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la roba

I pomeriggi guardavo giù in cortile i bambini giocare. Smettevo di studiare e andavo alla finestra. Ero stata una bambina felice senz’altro, a tratti felice. La mia sventura è il dover aggiungere “a tratti”  per non sconfessare l’assunto di un compiacimento coltivato con dedizione fin dalla tenera età.  Essere infelici a tratti e il suo contrario, per poterne scrivere. Questa è la rivelazione. I bambini correvano, il faccino sudato,  la loro autentica libertà era molto simile a quella che con i compagni andavamo replicando alle case. Nelle strade sbagliate. Ed eravamo tutti cattivi maestri, l’un per l’altro. Non avevamo esempi da mostrare come medaglie al petto, volontà, sacrificio. No niente. Eravamo bordaglia. Esattamente, bordaglia, termine che appresi allora leggendo i miei amati neorealisti.ve

Il caro professore di italiano apprezzava le mie scelte letterarie. Erano scelte adulte, da brava lettrice, diceva con un sorriso buono paterno.  Mi sarei preparata nelle sue materie e agli esami non si sarebbe pentito di avermi tenuto tanto in considerazione, con tale appassionata fiducia. Gli esami li avrei superati, non erano difficili. La vita lo era e dopo Massimo cosa c’era di più complicato? Quale fosso poteva farmi paura?

Massimo. Stringeva la cinta con i denti. Tirava su il sangue, l’ago era spuntato. Di chi diavolo era la siringa? Il flash lo colse potentissimo. Il petto bruciava, era una fiamma spaventosa, lo inghiottiva. Le gambe erano colonne di marmo. Sentiva perdersi, qualcosa di lui andava. Perdersi. Fino a tirar su tutto. La roba.

Come avevo potuto lasciarli lì? Non tornare più? Io e Romina eravamo amiche, era l’unica capace di calmarmi, quando il sole diventava bianco e opprimente e Mazzarrona a mezzogiorno era piena di polvere e il clamore degli altri risaliva nella risacca di suoni disarmonici. Le tende ai piani erano grezze, lacerate. Era tutto così povero, così orribile.

Romina mi calmava, salivo in casa da lei, sedevo in cucina. Lei finiva di pulire. Io fumavo. Lei cantava le canzoni popolari di quello stupido pop melodico e mi calmava.  Erano tutti amori finiti male, canzoni sentimentali. L’ultimo giorno sedemmo per guardare il mare allontanarsi verso l’orizzonte che si sporgeva sempre più in là. Stefy fissava oltre la baia il medesimo punto, a gambe divaricate, le braccia lungo i fianchi. Romina sedeva sul colle di lamiera, fumava. Io ero in cima allo strapiombo, metafora ordinaria della mia vita vista per intero. E’ morto.

E’ finita. Pensai allora.

Guardo sempre dalla finestra. L’abitudine quotidiana di sedermi al davanzale e guardare fuori è l’unica promessa che sono riuscita a mantenere. Così torno ancora da loro. Li vedo già. Massimo è lì, per una volta ha una presa decisa. Vuole afferrare le mie mani, scuotermi. Esce dalla baracca. La camicia a posto. I pantaloni chiari. E’ vivo.

Romina beve, ha una bottiglia in mano. E’ gin. E’ ubriaca.

Il mio caro professore mi abbraccia così forte che mi manca l’aria. Mi dice: brava. Io trattengo le lacrime. Ce l’ho fatta. E lui dice: ce la farai sempre. Non credo che lo pensi sul serio, non sono come Romina. Ilaria corre giù per le scale. Maldestra. Sorrido. E ogni volta che la vedo ricordo la mia età, e mi dico: non sei così vecchia.

Ce la farai sempre, dice il caro professore all’uscita di scuola di un giorno di giugno di tanti anni fa.  Alle case, il mare brillava, nel mese di giugno. Brillava come se tutte le stelle del cielo vi fossero precipitate in un tripudio improvviso. Contava solo la roba per Massimo. Forse mi amava. Le sue mani ossute si allungavano verso di me. In baracca succedeva qualcosa, io volevo parlare e lui diceva: zitta, adesso stai zitta. Poi mi baciava.

