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Pagine – Davide –

Un giorno di gennaio ti ho scritto. Davide. Avevo freddo, ho sempre freddo. Perché gennaio è un mese lunghissimo e crudele e ogni cosa per me finisce a gennaio. A gennaio ho in mente una canzone ebraica, di Jacob Jacobs, parla di una casetta, l’infanzia, il paesello, qualcosa di perduto. Ohi Belz, mein schtetele belz. A gennaio devo leggere Primo Levi. Aprono i cancelli, aspetto. Sono sulla lagerstrasse. Forse è Auschwitz. Sì, senz’altro. Nel sogno, rotolano bambole senza occhi, sulla lagerstrasse, è un pendio, scivola, verso giù, prossimo al binario; intorno vibra una luce lattiginosa e grigia. Ci sono molte donne che avanzano verso di me, noto le trecce bionde, piccoli poggi, residui spaventosi di una umanità trapassata. Cerco di ricordare. Ricordo male. Ho fatto questo sogno tantissimi anni fa. In quella vita fa, io non so chi fossi, ma credo che lì io sia veramente esistita. Ero una donna. Ero una madre. C’era qualcuno che mi chiamava con affettuosi vezzeggiativi: misek.

Davide.

Ti ho scritto quel giorno. Non ti conoscevo. Non ti conosco. Quel giorno ti ho chiesto: vuoi scrivermi delle lettere d’amore? E tu hai detto: sì.cropped-tomassini1.jpg

 

Non è andata esattamente così, ma un po’ è andata così. Non avevo idea di chi avessi davanti. Solo un uomo, un poeta, uno scrittore. Potevi essere chiunque? Mi domando. Sarebbe stato lo stesso? Non lo so. Volevo essere amata. Nella finzione. Ma non da chiunque. Non so perché dovessi essere tu. Nella finzione. Dovevi amarmi. L’epistolario era una mia vecchia idea, proposta a un paio di scrittori. Tuttavia non erano loro i destinatari di questa follia. Infatti l’esito fu un rifiuto, una trascuratezza, un non procedere. C’era una condizione intima che non si sarebbe potuta realizzare. Perché dovevi arrivare tu. Malgrado io non ti conosca.

Non sono felice. Mi hai tolto la felicità, riparo nel buio, nel disordine, da qualche giorno. Da quando hai deciso di interrompere l’epistolario tra Vera e Nathan.

E adesso dobbiamo raccontare di noi. Non abbiamo fatto altro, io e te. Senza saperlo. Perché adesso incontrandoci dobbiamo disseppellire le medesime vergogne, il terrore, quel che fa di noi la nostra solitudine. Se una donna che non conosci – senza riguardo – ti chiede la finzione di un amore, domandati da quale miseria costei provenga.  L’unica scena girata mille volte per anni, adesso, dovrei riproporla qui a te e presentarmi di nuovo: ecco, vedi io sono questa donna seduta su una sedia davanti alla finestra. Una porta finestra. Le tende si sollevano, c’è un vento leggero di primavera, ma è ancora gennaio. Fuori non c’è il glicine, ma c’è un preludio alle felicità altrui. Vedo una rosa dentro un vasetto di ceramica. Un albero di Natale. Non è Natale.

Volevo che tu mi amassi, in un modo o nell’altro. E se fosse stato uno qualsiasi, lo avrei amato lo stesso?

Vera. Non mi chiama nessuno così. Soltanto un compagno di liceo. Solo lui. Il mio vezzeggiativo è un altro. Nessuno mi chiama Vera. Vera è la scritta di un writer che leggo sempre sulle pareti di un antico edificio, tornando a casa: Vera sei speciale.

Vera è il personaggio del romanzo di un bielorusso. Uno pluritradotto. Bravo, davvero. Gli dissi. Ha il miglior agente in circolazione, diceva. Chiedeva del mio. Quanto scrivi? Chiedeva. My little girl. Non si alzava prima di mezzogiorno. La sua vita era segnata da inimmaginabili atrocità. Lui diceva che Vera, del suo romanzo, quella Vera, ero io. Vera era morta. Aveva un marito alcolizzato. Molto geloso. Vera voleva salvarlo, fino alla fine. Poi Vera è morta uccisa dalle mani del suo stesso amore che voleva salvare. Vera ero io.

Io non voglio salvare nessuno. “Signora, non possiamo salvarli tutti” mi ha detto il custode di un dormitorio, stazione di Milano. Non li può salvare, signora, disse, guardando verso le brande dove dormivano sagome informi, vegliavano, imprecavano, sussurravano lontanissime giaculatorie. “Signora, non salverà nessuno”. Interrompevo la conversazione. Asciugavo gli occhi. Il mio pianto perenne, lo nascondo al mondo. Il salmo biblico, i passi della Scrittura: le mie lacrime nell’otre Tuo raccogli; non sono forse scritte nel Tuo libro?

