Category Archives: contributi

Un brano

“(…)Il centro di accoglienza sorgeva in centro, ultimo piano di un palazzo di nuova costruzione. Il portiere sorvegliava chi entrava e chi usciva con uno zelo sospettoso. Nella bacheca della guardiola c’era scritto su un foglietto adesivo: non oltre le ventuno. Ti fece un po’ ridere tutto quel che regnava sotto quel “non oltre”. Non oltre le ventuno: smettere di fare casino, di bere, di essere barbaro e solo, di sputare in terra, di professare la nostalgia criminale, la solita nostalgia, il verme che nutrivi in corpo, la serpe. Salisti, terzo e ultimo piano, scale pulite, brillanti, odore di buono, di normalità. Le pareti bianche ti accolsero, un paio di africani uscivano in quel mentre, ti salutarono con allegria. Rispondesti cupo. Non ti piacevano gli altri, era un fatto. Non ti piacevano più. Il volontario ti disse di accomodarti, che avrebbe controllato il registro, il numero di posti ancora disponibili, che lo aveva chiamato la suora dalla Caritas de L’Aquila, che c’era da vedere, non era facile, troppa gente, quanti siete, e non vi si sfama mai mai. Era nervoso, ti parve, no era avvilito, era avvilito ché a stare coi lerci si perdeva la pazienza e si cominciava a puzzare, e si era carogne d’un colpo; tu che andavi in giro con i vestiti cuciti dal sarto, in taxi con le tue puttane da night, le tasche piene di zloty, tu puzzavi come i lerci.  Sedesti sul divano di finta pelle, le gambe larghe, guardavi i pavimenti, le venature del marmo che incrociavano strane strade, strane complicità con altre venature ed era un intrigo che ti affascinava, inducendoti al sonno. Eri ubriaco. L’altro ti guardava, gli altri ti piacevano sempre meno. L’altro ti diceva qualcosa, vediamo, sì forse, una notte amico, una però, niente alcol amico, diceva l’altro. L’altro indossava una polo fucsia e un blazer scuro, viso stanco, anonimo, un viso anonimo e stanco. Dormivi da ubriaco, ma eri anche desto in un certo qual senso, recepivi tutto, eri sempre nei guai nella tua sottopercezione, e lì in quell’infimo segreto di coscienza pativi il danno, l’affronto, lì in quell’infimo segreto eri senza pelle. “Ok, amico. Fatto. Stasera entro le ventuno, altrimenti rimani fuori”. Entro le ventuno, le ventuno, i suoni detonavano, le parole, già udite, sempre le stesse, le ventuno, ridevi, ma non ridevi, ridevi nel tuo sonno da ubriaco, nella tua disperata resa, le ventuno era un messaggio in codice, entro, oltre, parole nuove e sempre uguali, Italia, questa è Italia amico, apristi gli occhi. Di nuovo le pareti bianche, fisse, ti tendevano al riparo, provasti ad alzarti, barcollavi, ma eccoti diritto. Il volontario ti guardava in tralice, fingendo di apporre firme nel registro che aveva davanti. “Posso andare a letto, amico?”. No, rispose l’altro. No stasera, entro le ventuno. Dormire finalmente,  e che sia la morte, ti auguravi. Così dormivi, dormivi. Sono stanco amico. L’altro scuoteva il capo. Amico fammi dormire. Il volontario segue certe regole. Il terzo piano è un dormitorio, non un centro di permanenza, il centro di permanenza è al secondo, lì ci vuole lo status di rifugiato sennò non entri. Facesti un cenno col capo, era un saluto, una imprecazione al tizio col viso stravolto, tutto impegnato a tenere in ordine il registro delle entrate e delle uscite. In tasca avevi ancora qualche euro, potevi pagarti un paio di birre. “Saluto amico”, la tua voce roca emanò giù per le scale. Pescara era fredda. In strada ritrovasti le luci del giorno ancora più mogie, ed era una fortuna, la testa ti faceva male, non eri abbastanza ubriaco. Ti offrì da bere un rumeno di Sibiu, scuro come un rom. Beveste fino al tramonto, seduti sotto un cavalcavia appena fuori dalla città. Era un luogo di bivacco per molti stranieri, riconoscesti anche qualche polacco, ma tu con i polacchi avevi chiuso, i polacchi in Italia portavano guai. Ardeva un piccolo fuoco, i polacchi cocevano le loro brodaglie e bevevano vino di quart’ordine, c’erano arabi e africani sdraiati su vecchi materassi a fumare le pipe di crack. Ti sembrò davvero la fine, il luogo peggiore che avevi mai visto, peggio della casa occupata con Wojciech e Jaruzelski, peggio del parco di Siracusa e del vagone in cui certe volte dormivi con Crystina e altri barboni. man-618344_960_720Erano le facce a suggestionarti, facce vitree forse cattive su cui la vita si adombrava, non c’era vita in quelle facce o c’era solo la più violenta. Il rumeno di Sibiu parlava della sua famiglia, del suo viaggio per l’Italia, le solite cose, le frontiere, i dollari cuciti all’interno del giubbotto. Viveva in un povero sobborgo rurale, aveva un pezzo di terra e tre mucche. Il rumeno raccontava delle tre mucche e gli venivano le lacrime. Si incazzava quando parlava della moglie che lo aveva tradito e ora stava con un vedovo di Valea Seaca. I figli erano finiti in orfanotrofio, poi taceva. Il rumeno taceva su uno di loro, su Florin. Florin si era impiccato, aveva undici anni,  si era impiccato per la nostalgia, la tua stessa criminale nostalgia, Florin si era impiccato. Salì su una sedia, prima tolse gli occhiali che gli cadevano sul naso, le candele accese sul tavolo della misera cucina della nonna. Scalciò la sedia. Pensavi al figlio della Polonia, quello che aveva diciotto anni oramai. Non c’era molto da fare. E il ragazzino italiano, il figlio italiano. Bevevi per questo, che menzogna. Bevevi e basta, eri un barbone, bevevi. Tornasti in dormitorio entro le ventuno. Ripetevi entro le ventuno, un mantra, ma ridevi ridevi. Soltanto l’ubriachezza ti dava la misura di quanto tormento covassi. E l’ubriachezza lasciava che il danno corresse, fuggisse oltre. Entro le ventuno varcasti la porta del dormitorio, il volontario non era quello della mattina con la polo fucsia e il blazer scuro. Ti guardò. Non sono ubriaco, biascicasti. Giocasti troppo d’anticipo. Allora lo sei, amico, disse l’altro. Oh, gli altri non ti piacevano.  Fammi dormire, amico, implorasti. Non era tua abitudine implorare, elemosinare, non implorare, chiedere senza emotività, non implorare. Via, per favore, insisteva con fermezza l’altro. Amico, ti prego. Entrarono gli africani, salutarono con allegria. Ti stavano sullo stomaco gli altri, gli africani, quelli che salutavano, il volontario con il blazer e questo con la barba incolta e i capelli lunghi. Non amavi le risse, non dovevano provocarti. Amico, fammi dormire berciasti. L’amico scosse la testa e digitò i tasti sul suo cellulare. Se qualcuno andava di matto, bastava un secondo e intervenivano le forze dell’ordine, ci voleva poco. Il tizio ti fece saltare i nervi. Cazzo, ho sonno urlasti, kurwa, jestem zmęczony. Ti agguantarono dalle spalle, coraggio, andiamo, ti disse l’agente, mentre  il collega ti marcava stretto. Da dove erano sbucati? Maledetta Italia, imprecavi nella tua lingua. Italia, dove  sta cuore buono di Italia?  Nel delirio incespicava persino il tuo italiano quasi perfetto. Coraggio coraggio, esortava l’agente.  Faceva freddo, ti condussero in caserma, per le impronte e le procedure che conoscevi bene, niente foglio di via stavolta, eri un regolare. In gazzella guardavi le luci della città e delle fabbriche. Ti addormentasti, speravi per sempre. Un sonno perenne, che fosse la morte non ti fregava granché(…)”.

