Category Archives: Sul nuovo romanzo

Qualcosa sull’amore

Dovrei scrivere una storia sentimentale. Una storia d’amore che rispetti i canoni classici, così da accontentare tutti, diventare un libro da ombrellone o da classifica o da rivista femminile, un must quasi più snob di un blog letterario. Non sono capace. Non so parlare d’amore, non ricordo più niente. Come può accadere procedere finire. Secondo uno schema normalizzato, in un ceto borghese, in un contesto di brave persone.

Sono abituata a frequentare gli imperdonabili. Io stessa lo sono. Non posso cambiare. Quando ci provano, mi saltano i nervi, devo mettere in atto la solita prova di forza che chiamo resistenza. Scrivo questo post senza coinvolgimento, sento la mia vena inaridirsi, ho bisogno di un altro pezzo di vita per poterla raccontare. Non sto vivendo da anni. Non so cosa raccontare ancora. Cos’è l’amore? Quando succede? E perché non succede? Più. A me. Chiamo pavidità, la fiacchezza di certi uomini. Sbaglio. Semplicemente non sta accadendo. L’amore. E va bene in un tempo, più il mio passa, più mi accorgo che sotto la pensilina ad aspettarlo ci sono solo io. Ma a cosa mi serve? A molte cose, fondamentalmente a una: guarire. Andiamo oltre. Ieri riflettevo: per ridere bisogna essere in due. Da solo puoi pure provarci, ma non è la stessa cosa, suona male, si è ridicoli. Ridere veramente si può fare solo in due. Questa è la dimostrazione della socialità insita nell’uomo e quelli che la schivano dovranno infine riconoscerla. Arrendersi. Sto provando a scrivere, l’idea su un nuovo romanzo ce l’ho, ma riguarda sempre me. Adesso non riesco a farlo. Ogni parola pesa, non vien fuori. Sull’amore non so dire nulla. Oggi.

io e M. La nostra fame

Il pomeriggio al tempio siedo con M. Quando c’è, la vedo da lontano, la saluto. Lei viene a sedersi. Parliamo. Della nostra fame. Non è chiaro dove sia finita. E’ una specie di terapia. Non so quanto possa farci bene ad entrambe. Sono esperienze diverse, lei è arrivata sotto i 35 chili. Io da ragazza a 42.  Non volevo dimagrire, non amo la mia magrezza. Nessuna compiacenza, per carità. Qualcuno mi ha accusato di questo, flirtare con la malattia. Mi ha offeso terribilmente. Io combatto ogni giorno.  Sono stata anche bene. Ogni tanto ci rifinisco dentro. E’ un ibrido. Sono un caso anomalo. Da sette anni, questo terrore è tornato, a causa di dolori cronici. Sono stanca di soffrire e allora mangio di meno, pensando di soffrire di meno. Sono finita nella solita trappola. Sono stata una bambina inappetente, quando stavo dai nonni a Terni, però, rifiorivo. A diciotto anni è tornato l’incubo. Causa: stress da maturità liceale. Devo ringraziare un ex tossico, piuttosto. La larva che mi ha tolto l’adolescenza e tutta la voglia di vivere. Una larva. Ne sono uscita fuori. Io volevo mangiare, volevo essere carina. Ero tormentata dal terrore. Le ragazze erano tutte belle, sportive, audaci. Io ero un girino. Consumata. Piano piano, dall’indefinibile. Pensavano fossi malata di qualche orribile malattia o che mi facessi anch’io di eroina. Venivo derisa, per questo. Non parlatemi di compiacenza, non mi offendete, come qualcuna ha pensato bene di fare. Ne sono uscita fuori, risalgo la china, cioè i chili, mi fermo a 48. vero-blogDa sette anni ho ricominciato. Battaglia quotidiana. Pianti. I dolori mi sfiniscono. Ma devo mangiare. E così oggi scrivo qui, dopo il solito pianterello, procurato dalla sofferenza. Poi mi sento meglio. Con M. il pomeriggio al tempio parliamo di questo. Delle nostre strategie. M. mi sembra una bambina. Lo siamo restate. Siamo interrotte. Interrotte. Amiamo entrambe i gialli e la campagna inglese. Il film L’amante di J.J. Annaud  e sogniamo qualcuno ancora che ci salvi, che ci porti via. Hai mangiato? Chiedo. Lei dice sì. Annuisco anche io. Strategie da bambine interrotte. Le piccole pizzette. Sono buone sai? Dice lei. Io mangio le carote. Sono morbide e colorate, se le grattugi le ingoi. Mangio la pasta, il pane. Lei solo le fettine biscottate, ma anche l’uovo, la carne qualche volta. Io niente. Ne scrivo. La scrittura mi aiuta. Condivido. Fra venti minuti me ne pentirò? Non giudicate però. Non sareste in grado.

