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Noi mangiamo i poveri del mondo

Non è nemmeno un simbolismo. E’ una parabola mondana e feroce. Noi mangiamo i poveri del mondo. Noi mangiamo gli africani, i pakistani, i bengalesi; gli asiatici. Li mangiamo. Mangiamo i siriani. Lo facciamo da anni. Da molti anni nel nostro corpo, precipitano nel nostro sangue, scorrendo da una estremità all’altra, arterie, giunture, tendini, muscoli. I poveri ci sono addosso, fin dentro le nostre viscere. Noi oramai siamo i poveri del mondo.

Noi li mangiamo. I 34 mila morti del mare Mediterraneo sono entrati nella nostra catena alimentare, sapete, noi li abbiamo mangiati, con il buon pescato acquistato dal nostro commerciante di fiducia, in un mercato rionale, mentre un garzone urla da un banco: venite, accorrete, pesce fresco! E un venditore dall’altro: comprate, comprate! Nel dialetto di una qualsiasi città del nostro Paese con le frontiere risentite, insicure, impaurite, noi siamo saprofaghi.

Noi, al contrario, siamo al riparo, mangiamo ancora i poveri del mondo e nel frattempo ci dibattiamo per salvarli. Ma li abbiamo già divorati e sono diventati nostri, sono già proteine o qualcos’altro che in sintesi chimica oggi appartiene alla nostra macchina biologica. Così nel nostro sangue avremo particelle di vagiti di neonato eritreo; avremo gocciole di inchiostro con cui un giovanotto somalo, imbarcato e poi spirato, scriveva i suoi versi di poeta della nostalgia; come risonanze le risate morbide di un’adolescente innamorata, timida e taciturna, scossa dalla sentina e dalla nausea, nella stiva di un duemotori; saremo il sudore imbiancato di un bambino di pochi anni sulle braccia della madre; i gorgheggi di lei che vuol calmarlo. Il nostro corpo conserva l’eco di uno stridore di denti; le ultime parole prima di procedere nel silenzio, nel buio, negli abissi; contiene un rantolo, la supplica, la preghiera. Oggi noi siamo i poveri, noi siamo i 34 mila poveri divorati prima dalle acque, poi da una creatura del mare, poi da noi; di ognuno abbiamo qualcosa, ce lo ha consegnato un pesce spada, un esemplare dei profondissimi fondali, persino una innocua medusa, se striscerà il suo languido ombrello tubolare, brucerà portatrice di un’indignazione, un’ingiustizia epocale che si consuma adesso ma appartiene al mondo, alla stoltezza del mondo.

La vedova di un pescatore dice: sul banco di un venditore, i lavoratori con grosse lame di coltello affettavano la bestia. La lama di coltello inciampa in un terribile osso. E invece è solo un bambino, dentro la pancia del pesce spada, un neonato africano. Come la vicenda biblica di Giona e la balena, questa è la diceria popolare, mitica, leggendaria. Ma restituisce la parabola mondana che noi i morti del Mediterraneo li abbiamo mangiati e adesso dimorano in noi. Chiunque noi volessimo cacciare, ignorare, insultare, è già un congiunto che palpita da un segreto del nostro ingombro occidentale. Le nostre mani, le nostre braccia, si agitano e gesticolano e si difendono, su un altro ritmo, innocente e nel fremito dell’ingiusto destino, invece pigia di un altro tormento, l’altro. Il ritmo dell’uno e dell’altro si incontrano e noi siamo confusi e non sappiamo, abbiamo male alla testa, teniamo le tempie, serriamo la mandibola, vorremmo osare, obiettare. Dov’è la verità?

La verità ci abita, sono le gocciole di sudore della fronte, imprestate dal sudore buono di un bimbo sudanese, infagottato per il lungo viaggio. E’ un sudore innocente, un sudore buono. Adesso è nostro, imperla la nostra fronte.

I poveri sono un coro sacro, un coro muto, si arrampica dai recessi del nostro corpo.

I pesciolini sulla proda inseguono l’onda di una nave, hanno piccoli segreti da consegnare.

 

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#diario

Non sono una persona facile. Inganna la mia apparente mitezza. Sono mite e sono anche ombrosa, introversa. Stamattina non voglio nemmeno aprire la finestra. Ci saranno 40 gradi, mi avverte ieri una donna, al tempio. Mi sento abbastanza in colpa, la vita fuori è già avanti, con i suoi operai, i suoi frequentatori laboriosi, il sacrificio, la collettività, la responsabilità di ognuno. C’è un progetto che nella mia vita sfugge oramai.