copertina Marsilio

Advertisements

Raccontare l’amore

Provo a immaginare una storia d’amore borghese e penso subito a Dino Buzzati di Un amore. Non è una relazione tradizionale, tuttavia. La Laide ostile e adolescente traduce l’elemento dello scandalo. Lo scandalo è necessario per raccontare un amore. Odiavo la Laide, forse anche per questo vezzo molto neorealista di anticipare il nome del personaggio con un articolo. Il che fa molto anni ’60, gli anni del boom, delle auto veloci, dei primi elettrodomestici, di certa edilizia popolare manifesto ingiusto di un proletariato pregno di una forza ribelle e brutale o placido come vasi di gerani noiosi sul davanzale, ballatoi in comune, l’odore di minestra e cavoli che si emana dalla rampa su per le scale. Penso al condominio dei miei nonni umbri. Quel condominio lo amavo.  Ma devo raccontare una storia d’amore. Borghese, normale. Non è come attraversare un binario prima che il treno deragli, attraversare lo stesso il binario, sfidare l’incorruttibilità e i suoi grandi argomenti, vita morte amore appunto, infrangendo tutte le regole.

v8

Ma un amore può succedere, anche nella fugacità, nella brevità, sconfessa gli antichi scandali, ne produce di nuovi. Ma è troppo presto perché io ne possa raccontare in un romanzo, posso solo immaginare e se fossi appena un po’ più scaltra proverei piuttosto a dimenticare. I piani si sovrappongono, come sempre, la realtà, le nostre proiezioni. Sono abbastanza stanca delle mie proiezioni. Ecco la Laide non mi piaceva, non mi seduceva, si vendeva in un postribolo d’alto bordo, in un quartiere residenziale milanese. Lei non aveva niente della posa drammatica e succinta dell’Andreina di Moravia ne “Le ambizioni sbagliate”. La pelle bianca di Andreina, le braccia morbide, il nero luttuoso a contraddire l’ingannevole innocenza, me la rendevano tragica, nelle forme di un’ossessione, un parametro che avrei voluto raggiungere, possedere. Era tutto arrendevole e amorale in Andreina, aspro e assente nella Laide di Buzzati. Entrambe evocavano lo scandalo, l’elemento che dovrei costantemente osservare durante la stesura di un nuovo ipotetico romanzo. Cosa sia l’amore? Non lo so, tutto quel che sapevo vorrei che fosse restituito da altro materiale. Vorrei vivere ancora qualcosa di simile, ci sono andata vicino. E invece, non troppo tempo fa, l’idea era quella di raccontare una donna nell’attesa finale, il suo sguardo proteso verso la vita degli altri, con attese vere, dinamiche, non come la sua, inutile e malinconica. Un post abbandono che comunque adesso mi è venuto a noia.  Immaginate il turbamento del signor Swann di Proust in carrozza verso Prévost, pensa alla sua Odette, alla sua irrevocabile assenza, il più temibile degli assedi, ora la sua libertà era affamata di catene, “l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare” (La strada di Swann). Devo raccontare una storia d’amore malgrado ne indossi le ombre più deteriori. Non sono stata amata. Sono stata amata. Quesito veloce, antico anch’esso, a cui non risponderò più, le molte ipotesi si riducono al solito bivio: sì, no. In definitiva non è interessante la risposta, oggi che mi riconosco nella ostinazione visionaria della Bess di Von Trier, imperdonabile vestale. L’imperdonabile.