Solo tu puoi capirmi. Sei così fuori dal mondo che solo tu avresti potuto amarmi dentro o fuori la finzione, eccetto le mille vite fa. Lo hai fatto. Poi mi hai tolto la felicità. Il mio epistolario. Nathan mi avrebbe amato, divorato. E tu adesso che farai? Mi costringerai a un dolore inutile.

Olga Ivanovna cercava i grandi uomini, non li trovava e tornava a cercare. Leggevo in un racconto di Cechov, La saltabecca. Da ragazza avevo questa idea sontuosa della passione, dell’amore, appresa dalla tendenza alla tragicità tipicamente russa, o dalla sregolatezza di madame Rochefort.

Nathan mi avrebbe amato così. La vita di solito è molto meno.

E tu?

(continua)

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il diario di Davide lo leggete qui: http://www.pangea.news/davide-brullo-veronica-tomassini-senza-gestire-lignoto-2/?fbclid=IwAR07Qi3WsFmreQRY6DmIq6DQgd4_cjvwRFr5hp4HsMsYmkO46-wydi2GakI

Il miracolo di Mònika

Ho incontrato Mònika Szilàgyi un giorno d’autunno, a Milano.  Devo ringraziare Gian Paolo Serino, un amico e soprattutto un ottimo critico e scrittore. Mi aveva parlato di lei, aveva curato le note a margine di un romanzo di Magda Szabò, “Affresco”, appena uscito con le edizioni Anfora (la casa editrice fondata da Mònika Szilàgyi appunto). Romanzo a me sconosciuto.

Monika

Mònika Szilàgyi

Magda Szabò invece è stata la scrittrice della mia giovinezza, di lei sono riuscita a leggere solo “L’altra Eszter”. Mi rimase addosso una affascinante nostalgia dopo averla letta, non avevo altro di lei, comunque erano tempi diversi, la reperibilità di un testo soccombeva a passaggi più complicati e inaccessibili alle mie modeste capacità. Peraltro – è un piccolo inciso – le assonanze con il testo oggi risuonano terribilmente profetiche, oramai veramente le profezie sono state sepolte. Io e Mònika sedemmo su una panca alle spalle del Duomo. Giovane e genuina, trovai subito una corrispondenza con il suo modo immediato e chiaro di comunicare. Gian Paolo mi aveva avvertito: è una brava, sta facendo qualcosa di buono. E Mònika difatti mi raccontava del suo grande sogno, già concreto, su cui stava lavorando: recuperare il monumentale patrimonio di testi degli scrittori ungheresi destinati all’oblio, destinati a sparire – l’Ungheria è la terra amatissima da cui proviene Mònika. La letteratura ungherese – mi spiegava Mònika – non era soltanto Magda Szabò, che pure nel nostro paese continuava a rimanere conosciuta parzialmente, o Sàndor Màrai; la letteratura ungherese aveva grandissimi nomi, mi spiegava, accerita e piena di energia, Mònika, quel giorno. Ci lasciammo con la promessa di risentirci ancora, mi regalò “Affresco” della Szabò, e una borsa, una sacca con il volto appena disegnato della scrittrice di Debrecen. Szabò2

Lo lessi, ritrovai le atmosfere che amavo e che mi tornavano violente e insieme laconiche una volta, le atmosfere amate nelle letture da ragazza, nei libri ordinati da mio padre nel frequentatissimo Club degli editori. Un lavoro di riscoperta dettagliato e impeccabile a cui Mònika ha dedicato la sua casa editrice, Anfora. La stessa che ha pubblicato “Anna Edes” di Dezsò Kosztolànyi, considerato un maestro della letteratura ungherese del primo Novecento. “Anna Edes” mi trovò impreparata allo sgomento e all’efferatezza, avevo dimenticato quanto siano disciplinati in questo gli scrittori di una precisa area geografica tra i Balcani e gli Urali, il Danubio e il Baltico. Mi ero fatta questa idea, forse un po’ sentimentale e generalista. Ma: Mònika Szilàgyi mi stava aprendo una porta. L’archeologa della parola, dell’idioma della memoria, del fulcro, del genius, di tutto quel che le appartiene, che compete alla sua terra. Terra nel qual caso diventa il crogiolo di una poetica esotica, perché distante, magicamente, misteriosamente distante da noi. “Anna Edes” di Kosztolànyi ha la traduzione della prima versione originale, quella del ’37, probabilmente osteggiata dalla censura.  Kosztolànyi: il mago della parola.Anna Edes “Connetteva mondo a mondo” scriveva di lui incantata la stessa Magda Szabò. szabò1

E ancora della Szabò oggi ricevo, da Anfora edizioni, “La notte dell’uccisione del maiale”, romanzo che la Szabò ambienta proprio a Debrecen, negli anni Cinquanta.