Su L’Estroverso

rubrica, parola d’autore

La scrittura immagino che sia un destino. Per me è andata così, si è annunciata in mille modi, senz’altro con la passione per i libri, la lettura. Con le scelte sbagliate, la solitudine, gli errori, il dolore. Oggi capisco che erano solo indizi, che dovevo incontrarla (la scrittura). Leggevo libri da grandi, per così dire, da ragazzina, amavo istintivamente tutto quello che era proibito, quello che non si doveva leggere.BannerTomassini Forse così è un po’ per tutti. Una forma di resistenza all’opportunismo e alla normalità che ammetto mi ha procurato un mucchio di guai in seguito. Vedi le scelte sbagliate, ma non lo erano. Ho cominciato a amare il censurabile. Lessi Henry Miler a dodici anni, ad esempio. Ma prima incontrai per un caso il diario di Christiane Felscherinow e mi cambiò la vita.  Più che altro mi prestò uno sguardo, uno sguardo che mi si appiccicò addosso, una specie di pietà che mi costringeva ad amare quello che non solo poteva essere censurabile e scandaloso, ma anche marginale, secluso. L’abiezione per me fu una tentazione continua, la tentazione di assolverla e di guarirla. Avevo solo otto anni. E non sono mai cambiata. La scrittura oggi so per certo che è stata il mio destino, la sola compagna che mi è rimasta, non è retorica. È effettivamente così. Cominciai a scrivere i diari, poi i temi al liceo, non ero consapevole tuttavia di quanto avrebbe potuto contare un giorno quel gesto: scrivere. Scrivere fino a diventare uno status. Oggi la scrittura ha preso tutto il mio tempo, a volte ho la sensazione che dove lei ha vinto, ha scalciato tutto il resto, il mondo degli umani. Il mondo vero non esiste quasi più, perché ha vinto lei. Dove lei vince, perde tutto il resto, o perlomeno io lo perdo. Cosa mi aspetto dalla scrittura? Non lo so. Non cambierò il mondo, presterò il mio sguardo a mia volta,  sapendo che di solito io vedo la luce dove per molti ripara l’ombra. Così la mia poetica è un po’ quella dei perdenti, dove in realtà ho intercettato mille risorse, il miracolo dell’uomo che risorge dal suo fallimento, perché mi interessa l’uomo nel momento della sua caduta, il momento in cui lo spirito risorge appunto, e risplende in risorse inaudite. “L’altro addio” racconta la storia di un giovane uomo dell’Est, finito in Italia, malato di alcol e di nostalgia. In Italia diventa un barbone, fugge dal padre, dirigente di partito, da una Polonia misera, disorientata,  svuotata dalla democrazia appena sopraggiunta, dopo la caduta del muro. È giovane, bello, coraggioso, ma è già compromesso dall’alcol e dalla violenza, appartiene alla cosiddetta Generacja nigdzie, generazione del nulla, nata sulle ceneri del muro. Lascia il suo Paese, insieme a una torba di uomini e donne che sognavano l’Europa (e, malgrado tutto, la Polonia non lo era ancora), e in Europa diventano ex qualcosa, ex impiegati, ex operai, ex padri, ex madri, diventano un numero, cadaveri nelle nostri stazioni, creature deformi nei nostri borghesissimi parchi. È anche la storia di un amore. Nello stesso tempo racconta tutte le solitudini, in luoghi innominabili, dove la decenza non si sognerebbe mai di entrare, retrovie di stazioni, dormitori, giardini pubblici, recinti per i dissoluti e gli abietti. Io li considero degli eroi, i miei eroi, il loro dolore epico è diventata la mia poetica. Non smetto di raccontarli, dal mio romanzo d’esordio “Sangue di cane” (Laurana, 2010) a “L’altro addio” (Marsilio).  Questo sguardo che devia continuamente me lo trascino dietro da quel lontano dicembre del 1982, quando a otto anni, in una libreria di Terni, ho aperto le pagine del diario di Christiane Felscherinow.

10 luglio 2017

 

L’originale qui: 

https://www.lestroverso.it/la-scrittura-un-destino/

e adesso.