 

Un lettore (ultima parte)

di Antonio Danise

Lo sapevo ancor prima di comprarlo. Quando cominciavo a leggerlo non ci avrei capito molto. È successo così anche col primo, un po’ di anni fa. Devo farci l’abitudine, devo allenarmi al tuo ritmo, e anche al vocabolario.

Io comincio a leggere, sapendo però che non serve a capire. La prima lettura è così. E forse anche la seconda. Ci sarà un momento in cui comincerò ad intuire i tuoi pensieri. O quello che hai voluto dire. Adesso è solo pronunciare concetti che non afferro, parole che faccio fatica a capire. Devo farci l’abitudine. Devo entrare in confidenza. E ci vuole molto.

La lettura dei tuoi testi non è proprio una passeggiata. Non hai un carattere facile, almeno a prima vista. Le parole sono pesanti, pregne di contenuti, ricolme di svariati significati, intrise di tutto il sudore che ti è costato concepirle. Le frasi sono zavorre pesanti che mi gravano addosso, che mi buttano giù, in attesa e nella speranza che acquistino una levità in cui ho desiderato fin dall’inizio nuotare e finanche perdermi, come se così facendo potessi ritrovare una parte di me, in ogni frase, in ogni periodo, in ogni pagina, da cui non riesco ad allontanarmi, a staccarmi definitivamente, perché le cose che scrivi non possono scomparire voltando pagina, o quando si arriva alla parola fine.BannerTomassini

Mi sono fatto l’idea, o meglio, mi piace pensare che leggere il tuo libro è come affrontare un viaggio della speranza. Minima speranza, per la verità, ma pur sempre qualcosa. In un senso vuol dire niente, per un altro verso una qualche speranza mi auguro di trovarla, sì, insomma, di incontrarla, anche in maniera virtuale, qualcosa di effimero forse, chissà, sia pur un viaggio accidentato, come quello del protagonista, per nulla confortevole, che potrà lasciarmi con l’amaro in bocca, e anche con un senso di smarrimento oppure farmi intravedere un bagliore tremolante in lontananza.

Sento che devo proseguire, anche se non capisco molto. Del resto, chi sono io per interrompere questo processo? Mi voglio immischiare in tutti i modi nelle tue faccende, voglio conoscerti, conoscerti meglio, per questo non devo lasciarmi sfuggire l’occasione. Stavo per dire, non voglio sperimentare un altro addio, ma forse non è il caso, suonerebbe come una profanazione, qualcosa di irriverente.

L’importante comunque è restarti vicino, tallonarti, sì, non devo lasciarti allontanare. Solo così potrò imparare qualcosa da te, sempre che infine ci riesca, nel leggere il tuo libro, che sarebbe come dire, seguire la tua storia, perché, nonostante tutto, nessuno mi può togliere dalla testa che questo romanzo può essere considerato autobiografico al cento per cento. Non che penso che tu abbia vissuto tutte le storie che racconti, e nemmeno che abbia riversato nelle pagine gran parte di te, o forse è anche così, ma non è questo il punto. Penso che dentro c’è una buona fetta della tua vita, tradotta, travisata, tradita anche, o forse.

Ognuno ha qualcosa da raccontare di sé, ed anche un modo per farlo, un punto da cui cominciare, tante cose da dire e altrettante inevitabilmente da tralasciare. La scrittura non può essere la trasposizione pedissequa della vita, e neanche di una sola parte, per quanto la si voglia delimitare. Il capitolo primo comincia sempre nella vaga e indistinta media res di qualcos’altro, anche se, ovviamente, in principio c’è sempre qualcosa.

Il tuo inizio non è uno qualunque. Forse un sogno che, tuttavia, a me non è chiaro. Appare indistinto, intenzionalmente enigmatico, e contribuisce a creare quel senso di mistero che potrebbe catturare l’attenzione di chi legge, con un particolare di poco conto o un dettaglio all’apparenza insignificante.

Continuo a leggere, a rileggere, a ricominciare daccapo, come se così facendo riuscissi a penetrare nel tuo mondo, in quello di chi ha scritto, ma anche in quello di un narratore che rimane ancora nell’ombra, nelle nebbie di un’incertezza che, comunque, fino ad ora, è la sola molla che mi stimola ad andare avanti, a proseguire nella lettura, ad affrontare questa avventura.

Ma, ho detto fino ad ora? Ma fino a quando, se non ho ancora cominciato? Se non mi sono mosso dalle prime righe, dalle prime parole? Riuscirò a superare questo scoglio? A rompere il diaframma che mi separa da una lettura consapevole? Riuscirò ad entrare nei tuoi pensieri? O forse sei tu che non ti lasci penetrare tanto facilmente? Che hai innalzato delle solide barriere a tua difesa? Vorrei sapere tutto questo, vorrei trovare le risposte a tutti i miei quesiti, ai miei dubbi, e non solo a quelli legati alla lettura di questo libro.