Di questo romanzo scrive in una nota critica la Szabò: E’ un campo di mine aperto.

Un romanzo che – in una precisa area geografica – se non  fosse diventato agiografia del regime (penso a Marek Hlasko, scrittore polacco, rivelatore e fulmineo nel ribadirne la sostanza letteraria e dissidente), diventava insolenza, censura per i recensori marxisti, i quali non tardarono a frenarne il coraggio, il potere medesimo della deregolamentazione individuale, prossima al martirio dell’isolamento.

Bisogna aiutare il sogno di Mònika, un sogno corale, che guarda a noi con generosità, è il tentativo di non sconfessare l’assunto della parola che salva, della parola immortale.

Riflessioni

Mi sveglio la notte con un pensiero. Dipende dall’urgenza del giorno precedente. Stanotte il mio pensiero è un omaggio, un piccolo cadeau, solo per me. Ho capito – stanotte – l’origine di ogni romanzo (sì, figuriamoci, sai la novità) e soprattutto la pratica che ho messo in campo negli ultimi anni – forse sull’onda emotiva che mi ispira Jane Eyre (visto ieri in sera, in parte, poi ho spento la tv, incapace di concentrarmi su qualsiasi cosa che riguardi l’animo umano e che non sia Dio a consolarlo). Ad ogni romanzo, dedico la replica pedante della medesima scena, un’inquadratura emotiva, la stessa. La replico all’infinito, cambiano i personaggi, soltanto nel raggio d’azione più recente. Una volta è Monsieur, incontrato in un aeroporto, una volta è l’amore della giovinezza, morto di overdose (non è morto di overdose). E prima ancora l’epica polacca. Oggi le lettere a Nathan.

Mi rivolgo ai fantasmi. E’ chiaro, lo fanno tutti gli scrittori, mi direte.  Ad ogni modo, è successo questo, a un certo punto, dopo l’oltraggio immane e determinante, ho aperto una stanza, mi ci sono infilata dentro, non ne sono più uscita. Così credo di aver passato gli ultimi anni. Prima predisponendo come un tempio l’ordine esatto delle cose precedenti, poi esaurito quel delirio, ricostruendo una casa nella casa, modesta, tirata su senza partecipazione. La preghiera. Le mie maglie a uncinetto. I libri che non leggo, che ordino e riordino. O che leggo e invece non leggo. I testi che mi danno la pazienza, il coraggio, forse la forza (nel significato abusato che ne diamo oggi), i testi sacri. Soprattutto la Bibbia. Ma oggi vedo male, anche con gli occhiali, e la sera non riesco a leggere niente, neanche le Confessioni di Sant’Agostino, che erano sempre rivelazioni. Il carattere è troppo chiaro e minuscolo, la luce è bassa, confortevole, ma bassa. E ogni giorno di questi anni ho coltivato una specie di sentiero lastricato di fantasmi, coltivato di fiori inesistenti, specie introvabili.

Tornai da Milano, dopo un mese di solitudine, ho sancito l’ultima desolazione, cioè la sconsolata considerazione che ancora una volta la mia vita fosse la riproduzione di un trompe l’oeil. Uomini fantasma, come Monsieur e persino Nathan. O prima Massimo che morirà di overdose (ma non è morto di overdose), o il primo abbandono, nel bel mezzo della mia vita migliore. Ecco, a saperlo.

Tornai da Milano, allora, e scrissi in pochissimo tempo il romanzo sull’amore – i giorni dell’abbandono (ma  è un titolo già usato, lo prendo in prestito per far capire brevemente). Ed è tutto qui. Fondamentalmente la vita è questa, raccontarla, consumarla senza saperlo – per taluni – e raccontarla. Chi non la può raccontare però ha la fortuna di viverla.

Poi certo ci sono domande inqualificabili, tipo: quanti anno ho?

 

L’epistolario – Il perdono

***

 

Tel Aviv, settembre 1950

 

Non merito il perdono, no, Nathan. Sono una creatura destinata a istigare il fallimento, altrui e mio. Sono una donna che ingenera compassione. Sono deplorevole. Sai, quei legni storti che ti ostini a abbellire, organizzandone i rami spogli come bacheche su cui poggiare preziosi monili, adornarli in una bella casa, perché sono rami storti destinati solo al fuoco. Non perdonarmi Nathan. Non lo merito.

