“, nda), figurarsi, mi sembrò d’un tratto impossibile sopportare la vita che avevo condotto fino a prima di lui. Temevo la solitudine paziente dei mesi, degli anni, dopo la separazione. Avevo trovato il mio amore russo. Rifletto sul fatto che le più grandi gioie e i più grandi dispiaceri provengono dalla medesima area geografica. Il mio karma è spostato a Est. Continuava a chiamarmi Vera fino alla fine, era sicuro fossi la Vera del suo romanzo. Per questo mi amava follemente. Diceva. Qualcuno di voi mi ha chiesto tempo fa: racconti ogni cosa, perché?

Ma davvero credete che non sia funzionale, la vita? O pensate sul serio che io viva e basta? 

Al tempio, arriva la voce del cantante della balera, stavolta è una canzone folk, di Simon e Garfunkel. Mademoiselle stringe gli occhi e la giacca al suo petto.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.