Ho deciso. Vado avanti lo stesso. Nonostante di tanto in tanto ci siano dei vuoti che non so colmare, fiducioso che presto riuscirò a riempirli. È così che si deve fare. Anche nella vita, dove, è vero, può essere più rischioso, ma, come si dice?, l’audacia rappresenta il sale che rende appetitosa un’avventura, senza cui tutto sarebbe piatto. L’alternativa è la paralisi, la non vita.

Diffidenza è il sentimento che provo, che ho provato fin dall’inizio, fin da quando ti ho conosciuta. E poi sospetto ed anche timore. Reverenziale, sì, perché sei una donna, perché sei una che scrive , perché tu sai tutto di quello che racconti mentre a me nel tuo mondo tocca entrarci in punta di piedi, senza rumore, per non rovinare tutto, un rischio che non voglio correre. Come si entra nella vita di una persona che non si conosce, senza nemmeno sapere se me ne abbia dato il permesso, a me, e non ad uno qualunque, solo a me, non ad uno dei tanti tuoi lettori, esattamente a me.

Perché di cose me ne dici, lo sento, e tante anche. Dovessi riportare il dialogo che si svolge tra noi due nel corso della lettura sarebbe una sfilza ininterrotta di botte e risposte fra te e me. Ma io preferisco il discorso indiretto, attraverso cui faccio passare i miei pensieri ed anche i tuoi, ma non solo, anche quelli di chi vuole intervenire, di chi vuole partecipare a questo gioco. È di questo che vivo.

I miei pensieri corrono rapidi, non riesco a seguirli. Vorrei stare al passo con le tue parole ma ogni volta o mi soffermo troppo per cogliere le mille sfumature che contengono, oppure sono già più avanti, a immaginarmi scenari, a prefigurare cosa succederà fra un po’, nella frase che segue, nelle pagine che vorrei già scoprire.

Non sto sul pezzo. Sempre prima o sempre dopo. Non so come si chiama questo disturbo. Ma che importa il nome? Avverto una scollatura tra quello che leggo e ciò che le parole rimandano, una frattura insanabile, un rincorrere faticoso che forse non mi porterà da nessuna parte. Cosa resterà di te?

Ad esempio, volevo dirtelo, che la confusione di chi racconta la storia della tubercolosi che è roba da Mimì della Traviata, non è che mi convince molto, o più precisamente non l’ho capita. E anche che lo sradicato che si arrende al lemure non è un concetto che mi appartiene, diciamo che mi sfugge, mi è ostico, abbastanza incomprensibile, intraducibile e anche impronunciabile. Però a volte mi fisso, mi ostino a voler capire a tutti i costi. Ecco, è a questo che mi riferisco quando dico che voglio penetrarti, cioè che vorrei entrare nei tuoi pensieri, vorrei essere te, per capire come si possa scrivere così, come si possano elaborare certi concetti e poi esprimerli proprio con quelle frasi, esattamente con quelle parole, come sai fare tu. È chiedere troppo?

Ed è anche per questo che vorrei conoscerti, per chiarire i tanti dubbi che nascono in me dalla lettura del tuo romanzo, che però forse non può essere tout court definito semplicemente romanzo. C’è molto di più là dentro, c’è la tua vita, e sicuramente da adesso in poi anche una parte della mia, quella che mi vede come protagonista in questi giorni di lettura attenta, che prova ad analizzare ogni tua frase, ogni parola. Non sempre mi succede quando leggo. Ci dev’essere qualcosa che ci lega, o che quanto meno ci fa stare su uno stesso piano, che pure vorrei scoprire.

La nostalgia è una seduzione. Forse sta in questa frase la chiave per capire il legame che mi unisce a te.

 

Un brano

<<(…)Ragazzo mio, ti implorava Crystina, slacciando la cinta dei tuoi pantaloni, sei la mia Polonia. Eppure non c’era autorevolezza neanche nel tedio e nella commozione. Crystina? La chiamasti, mentre lei beveva, all’ombra della magnolia del parco. Crystina, proseguisti, ricordi il ribes? La vodka di ribes? Crystina alzò il volto duro. Sì, tak, disse, e abbassò gli occhi. Potresti giurare di aver sentito il suo respiro tradursi in un singhiozzo. Cosa piangi, sciocca, imprecasti. Kurwa Crystina, nie placz. Non piangere. Crystina asciugava gli occhi con le mani luride, le labbra tumide di vino, bisbigliava qualcosa. Ragazzo mio, diceva Crystina quasi tra sé, tu pensi alla nostra Polonia? Le abbiamo voltato le spalle, oggi siamo niente, oggi rimane solo la pena e la tristezza, come per le sette ragazze di Albatros, e tu sei l’unica cantava Jacek Kaczmarski. Tirava su col naso. Il cartone di vino cadde sui piedi gonfi, era vuoto.

Crystina si allungò sul prato. La guardavi, seduto sulla panca. Kurwa, Crystina, urlasti, nie placz, non piangere. Lei cantava invece, per te era un singhiozzo protratto, un rimando spaventoso di tutte le nostalgie, di tutte le morti, le infamie. Jaruzelski cadde, un tronco, sanguinava dal centro della nuca. Non si alzò, non era in grado. I tuoi occhi si chiudevano su Jaruzelski steso come un tronco ai piedi della panchina. E tutto intorno il sole brillava sugli uomini e le cose.  Crystina andò via, in un punto non collocabile di un giorno di un mese di un anno. Era morta. L’infermiera di Ostrowiec .