Sono andata a Hatikva. È un quartiere poverissimo, arabo. È pieno di arabi. Hanno uno sguardo insolente o febbrile come certe tue lettere. Ti fissano, Nathan, come se fossi un trancio da divorare. I lori occhi brillano, sono sacrificati e insieme scaltri. Sono arabi. Percorro strade sconnesse, strette e pregne di spezie, di odori di domestico o di oscenità. Cerco Irina. Non è vero. Non la cerco. La odio. È finita con quel giovane, sono giorni che si vedono in gran segreto. Lei vorrebbe mentire, non è capace, è troppo stupida, abituata all’onestà del suo dolore, non sa mentire. Si vedono a Hatikva. Attraverso le vie lastricate di laidezza, qui la vita è clandestina, sento i sussurri o immagino anche. Non faccio altro. Odio Irina, perché sta prendendo quel che non dovrebbe, con la sfrontatezza della vita quando esordisce con lusinghe pericolose. Irina è eccitata perciò. Ne noto i segni sulla pelle, esplode, non so come spiegarti, splende (riluce) grata alle carezze. Le sue labbra sono umide del rossetto che indossa e della sua stessa indecenza. Lui, quel giovane, glielo toglierà, a furia di baciarla, i baci di quell’uomo le strapperanno ogni pudore. Irina smetterà di lagnarsi. Lo ha già fatto. La vedo curarsi ogni mattina, amarsi ancor prima, stendendo morbide creme di aloe lungo le sue gambe turgide perfette. Le sue gambe hanno preso vigore.

Io la guardo dalla porta, non entro. La guardo davanti la toilette, sistemarsi i bei capelli biondi, lucidi, giovani. Sono forti, non posso entrare nel tempio della fortezza, della vita, dell’amore, del desiderio, quando tutto si avvera. Io resto fuori. Nel mio destino dedicato all’attesa, all’attesa che diventa rabbia o inquietudine e mi spinge a liberarmi della mia indole oscura e ribelle. Io sono il legno storto.

Questo giovane si chiama Aadil.

Cerco lui, devo parlargli. O forse cerco Irina. Le case sono basse. Le mura franano, alle finestre si gonfiano per il vento da est le tende ruvide simili a tele grezze e dai colori cupi, pesanti. Arrivo a Kerem HaTeimanim, è opprimente, il suk emana afrori lugubri, yemeniti ovunque. Li riconosco. Cerco Irina, Aadil, tra i volti foschi, diffidenti. Busso alla porta, è una piccola dimora, dimessa e buia. Viene ad aprire Aadil. È lui. È Aadil. Rimango in silenzio, sono a disagio, non parlo, non chiedo. Aspetto ancora una volta. Guardo le mie scarpe, rovinate. Vorrei morire per la vergogna e la propensione al tradimento che mi investe. Non è il calco rassicurante di un errore altrui, la nobile ragione di una colpa che mi è finita addosso, il riparo di memorie mortali, il Sonderbau. No. Sono io e basta. Io.

Aadil. Mi alza il viso con le sue mani abituate al sacrificio, a dare il piacere o a prenderselo.

Oltre le sue spalle, noto una donna con il seno scoperto, su una specie di canapè. Accanto un uomo fuma il narghilè. Aadil non smette di guardarmi. Forse sorride, si prende gioco di me. Mi faccio coraggio. Chiedo di Irina. Lui non capisce. Dice qualcosa, un suono che confonde. Mi libero dalle sue mani, non avrei voluto. E sono andata via. E sono andata via, Nathan. Non perdonarmi più. Non lo merito.

Sono tornata a casa. Mi sono chiusa in stanza. Magda bussava alla porta con impazienza. Mi irritava finanche la sua voce. Il mio corpo era sudato, percorso da un fremito, qualcosa di incompiuto.

Vorrei morire. Il tempo mi sfugge. Non ho la giovinezza di Irina. Nel mio viso stanco scopro nuovi segni. Non sono bella, non più. Devo prendermi adesso quel che resta. Non posso aspettare. Poi raggiungerò la cima di quella roccia che vedo ogni mattina quando mi reco a Eilat. E da lì finirò nella dimenticanza, lascerò che tutto venga dimenticato, e io non avrò altro da patire o da temere.

Non ho i miei libri, qui. Non ho niente che mi ricordi di me un tempo. Chi ero allora?  Ma sai, non credo io sia mai stata la creatura virginea che Petr o mio padre credeva di conoscere. No, non lo sono stata mai. Altrimenti il mio destino sarebbe stato diverso. Io sarei morta. Io non sarei la sopravvissuta, no, sarei morta.

I miei vestiti candidi. Chiari, ricamati. Che ipocrisia. Il vaso di balsamina sul davanzale, le tenere mani di mamma che raccoglievano le fragili foglioline sparse sul piano di terra, il tepore della decenza, la normalità delle cose buone, che non subiscono l’ira degli avvenimenti futuri. Non ancora. Era la mia vita. Nathan. La mia vita mentiva anche allora.

Ricordo le mie amate letture quando sono abbastanza lucida da non soccombervi come al richiamo che induce al terrore, stabilendo la prossimità tra i fatti, prima e dopo quella notte. Ma tutto oramai è terrore. Il passato o la memoria è tutto quel che abbiamo? È una faccenda che compete ai saprofagi. O agli scrittori.