(Fine)

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l’irrinunciabile

L’ultimo mese di scuola studiai con una volontà ottusa, in vista degli esami che volevo superare raggiungendo almeno la piena sufficienza. No, non l’eccellenza, non ero portata per quel grado sublime di preparazione che spettava alle ragazze disciplinate, non alle incostanti o a quelle con il pianto in gola. Io ero una di quelle con il pianto in gola, dopo Massimo. Rimase strozzato a lungo, un singulto, la mortificazione. Fu qualcosa di interrotto che abbandonai da un canto, non ebbi voglia di tornare sull’irrinunciabile e pensavo alle parole del caro professore, alla sua teoria sull’alternarsi irrevocabile di bene e male, di un inizio e di una fine, cioè la vita stessa. Li avevo lasciati tutti alle case e non li rividi più. Fu una separazione brutale, senza commiserazione, senza il tempo di spiegarci, congedarci. Non ci siamo detti addio. L’ultima immagine di Romina me la restituisce sul colle, seduta, la mano sugli occhi. Guardava un punto lontano, come faceva Massimo. Mi aveva stretto, consolato, il lutto scendeva cupo sul nostro stesso respiro, l’orizzonte di piombo concorreva a renderlo disumano, più che mai. Era già successo. E non la chiamammo morte. Solo Stefi ne ebbe la prova e il coraggio per dire:  è morto. Lo disse una volta.

In classe, riuscivo a seguire le lezioni con una concentrazione nuova. Ero pulita. Ecco, sì, lo ammetto. Mi sentivo pulita, libera. E non me ne facevo nemmeno una colpa. Avevo smesso con quell’insolenza. L’insolenza era la vita desolata delle case. Il fumo. L’erba. Gli altri. I compagni. Il loro vociare deprimente, per fatti minimi, biechi, la roba, solo la roba, nient’altro. Le loro mani sudicie, le vene sollevate. Massimo invece era distinto, era un signore. Ma la sua morte mi aveva liberato. Lontana dalla bordaglia. La schiuma, scriveva Pratolini nel suo Metello, riferendosi al quartiere di San Frediano.

L’irrinunciabile, caro professore, era in fondo una fase, superabile per giunta. Così imparai a studiare con la volontà delle ragazze del liceo. Diventai con la morte di Massimo una ragazza, finalmente una ragazza. vera2

Romina sul colle guardava un punto lontano. Fu l’ultima volta che il cielo ci occupava entrambe, i nostri pensieri. Noi dentro il cielo di Mazzarrona, un’ultima volta. La sera Romina tornò nel lurido bar di quella periferia e i suoi giorni erano faticosi e ripetitivi come sempre e forse dentro quei giorni, come noi dentro il medesimo cielo di Mazzarrona, accadde il matrimonio. O forse Romina è partita, realizzando un desiderio, la grande città, il nord. Lei poteva sopravvivere.

Cetty era andata via prima. Era una donna, l’esempio di femminilità che ho cercato di raggiungere nel resto degli anni. I suoi bei tailleur di buona fattura, le ballerine con la punta rovinata. Però i suoi piedi così graziosi, e lei nell’insieme lo era, rendeva ogni dettaglio prezioso, fatto apposta per lei. Cetty entrò in comunità. Era salva.

In classe c’era silenzio.  Nell’ora di latino, traducevamo la versione utile a chiudere l’ultimo quadrimestre. La zagara ci inondava con la sua dolcezza. Una levità che tutto perdonava. Non ero mai stata così desta come in quei giorni. Avevo ripreso a indossare il cerchietto per i capelli e maglioncini chiari. Vestivo poveramente. Ero una ragazza povera per questo stavo bene alle case. La mia povertà era la trascuratezza nel modo in cui si ottenevano le cose. Non le ottenevo mai. mare

Finita la versione, avvicinai la mano al davanzale, accanto al mio banco, ho aperto il palmo, il sole era caldo, sul mio palmo, dal ramoscello piovvero fiori bianchi, sui capelli, sul mio palmo. Mi sembrò in quel preciso momento di raccogliere tutto l’amore del mondo. La luce mi attraversava, poggiandosi sulla pagina del libro di latino. Così mi voltai e trovai Ilaria che mi fissava masticando come una bambina il suo boccone di pane. Mi faceva sorridere di tenerezza, di pietà. Ed era un altro giorno.