Al parco litigavi come il peggiore degli ubriaconi, blateravi con Wojciech e il solito Jaruzelski. Suoneranno le campane anche per te, berciavi ora all’uno ora all’altro. Ti rividi, andavi veloce, mani in tasca, attraversavi la piazza del Duomo con due polacchi appena arrivati da Strachowice. Attraversaste la piazza del Duomo, tu e i due nuovi polacchi. Erano giovanissimi, non erano stati provati col suggello, sorridevano, avevano spalle solide, gambe forti. Ti ricordasti la normalità, per un solo istante. Immaginasti tuo padre, non ricordavi neanche più il suo volto.

Lo immaginasti serio, ma senza rabbia. Serio perché triste, alla finestra del falansterio, nel quartiere popolare di Konskie. Lo vedesti fissare giù, verso il cortile scarno, oltre la pineta, dove tu e Mariusz andavate a sbronzarvi. Hai immaginato tuo padre, era serio e prossimo ad una conversione, espulso dal partito; e immaginasti certi sorrisi, mai raccolti. I sorrisi. “Mamma” ti sentisti pronunciare con un fil di voce. Dalla finestra tuo padre vedeva il mondo, finalmente senza rancore. Invocasti la pace della sua anima, tu che avevi smesso di pregare, che non ricordavi la ragione di una preghiera. E allora ti sei accorto che non era tuo padre alla finestra, dietro i vetri; eri tu. Le imposte erano sbarrate, al condominio. Tua madre viveva in un altro quartiere, la casa era stata venduta. Guardasti su al piano, c’era ancora la gabbia dell’usignolo, messa lì da quando da bambino te ne regalarono uno. A tuo padre irritava moltissimo il cinguettio.  Pace all’anima sua. Il suo polacco gergale aveva sovente il suono di un insulto. Il tanfo di tabacco e di vodka anticipavano il suo arrivo, il suo passo pesante sul pianerottolo, l’esitazione, il trillo indisponente del campanello. L’usignolo era volato via, tu piangevi per questo. Tuo padre urlò: “ Kurwa, nie placz”. Non piangere. Così urlasti a Crystina quel giorno, quel giorno eri tuo padre. Lei, invece, cantava.

Non piangere>>.

romanzo d repub

 

 

(L’altro addio, Marsilio, pag.206, Euro 17)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un lettore (parte terza)

di Antonio Danise

Posso cominciare a leggere aprendo una pagina a caso, senza perdere il filo del discorso. È fatto così questo libro, è il tuo romanzo, non c’è un inizio e una fine nella narrazione.

Se penso che un giorno non ci sarò più, sono contento di averti conosciuta. Ops! Ormai l’ho detto. Forse è un’esagerazione, ma qualcosa dobbiamo pur portare con noi in quel mondo, dopo l’estremo addio.

Questo caldo mi distrugge, ti leggo all’alba, quando le voci ed i rumori sono ridotti al minimo, per sentire meglio la tua vicinanza, per ascoltare i tuoi dolori, per meglio percepire i sussurri che galleggiano in mezzo alle parole.

E poi, questa violenza dei sentimenti, è qualcosa che mi manca. Negli ultimi tempi (anni? e quanti?), sono stati pochi i momenti memorabili, quelli che sono rimasti, che hanno lasciato un segno in me, una qualche memoria. I momenti di intense emozioni, di forti sentimenti li posso contare sulle dita di una mano, non arrivo a quelle di entrambe. A te queste cose le posso confessare. Tu mi puoi capire, sono sicuro. A me basta prestare la giusta attenzione alle cose che scrivi, a quello che dici, e soprattutto a come lo dici. Non ci sono segreti, sei un libro aperto, racconti tutto di te, come fosse la cosa più normale, del tutto naturale. Ecco perché mi soffermo a lungo su alcune frasi, perché a leggerle distrattamente sfuggirebbero concetti importanti, e invece non voglio perdere niente di te. Anche a costo di leggere e rileggere e poi riprendere a leggere e a rileggere ancora, come se pronunciando certe parole riuscissi a ritrovare almeno un poco di te, un briciolo della tua identità, un frammento sia pur minimo della tua coscienza. Sarebbe sufficiente, sarebbe già qualcosa per farmi andare avanti, per giustificare la lettura, che poi sarebbe un po’ come dire la vita, sì, o il vigore di taluni sentimenti mai sperimentati. Non della speranza, o della nostalgia, che quella l’ho sempre avuta, soprattutto di un futuro almeno decente, non voglio dire radioso.

 

Erano anni che non sottolineavo un libro. Con il tuo ho ripreso questa pratica. Per evidenziare alcune frasi. Per ricordarmele, per rammentarle, per segnalare che è là che più devo cercarti, è dentro quelle parole che posso trovarti, che posso ritrovarti. Il rischio è quello di incidere il libro con un’unica sottolineatura, dall’inizio alla fine.

Allo stesso tempo, però, vorrei anche non continuare, perché andare avanti nella lettura significa avvicinarsi alla conclusione di questa avventura. E sarebbe una disgrazia. Dove troverei più la forza per affrontare un nuovo giorno? Il vuoto che rimane?

Sto nuovamente esagerando? Forse, lo spero vivamente, altrimenti sarebbe davvero la fine, la fine di tutto, la fine di ogni cosa, della ricchezza, dell’autentica bellezza, la fine di ogni domanda. E cos’è la vita senza interrogativi? La vita di dentro? Quella di fuori? Laddove il confine è una linea sottile che fa la differenza tra esserci e non esserci, tra vivere e sopravvivere, tra il presupporre la consapevolezza dell’abisso in cui a volte anch’io sento di sprofondare e una resurrezione auspicabile ancorché difficile da ottenere o raggiungere.