Ai poeti.

Agli amici noiosi del caffè Paris.

Makar Alekseevic di Povera gente scriveva alla sua Varvara con l’amore tiepido e affettuoso che rischia di durare per sempre. Varvara era simile a un uccellino donato dal Buon Dio per la consolazione degli uomini.

La mia rabbia e la mia inquietudine confina con l’avidità di un rapace. Non di un’aquila che vola sola, di un corvo, di una civetta, del più misero e ambizioso dei rapaci.

 

Non riuscirò a perdonarmi, Nathan. Malgrado tutto,

ancora tua

Vera.

(continua)

La lettera di Nathan qui: http://www.pangea.news/veronica-tomassini-davide-brullo-progetto-letterario/?fbclid=IwAR24KIzWCRmJ_C6xar_gDaJIA26WVPYO-J5O7hzMYrvi2VzDNfmgEIer5rA

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L’epistolario – La collina di Petřín

***

Tel Aviv, agosto 1950

Stanotte ho sognato come quando ero una ragazza. Nathan. Era un sogno e non un incubo. Mi sembra di avvertire un anticipo di guarigione. Eravamo insieme. Era un miracolo. Io e te insieme. Sedevamo all’ombra di una quercia. Tutto intorno il sole splendeva sulle cime dei virgulti. Sai dove eravamo? Eravamo sulla collina di Petřín , nel giardino delle rose, oltre la torre svettava il castello di Praga. Abbiamo superato il fossato, la passeggiata degli amanti, vedo corone di peonie. Noi sediamo sotto l’ombra di una quercia. Tu poggi il tuo capo sul mio grembo. Non dormi. Ma sei in pace, perché sei con me. Poggio la mia mano sulla tua guancia.

Era un bel sogno.

Oggi sei più stanco che mai, vero? Ma la vita, la vita ti travalica, propone i suoi componimenti, arbitrari ma non privi di una sottomessa e armonica libertà. Tu scegli, non arrangiarti a seguire l’arroganza delle vicissitudini. Quelle sono margini che spariranno, alla fine di tutto, affiora il progetto reale, noi, io e te. Lo troveremo, ne faremo parte, smetteremo di dibatterci, finanche realizzando che l’antico componimento non preveda te e me, insieme.

Non possiamo sapere. Ma esiste una quercia sulla collina di Petřín? Non ricordo più.

La vita ci supera. L’ho scoperto ieri pomeriggio. Era caldissimo, un pomeriggio agitato da venti torridi. Eravamo in spiaggia, c’erano Irina, Magda, Magoska. Abbiamo dei costumi da bagno nuovi, li ho comprati con i soldi dell’ebreo. Sì, Nathan. Sono spregevole. E questa è la vita, Nathan, persino la mia spregevolezza.

Eravamo in spiaggia. Io sedevo sulla rena calda così da percuotermi la pelle. Avevo i brividi che mi assalivano, come da bambina, nel contatto sprezzante tra freddo e caldo, il Baltico è molto più gelido però, la sabbia soffice e bruciante, mi pareva anche allora, alla stessa maniera. E c’era mamma che rideva come una matta, papà le urlava dietro le raccomandazioni, “stai attenta, non allontanarti troppo!”. Lei rideva. Agota leggeva un libro noioso. Era fatta così, severa, e tuttavia magnanima, il gran cuore della mia buona sorella.

Non temere, Nathan, la vita ci supera. Nel nostro buio, lei divampa, a modo suo. Quando non vuoi, quando non credi.

Ci sono stati giorni in cui il desiderio di non essere mai esistita era la più feroce delle consolazioni. E ci sono stati giorni in cui essere nata era l’arcano prodigioso che mi avrebbe promesso te, il tuo amore. La notte in cui io e te eravamo qualcosa fu come raggiungere il nodo di tutti i misteri.

Capisci? Dimmi, allora, cos’è la vita? Cosa vuoi preferire? Eppure, non dura niente per sempre. Si avvicenderanno comunque, a dispetto di noi, le aurore e i crepuscoli, le albe e il torpore della notte. E sui rami, nel buio, udiremmo comunque il fruscio tormentato delle foglie o delle creature che a seconda del nostro spirito, provato o glorioso, tradurranno il lamento degli assenti o il loro rimprovero, bisbigli o singulti o sorrisi dentro mormorii benevoli.

Ci ameremo o meno. Nel tuo buio o nella tua luce, esisteremo in ogni caso. Il tempo ci supererà, la vita. Sì. Ed è terribile a volte. A volte, no.

Il buio è sempre il risultato di un’assenza.

Possiamo illuderci di difenderci da essa, io e te. Io voglio difenderti. Non credo di riuscirci, siamo così lontani. È una promessa che non manterremo, forse, il nostro amore. È il nostro destino, può darsi.