(continua)

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come se non fosse passato un solo giorno

Ilaria mi osservava attraverso le sbarre. Aspettava che tornassi, temeva forse che avrei dato di matto a un certo punto. Non avevo pianto abbastanza per Massimo. Ero tornata sui libri, subito. Lasciai le case, quel mondo, non ci sarei tornata mai più. Fino a quando da adulta, una mattina, provai. Tornavo una mattina da adulta, e trepidavo come se mi recassi all’appuntamento con un giovane pallido fragile, bruno di capelli. Mi ero preparata con cura, avevo indossato un vestito chiaro, agganciato i capelli sulla nuca. Ero adulta. Ero bella per lui. Infilai i sandali di corda. Guardandomi allo specchio, vidi una donna fissarmi. Ero io? Ho gli stessi capelli bruni di allora, lunghi, spessi.

Così andai. Trovai il sentiero. Era lo stesso sentiero di allora. Vidi le baracche, i bambini giocare, automobili nuove, il centro sociale, la medesima umanità negletta e sregolata.  Entrai, i cardi graffiavano le mie gambe, come allora. Scesi lungo il sentiero, eccolo il mare, andava a riparare con onde piccole dentro la baia dove vidi gli amanti quel giorno e Romina prese il mio braccio e disse: andiamo. Lo scoglio col fenicottero rosa, la ferrovia. I canaloni, la gora, le baracche. Le baracche. Avanzavo. Le baracche, pensavo. Massimo era dentro, nell’ultimo giorno. Era l’ultimo giorno del nostro amore.  Ma io non c’ero. Stefi mi disse: meglio, meglio che non c’eri. La madre urlava sul lenzuolo bianco. Io dov’ero? Non ricordo. Ero a scuola. Poggiavo il mento sul palmo della mano e il caro professore leggeva con la sua voce paterna e comprensiva. Avanzavo, passo dopo passo. Le spine infilzavano i miei polpacci. Lo stesso castigo morale e fisico. Erano gli anni del deserto. Romina doveva sposarsi.  Era così giovane. v8

I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera. Però eravamo testarde, io e Romina. E c’era il fenicottero. Era magnifico. Stentoreo. Lo guardavamo stupite. Com’era bello. Romina si voltava verso di me e sorrideva. Anch’io sorridevo. E poi dicevamo più o meno: non è bellissimo? E ce lo ripetevamo l’una all’altra, quasi a ricordare l’una all’altra un margine di possibilità, che non chiamavamo fiducia tuttavia. Avanzavo. Ecco, le baracche. L’uscio ancora aperto, sono passati tanti anni. Tremo per l’emozione o la paura. Cerco Massimo. Ancora. Apro la porta e mi si spalanca la luce che attraversa le ombre di un interregno. Fisso le pareti, poi il pavimento. Lattine vuote, flaconi di acqua distillata, preservativi. Immaginai il punto esatto in cui Massimo chiuse gli occhi. L’angolo alla parete di fronte la finestra. La finestra sbatteva con ritmo monotono durante i giorni in cui il vento spirava dal mare. Noi ci amavamo Massimo. La finestra urtava alle misere gratelle. Io cercavo il mare, fuori, da giù, stesa sul pavimento, sopra i miei vestiti, gettati come un giaciglio. E tu Massimo infilavi i pantaloni e io ti guardavo  e ti chiedevo la stessa domanda. Non mi hai risposto bene ancora. Ora dove sei?

mazzarrona

Le case

Era poggiato con le spalle alla parete, verso la finestra, le gambe abbandonate per lungo, il capo crollato sul petto. Dormiva. La cinta stretta al braccio. La camicia aperta. Era bianco. Aveva un’aria tranquilla. Solo dormiva. I suoi capelli bruni erano lucidi, perfetti, il suo fascino distinto, dormiva. Non ho pianto abbastanza allora. Mentre adesso asciugo le lacrime, come se non fosse passato un solo giorno. Ci piaceva fumare dopo, in baracca, dopo che succedeva qualcosa e raggiungevamo il fulcro delle cose, il piacere, il senso della vita stessa, acerba e diffidente. Tornai sui libri. Dimenticai. Ma non avevo dimenticato.