Il significato di quello che dovrebbe essere. I muratori della casa accanto ridono, discutono, faticano sopra le impalcature, con questo sole pesante, ridono. Un modo pratico di stare al mondo, lo sconosco. Saper preparare un soufflé, sarebbe un dovere. Vincere l’abulia, pagare le bollette, andare in posta, in fila dal verduraio, dal salumiere.

Vivo in un assoluto isolamento. Leggo Dezsò Kosztolànyi, siamo a Budapest, primi decenni del Novecento, antirovoluzione bolscevica, il razionamento, l’occupazione romena. Le colline di Buda, il quartiere di residenze aristocratiche, la rivincita borghese, la fragilità e il fallimento morale del pensiero politicizzato. tomassini2

Mi dà una qualche gratificazione la parola che devo riferirvi. La parola in sé. Per il resto, non mi definirei nemmeno una donna. Mi siedo sul letto e mi chiedo: cosa devo fare? Chi mi aspetta? Quale contributo sto trascurando? Ma un’altra donna alla mia età ha già costruito, messo da parte, conservato, edificato. La mia vita sono state piccole e brevi dune seppellite da buriane. Non ho un testamento da lasciare a nessuno, i miei libri e i diritti sono di mio figlio. Non ho un corredo. No, affatto. Non ho una dote insomma. Non ho niente. Potrei sparire in qualsiasi istante, sono una di quelle creature più o meno insignificanti che per volontà misericordiosa (di una misericordia umana) si vuol talvolta edificare di pregi e virtù segrete.

La signora Vizy – leggo nelle pagine di Kosztolànyi – si guarda intorno in cerca di una serva, sale sul colle erboso, l’androne di legno di un edificio borghese contiene l’edicola con San Floriano, il cortile è sudicio e il cielo è plumbeo. E’ un giorno di agosto del 1919.

Poi sono riuscita a tirarmi su. Scrivo. La mia giornata procederà senza che il mio telefono squilli una volta. Il mio nome: lo sento pronunciare appena. Eppure riesco a trasalire di una dolcezza immutabile quando sento, di là, il mio ragazzo chiamare: mamma!

Perché non ho amato le magliette rosse

Di questa presunta rivoluzione del pensiero voluta da Don Ciotti guadagno la certezza di un’inconcludenza estesa, la solita reiterata presa di posizione dalle fila distanti da dove il mondo finisce; il medesimo esercizio di stile, che non salverà nessuno; retorica a secchiate; pontificatori della prima ora rinverditi che magari non conoscono nemmeno il dirimpettaio di pianerottolo. Tutti virtuosamente hanno imbracciato l’idea, la rivoluzione, si battono il petto, ussari di un’antica dimora, le loro casacche rosse, come le magliette. Figure iconiche erette per un nuovo manifesto, l’umanità che si ribella, bandiere dell’indignazione che si ergono come confusi stendardi, automi della veemenza che si consuma in un giorno, in un secondo. Nessun sussulto penetrerà l’egoismo di ognuno. Quelle stesse persone che oggi vedo indossarla la maglietta rossa, partecipate di un impegno civile e filantropico e persino epico, non hanno interferito con la storia minima della mia vicenda personale ad esempio e che però riguardava anche gli altri e la storia maiuscola finanche. Io l’ho incontrata. E non mi hanno salvato. E non hanno salvato nemmeno i miei poveri. Uso il plurale, in via precauzionale. Parlo al plurale.

Non ho mai intercettato piuttosto magliette rosse nella mia strada. Una strada che i militanti di una rinverdita sinistra sociale avrebbero evitato. Trascinavo l’infamità del mondo, lerci, inavvicinabili poveri, immigrati della peggiore specie, perché non trovavano requie. Morti di alcol e di solitudine.

Infilatevi la maglia rossa e attenti a non strozzarvi.verito

Gli ultimi anni della mia vita sono stati anni condivisi con un cono d’ombra della società civile. Il cono d’ombra erano i poveri, gli immigrati. E’ stato un caso, non ho la vocazione alla carità. Odio i filantropi, ma sono categorie amene i filantropi, servono appena a loro stessi, per respirare appena. Non servono ad altro. La Carità è un’altra cosa, è sovrumana. Nessuno ha mai salvato nessuno. Figure-icone alla Don Ciotti erano edicole, buone per slogan politici, partitici, non entravano nella terra di nessuno, i giardini pubblici la notte, le case abbandonate, le grotte, dove si combatteva una guerra, con i suoi morti pestilenti. Don Ciotti o chi per lui sarebbe stato un nome come un altro.