Avrai notato che il tuo lessico mi contagia, le tue riflessioni spontanee, del tutto naturali, scavano gallerie profonde dentro i miei pensieri, si fanno strada in me fino a plagiare finanche le considerazioni più semplici sulle pagine che ho di fronte. Mi perdo dentro le parole, mi incantano le costruzioni, ancor più le ricostruzioni che stimolano.

Come può starci così tanta ponderazione, un equilibrio pressoché perfetto, nelle frasi che leggo? Un incastro armonioso dove non sarebbe possibile togliere nulla senza stravolgere il senso. La conseguenza sarebbe un franare irreparabile, una caduta rovinosa, un precipitare a cascata verso qualcosa di inafferrabile, anche di incomprensibile.BannerTomassini

Ci vuole un po’ di pratica per rendersene conto, ma una volta realizzato, sembra un gioco da ragazzi, entra in ballo la matematica che, finalmente capisco, in maniera inequivocabile e definitiva, non può essere in nessun caso un’opinione. È questa scrittura la quintessenza di una perfezione che rincorro da una vita, ma ho ancora molto da imparare, prima di scalare i vari pianeti verso cui tendo inutilmente da tempo immemorabile. Non immaginavo che la soluzione fosse così facilmente a portata di mano, che non dovevo andare lontano, che era possibile trovarla tra le pagine di un libro, tra queste pagine.

Sì, tu vinci sempre, e a me non resta che rincorrerti, e non è detto che riesca a raggiungerti, nemmeno dopo accurate analisi e attente riletture. Sfugge sempre qualcosa, un particolare, un’intonazione, un dettaglio. Diventa difficile seguirti negli scarti, nei rapidi spostamenti senza preavviso, avanti e indietro nel tempo, tanto da ritrovarmi in un batter d’occhio in un altrove imprevisto, col risultato che mi tocca nuovamente ricominciare, rifare l’abitudine ad un altro spazio, una nuova dimensione.

Equilibrio instabilmente stabile, posso sintetizzare così il pensiero, questa la valutazione che mi piace fare del tuo modo di costruire la frase, di modulare il pensiero, di ordinare i ricordi. Ed è anche lo stato d’animo in cui mi ritrovo dopo una sessione di lettura, con l’aggravante di una confusione mentale che, se da un lato mi tiene in vita, allo stesso tempo però fa apparire precarie quelle poche certezze che pensavo di avere prima di affrontare l’impresa della lettura.

(continua)

Il profilo di un assassino (Il Fatto Quotidiano)

Puoi tagliare a pezzi una donna, è tua sorella. E mantenere un nickname intatto, la pagina dei social regolarmente aggiornata. Avrai uno sguardo diverso da quello orgoglioso da avatar. Ti chiami Maurizio Diotallevi, hai studiato all’Ecole Européenne Uccle.

Sei lo stesso uomo che posta una gif sul suo profilo facebook. La Gif con un gattino. Scrivi che quel gattino sei tu, “durante una riunione del venerdì. La Gif va in loop. Sei seguito da 27 persone. Distribuisci il terrore, brandelli di carne, nei cassonetti di un quartiere residenziale. Avrai ripulito l’orrore, strofinato per terra, fino allo sfinimento, l’esecuzione materiale, l’azzeramento di un impiccio, l’oblio, un viso che ti abbandona con una smorfia. Forse. La donna la conosci.

La tua pagina facebook nel frattempo suona le notifiche ai tuoi commenti giusti e opportuni. Usi le emoticon. I cuoricini magari no. I tuoi indumenti sono fradici, grondanti del tuo crimine, avrai visto il sangue e le viscere scivolare dalle tue mani. Però tu credi alla giustizia sociale, agli epiloghi mesti e commoventi come quelli di un corto in streaming, che pubblichi nella tua pagina facebook aggiornata.  Il cortometraggio ti deve aver colpito molto, la storia di due ragazzini e della povertà, tutto incentrato sulla povertà e su un senso perduto di equità e di equilibrio nella distribuzione del bene esistenziale. Scrivi, quasi con amarezza e disincanto: “Per la serie: il mondo salvato dai ragazzini”.  Il corto si chiama “The other pair” di Sara Rozik. Hai mai letto Truman Capote, “A sangue freddo”?  Nel braccio della morte, un criminale, sterminata una famiglia intera, si cruccia nella tristezza e nella nostalgia sentimentale del ricordo o di un buon brano musicale. Un torturatore può postare gattini. Un uomo può sezionare un cadavere e amare il cinema d’essay, militare nella denuncia sociale. Segare una gamba, bianca, livida. Leggere una notifica subito dopo. Dobbiamo chiedere spiegazioni al suo profilo facebook. E le troviamo. Man mano scendiamo giù, nei mesi, che precedono il buio, l’ultimo giorno, segnano la distanza tra un assassino e il suo strano occulto alter ego. Il post che hai pubblicato è facile, di quella new age spicciola, banale diremmo, che accusa le persone negative e assicura: “Alcuni portano la felicità, quando se ne vanno”.  Il tuo profilo è esemplare. Firmi la petizione per evitare la chiusura di un canile. Ce l’hai – un po’ sornione – con il sindaco Virginia Raggi. Scrivi di rivoluzione culturale e digitale. Argomenti che sono persino un passo in avanti la new economy, di cui sarai stato senz’altro il primo dei neofiti. Esattamente un anno fa, durante le tue vacanze in una qualche località di mare, esponevi la copertina di un libro, ci tenevi a pubblicarla, con la didascalia dovuta, citavi: “Gestire la reputazione on line, per un corretto uso dei social”. Era di un guru americano? Una di quelle facilonerie da ego dopato, che tanto piacciono agli americani e ai simpatizzanti del self made man? Ad ogni costo, farcela da soli. Il 28 luglio di un anno fa invece pubblicavi un video in cui si riferiva della scientifica portata di una verità: chi maltratta gli animali è un vero criminale. E tu non lo faresti. A te piacciono i gattini, stando alla Gif. L’esattezza scientifica di un video oggi balbetta, replicherebbe con un paio di “tuttavia” a scanso di equivoci. E sul sostantivo “criminale” poi: possiamo discuterne, commenti su commenti, sulla tua pagina facebook aggiornata.