Quel giorno Ilaria stringeva le mani alle sbarre del cancello, in cortile, mi aspettava. Quando tornai indietro la campana era già suonata. Le ragazze del liceo correvano su per le scale. Guardai l’ora, erano le 10 e 45. Mi chiese Ilaria: era lui?

Io dissi: sì. E non era vero.

(continua)

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un sogno d’aprile

In classe c’era il silenzio consueto che il caro professore riusciva a stabilire durante le sue belle e partecipate lezioni di letteratura. Ascoltavo a occhi chiusi spesso, con il mento sul palmo della mano. Ogni tanto riuscivo a discettare persino o a esondare in altri argomenti, chiedendo di autori prossimi all’ultimo studiato e che magari avevo scoperto nella libreria di mio padre, così ricca e fornita. Invece che Manzoni, chiedevo di Stendhal. Leggevamo Gavino Ledda o Natalia Ginzburg e chiedevo ancora una volta di Pavese o di Fenoglio. Leggendo la Ginzburg mi riconoscevo nella medesima solitudine che chiamerei asperità, in una fortezza isolata non so come spiegare, talmente ruvida da diventare quasi mascolina. La nostra solitudine. Nostra, di chi scrive. Ma allora non ne ero veramente consapevole. Il nostro rifulgere nella medietà, ecco in cosa mi riconoscevo nella Ginzburg. La scrittura procedeva ma in gran segreto, a dispetto di ogni automatismo, ogni previsione consolatoria. Diventerò questo o quello, mi diplomerò, forse mi sposerò, avrò dei figli, incontrerò un bravo ragazzo. Bravo ragazzo. Sì certo.  Non come i giovani della valle, i compagni. Ci tornavo col pensiero, poi li ricacciavo indietro. Soffrivo per Massimo. Non avevo capito niente. Com’era successo? Come si muore? Era in baracca, mi spiegò Stefi. Allora lo vedevo già. Sì in baracca. Aveva sfilato la cinta dei pantaloni, fissata al braccio. Stringeva, la vena gonfiava, ma era tumefatta, sfruttata. Aveva preparato l’altarino con il veleno. Trovare la vena, infilare l’ago, inoculare. La roba era tagliata male. Stricnina. Così morivano i tossici di Christiane. Massimo tirava il sangue dalla siringa di insulina, saliva il flash subito. Il flash. L’avevo letto già. Tutto previsto, annunciato. Carlo Grimaldi. Un lungo flash. La roba saliva. Le palpebre pesanti. Poi cosa? Stefi diceva che era morto in baracca. Che era meglio che non l’avessi visto. Che l’avevano portato via. Che la madre urlava in ospedale, sul lenzuolo bianco. In obitorio.

Mentre i bambini lanciavano le molliche ai colombi. E il vecchio in motoape vi si gettava sopra come una furia. Ridicolo. Sgangherato. v3

Il caro professore spiegava la lezione di letteratura. L’amore cortese. Chiudevo gli occhi. Un giorno dimenticherò sul serio. E mentre lo pensavo, ero certa che avrei evitato in futuro gli uomini sbagliati come Sandrino, Sandrino de Un eroe del nostro tempo di Pratolini. Mi piaceva Pratolini. Potevo interrompere la lezione del prof e chiedergli cosa ne pensasse di quel repubblichino? O della gioventù tradita e violenta degli anni del secondo dopoguerra. E sarei stata per la classe, la solita ragazzina bizzarra da tenere a debita distanza.

All’ora di ricreazione, Ilaria sedette accanto a me, sul gradone in cortile. Fumavo pensando al colore dei maglioni di filo, quanti colori. Alle scarpe di tela che correvano su e giù, da un lato all’altro. Alla felicità.