I luoghi istituzionali, con la ragione sociale dell’altruismo, erano impregnati di “se” e “ma”; uomini di chiesa che a scanso di equivoci si sarebbero limitati a una congrua omelia; nel frattempo i poveri della peggiore specie, gli immigrati pestilenti, crepavano. Nessuno di questa sinistra impegnata, questa che oggi noto rinvigorita di maglietta in maglietta, avrebbe rimediato. Da quali file? Chi siete “indignatori” evanescenti, nella vita vera: chi siete? Chi vi ha visto mai?

Nessuno ha asciugato le lacrime dei “miei poveri” e nemmeno le mie. Sono pochi gli umani eletti che hanno provato a sollevare l’infame da terra, pochi coloro che non mi abbiano umiliato soltanto perché ci stavo provando.  A sollevare da terra l’infame.

Indossano le magliette, ma guai a prenderli sul serio. Portagli un povero a casa e sbiancheranno come una veste inamidata.

Non ho fatto che mendicare negli ultimi anni e questa umanità da crapuloni mi ha nauseato definitivamente. Non ho lasciato in pace la coscienza di nessuno, avrei fatto qualsiasi cosa per chiudere le porte dell’inferno al debole che vi sarebbe precipitato.

State ognuno a casa vostra, chiudetevi bene dentro, ché se incontrate una come me, vi prende in parola e vi suona alla porta e vi piazza un povero sullo zerbino e vi chiederà qualcosa e voi farfuglierete rubicondi, o sbiancherete pavidi. Chiuderete la porta, guarderete dallo spioncino disapprovando. Serratevi in casa ben bene. E ogni tanto venite a pontificare sui social, avete un gran talento, coltivatelo.

Aggiungo che basta leggere i miei romanzi per rendersi conto – vostro malgrado – che sono al di sopra di ogni sospetto, mi chiamano la vestale della marginalità. Non sono certo una salviniana. Non amo le vostre magliette rosse, non vi riconosco alcuna innocenza. Soltanto abbiate il coraggio di smettere di sentirvi migliori.

 

 

il destino di una scrittrice

Ho seguito parzialmente il Premio Strega, in tv ovviamente. E un tavolo al Ninfeo sarà uno degli ultimi desideri da non realizzare. Ascolto il nome della vincitrice. Ero sicura che avrebbe vinto Helena Janeczek, penso di colorarmi i capelli come lei, una striatura verde-azzurra su un lato della chioma. Helena ha la biografia di una scrittrice, nata da genitori tedeschi di origine ebraica, sopravvissuti a Auschwitz.

Il Premio guadagna ogni anno critiche prevedibili, eppure quest’anno molto meno, qualcuno allora tenta di cucirci sopra una polemica, altrimenti che Strega è? Rifletto e la trovo veramente strumentale, disonesta, un presunto razzismo dei lettori da osteggiare pedagogicamente con il romanzo esemplare della Janeczek, più che con il romanzo, con la sua storia personale. Ecco, diciamo che questa polemica mi lascia perplessa, essere lettori implica già una condizione dello spirito lontana dalla chiusura di un razzista. Un razzista legge di suo – immagino  – poco e male. Questo ragionamento condivisibile del razzismo, della multiculturalità e di Helena, lo leggo in prima istanza in un pezzo della scrittrice Igiaba Scego. Encomiabile e pedagogico pezzo.  Che mi è arrivato tuttavia come una excusatio non petita.

Se questo dovesse servire a destarci dalla noia di molta autorialità proposta, non so, non è servito a granché.

Voglio dire: a chi sta rispondendo Igiaba Scego? A Salvini? Ma cosa c’entrano i lettori e il Premio Strega? I lettori sono un’oasi apartitica, nell’unico gesto politico che è la lettura. Igiaba Scego e qualcun’altro ci spiega che anche gli scrittori – certi – sono stranieri, italiani di seconda generazione. Sì sì. E allora? Armando Gnisci, con il suo infaticabile lavoro di ricerca, ha pubblicato moltissimo intorno alla Letteratura della migrazione.  Niente di nuovo dunque.24232677_10212833855954290_2218283671220642491_n

Ad ogni modo, il parterre del Ninfeo lo sognerò fino all’ultimo giorno della mia vita di scrittrice. Vedo in Giuria Paolo Cognetti e mi assale il tedio, solo pensando al titolo del suo romanzo. Metti la parola “montagna” in un titolo ed è la fine per me. Tolto Mann. Otto montagne. Sbadiglio. E questa è un’azione malvagia, la mia, intendo. Ammettere quanta pacatezza mortale pervade la percezione rimediata.