Ricordo un paio di anni fa, durante uno dei colloqui con la psichiatra di un centro per disturbi alimentari,  ero alle prese con il più terribile dei pianti, grondavo, pateticamente, lei mi disse: “come farai quando perderai i tuoi riferimenti?”. Allora ce li avevo ancora tutti.  Avevo solo bisogno di una psicoterapeuta e non di farmaci, avevo bisogno di parlare, lasciamo stare l’abusato dogma dell’amore, qualora sia terreno, non vale molto qui, applicarlo, siamo impreparati. Comunque sapevo che chiusa la trilogia avrei dovuto chiudere con terrore non solo un ciclo narrativo, ma molto molto di più. Ora cosa resta. Eseguito il compito impudico di spogliarmi davanti al mondo senza che qualcuno me lo avesse chiesto, con risultati discutibili, non so cosa fare. E adesso. Il senso di vuoto mi accompagna da giorni, inevitabile, ho eseguito il compito. Allora mi accingo alla vita pratica, all’essenziale, cerco di tornare al mondo, quello stesso che dovrebbe recepirmi da una anomala distanza, in quanto attento e distratto auditore, dipende. E forse dovrei anche raccogliere alcuni suggerimenti: scrivere di amori sentimentali, impregnati di conformismo e viltà. Accendo la lavatrice, programmo il mezzo carico. Preparerò qualcosa per il pranzo e con regolarità chiederò intimamente il coraggio. Mi basterebbe avere il coraggio di accettare, o l’audacia di saper non pensare, prendere le cose, dice un amico take easy. Odio peraltro la saggezza altrui quando non c’entra un accidenti con la mia. Andiamo avanti. Frasi quasi idiomatiche, per me perdono il senso in un battito di ciglia. Magari è soltanto il caldo. Mi guardo allo specchio dopo aver indossato i pantaloncini estivi che una volta erano una specie di divisa. Capisco che devo metterli da parte. Le mie ossa sporgono dalla magliettina. Non ho altro da aggiungere per oggi.

 

di nuovo al tempio

Sono tornata al tempio. E’ il mio posto. La mia panchina. C’erano le anziane del rione. Sono tre. Adesso siede anche una rumena di mezza età e una giovane donna rom. Accanto a lei mi sento una specie di ramo secco. Lei è proprio una donna. Io sono sempre più magra invece, quasi invisibile.  Una delle anziane si lamentava del tempo che passava sola in casa, si interrogava su una ragione, una, per cui valesse la pena uscir fuori persino in balcone. Con quale coraggio bisogna accettare il tempo fisico, il tempo che cammina sulla nostra pelle, togliendole turgore, sui nostri slanci, sul desiderio e così via. Potrebbe essere l’argomento di un nuovo romanzo. Ho due tre idee in testa. Saranno le ultime idee. Mi sono svegliata malissimo, per me l’estate è una sofferenza in più, a causa dei soliti dolori che sono cronici oramai, d’estate sembrano peggiorare. E’ tutto così pesante. Un amico ieri mi chiede: ora che hai esaurito l’argomento, con L’altro addio, cosa scriverai? Oh sapessi, posso scrivere sempre, fino all’ultimo giorno, romanzi che raccontano nulla. Ancora ci domandiamo di trame e intrecci? Ve ne frega qualcosa, l’umanità è un rumore sordo e corale di soliloqui. mare

come Amy

Sono giorni che penso a Amy. Mi basta riascoltarla una sola volta. Sono mesi, anni forse, dopo la sua morte, che non ho più voluto ascoltarla. Con Amy torno in un luogo segreto. Malgrado per tutti non lo sia. Mi sono persa nei corridoi di un grande supermercato, guardo tra i ripiani, nei ripiani vedo tutta la mia vita ordinata, amata. Sento un profumo speciale, è la vita che mi raggiunge, fatta di cose pratiche, un pollo che gira allo spiedo, la marca dell’ammorbidente che piace a me, lo stesso ammorbidente che profuma nei maglioncini del mio bambino. Il mio bambino lo è ancora in quel luogo. Mi torna in mente Amy, a quasi un mese dalla sua morte, dall’anniversario. In Rehab mi sembra piena di roba addosso, la vedo con questo sguardo. Non riesco a reggere oltre il video, i suoi occhi, l’assenza che  mi sorprende uguale, il suo Blake. Il suo castigo. Doom. Torno in un luogo, giro per i corridoi, sfioro altri carrelli. Sono assorta, è lo stesso profumo. Sono fantasmi. Quando penso a Amy succede tutto questo. Sono ancora io, siedo fuori, c’è una panca, il parcheggio di un centro commerciale. Fumo, ho una specie di sussulto di adrenalina, penso a tutte le cose possibili, e sono già finite. Dalla radio arriva la sua voce. Back to black.  C’è qualcosa in quel tempo e in quel luogo che non riesco a tradurre, una profezia pagana. La cattedrale pagana.

Lasciatemi con i miei fantasmi, mi fanno compagnia volentieri, non disturbo nessuno, non faccio del male a nessuno, nemmeno a me stessa. Ora è il tempo di raccontare. Ogni tanto mi piace tornare in quel luogo, con Amy.

Non salivo in scala mobile, ora lo faccio. Non temo le scale mobili. E’ un traguardo, raggiunto da sola. Così alla fine delle scale mi sono voltata indietro, e come in un sogno, non ho visto nessuno. Non c’era nessuno.