Ilaria poggiò la mano sulla mia spalla. Era morbida. Piccolina. La mano di una bambina.

La guardai con tenerezza. Aveva le guance rosse. Mi venne da ridere. Sembrava Heidi. Ridevo. Anche lei, senza sapere la ragione.  Mi alzai, andai verso i cancelli della scuola. Avevo visto un ragazzo, in vespa. Era passato appena da lì. Dissi: Ilaria, aspetta. Andai. Aumentai i passi, corsi. Uscii fuori. La vespa. Era Massimo. Massimo. Ogni suono si smorzava, il sole mi opprimeva bianco e compatto. Era una luce strana. Non era il sole. Il sole di aprile. Era troppo presto ancora. Era come un sogno d’aprile. Come la musica di Chopin che ascoltavo dal giradischi di mio padre e alla fine accarezzavo il vinile. Ilaria mi guardava dalle grate, fissando le mani alle sbarre. Era ancora aprile. Un giorno di tanti anni fa.

(continua)

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la suburra

Mazzarrona era una suburra. Come il quartiere di San Frediano per Pratolini. Davo le spalle alle case, al campo di calcetto sterrato, al cortile, alle baracche, ai ruderi di quel luogo privo di anima, privo di alcun senso di giustizia sociale. I tossici ciancicavano dei loro stupidi traffici, come se non fosse accaduto nulla, l’inferno era la valle ronchiosa franante che si ripopolava di golem deformi. L’umanità desta lo era per spregio, perché non c’era niente di vivo, dopo Massimo, dopo la sua morte. Dimenticarono presto, uno insieme con gli altri. I ragazzini di Mazzarrona finivano a fare i tossici. Cosa doveva cambiare in quel luogo di castigo? Cosa dovrà accadere ancora, diceva un personaggio di Orwell? I libri mi hanno annunciato anzitempo le disfatte, le sospettose vittorie, e i trofei esitanti, rimediati casualmente. Dietro le baracche frusciava il rigagnolo, la gora trasportava i detriti dell’umanità nera e disperata oltre la baia dentro una cloaca. Era una vita insolente per questo Massimo era morto. Il mio caro professore mi esortava ad accettare le intemperanze della vicenda umana che ancorché travagliata è sempre molto breve in rapporto all’eternità. Diceva. Accettare l’insensato rincorrersi dei giorni senza Massimo.

Finì così, molto rapidamente.  Non volevo sentire nemmeno nominare Morrissey e quella canzone please please please let me get what i want. No non era un buon tempo per il cambiamento. Ed eravamo già in macchina, nella Renault, al primo giro di chitarra, le Marlboro nel cassetto. Massimo.

Mi avvicinai, il nostro bacio. Fu un boato in testa. Boom. Oh, l’amavo. Non avevo ancora provato niente del genere. Era fragile, bianco, però quando stavamo insieme, alle baracche, succedeva qualcosa. E io dopo guardavo verso il mare, lo immaginavo oltre la finestrella che sbatteva noiosamente.

Ricordi, Romina? Romina non c’era, era al bar. Parlavo con lei, come se ci fosse. Il giovedì il jazz. O quella sera, al centro della pista, lui si avvicinava, indossava la camicia bianca allacciata ai polsi. Nascondeva la vergogna, le braccia con le piste. I buchi. Però era bello, di una bellezza magmatica, come la lava che scivola dai fianchi del vulcano incontrava tutti i miei pensieri, li trascinava giù insieme con i suoi, il brillio dello sguardo, ancorché spento, non abbastanza per metterne a tacere le intenzioni.v4

Ragazzo mio, sussurro oggi. Avresti la mia età, o poco più. Ti vorrei raccontare che poi nessuno ha ancora risposto alla domanda di sempre: mi amerai? Saresti stato capace di rispondere oggi? O mi avresti chiesto a tua volta l’origine di una domanda così illusoria. Sappiamo cosa sia l’amore veramente? No, no che non lo sappiamo. Oggi sono sola ancora. Mi sono sposata, sai. Anch’io, non so Romina. Romina è andata via sul serio, un giorno, ma io l’ho preceduta. Non so dove sia. Lei sa sopravvivere meglio di noi. Noi avanzeremo verso le stagioni che tutto allontanano, le stagioni che tolgono, la vita va così no? Diceva il mio caro professore. 