La vita ci supera, l’ho capito in spiaggia, Nathan. C’era questo giovane palestinese. Irina, vedessi, Irina quella che tormentava le sue viscere con il pianto, lo stridore pedissequo per il suo Il’ja. L’avessi vista, Irina, con questo giovane palestinese. Ci avrei giurato, distante da com’ero, che gli occhi di Irina brillassero di una gioia violenta e repentina e che il suo desiderio fosse irriconoscente e immemore. Dov’era Il’ja?

Li ho veduti andare insieme, Irina e quel giovane arabo. Vibrava qualcosa in me, allora. Vibrava qualcosa che mi bruciava, stringevo le gambe, una sull’altra. Sì, Nathan. Sono spregevole.

Questa è la vita. Vedi, Nathan? Funziona così la vita.

Io non ho capito niente di questa vita.

Li ho veduti andare via. Sparire. Oh lei sarebbe ritornata, sola. Certo, sì. Soccombeva al suo momento di diletto. Avrebbe gemuto finalmente. Avrebbe smesso di lamentarsi, sotto il vigore di braccia nuove e nuovi ardori.

E dimenticare. È un obiettivo. Voglio dimenticare.

Magda e Magoska giocavano come ragazzine in acqua. La loro pelle delicata, bianca, era infuocata, color porpora per il sole furioso di quel pomeriggio. Ridevano, come sciocche. Ridevo anche io. A tratti mi adombravo, invidiando Irina.

Perché sono spregevole.

La mia vedovanza mi sfinisce. Non ne posso più.

Torno l’impaziente studentessa di un tempo. Non la giovinetta noiosa, quella che frenava le mani indecenti di Petr.vestitoveri

Papà sapeva di me che lo ero, incostante e capricciosa, non umile, ma altezzosa. Io che nelle mie più nobili aspirazioni avrei tanto voluto somigliare alla Varvara Alekseevna di Povera gente. Come sono soavi le donne di Dostoevskij, o anche volitive, ferine, come Lizaveta Nicolaevna che amava Stavrogin, crudele e bellissimo. Infelice, carnefice. Ero talmente confusa dalle mie letture che immaginavo consessi febbrili, con i miei inesistenti amanti. Guardavo verso il davanzale, dal mio comodo letto, ricoperto di stoffe pregiate, ricamate dalla pazienza affettuosa di mamma. Trepidavo in un sogno facile e desto. Accendevo la radiolina. Sorridevo al pensiero di felicità da aspettare. Al cospetto delle quali prepararmi, indossando il mio abito più bello, sistemando i capelli con nastri di raso e stendendo sul viso la cipria chiara di polvere di riso.

E adesso?

Sono sola. Sono sola, da morire. E devo consolarti. Invece, lo so. Devo devo. Nathan. Abbi cura di te.

Tua

Vera.

(continua)

La lettera di Nathan qui: http://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/

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Copyright © Veronica Tomassini

 

 

 

 

 

 

Mazzarrona (il Fatto Quot.)

La città oltre Mazzarrona era un affare di luci e possibilità, di uomini migliori, secondo la nostra nostalgia, dei compagni della valle, di Mazzarrona, una nostalgia pigra e sfuggente che non era in grado di cogliere il resto, di intenderne la via. Non era possibile uscirne vivi? E invece ne siamo usciti. Ma Mazzarrona rimane ancora desta con i suoi languori esangui, desta e crudele come un incubo, oggi e allora.

 

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Mazzarrona, Miraggi edizioni (p.180, Euro 16)

Il sole picchiava così forte, sopra le lastre di metallo gettate nella campagna, da impedirci di oltrepassare l’orizzonte dello steccato a qualche metro da noi; rifletteva sui nostri visi, sorpresi dalla pochezza del medesimo paesaggio. Ogni giorno non smetteva di deluderci, ma non conoscevamo altro. Nel retro della motoape c’era il solito ubriacone che vendeva fumo ai ragazzini, su cassette di verdura andata e arance marce. Sotto i portici frugava il movimento sempre uguale dei tossici in attesa, lento ipnotico. Lo scambio, la stagnola passata da palmo a palmo, i ricetta, la polvere dell’asfalto che bruciava i nostri occhi chiusi. La fissità dolorosa dello stesso paesaggio coglieva il nostro sguardo vuoto o deluso. Massimo teneva le camicie fissate ai polsi, anche d’estate, per coprire le piste sul braccio e per lo stesso motivo usava stivali di cuoio per nascondere i buchi sulle caviglie. Vestiva bene, usava foulard di seta al collo, dove diavolo comprava quella roba. Massimo veniva dalle case popolari, non quelle dello spaccio, gialle, le case dei Mao Mao le chiamavano, dove la gente era più brutta e più sporca.  “Le tue spalle bianche mi dicono che qui non è posto per te”, riteneva. Il suo sorriso era pieno di comprensione. Le mie spalle bianche. Preferivo la durezza della pelle di Romina, la sua voce da donna, saperci fare a letto, come Mary, del quinto piano. Non crescevo mai, o ero già vecchia, di una vecchiezza diversa però, priva della sostanza della vita. Massimo era curato, pettinato, amavo il suo profumo qualcosa di simile al vetiver, mi piaceva; non come gli altri tossici. Massimo non doveva morire. Tutti finivano in overdose e certi morivano, speravo che lui non morisse mai. Lo baciai d’improvviso, un pomeriggio alle case, sedevamo in cortile, Romina ascoltava la radio in cuffia. Lo baciai. Continuava a guardarmi dentro quello stupido sonno, mi parve felice. Sì, felice. Romina non si accorse di nulla. Massimo non lo so, volli credere di averlo destato del suo sonno uggioso, il sonno della roba.

