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Per un’idea di scrittura

Lo scrittore che smette di pubblicare

Mi colpisce moltissimo l’idea che uno scrittore un giorno smetta di pubblicare, con consapevolezza, nauseato dal metodo. Si può rifiutare di partecipare a quella che si considera infelicemente una gara al ribasso. Così quello scrittore sparisce dal giro. Rinuncia  a tutto, al valzer delle vanità, alla corte dei miracoli, a tutto. Ha introdotto l’argomento lo scrittore Marco Drago, raccontando del caso di Silvia Magi e Matteo Galiazzo ad esempio. Ci vuole coraggio, ieri ne ho parlato (anche se non approfondendo) con l’autore Giuseppe Casa, del quale mi hanno detto un gran bene. La cosa pazzesca è che io non lo conoscevo. Giuseppe ha origini siciliane e vive a Milano, mi spiega che ha cominciato a pubblicare negli anni ’90 nelle riviste cult dell’epoca. Racconti perlopiù. Poi dice: “Nel ’98 il primo libro da Transeuropa con Massimo Canalini, quindi Rizzoli, Mondadori e Baldini&Castoldi. Fine”. Già, fine.

 

Giuseppe Casa

Giuseppe Casa

Giuseppe la definisce una involuzione. Dipende da come la si vede. I suoi romanzi  – mi dicono – sono quanto di più vicino a quella spada capace di franare il ghiaccio. L’ultima sua cosa risale al 2013, un romanzo pubblicato con Foschi, uno dei miei migliori, commenta Casa, ma passato inosservato. Ora ha deciso di stare fermo per almeno quindici anni in attesa che gli editori nel frattempo muoiano di noia. Non che non lo possa capire. In un tale ossimoro, ci sto abbastanza bene. Scrivere e non pubblicare. O essere uno scrittore (status, non mestiere) e non scrivere. Non più. Forse deve cambiare qualcosa, anche soltanto – e qui divago un tantino – la convinzione che la non fiction novel l’abbia inventata Saviano con Gomorra: giuro, sentito ieri da Fazio. No perché casomai – cari editori – o caro Fazio – o caro Saviano – sapete che esiste il giornalismo letterario da Malaparte a Buzzati a Del Buono (ne avrò dimenticati altri). E da molto prima. Riconoscete con umiltà – una volta tanto – che il mondo non l’ha inventato Roberto Saviano. Usciamo fuori da ogni verità di comodo che l’editoria ha adottato in anni pigri e disonesti di idee. Oppure sì, morissero pure tutti di noia.

Galiazzo, Magi, Pellegrini: una sbandata positiva

di Marco Drago

Nell’ultima parte degli anni Novanta del secolo scorso, l’editoria italiana ebbe una sbandata positiva. All’epoca sembrava essere solo la prima, si è rivelata l’unica. I direttori editoriali leggevano le riviste underground e gli autori passavano in un niente dalla rivista underground ai libri veri. A un inizio promettente, e dopo che tutti i migliori autori vennero arruolati, le porte dell’editoria si richiusero e adesso si riaprono a caso, quasi mai come risultato di un lavoro di ricerca e di individuazione di testi degni. In quel ruggente periodo ho letto così tanta narrativa italiana da poter ancora adesso snocciolare nomi, titoli, trame, vicende editoriali e personali di quegli autori. Si diventava amici, tra scrittori, era inevitabile: ci si vedeva ai convegni, alle tavole rotonde, alle kermesse elefantiache così come alle presentazioni sfigate del martedì pomeriggio. Enrico Pellegrini e Silvia Magi li ho conosciuti di persona, ho letto e amato i loro libri ma poi hanno tutti e due smesso di pubblicare, così come Matteo Galiazzo. Pellegrini aveva scritto un libro di successo da giovanissimo e aveva fatto uscire il suo secondo lavoro dopo 6 anni, nel 1997. Si chiamava La negligenza e faceva parte di quella miriade di titoli un po’ alla Ellis che erano seguiti a Woobinda di Aldo Nove, Fango di Ammaniti e Occhi sulla graticola di Scarpa. Pellegrini aveva una trentina d’anni, forse meno, e vestiva come un miliardario. Non solo, si atteggiava anche a miliardario. Sembrava un personaggio di Ellis, più che Ellis, che credo fosse il suo obiettivo all’epoca. Era un giovane avvocato, sembrava molto deciso a seguire quella carriera e ben poco preso da quella di scrittore. Ultimamente, su La Stampa mi è capitato di leggere del libro di un tale Enrico Pellegrini e – ma certo! – era lui. (http://www.lastampa.it/2016/02/10/cultura/tuttolibri/un-ballo-in-maschera-la-conquista-di-new-york-con-la-focaccia-genovese-per-pellegrini-69yU9PqstAocj6TXOxWOAP/pagina.html). Dopo 19 anni ha scritto il terzo libro. Il suo terzo libro mette in scena un miracolo imprenditoriale basato sull’offerta di focaccia genovese al mercato Usa. Abita a New York e fa l’avvocato lì, quindi credo che alla fine sia diventato miliardario. Ma non grazie alla focaccia genovese.