Dovevi studiare, Massimo. Sciocchezze. 

Romina non la vidi per settimane. Ci allontanammo per sopportare il lutto. Non avevamo niente da dire l’una all’altra se non restituirci l’una all’altra il peso di una sconfitta, il peso ingannevole dei giorni buttati. Volevo salvarlo, Massimo. Non ho fatto altro tutta la vita che incaponirmi per salvare qualcuno. Follia. Era follia. Perché non pensare ai fatti miei, piuttosto? Certe notti mi coglie il terrore. Sono di nuovo a Mazzarrona. Non ho sognato Massimo, ma il nero, il tossico che si era gettato sulle rotaie, schiacciato dal direttissimo per Torino. Era morto a causa della volgarità dei suoi congiunti. La volgarità era una peste a Mazzarrona. Quando Massimo è morto, più in là i ragazzini radunavano le colombe con le molliche di pane, un marrano in motoape le avrebbe investite tutte quante. Ridendo sgangheratamente. Per quella volgarità uno può decidere di ammazzarsi. Che farsene di quella vita. Dal primo piano, un  tale sparava colpi di fucile, verso le baracche. Massimo era ancora lì. Ai portici due vecchi litigavano malamente per un debito da cantina.  La vita, diceva, il mio caro professore, dando al suono un tono paterno, pieno di comprensione e fiducia.

Massimo.

Sarei tornata sui libri. Avrei letto e scritto. Per sempre. Tornai a scuola con questa promessa. Le ragazze era felici per qualcosa che doveva succedere. E certamente per loro la vita succedeva sempre con qualcosa di sorprendente giusta per quell’età. Correvano su per le scale, con maglioni di filo colorati, scarpine di tela chiare, jeans  che aderivano a gambe perfette da sportive. Le seguivo frastornata dall’erba che avevo appena fumato. In memoria di una Renault 4 o un pub o un cesso di una discoteca dove finire a botte con qualcuno. Non avrei mai avuto maglioni di filo colorati. O chi si fosse occupato di me. Salivo le scale. Era un giorno di aprile di molti anni fa.

(continua)

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aspettando il ritorno

Era una mattina viscosa. Guardavo fuori, in attesa della campana della terza ora. Uscivamo prima. Sarei andata alle case. Ilaria aveva preso a frequentare una tipa della quarta, era sciocca e immatura, ce l’avevo con Ilaria, perché mi aveva preferito a lei. “Tu non mi vuoi” disse Ilaria con dolcezza. “Non mi vuoi nel tuo mondo”. Ed era vero. Fissavo le lettere della pagina. Lezione su Manzoni. Il professore leggeva con una voce calma, scandendo parola per parola. A me interessava il destino della monaca di Monza, come a tutte. Pescavamo nel torrido. Ci piaceva. Era l’età giusta per farlo. Guardavo le lettere, si gonfiavano, sbiadendo, mi stropicciai gli occhi. Ebbi un sussulto e guardai l’ora. Erano le 10.45. Le lettere non erano chiare, la pagina gravitava. Chiesi il permesso di uscire, andai in bagno. Lavai il viso. Il professore continuava a leggere. La vita era lì, normale, le ragazze erano ragazze. I miei pensieri erano così vecchi invece. Suonava la campana, nel frattempo. Il professore avrebbe chiuso la pagina e indicato gli argomenti da studiare a casa. Avrei chiesto a Ilaria, nel pomeriggio, di indicarmeli. Corsi per le scale, dovevo raggiungere le case. Era aprile. Una giornata di sole viscoso.  Avevo caldo, ma a tratti rabbrividivo.veronica4