Romina era scura in volto. Guardava oltre il recinto verso il mare. Sul recinto si abbarbicavano cespugli di ginestre, più in là sporgevano aiuole di acacie e agrifogli. Mazzarrona non era solo un deserto allora. Però lo era lo stesso. Era buia come la sera quando scendeva, opprimendo le case, quando i cani latravano dagli abbaini, i bambini strepitavano e qualcuno le prendeva o le dava.

L’assenza di qualcosa tormentava quella gente, Romina ne avvertiva l’ingiustizia, era un’assenza senza nome, senza contenuto, non sapevo trovarne, eccetto il tedio, il male annunciato in alcune canzoni che ascoltavamo in macchina, nella Renault di Massimo. Sense of doubt di Bowie aveva spinto persino qualcuno a finirla davvero l’insulsa tragedia della propria vita. E c’era una ferrovia che attraversava i rovi era lì che finivano le insulse vite della gente di Mazzarrona. Romina guardava il mare, era poco più alta di me, dura nel corpo, a suo modo bella, sembrava ridere del mondo, era solo uno sguardo in fondo, una piega del mento, una breve cicatrice da angolo a angolo. Teneva i lunghi capelli neri legati con una pinza al centro della nuca, non si truccava mai, indossava pantaloni da ragazzo. Aveva chiuso con uno, le dicevo: è un buzzurro, hai fatto bene. E lei mi rideva in faccia, perché usavo parole difficili, ridicole tutto sommato. Aveva ragione. A Mazzarrona non servivano tante parole, poche, gergali, bisognava imparare un codice, usare il silenzio anche, nel metodo conosciuto a pochi, con l’atteggiamento di piccoli sfrontati criminali. L’ambizione era imitarli. Il tipo si bucava, stavano insieme da qualche mese. Era nero, segaligno, sembrava un ramo secco, uno di quei ceppi che ardeva nei falò nel cortile alle case. Cosa ci troverai mai? Le chiedevo sinceramente interessata. Romina non ci trovava nulla, come non c’era nulla da intercettare, nessun segreto che fosse meraviglia d’appresso o intorno alle case. Ci stava e basta. Cos’era l’amore in quel tempo? Ne eravamo disperatamente attratti, lo cercavamo, con vergogna. Io avevo Massimo, lui non mi amava, lo avrebbe fatto troppo tardi. Ma era il suo castigo, arrivare dopo qualcosa di bello, capirlo dopo, perderlo. Quando Romina guardava il mare così cupa, la sua ombra si allungava ancora di più verso le rocce e lei sembra grande immensa, lei sapeva tutto, non aveva paura. Ed era ancora più bella.

Romina era dura sempre. Non l’ho mai vista piangere. Quando parlavamo di Mary che aveva tentato di ammazzarsi, lanciandosi giù dal balcone, non mostrava alcuna forma di pietà, piuttosto in lei si agitava il rancore, il suo volto bruno di colpo impallidiva, il suo rancore scolorava. “Vuole morire e non lo fa mai!” mormorava tentando di controllare la rabbia. Non aveva ragioni migliori degli altri, Mary, per morire. Era fortunata perché era bella, una di quelle donne per le quali gli uomini sono destinati a fare follie e a perdere.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Miraggi edizioni. Agenzia Stradescritte. 

La copertina è di Francesca Marzia Esposito.

 

 

Avrei qualcosa da dire (da Il Fatto Quot.)

