Category Archives: Sul nuovo romanzo

di nuovo al tempio

Sono tornata al tempio. E’ il mio posto. La mia panchina. C’erano le anziane del rione. Sono tre. Adesso siede anche una rumena di mezza età e una giovane donna rom. Accanto a lei mi sento una specie di ramo secco. Lei è proprio una donna. Io sono sempre più magra invece, quasi invisibile.  Una delle anziane si lamentava del tempo che passava sola in casa, si interrogava su una ragione, una, per cui valesse la pena uscir fuori persino in balcone. Con quale coraggio bisogna accettare il tempo fisico, il tempo che cammina sulla nostra pelle, togliendole turgore, sui nostri slanci, sul desiderio e così via. Potrebbe essere l’argomento di un nuovo romanzo. Ho due tre idee in testa. Saranno le ultime idee. Mi sono svegliata malissimo, per me l’estate è una sofferenza in più, a causa dei soliti dolori che sono cronici oramai, d’estate sembrano peggiorare. E’ tutto così pesante. Un amico ieri mi chiede: ora che hai esaurito l’argomento, con L’altro addio, cosa scriverai? Oh sapessi, posso scrivere sempre, fino all’ultimo giorno, romanzi che raccontano nulla. Ancora ci domandiamo di trame e intrecci? Ve ne frega qualcosa, l’umanità è un rumore sordo e corale di soliloqui. mare

come Amy

Sono giorni che penso a Amy. Mi basta riascoltarla una sola volta. Sono mesi, anni forse, dopo la sua morte, che non ho più voluto ascoltarla. Con Amy torno in un luogo segreto. Malgrado per tutti non lo sia. Mi sono persa nei corridoi di un grande supermercato, guardo tra i ripiani, nei ripiani vedo tutta la mia vita ordinata, amata. Sento un profumo speciale, è la vita che mi raggiunge, fatta di cose pratiche, un pollo che gira allo spiedo, la marca dell’ammorbidente che piace a me, lo stesso ammorbidente che profuma nei maglioncini del mio bambino. Il mio bambino lo è ancora in quel luogo. Mi torna in mente Amy, a quasi un mese dalla sua morte, dall’anniversario. In Rehab mi sembra piena di roba addosso, la vedo con questo sguardo. Non riesco a reggere oltre il video, i suoi occhi, l’assenza che  mi sorprende uguale, il suo Blake. Il suo castigo. Doom. Torno in un luogo, giro per i corridoi, sfioro altri carrelli. Sono assorta, è lo stesso profumo. Sono fantasmi. Quando penso a Amy succede tutto questo. Sono ancora io, siedo fuori, c’è una panca, il parcheggio di un centro commerciale. Fumo, ho una specie di sussulto di adrenalina, penso a tutte le cose possibili, e sono già finite. Dalla radio arriva la sua voce. Back to black.  C’è qualcosa in quel tempo e in quel luogo che non riesco a tradurre, una profezia pagana. La cattedrale pagana.

Lasciatemi con i miei fantasmi, mi fanno compagnia volentieri, non disturbo nessuno, non faccio del male a nessuno, nemmeno a me stessa. Ora è il tempo di raccontare. Ogni tanto mi piace tornare in quel luogo, con Amy.

Non salivo in scala mobile, ora lo faccio. Non temo le scale mobili. E’ un traguardo, raggiunto da sola. Così alla fine delle scale mi sono voltata indietro, e come in un sogno, non ho visto nessuno. Non c’era nessuno.

una recensione sessista

Quando è uscita questa recensione non ho certo esultato, si recensivano le mie gambe. Ecco cosa è per me il sessimo, questo spregio superiore, la mortificazione di un merito. 

di Camillo Langone

Cantami, o Musa, il nome di una giovane scrittrice di valore. Perché io non ne conosco una. Stanco di amare l’opera di maschi attempati (Arbasino, Cancogni, Ceronetti, Isotta…), alcuni addirittura attempatissimi e non tutti proprio simpaticissimi, decido di cambiare gioco, di leggere femmine nuove, aria fresca in libreria. Volendo andare sul sicuro (odio le delusioni) mi butto su Veronica Tomassini. Essendomi amica di Facebook vedo le sue belle gambe, le sue belle mani, la sua bella faccia siciliana, inoltre la so sorella in Cristo: tanto cattiva non potrà essere, mi dico. Superato il titolo respingente (“Christiane deve morire”, Gaffi editore), superata la prefazione invadente e scritta male di Giovanni Pacchiano, vado a sbattere nel suo vocabolario: dalla prima all’ultima pagina invece di scrivere zingaro scrive rom.

veri es

Langone ha recensito questa foto

Veronica ha scritto una storia di zingari, accidenti a lei e accidenti a me che non l’avevo capito subito, altrimenti col cavolo che l’avrei aperto il suo romanzo, ed è convinta che gli zingari siano buoni. Ma non è questo il problema principale, può darsi pure che a Siracusa gli zingari siano buoni e tutti gli zingari cattivi li abbia incontrati io, che a Siracusa infatti non ho mai messo piede. Il problema principale risiede nella parola, ancor più misera della cosa: rom è una parola da italiano depauperato, l’italiano dei telegiornali, dei decreti legge, delle canzoni di Fedez. Mentre zingaro viene addirittura da Luigi Pulci, l’autore del “Morgante”, Quattrocento fiorentino, diamine! Se non ti piace zingaro perché sei pauperista e ti suona dispregiativo, devi trovare un sinonimo o produrre un neologismo. Se invece insisti a scrivere rom stai facendo giornalismo, o politica, o cattiva teologia, non letteratura. Cantami, o Musa, il nome di una giovane scrittrice di valore, una capace di dire zingaro allo zingaro. Perché altrimenti mi tocca l’opera omnia di Buscaroli e La Capria.