Era freddo, di colpo. Alle case soffiava il vento del mare quando è agitato e viola. Le nuvole era rapprese sopra le baracche. Il sentiero introduceva alla terra spoglia. Corsi verso le baracche, correvo graffiandomi le gambe con le spine dei cardi. Indossavo un vestito lungo e scuro e scarpe basse di tela. Era primavera. Volevo vestirmi come le ragazze, con gli abiti leggeri, i colori della giovinezza. Correvo. Pensavo al giorno in cui con Romina correvamo verso la baia per spiare la pazienza del fenicottero rosa. E come in certi sogni, la corsa diventava stanca, pesante, il fiato si tratteneva in petto, la voce si infilava in una specie di soffocamento. Era un incubo vero. Lo stavo vivendo, come le pagine che orbitavano mischiando le lettere tra loro, sbiadendo in strane forme. Correvo. Massimo. Le baracche erano buie. Di colpo, il buio. Erano le nuvole, si addensavano in cerchio. Mi fermai respirando e guardavo il cielo. Le nuvole. Stefi mi veniva incontro. Ma cosa fa qui? Pensai. Stefi, dovevi restare in comunità, perché sei qui? Aveva gli occhi infilati in due fossi. Alle baracche i tossici non aspettavano. Lo intuivo dalla mestizia, non lo so da cosa. Non aspettavano. Era già successo. Romina raggiunse Stefi, la superò. Romina doveva sposarsi, a quell’ora doveva restare al bar. Cosa diavolo succede? Il mondo era alla fine delle cose, ecco cosa pensai. Le cose, cioè la vita in fondo, i giorni, uno dietro l’altro.

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le baracche

Perché vedi, disse un giorno il mio caro professore, le cose succedono e finiscono, in questa irrinunciabile alternanza dimora la tempra dell’uomo ragionevole. Troppo difficile per me, caro professore. Perché usa un aggettivo ridicolo e complicato come irrinunciabile? Non è un aggettivo per la mia età. Lo dico oggi. Lo realizzo adesso. Irrinunciabile.

Romina mi prese le mani. Dietro Stefi disse senza aspettare oltre: è morto.

Allora io guardai l’ora. Poi dissi: alle 10 e 45. Ed era sempre buio. Invece era mattina, metà mattina viscosa a Mazzarrona. Romina stringeva le mie mani. Io guardavo oltre il suo bel viso, le ombre dei suoi capelli. Vedevo le figure muoversi e cambiare forma, simili alle lettere della pagina, e tutto quel paesaggio era finito in una pagina, e il professore leggeva. Io chiesi: posso andare fuori? Lavai il viso, in bagno.

Stefi disse: è morto.

Era giovedì. Alle 10.45 di giovedì. Massimo non è più tornato. Mi sono seduta fuori, sull’uscio della baracca. La finestrella era sempre la stessa, sbatteva nel medesimo ritmo. Ti ricordi Massimo? Quando mi amerai?

Avevo indossato il vestito delle ragazze in primavera, volevo essere come loro. Mi accorsi che era ancora nero.

Mi venne in mente un brano di Pavese, quello dove Gianino e Stefano l’ingegnere al confino bardato di ideologia attraversavano il poggio e i cirri incontravano la terra, gettando le ombre sinistre ché sembrava sera e poi tornava la luce, le schiarite oltre i cirri. Un ritorno, pensavo a un ritorno.

Tornerai?

(continua)