Marco Drago

Marco Drago, classe ’67. Ha esordito nel 1998 con L’amico del pazzo (Feltrinelli) ha scritto Cronache da chissà dove,  Zolle, La vita moderna è rumenta, La prigione grande quanto un paese. Conduttore e autore radiofonico (RadioRai, Radio24, Rsi), dirige la collana di eBook Laurana Reloaded

 

Silvia Magi, di Ancona, si è fatta le ossa con Massimo Canalini di Transeuropa. Erano gli anni del dopo-Jack Frusciante. Silvia scriveva delle brevi prose oniriche dal sapore di crudeltà infantile, psicofarmaci e immaginario mitteleuropeo. Nel 2002 uscì un volume di questi brevi racconti, Tutto quello che mi sta a cuore, lo pubblicò Rizzoli. Benedetta Centovalli riuscì a spuntarla su Paolo Repetti di Stile Libero, che lo voleva a sua volta. Purtroppo Tutto quello che mi sta a cuore non ha mai avuto un seguito. Magi ha lavorato per anni a Vogue, poi si è trasferita all’estero (in varie città europee) e non ne vuole sapere di tornare a pubblicare. Odia tutto quello che segue la quiete della fase di scrittura: andare a parlare con gli editori, gli editor, fare le presentazioni, fare pr eccetera. Scrive ancora, ma tiene tutto per sé.

Ho citato un terzo nome, all’inizio: quello di Matteo Galiazzo. Il suo caso è il più eclatante, di tutti quelli di scomparsa dell’autore promettente. Galiazzo ha pubblicato in vita (artistica) tre libri, tutti per la Einaudi di Torino. Il primo nel 1997 e l’ultimo nel 2002. Della generazione pulp, Galiazzo era da molti considerato il fuoriclasse, quello con maggiori chance di fare il botto. Più di Ammaniti. Ma dopo il 2002, più niente. Le ragioni dell’abbandono sono mirabilmente spiegate in una nota presente sul volume “Sinapsi”, che raccoglie tutto quello che Galiazzo aveva nell’hard disk del computer (da Matteo B. Bianchi per l’editore Indiana). La ragione fondamentale (dico solo questo) è che con i libri non ci si guadagna da vivere. E mi sembra che non faccia una grinza.

 

 

intorno all’intervista di Giovanni Pacchiano

Ammetto che leggerla è stato liberatorio. L’intervista a Giovanni Pacchiano, scrittore e temutissimo critico letterario al quale devo molto, firmata da Silvia Truzzi, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano di qualche giorno fa. All’incirca si verificavano gli stati generali della letteratura contemporanea. Giovanni Pacchiano ha chiaramente affermato che le cose buone sono le cose che non arrivano al grande pubblico, i bravi narratori (non era una provocazione, immagino, o almeno non solo) sono quelli che passano attraverso la cruna della piccola e media editoria. Voci solitarie, che hanno una loro tradizione. Ne cita abbastanza per farsene una idea. Tra queste voci, c’è anche la mia. Ci chiama autori sottotraccia, autori che non riescono ad arrivare al grande pubblico, o altrimenti con una certa difficoltà. Oltre me, cita Arturo Cattaneo; Annalucia Lomunno, il primo Gaetano Cappelli; Antonio Franchini. E poi anche Pietro Grossi, Viola Di Grado. Paolo Cortesi.