E certo invidio Helena per quel Premio e invidierò qualsiasi autore vincerà un Premio importante e guadagnerà traduzioni nel mondo. Il destino di una scrittrice non è incorruttibile e non esclude sentimenti corruttibili e forme deteriori di sentimentalismo o frustrazione ingenerata da nobili o meno nobili ragioni.

D’altronde, non mi sorprende l’ innocenza ovunque io guardi.

 

Come la narrativa italiana sta per affondare (Il Fatto Q.)

Ci voleva Lorenzo Tomasin, giurato del Campiello, a ufficializzare l’affondamento della feluca chiamata narrativa italiana. “Sbroccamento” che è diventata una specie di ouverture al prestigioso riconoscimento ospite del Teatro La Fenice. O la lapide su un tempo morto e epocale che pretende il cambiamento, non solo in politica evidentemente. E non lo dice il catastrofista della prima ora, no, lo dicono finanche alcuni scrittori stranieri finalisti al Premio Strega  Europeo 2018, o lo lasciano intendere. Nessuno di loro – pensiamo a  Fernando Aramburu o Olivier Guez  – ci è parso di capire avesse una qualche idea di cosa sia la letteratura italiana coeva. Citavano a caso nomi del neorealismo: Pavese. Qualcuno citava Italo Svevo. Elsa Morante. Moravia. La narrativa italiana di questi giorni? Non pervenuta. Vogliamo sorprenderci? Qualche settimana fa, sulle pagine del Il Fatto Quotidiano, Helena Janeczek replicava all’accusa di Tomasin tutto sommato non replicando, dunque salvo non indicare alcun nome, ne avrebbe così sconfessato l’assunto. Il filologo Tomasin – lo ricordiamo – sui romanzi proposti al Premio Campiello chiosava irrevocabilmente: nessun capolavoro, qualità dei testi dubbia; stile mediocre, assenza di una lingua letteraria, in luogo di una editoriale; nessuna ricerca, nessuno stile. Ovazione liberatoria. Non ci pronunciamo in merito ai romanzi del Campiello. In generale però e (avventatamente?) aggiungeremmo sulla lingua: normalizzata, confusa, anonima. Ci hanno voluto così, dovrebbe concionare orgogliosamente o amaramente la categoria. Ci hanno voluto così: e questo ci meritiamo.scrittoriblog

Testimonial delle major pompano per peso i soliti nomi, o nomi nuovi su cui hanno puntato, cavalcano il medesimo cavallo (che non diventasse mai un ronzino), un bel puledro esordiente da mettere su in classifica. La lingua letteraria è diventata  un ‘anatema. “Il linguaggio il linguaggio”, tuonano preoccupati gli editor professionisti nella normalizzazione. Il linguaggio deve essere medio, medio basso. Utile per chi? L’editor pensa con la testa di un pasdaran della lettura: utile perché lo legga la signora del piano di sopra. Metafora disonesta e classista per rendere l’eccezionalità un fardello se non ricollocata dentro un’ordinarietà su cui campare, spacciarla per qualcos’altro, premiarla, farla diventare norma. Ci sono molti se e molti ma che hanno ingenerato la letteratura al livello dei barboncini. Un labirinto di stradine uguali e anonime che non indicano la via, solo una trama, ingannevole, anonima, uguale.

Gli scrittori non raccontano più il loro tempo, devono pubblicare. Se vuoi pubblicare, segui il pasdaran. I lettori hanno di fatto abiurato tesi curiose e previdenti. L’arte è la non risposta alla domanda: ma cos’è questa roba? E mentre ce lo si chiede, l’arte o il talento dovrebbe procurare perlomeno un brivido, un terrore, uno stupore da far tremare i polsi. Non la rivoluzione letteraria, piuttosto l’involuzione  ha partorito aborti che, se erano pargoli, adesso non vogliamo nemmeno riconoscere. Il talento è anarchia. E la letteratura non è democratica. La nostra ha da farsi perdonare questa fola, usata e accettata come una regola. La regola è un crimine applicato alla letteratura. Ora Lorenzo Tomasin  l’ha detto e pubblicamente: quel che in molti pensiamo e che per ragioni di convenienza preferiamo tacere.

La letteratura non è un affare di piccole selezionate congreghe. Di salotti e scambi vicendevoli. Di classifiche da scalare, del forte coi deboli, di una grossa menzogna che è diventato sistema, opportunità. Che ha reso romanzoni temini scolastici al seguito dell’una o dell’altra moda. Persino la letteratura può diventare una questione morale. Forse è arrivato il tempo.

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano edizione di giovedì 5 luglio 2018

 

Siamo Rom e votiamo Lega (Il Fatto Q.)