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a diciannove anni

Se non era Morrisey, era Luca Carboni. Possiamo chiamarli  i miti della giovinezza, per Massimo lo erano e per quella canzone precisa, con l’omonimo che si bucava ancora, “lo sai che Luca è a casa che sta male“. Silvia lo sai che Luca si buca ancora. Silvia potevo essere io e non solo il titolo della canzone del cantautore bolognese. Avevamo questi miti, sbagliati. Amavamo i fuoriusciti, era una posa. Bisognava amare l’errore. Ma non avevano la stessa credibilità dei ceffi nei quartieri berlinesi frequentati da Christiane. C’erano luoghi che nemmeno a Mazzarrona potevano riprodursi, tombini che si chiamavano dancing, l’Haus der Mitte, il Sound. Era Berlino, in un diario. Non era un diario, Christiane per me fu la deviazione. Una deviazione per sempre. Oggi ce l’ho in testa, come allora, come da bambina, davanti a una libreria, nel centro di Terni. Sfogliavo le pagine avvinta da un preludio di terrore. Ripetizioni. Io sono la stessa. Mi guardo bene allo specchio, non dimostro la mia età. Mi illudo. Sono la stessa ragazza. Massimo si identificava con il Luca della canzone. Così aveva una giustificazione epica la sua dipendenza. I ceffi di Berlino a Gropiusstadt o nella Kurfustentrasse avevano il corpo tormentato del tutto simile a iene.  Non avrei mai visto tossici ridotti così. Fu una fortuna. Era una esagerazione in funzione di un testo. O era esattamente così? Così brutale?

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l’Haus der mitte a Gropiusstadt

Cetty non perse mai la sua bellezza, anche con i pochi capelli. Stefy era magrissima, con un naso sproporzionato rispetto al piccolo viso, gli zigomi in prominenza. Indossava un rossetto rosso carminio e tirava su i capelli, trattenendoli con una pinza al centro della nuca. Non aveva la grazia di Cetty. Coprivano i loro errori, sotto abiti costosi. Non erano i tossici di Christiane Felscherinow.

Quando alle case pioveva, tutto però era terribile nell’esatta maniera. Ed eravamo nei sottopassaggi di una metro berlinese. Il loop rimandava in sequenza le immagini che avevo in memoria. Non pensavo di averne così tante. Ufo, Atze, Detlef. I personaggi di un memoir di una adolescente. Un memoir precoce. Ma si sa, si nasce vecchi per certe indoli è una prassi nascer vecchi. Fare tutto prima, vedere tutto.vvv1

Alle case pioveva. Mi rinchiusi in baracca. Non c’erano i compagni. La fila per comprare la roba e per farsela. Era l’ora in cui io e Massimo stavamo soli in baracca. Mi stendevo sui vestiti sotto di me. E succedeva qualcosa. Era come tornare al centro della terra, nel cuore pulsante, all’inizio di tutte le cose. Chiudevo gli occhi ed era perfetto.  Alla fine, guardavo verso la finestrella che sbatteva noiosamente, agitata dal vento che proveniva dal mare. C’era un buon odore, malgrado fossimo in baracca, veniva da fuori, la salsedine e il glicine.

Allora sussurravo: quando mi amerai?

Lui si alzava dal giaciglio e mi rispondeva con voce lenta: lo sto facendo. Come rispose quel giorno, nel giardino di ulivi e lui guardava un punto lontano e io pensavo che il mio amore avrebbe dovuto guardare per forza un punto lontano.

Fuori intuivo la desolazione di quell’ora prima del tramonto. La pioggia non mi spaventava, il suo incessante crepitio sui tetti della baracca era un suono  gentile, persino gentile sì con lui, con Massimo era più facile dimenticare. Dimenticare non so cosa, sto cercando di realizzare adesso. Le pagine sbagliate, lette in anticipo sul futuro, la crudele chiaroveggenza di un libro troppo adulto per me. Oppure l’assenza primordiale. Entrare nella spelonca dell’assenza primordiale, nel buio, a tentoni, avanzare, fino al fulcro, all’idea, a cosa? Massimo mi diceva stancamente: non pensare, prova a fottertene. Diceva.

Io l’ho fatto. E un giorno lui non è più tornato. Vidi gli altri, gli altri avevano un’aria strana. Poi mi dissero: è morto. Gli altri. I compagni. Dicevano: è morto. A diciannove anni non si muore.

Gli altri erano sagome indistinte, lanciate verso la bruma, sembrava mattina o l’alba del diavolo, nera. Non sorgeva nessun sole sulle nostre teste.

Era la fine dei tempi.

Con delusione, capii che si poteva dimenticare. Ricordare, dimenticando gli altri, il peggio, la vergogna. Il volto bianco di Massimo. I suoi capelli bruni. Lui che mi chiede al centro della pista: balli?

Io gli ho detto: sì.

(continua)

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