Category Archives: Sul nuovo romanzo

Romanzo Amore 76 (l’upupa)

Sarebbe arrivata fino in cima sulla rupe. Avrebbe guardato la baia e concentrato tutte le amarezze in un punto preciso del mare dove sprofondava di più nel margine delle correnti.

Erano passati anni. Aveva incontrato l’inganno. E poi c’era stata Milano, il parco, lei che aspettava lui, le sue scarpe di velluto, le foglie gialle lungo il sentiero. Ora era tutto di nuovo placido, di una placidità che tradiva, non inondava di letizia, non restituiva qualcosa in cambio. E mademoiselle si aspettava di solito qualcosa, dopo aver patito. Era di nuovo lei, lei soltanto, lei e l’upupa sul muro di pietra, mentre buganvillee maestose  precipitavano dal declivio fino alla tenera insenatura. Selvaggia e ardimentosa era la costa e tutto intorno, residui di una vita sconosciuta, che l’aveva contagiata di una certa viltà o tristezza. Le vennero in mente molte cose del passato, persino le più inutili. La compagnetta del mare, il suo fidanzatino, i quattordici anni, la casa mesta sulla vetta del promontorio. Le bambine. Quattordicenni, lei e l’amica, tuffarsi nobilmente come ondine.

Guardava giù. Monsieur sarebbe stata l’ultima prospettiva fasulla. Era tutto finito. Sentiva l’upupa alle sue spalle. Aveva una piccola cresta. La stava osservando, così le parve. Si voltò lentamente per non spaventarla. L’upupa era lì. Col suo buffo becco. Le venne da sorridere, per la tenerezza. E la tenerezza era uno sguardo prestato e potente. Era l’indulgenza che prendeva forma nelle cose. L’upupa muoveva il becco, pestava semini, eseguiva uno strano movimento. E in ogni dettaglio mademoiselle scopriva l’Eternità, il cuore segreto che pulsava dagli antipodi e prima ancora.vestitoveri

Doveva tornare al tempio e salutare tutti. Congedarsi, come le sue vecchie. L’ebreo, Dario l’eroinomane, il pederasta. Tutti. Le avevano tenuto compagnia, ascoltata, protetta. Doveva salutarli, prima di congedarsi.

Il crepuscolo era grigio, il blu cobalto si raggrumava con una nebbia di salsedine lungo la trazzera. Aveva raggiunto la cima, superato i casermoni. Le campagne, i rovi di more, i fiori selvatici. Non aveva altro da aggiungere, mademoiselle.

Il bambino. Era a casa. Faceva i compiti. I pensierini della giornata da trascrivere nel quadernetto. I bambini parlano usando molti vezzeggiativi, ripeté con un sussurro. Il suo bambino anche.

Cosa fare? Non sei sola, mademoiselle. Torna a casa. O guarda pure la baia sotto di te, il bene regale che ti appartiene, la dolcezza di un’upupa. Quanti anni sono passati? Si chiedeva.

Guardava giù. Indossava una tuta bianca, intera, larga. Aderiva al suo esile corpicino.

Era stanca della sua identità incerta. Era stanca di non ricevere o di non capire quando accadeva di ricevere. Il mare si avvitava nei gorghi delle correnti. Era blu cobalto che sembrava il cielo e quando il gabbiano sfiorò entrambi ebbe la certezza di assistere a un miracolo.

Le ragioni inesplicabili l’avevano tormentata e forse in quel mentre perdevano la sostanza del loro mistero. Se mademoiselle avesse accettato le brevi spade conficcate nel fragile ventre smetteva di tormentarsi.

L’upupa emetteva un suono ipnotico. La nebbia era blu cobalto e lei si lasciava andare.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini.

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Romanzo Amore 75 (verso la fine)

Percorreva a passo spedito la mulattiera bianca e polverosa, conduceva sulla punta della costa, irta e sconnessa. Ai fianchi, gli steccati recingevano il mare. Il mare si gonfiava dentro il vento di scirocco, le ricordava un mondo di trapassati. Il suo cimitero. La sua giovinezza. Proseguiva decisa come se dovesse incontrarsi – o tenere udienza – con qualcuno di molto speciale. La sua magrezza era spaventosa, raccoglieva l’ilarità sommessa di chi la incontrava per via, questo la offendeva profondamente, anzi la indignava e considerava il resto dell’universo abitato da imperdonabile volgarità se fossero stati l’unico metro di misura i corpi confezionati di carne e ossa che la sfioravano, attraversando la stessa trazzera.

Aveva smesso di agitarsi per gli amori perduti ed era spaventoso dimorare nella mancanza. Cosa rimane di un’anima disabitata, tolto il sentimento, cosa rimane di un corpo pulsante sangue e immemore? Domande che si davano il turno, sempre uguali, mentre ancora la mulattiera era indefinita, si allungava verso un punto sospeso dove ritrovare l’umanità svilita della sua giovinezza e già ne individuava le cime, i palazzoni brulicanti, panni stesi al vento, tetti frananti, eretti di parabole, urla seppellite nella valle.

Aveva realizzato infine che non sarebbero tornati da lei i rimpianti vestiti di promesse. Non sarebbe tornato più nessuno. E monsieur? Era stato ancora una volta il dispetto di un destino ostile? Perché con lei lo era?