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Qutidiano, 19 agosto 2017

anche qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/il-profilo-facebook-aggiornato-di-un-uomo-che-sega-la-sorella/

Un lettore (parte seconda)

di Antonio Danise

Certe pagine non hanno ancora finito di pagare il loro tributo a questo elaborato. Sento che hanno ancora molto da dirmi, molto da darmi. Per questo ritorno sulle cose già lette, fin quando non avrò sviscerato ogni contenuto, anche quello che ad una prima scorsa può apparire banale, che può sembrare ormai privo di interesse, prosciugato, ridotto ai minimi termini, anche quando avverto che l’ispirazione è ormai prossima all’aridità, ebbene, è lì che può spuntare ancora qualcosa, come un uccello di fuoco, qualcosa che rinasce ad ogni rilettura, una fonte inesauribile a cui attingere ogni volta che avverto che il respiro comincia a venir meno.

Non c’è niente da fare. Mi sono arroccato all’inizio di un altro capitolo. Non riesco a proseguire nella lettura. E non so se è una cosa positiva. O forse sì, lo so benissimo, perché è sempre piacevole stare con te, anche se continuare a leggere significherebbe ben presto perderti, dover aspettare la prossima uscita, e chissà quando avverrà. Non hai forse dichiarato pubblicamente che ogni parola pesa, non vien fuori?romanzo d repub

 

In verità, la storia di quest’uomo a me non è che interessi poi molto. La storia in sé, intendo. E, se devo dirla tutta, l’intimità della seconda persona che adoperi per sentirti più vicino a lui l’avverto come qualcosa di irritante. La mia, però, forse è una forma di gelosia, non so se anche retroattiva. Ma chi ti autorizza a viverlo così questo sentimento?, mi sembra quasi di sentirti replicare. Maledizione! Hai ragione, non sono nemmeno capace di tenere per me certe riflessioni, sfuggono incontrollate senza che riesca a fare niente per trattenerle. Volevo tenermela per me, come un segreto, almeno questa, ma il contagio è senza esclusioni di colpi. Sono vinto, sopraffatto, mi dichiaro sconfitto, non posso nulla di fronte alle tue capacità oratorie, sono niente al cospetto delle tue abilità retoriche, delle tue raffinate argomentazioni. Mi arrendo. Troppa la differenza, esagerato il dislivello.

Non mi resta che mettere da parte per un po’ le mie disordinate considerazioni. Mi sento come paralizzato, caduto dentro una trappola tesa ad arte, avvinghiato dentro una tela che non dà respiro. La capacità di sopravvivere ormai prossima allo zero, nessuna nuova eventualità all’orizzonte.

Che dire? A questo punto potrei fermarmi. Però qualche riflessione vorrei ancora provare a farla. Io sto leggendo, è vero. Ma quanto di quello che leggo, e che tu hai scritto, mi interessa davvero? Non vorrei deluderti, però, devo confessarlo, ti sto sfruttando, sto usando il tuo romanzo per i miei fini, per le mie esigenze. Uso il testo, che hai prodotto con molto impegno, come un pretesto per scrivere, effetti collaterali della lettura, per parlare di me, per raccontarmi le mie insicurezze. Spremo dalle tue parole il succo che mi aiuta a vivere, ne filtro il siero con cui mi alimento. Se non è sfruttamento questo! Ma volevo dirtelo, volevo avvisarti, mi sembrava giusto, non volevo tenermi dentro questo peso.

Adesso mi sento più libero e, chissà, forse riuscirò anche a proseguire nella lettura con una certa leggerezza, con un animo più sollevato. Mi abbevero alla tua fonte, ecco, per appagare la mia sete, come raramente mi è riuscito di fare fino ad oggi, per ravvivare l’aridità che da tempo mi sta abbrutendo.

Il riassunto della mia esistenza, esatto, proprio le parole che cercavo, semplicissime. Una lezione che ripasso a scadenze predefinite, un inizio d’anno, un avvenimento importante, un anniversario significativo, i quarant’anni, i cinquant’anni, o la scomparsa di una persona cara, e poi? Non sono mai riuscito a stilare un bilancio, né a prefigurare una qualche prospettiva. Forse riuscirò a trovare qualcosa nelle pagine che mi restano da leggere.

 

Avvolto, strangolato da una morsa di calura che non lascia scampo, totalmente avvinto dall’immobilità forzata. La notte il sudore si asciuga sul corpo. L’afa per qualche ora concede una sia pur labile tregua. Passata la spossatezza, però, venuta meno la sonnolenza, ricomincia il suo lavoro da dove l’aveva interrotto, si riprende il corpo in tutta la sua interezza, ravviva il sudore. Sulla pelle si ricostituisce lo strato che si era momentaneamente disattivato, ritorna la morsa che non lascia vivere, che non fa respirare.