 

L’originale è uscito sulle pagine del Foglio il 14 ottobre 2014

qui: http://www.ilfoglio.it/preghiera/2014/10/14/scrittrici-brave-non-ce-ne-sono-preghiera___1-vr-121834-rubriche_c155.htm

l’amore

Dentro un’alba rosseggiante, vidi Massimo sopraggiungere, sicuro, avanzava verso di me. Superava tutti gli stupidi dissensi, il luogo sbagliato, la gente sbagliata, le parole sbagliate, quelle che non pronunciava mai, non sapeva dirmi. Seduta sulla gomma vecchia di un’automobile, gli urlai stizzita: <<Tu non sai amarmi, mai!>>.

Era il solito Massimo, non era sicuro, non era un’alba, solo nei sogni le cose funzionano. Massimo era distratto, dormiva sempre. <<Cosa devo fare?>> chiese scioccamente.

Scuotevo la testa, non lo so non lo so. Cosa puoi fare per dimostrarmi il tuo amore? Volevi ammazzarti per Cetty, ora fallo per me. Ma lo pensai soltanto. Tira su un grammo di roba, sparati il grammo di roba nelle vene, vai in orbita, idiota. Sparisci. Un giorno dovrò raccontarti e dovrò usare le parole giuste, trovare quelle che tu hai perso, idiota, quelle che non sapevi dirmi. Per anni, ho cercato l’amore negli inferni sbagliati. Era una questione di principio. veriEra mai possibile che nessuno riuscisse ad amarmi? Ne ero convinta. E la convinzione insieme con la noia, il mio grande problema, il vuoto la noia, mi ha causato un sacco di guai. Massimo era apatico. Odiavo tutto di lui, certe volte. Oggi so darmi le risposte vere. E le trovo nei libri come sempre. Leggo Solzenicyn: <<Persino degli avvenimenti già passati quasi mai sappiamo dare una valutazione e sappiamo prendere coscienza subito a ferro ancora caldo, tanto più imprevedibile e straordinario è per noi l’andamento dei fatti futuri>>.

continua

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Il nuovo romanzo per Marsilio

Lo immaginavo il romanzo conclusivo di una trilogia, cominciata con Sangue di cane. Non proprio di una vita ordinaria, malgrado così mi sembrasse fino a quando vi rimestavo dentro. In questi giorni sto tentando di leggerlo Sangue di cane, come se ne fossi del tutto estranea. Non ho mai letto da “lettrice” quel che ho scritto. Ovviamente il tentativo non mi ha fatto bene. Il nuovo romanzo uscirà con Marsilio, questo è fino ad oggi. Io lo spero. Non voglio tornare indietro. Ma ho firmato il contratto. Sangue di cane raccontava la storia d’amore tra un bevitore polacco e una ragazzina italiana, negli anni prossimi alla caduta del muro, quando il fenomeno immigrazione arrivava dal Baltico, semmai, dall’Est Europa, dai luoghi dove oggi alzano immemori filo spinato. Di nuovo, verrebbe da aggiungere. Non era una provocazione, era solo una storia d’amore. Dentro oggi potrei rileggervi un mucchio di simbolismi, ma per carità niente lotta di classe, solo  tranche de vie. Il nuovo romanzo torna sugli stessi luoghi. Racconterà di lui, di quel bevitore polacco, di quello che era prima, nella sua cara Polonia. Cos’era la Polonia, cosa la vodka, il balzello capace di sovrintendere a ogni lutto, a ogni dissoluzione. Le retrovie, il male, l’abiezione, la pietà, torneranno a stringere nuovi sigilli. Ma sarà ancora tranche de vie.

“(…)Continuava a farmi piangere la pietà che nutrivo in seno per le tue miserie. Erano nobili, erano olocausti, sai, le tue miserie. Sotto il sole caliginoso di Milano, concludevi stupidi traffici da ladro di polli. Una volta vestivi con completi cuciti dal sarto migliore di Konskie. Immagino tante cose di quei giorni che non conosco, immagino tua madre che ti segue dalla finestra del falanstero di periferia e tu giovanotto sicuro e allegro per le vie coperte di neve. E dalle pinete immagino un’epifania immacolata diffondersi e i fiocchi cadere lentamente e un silenzio tutto intorno rotto soltanto dal suono delle campane della chiesetta del quartiere. Immaginami lì con te, a covare un paesaggio inaudito per quanto desiderato. E vedo tua madre sorridere da dietro le tende inamidate, e la voliera ondeggiare con il canarino felice e tuo padre altrove, lontano a borbottare, ligio al senso del dovere e lontano da voi. E’ mai successo? Voglio dire tua madre ha mai sorriso della tua bellezza composta, della tuo giovinezza senza violenza? Sei mai stato qualcos’altro da una creatura portatrice di dolore nella vita altrui? Hei, ragazzo mio, dai un bacio alla tua vecchia! Era tua madre, sì, prima che ti chiudessi dietro la porta(…)”.