Siracusa impregnata di tristezza civica: è una bella immagine e anche nuova per me. Tutto merito della Sea Watch. Riflessione che resta come una suggestione irritante, in metafora: l’onda prodiera suscitata dalla nave della Ong, in rada nel porto di Catania. Sugli indignati “da combattimento” di Siracusa, la città in cui vivo, avrei qualcosa da dire. Devo andare un po’ indietro con la memoria.

man-618344_960_720 Erano gli anni ’90, la fine degli anni ’90. Conobbi un uomo polacco. Pensavo fosse una storia sentimentale e basta. E invece la mia piccola storia precipitò in una più grande, nel cambiamento tragico e epocale che proveniva da una Europa – l’Est – non ancora abbastanza per noi. La clandestinità oltrepassava vecchi reticolati, antiche cortine blindate, in ducati rumorosi, dentro c’erano uomini e donne ex qualcosa, ex impiegati delle poste, ex maestre, ex operai di cartiera, giovani della generazione del niente (generacja nicości), nati sulle ceneri del muro di Berlino, propensi ai dollari e all’Occidente. Ex qualcosa, presto qui da noi sarebbero diventati balordi da semafori, elemosinanti, un numero in questura. Non sapevano che farsene della democrazia, era una torma mogia di uomini sopravvissuti all’elegia atea e comunista. Conobbi quest’uomo, viveva per strada, beveva, era molto giovane. Lui e altri, clandestini, rimediavano fogli di via da collezionare e al massimo imprecazioni e indignazione nella considerazione collettiva. Siracusa non alzava bandiere per nessuno, mi riferisco a quelle stesse facce che vedo oggi, ancora, blaterare qualcosa per la Sea Watch,  se non fosse che le loro omissioni hanno già prodotto la morte di altri, hanno concorso a confezionarla, nella nostra città che invoca giustizia e urla “scendeteli”, oggi. Allora, no. Questa torma mogia di uomini viveva in un parco. Spesso qualcuno – come si dice – stendeva le gambe e suonava la campana per il morto. L’epilessia, il coma etilico, l’assideramento. Le ragioni di una morte di tal misura erano più o meno le medesime. Allora cominciai a realizzare l’inganno e la posa ideologica di tutto quel che avrebbe dovuto militare nel diritto e nella verità, la vaghezza dei propalatori della rete e dell’associazionismo. Per volerne salvare uno (perdonate la deprecabile presunzione) sono finita a incontrarli tutti i miserabili. Non li ha salvati nessuno. Oggi le bandiere rosse issate a gran voce nella costa, di fronte la Sea Watch. Ieri la diffidenza, il digrignamento di denti davanti a sacchi informi, morti con il fegato in pappa, dentro una grotta, nel salotto buono della città. Vergognosa dimostrazione di inciviltà, era per tutti convenire sulla dipartita di donne e uomini anonimi.

Come Ewa Bialowasz.

Morì una notte di dicembre. Nel parco archeologico. Pioveva. Non si riusciva a tirarla fuori dalla cava. C’era da perdere la pazienza. Non un Requiem per lei. Niente. Morta di freddo, venti metri più avanti l’arcidiocesi avrebbe organizzato un presepe vivente o chi per essa. Nasceva il Figlio di Dio, mentre moriva il Figlio dell’uomo. Dio era nella grotta con Ewa. Ma i curiosi guardavano più in là. Per salvarne uno, ho bussato a tutte le porte. Le chiese. I movimenti cattolici. Niente da fare. C’era sempre un se e un ma di sbieco. Tra i piedi te ne crollava ancora qualcuno. Irenka, all’angolo di una strada, viveva così. Malata di alcol, di cuore, di sifilide. Con un’amica di Medici Senza frontiere la portammo in comunità da Don Pierino Gelmini, a Pozzallo. Un’altra volta lo abbiamo fatto con Azib. Azib poi è morto. Azib beveva come Irenka. Ne morivano altri. A tratti mi sentivo un’eretica, durante le omelie avrei voluto urlare, salendo su una panca, l’ipocrisia e l’ingiustizia delle parole che non guariscono, delle azioni che ingannano, di tutto quel gran ciarlare. Era una guerra, con i suoi morti. Non vinceva nessuno in questa guerra. E oggi, Siracusa, si riscopre indefessa consegnataria dei diritti, la stessa città di irretiti, che non ha voluto salvare, al limite puntare il dito, accusare di mancanza di decoro i miserabili che crepavano al parco. Erano clandestini, europei. Attraversavano le montagne, le foreste, a volte a piedi. Cucivano i passaporti nelle bluse di pelle. Circolavano storie leggendarie, uomini epici. Attraversavano il Danubio in canotto, non so tutto questo, non meno drammatico, sguarnito di Ong e di seguito sensazionalistico. Siracusa non la ricordo così indignata, nutriva nuove disperazioni casomai. Ne sono stata testimone, mio malgrado. Soltanto perché ero una ragazza e avevo incontrato un uomo e quell’uomo consegnava una Storia enorme, una svolta definitiva. Fino alla fine, bussai a tutte le porte. In quella parrocchia, il prete ci guardò da su a giù. L’uomo al mio fianco era ricoperto di polvere e non si riconosceva nemmeno il colore dei suoi capelli che erano bruni come l’ambra d’inverno nel Baltico.

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano, edizione cartacea, 6 febbraio 2019 (“Quando i migranti venivano dall’Est e morivano invisibili”).