Intervista a Giovanni Pacchiano

L’intervista a Giovanni Pacchiano, firmata da Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano 27 ottobre 2015.

Autori con una tradizione dietro. La mia si forma sui russi, Pacchiano fa riferimento a Cechov. E così via con gli altri. Il sassolino dalla scarpa me lo sono tolto, per i tanti no rimediati e la capacità di penetrazione, malgrado tutto, del mio romanzo d’esordio, Sangue di cane. Difficoltà che non sono mai finite, parlo per me adesso, ma sono molti i bravi autori che possono rivendicare il medesimo destino. Di recente leggo lo scoramento di Flavio Villani, il suo libro di esordio con Laurana era L’ordine di Babele. Ritornando ai no, alle difficoltà, alla strana condizione in cui mi trovo: gli editori sanno che esisto, ma mi  tengono lontana. Un elemento estraneo, scriveva l’ottimo Andrea Pomella, in una recensione al mio primo romanzo. Definizione assolutamente corrispondente al vero: sono un elemento estraneo. Il romanzo inedito, che avrebbe trovato l’editore, finalmente, non ha avuto una sorte diversa, fino a qualche settimana fa. Allora ho realizzato che la questione è: accettarsi in quanto elemento estraneo. Ma badate: il gap tra lettori e scelte editoriali è un baratro. I lettori non rifiutano quel che gli editori si ostinano a trattare con diffidenza. Sangue di cane ne fu la dimostrazione. Non sarebbe mai uscito se non fosse stato per la caparbietà di scrittori del valore di Giulio Mozzi o per l’entusiasmo di Marco Travaglio e dell’amministratore delegato di Melampo, Lillo Garlisi, che fondò poi la Laurana editore. Fu un concorso di accidenti buoni ad aiutarmi allora. Ritengo che l’intervista a Giovanni Pacchiano sia la ragione che possa indurre qualcuno a invertire la tendenza, a non aspettarsi dalla letteratura un adeguamento al ribasso a mode popolari. I lettori sono molto meglio. Non esistono mode popolari. Indottriniamo alla volgarità e saremo tutti volgari. Non è una legge estendibile, assolutamente immorale pensare che una procedura simile diventi una soluzione e per giunta vincente.