Ma i fiori, gli alberi, i sambuchi, gli amaraschi, i salici, gli ulivi, la vite e poi le querce, gli oleandri, le magnolie, i glicini, le tante piante di cui sono piene le tue pagine, sembra quasi di sentirne il profumo, la natura tutta, che sembra assente ma che invece fa capolino di tanto in tanto tra i pensieri cupi e malsani, ecco, queste sollecitazioni arrivano provvidenziali a portare un po’ di refrigerio, e così, anche così, la lettura può riprendere.

E al solo riprendere tra le mani il libro scatta qualcosa, al solo aprire una pagina a caso, in qualunque momento, c’è un’energia che si trasferisce in me. Altro che wi-fi! Altro che bluetooth! C’è una sorta di telepatia che fa viaggiare i pensieri attraverso le parole, una triangolazione che alimenta un tempo circolare e ricorsivo, forse anche un cortocircuito che a volte mi paralizza. Ma tant’è, continuo a giocare come un bambino felice e spensierato, anche se il passatempo è fatto di pensieri profondi e densi.

Ricado nell’errore di sempre, l’illusione di poter trovare una soluzione ai problemi di cui non ho nemmeno una chiara contezza, la speranza, quasi sempre delusa, di riuscire a costruire qualcosa partendo dalla lettura di un libro. Una dinamica ampiamente sperimentata, sempre con scarsi risultati. E adesso, con quale convinzione mi appresto a continuare la lettura? Quale fiducia mi sostiene nel voler insistere a seguirti ad ogni costo? Nel rinunciare volontariamente ad ore di sonno e dedicarmi alla ricerca di un’ancora di salvataggio nelle tue parole?

La consunzione, una morte a piccole dosi, nei lunghi giorni di questa torrida estate. Sento il corpo squagliarsi come un cero acceso che lentamente si prosciuga. Aspetto un soffio che interrompa il processo. Non so quando arriverà, né se arriverà. Un viaggio nella disperazione più nera. Un barbone senza futuro anch’io, ormai.

 

E anch’io non racconto quando scrivo. Il mio è un ricordare disordinato. È un portare in superficie antiche memorie. Cose che mi riguardano personalmente. Difficilmente vado oltre i limiti della mia persona. A volte qualche episodio dell’infanzia, con il contorno di alcuni familiari, più spesso i sogni che hanno occupato l’adolescenza, ma da un certo punto in avanti quasi solo i personaggi dei libri letti, che mi si sono attaccati addosso come l’edera, a volte anche finendo per morire lentamente, altre che si sono radicati in me in pianta stabile, senza più lasciarmi.

Ad esempio, questo girovagare nervoso intorno al tuo polacco non se ne andrà via facilmente, si fisserà in me come un male inevitabile, mi consumerà senza scampo. Aver fatto conoscenza con questo personaggio ha già fatto di me una persona diversa. Non riesco ad immaginarlo chiaramente, ma non è la sua fisionomia che conta.

Mi sto accorgendo solo adesso che mi rivolgo di frequente a te. Ti sto copiando, anche se non ci avevo fatto caso, anche nella tecnica narrativa. Qualcosa ha agito in me, qualcosa di tuo.

Tutto era iniziato con quello che doveva essere un breve commento, come mi capita spesso di fare quando mi avvicino ad un nuovo libro. Qualcosa è cambiato strada facendo. Si è trasformato in un dialogo. Da una parte ci sono io. Dall’altra il libro e chi quel libro ha scritto, ma anche chi dentro quel libro racconta ed i personaggi che vi circolano.

Piuttosto un racconto a più voci, una polifonia che mi riempie la testa, o forse un’apparente cacofonia a cui mi sforzo di dare ordine, dove cerco di trovare un senso, uno che possa aiutarmi a vivere. La concepisco così la lettura. E quasi mai raggiungo lo scopo. O forse mai. Stavolta però, ci dev’essere qualcosa di diverso dalle altre. Non so in cosa consista veramente, ho più fiducia, anche se in qualcosa che non so capire, e nemmeno spiegare.

Voglio addentrarmi ancora di più nell’intimo dei tuoi segreti, nella speranza di … vivere, finalmente? Chissà cosa sarebbe incontrarti! Ma sto andando troppo avanti, mi sto spingendo pericolosamente verso una soglia che non merito di raggiungere, figuriamoci se anche attraversarla! Non sono degno nemmeno di sognarti. Chissà cosa sarebbe un amore fuori luogo! Per te. Per me. Ma l’immaginazione non mi aiuta, nemmeno per questo.

Succede sempre così. Comincio con un niente, poi mi lascio prendere la mano, mi dico che non so trattenere la forza che mi fa muovere, ma è una scusa a cui anch’io faccio fatica a credere. Mi astraggo dal mondo che mi circonda, con l’unico obiettivo di dare libero sfogo alla fantasia, che però tanto libera non è mai, ha bisogno di aiuto, e spesso il soccorso accade che arriva proprio da un libro, a nulla rilevando ciò che leggo, almeno penso, salvo poi ad accorgermi che nel frattempo ho seguito un filo a me del tutto ignoto prima di iniziare, ma che intanto è diventato qualcosa di familiare, un respiro facile da intonare, una voce che imparo a riconoscere come cosa mia, che mi appartiene da un tempo che non so quantificare, un calcolo non semplice da effettuare. Dentro ci sono i lunghissimi anni trascorsi alla ricerca di un minimo di afflato almeno un po’ armonioso. Da te ho imparato che non bisogna avere fretta. Una lezione prima o poi arriverà.

(continua)