Nel sud più africano e più conforme alle idiosincrasie leghiste, si vota Salvini. Salvini trionfa, a furor di gente. Diremmo popolo e possiamo dirlo in fondo: a furor di popolo dei caminanti. I caminanti sono rom, zingari (ma guai a definirli zingari, è una parola che non esiste per loro, offensiva, detrattiva), si chiamano caminanti perché sono gli stanziali parziali di Noto, Avola, Pachino. Vendono palloni, durante le feste di paese.

I caminanti hanno votato Salvini. Corrado D’Amico ha votato Salvini. Rom caminante di Avola. Vende palloni, parla un dialetto oscuro e primitivo. Rabbrividiamo perché la loro è una tribù: sembra che il seme inverecondo di un unico patriarca abbia restituito un codice genetico su ogni volto. Loro sono diversi da un’altra enclave, prossima per parentela.

Corrado D’Amico e la moglie Lucia Fiasché hanno votato Salvini. Perché?

“Perché abbiamo bisogno di ordine” dice l’uomo. Non è una provocazione. Ordine è la parola nuova, in questo tempo di muri che si ergono e di ponti da trasformare in fossati, in special modo se pronunciata da un rom caminante, individuo che diventa quasi iconico e destinatario di una seclusione antichissima e ancora contemporanea. Loro sono sempre a parte, sono gli altri, sono non soggetti sociali. Sono gli incubi di Salvini, potremmo dedurre. E invece “loro” lo votano, miticamente lo amano.

Non temete nulla? Salvini vuole sgomberare i campi rom, che ne pensate?

Lucia Fiasché, la donna, la moglie, sorride e un po’ non capisce. L’uomo, Corrado D’Amico, trattiene più strettamente la corda dei suoi palloni e si guarda intorno – siamo in Ortigia a Siracusa, in una domenica di passeggio – poi riflettendo, ammette: “Fa bene. Noi non c’entriamo niente con i campi rom. Noi siamo italiani e viviamo nelle case. Fa bene”.

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foto Ansa

A Noto sono stigmatizzati in un solo quartiere. Non esiste una convivenza, piuttosto una distinzione. La connotazione di un clan li rende spesso invisi alla comunità. Soggetti interessanti da un punto di vista antropologico, può darsi. Pare che non si ammalino mai di cuore, colesterolo, malgrado la loro alimentazione sia complessa, grassa, sono portatori di un inedito superomismo, ma non lo sa nessuno e detta così fa uno strano effetto, assunto da manifesto leghista, neanche a farlo apposta. Prima che il governo si insediasse, l’uomo, Corrado D’Amico, e la moglie, confidavano in Salvini. La moglie chiedeva: “Hanno fatto il governo?”. Sì, signora, quasi, rispondevamo.

“Ho votato Salvini” ripeteva la donna. E hanno questo modo di parlare ripetitivo, a scansione. L’uomo dice: “C’è crisi. Salvini adesso ci dà il lavoro”. E mette ordine. “Salvini manda via i marocchini, che ci “arrubbano” il lavoro”.  I “marocchini” riassumono per i caminanti una categoria sociale approssimativa, la ragione di ogni privazione, di ogni separazione. I”marocchini” potrebbero essere chiunque, africani, siriani, chiunque. “Sono “chiddi” che travagghianu in campagna per venti euro”. Lavorano in campagna per venti euro. Dunque a occhio e croce sarebbero africani. Per il caminante è un problema. Lui andrebbe a lavorare in campagna, ma non per venti euro.  Così i caminanti di Noto e Avola hanno in gran parte votato Salvini.

In una tale insondabile convergenza, la lega vince nei luoghi che ne hanno confezionato il programma politico, con testimonial di un’avversione che oggi, nel paradosso, alla medesima tende le braccia. Avversari in una stessa complice partita. Nella stessa squadra.

Tutto il clan dei caminanti, zii, cugini, nipoti, hanno votato il leader della lega.

Cosa vi mancava prima, senza Salvini?

“Ci “ammancava” l’ordine. U travagghiu. C’era troppo delinquenza”.  Salvini è l’uomo della speranza per i rom caminanti siciliani di Avola, Noto, Pachino. Giostrai, ambulanti, venditori di palloni.  Per certi aspetti la questione diventa persino commovente o ci si potrebbe perdere la ragione, un rompicapo che ingenera il riso con il suono del singhiozzo,  come con i personaggi di Cechov, eroi capovolti,  di quel riso capace di seppellirci tutti nell’amarezza e nello sconforto.

 

L’originale è stato pubblicato nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano di mercoledì 28 giugno 2018