La lettera di Maupassant e la polemica di Cordelli

Avrebbe gradito lo scrittore di “Pierre et Jean” il sintagma usato da Giorgio Falco che avrebbe fatto saltare i nervi a Franco Cordelli? “Sagome sudate” o aria “accucciata” o le contorsioni parossistico-letterarie di Giorgio Vasta nelle sue brillanti esortazioni a leggerlo? Non possiamo sapere. Ma Guy de Maupassant dalla sua maison a Etretat avrebbe così riflettuto, in una lettera datata settembre 1887: “Il maggior difetto dello scrittore che mi onora del suo giudizio, è di non essere un critico”. Eppure quanto leggiamo ancora nella lettera ci induce a ritenere che con Cordelli avrebbero avuto di che discutere trovandosi persino d’accordo, giacché Maupassant è certo di una fatto: “Ogni secolo ha gettato in questo limpido corso d’acqua le sue forme, i suoi arcaismi pretenziosi, le sue preziosità, senza che di questi inutili tentativi, di questi sforzi impotenti sia rimasto nulla in superficie”.  E invita, Maupassant, a non lanciarsi in ardimentosi astrattismi, non corrompere la purezza di una lingua, lui si riferiva al francese, lingua per sua natura chiara, nervosa, logica. Scrive: “E’ più difficile maneggiare la frase come si vuole, farle dire tutto, anche ciò che non è espresso, caricarla di sottintesi, di intenzioni segrete e non formulate, piuttosto che inventare espressioni nuove e pescare, in fondo ad antichi libri sconosciuti, tutte quelle di cui abbiamo perduto l’uso e il significato e che sono per noi lettera morta”. Il pensiero corre a “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta (ancora lui), una specie di automatismo suggerito dall’assunto di Maupassant, confermato in qualche maniera da Cordelli; Vasta  è uno che può scrivere qualcosa come “la messa in torsione dell’etica”, altro che lingua nervosa. Non ci siamo mai spiegati come un ragazzino (personaggio principale de “Il tempo materiale”) si potesse esprimere con un congetturare così complesso. “(…)Noi vogliamo che il mondo ci dia del lei, che ci percepisca e ci rispetti, ma siamo impantanati in un’origine scolastica, puzziamo di tabelline imparate a memoria, di qualche rima incatenata. Stiamo nella voce di Renato Rascel e ci impregniamo del suo odore”. La cosa ha dell’incredibile. Tanto è. Un ragazzino notevole. Eppure non c’è solo la palude degli scrittori di Cordelli, polemica recente. Estendiamo la possibilità anche alla critica e all’editoria. Sarebbe interessante demolire il dogma chiamato “intreccio”. Ficelle, scriveva Maupassant. E anche allora la questione era la medesima, tanto che nella lettera redatta a La Guillette, Maupassant, annotava: “Non sono io il solo a cui gli stessi critici abbiano fatto lo stesso rimprovero ogni volta che sia venuto a luce un nuovo libro. Accanto a parole di lode, ritrovo sempre il seguente giudizio: il maggior difetto di quest’opera è di non essere un romanzo nel vero senso della parola”. E conclude: “Ci sono forse, per comporre un romanzo, determinate regole senza l’osservanza delle quali la narrazione di un fatto dovrebbe prendere un altro nome?”. Basta il talento e una lunga pazienza, come indicò Flaubert al discepolo Maupassant.

al diavolo il nuovo romanzo e tutto il resto

Questo post è polemico e sono certa che susciterà commenti polemici, anche soltanto impliciti, segreti, covati. Vorrei mandare al diavolo ogni altro tentativo rispetto alla pubblicazione del nuovo romanzo, fermo, in attesa di qualche prodigio non saprei, quale sì folgorante. Non sono migliore di te che leggi ( e che magari scrivi), di nessuno, ok, la tentazione alla presunzione è altissima. Però, ok, mi sta bene ogni cosa, i soliti tromboni che scalano le classifiche, nella migliore delle ipotesi sono tromboni (merito al merito), nelle altre sono la conferma a una procedura che preferisce uno standard che conforti, che non sgomenti. Va bene, sono incazzata. Non celebro il mio manoscritto, siamo in tanti. Non mi incazzo nemmeno con chi mi invita alla prassi paziente (non è una balla per tontoloni?): spedisca il manoscritto qui, a questo indirizzo, tempi di lettura dai sei agli otto mesi. Ma per carità. Urliamo, giubiliamo, uh il genio, quanti!! Scalano le classifiche, sono finalisti al premio altisonante, poi magari sbadigliamo a ogni piè di pagina. E a proposito di pagine, chiudo quelle di Demoni, finalmente, e dico: l’abisso ci separa dai maestri russi. Ma a volte anche piccoli guadi da dignitosi scrittori del Novecento. Sicuro, tra voi qualcuno sbotterà: mica ci sei solo tu? Anch’io ho patito sai? Adesso finalmente pubblico. E io sono d’accordo. Evviva. Soltanto che sono incazzata. Cosa non funziona in questa storia che giace da due anni? Cosa devo aspettare? Ogni diavolo di nomuncolo, o campione di qualcosa, o starletta, o cantautore, ha la presunzione di trovare un editore. Lo trova. Anzi funziona così. Si pubblicano cagate. La ragione? Aiutano a sostenere la qualità. Ma di che? Oh sì, la crisi dell’editoria, la crisi. Vado a comprarmi il libro di Moser, uscito per Mondadori, così aiuto la causa. Vado di corsa. O anche leggerò tutti i finalisti di tutti i premi che contano. Farò il mio dovere. Sicuro.

E’ uscito da pochi giorni, un progetto curato da Chicca Gagliardo e Gabriele Dadati e da un’idea di Giulio Mozzi. Raccoglie il racconto di autrici considerate tra le migliori degli ultimi anni.

IMG_20150527_0002Insieme con il mio, testi di: Elisabetta Bucciarelli, Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Teresa Ciabatti, Chicca Gagliardo, Helena Janeczek, Antonella Lattanzi, Isabella Leardini, Sara Loffredi, Franca Mancinelli, Silvia Montemurro, Valeria Parrella, Sandra Petrignani, Gilda Policastro, Rosella Postorino, Claudia Priano, Giovanna Rosadini, Elisa Ruotolo, Alessandra Sarchi, Francesca Scotti, Federica Sgaggio, Carola Susani, Grazia Verasani, Simona Vinci.

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“Un giorno scrissi a Marco Travaglio: caro Marco sai ho questo testo che mi piace, che piace a Giulio, sai Marco eccetera. Marco mi chiese di leggerlo. Gli ho spedito due capitoli. Li ha letti, una mattina trovai la sua mail: Sono bellissimi, scriveva. Così Marco ne parlò a Nando Dalla Chiesa che collaborava con Melampo (casa editrice specializzata in biografie e testi di impegno civile), il suo amministratore unico è tuttora Lillo Garlisi. Lillo Garlisi è diventato il mio editore. Il testo passò di mano in mano, da Nando Dalla Chiesa a Lillo Garlisi. In breve, Garlisi decise di fondare una nuova casa editrice: Laurana. “Sangue di cane” ne sarebbe diventato il primo titolo. Non perdevo più. Stavolta era tutto vero, era tutto accaduto davvero. Assolvevo Christiane, il suo diario maledetto, la gente di Mazzarruna, i compagni di periferia, i cadaveri dei falansteri di Buzzati, i morti di overdose, la mia tristezza. Era tutto accaduto davvero.

Vi chiederete quale storia tacevo fino a quel giorno in piazza dell’Elefante?

Era una storia di salvezza. E come tutte le storie di salvezza era anche una storia di dolore.

Il dolore. Vi assicuro che la letteratura non può ignorarlo, che almeno per me, nessuna bellezza ha potuto su di esso, nessuna bellezza che non ve ne fosse a parte. Il dolore del mondo sulle nostre fragili spalle. Abbiate cura di credere a questo assunto, il dolore ci salverà, prima ancora che la bellezza, il dolore che la bellezza genera. Non girate la testa di là, guardate me adesso, credetemi, abbiate la cura di credermi. Il dolore allarga i pioli della tenda della sventurata, della sposa bianca che non conosce il talamo coniugale, della sposa ripudiata, abbandonata nella sua giovinezza, dice Isaia.

Ecco come è andata”.

(La formazione della scrittrice – Laurana editore, maggio 2015)

“la scrittura pretende solitudine”

“Occhi grandi e neri, capelli mordorè. Il viso – niveo e intenso – anticipa la sua visione del mondo. La stessa che s’annida nei gesti e negli sguardi dei suoi personaggi, tutti periferici, tutti – chi più chi meno – sopravvissuti a un dolore, a una sfortuna, a un destino ineluttabile o semplicemente ai loro giorni pieni di imprevisti e di piccoli grandi mali. «Non cercate la trama nelle cose che scrivo dunque, ho amato Pavese. Sono esercizi di stile, è vita ordinaria» ha scritto sul blog che cura per la sezione culturale de Il Fatto quotidiano”.

*Questa bella intervista è di Marina Bisogno, una delle cose più belle che mi sia stata dedicata. Leggetela qui, nel blog collettivo: http://www.cevitasumarte.it

Il blog personale di Marina è questo: http://www.marinabisognoblogger.eu/