E intanto procedeva e la sua figura si distingueva scura e sottile lontano dagli altri, la civiltà, i suoi frequentatori. Lei desiderava così sparire, insulsamente, come insulsamente aveva praticato quel mondo, la vita medesima, senza incidere, senza portare a compimento le tappe normali della condizione esistenziale che tutto sommato doveva riguardarla, cioè era una donna. E non lo era. Poteva essere un giunco, un cardo, un ramo di agave. Una pietra. Non ispirava altro che compassione, a volte pietà, a volte stupore, un soggetto bizzarro da osservare con curiosità.veronicatom

Procedeva lungo la via, bianca e polverosa, fino alla fine. La campagna si gettava verso il blu, il cielo era attraversato da rondinelle e gruppi di storni. Il mare era ingovernabile nella cala sotto il dirupo.

Da ragazza guardava verso il dirupo, mentre il treno della vecchia ferrovia sfrecciava alle sue spalle, inducendo a lontananze migliori. Da ragazza era vecchia, era morta.  E adesso era tutto in procinto di concludersi e dispiegarsi in direzione di una destinazione adeguata. A ognuno il suo destino. Lo ripeteva mille volte. Il suo destino la osservava con una mite indulgenza. Cosa voleva dirle?

Cosa devo fare ancora? Si chiedeva.

Una motoretta rompeva il silenzio, calpestando le giunture dei cardi, rombando dentro la steppa insolentemente. La polvere si raggrumava in vortice.

Fissava qualcuno, ma erano ombre, era il caldo che si infrangeva sull’asfalto poco più in là. Aveva in mente una canzone, la libertà, la bellezza.

Procedeva.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 74 (la follia?)

Sarebbe tornata al tempio. Tornava al tempio per guardare la pietra diroccarsi oltre il leggio didascalico sul rudere che le stava di fronte. Così non succedeva nulla ed è quanto a lei importava, affinché nulla succedesse, sedeva al tempio. Osservava l’aria infilarsi nelle fessure delle rocce, attraversare i visi ordinari, gli occhi sbigottiti di un vecchio, la falda dell’amico ebreo compiere il suo giro filantropico. L’amico ebreo la fissava, no, non la fissava, la osservava piuttosto con comprensione. Non disperare mia cara, la esortava. E lei non disperava, qualche volta.

Qualche volta, sì, disperava. Perché non succedeva mai nulla e la sua solitudine era sempre più severa, era il mostro che digrignava i denti, aveva sempre fame, la sua solitudine la scarnificava. Nel suo destino l’amore non si sarebbe compiuto, non sarebbe stato la rivelazione, il riscatto, mai. Soltanto l’inganno, non c’era altro. Andate via, lasciatemi in pace, urlava. L’amico ebreo le tendeva la mano, dai, piano piano, calma, su, aspetta, shhhh. Andate via, urlava. Seduta sulla panca, pigiava le dita sulle guance, le guance senza rotondità, lei nella sua interezza non aveva rotondità, spigoli, da farsi male, ossa. Respingeva la bellezza e l’amore, il suo corpo scavato non era nulla, non era luce, non era nulla.elide

Andate via.

L’ebreo al tempio aveva la mano aperta verso di lei. Sorrideva, ma aveva le lacrime. Lei vigilava adesso in piedi sulla panca. La donna rom passava allora, si conoscevano. Signora, signora, la chiamava. Andate via, urlava, mademoiselle.  La gente del tempio era povera e curiosa e le si accalorava intorno, borbottando, bisbigliando. Non aveva mai veduto un tale intarsio smerigliato notato – mentre urlava – sul rosone dell’edificio dentro la via. Il mondo le girava intorno con tutte le stoltezze, confondeva i pochi visi che avrebbe portato con sé fino alla morte, non le procuravano dolore o gioia, appena un po’ di nostalgia. La nostalgia è un lutto. Non è un bel sentimento, nemmeno se a coltivarlo poi puoi tirarci fuori qualcosa, pensava, forse un romanzo.

Mademoiselle scriveva. E d’improvviso si guardò allo specchio – ma era nella sua testa, lo specchio era antico, con certi baluardi di legno da far venire i brividi per la vetustà –  indossava una camicetta colorata, bianca con ombre fucsia che inseguivano disegni concettuali. Non le era mai piaciuta così tanto in fondo. O si vedeva seduta sulle panche di una chiesa in periferia, bianca bianca, con la luce primordiale di un giorno di giugno provenire dal mare azzurro.

Non aveva bisogno di amare un uomo e viceversa. Era il desiderio di tutti, ma oramai non aveva l’età, a lei interessava la giovinezza più che altro, un sentore di libertà e rivoluzione. Quale rivoluzione, mademoiselle? Scendi da quella panca, mademoiselle.

Scese dalla panca, l’ebreo la sorreggeva. L’accompagnava, col suo bastone, claudicante e malandato, eppur sorridente, tranquillo. Era un uomo di Dio. Lei era avvelenata. La rabbia cieca le impediva di ragionare, di quel mondo odiava tutto, tutti gli inganni. E le veniva voglia di urlare perché non aveva coraggio, perché avrebbe finito di patire, dolersi, l’avrebbe fatto quel gesto, l’avrebbe fatto.

Era un giorno qualunque, di tanti anni dopo, un pianto uguale, fedele. Albe e tramonti. Ed era un giorno qualunque. Non le era più concesso altro e tutto le sembrava cedere, la radice marcia restare e ogni cosa divelta. E non aveva altro che un giorno qualunque davanti.

Le sua braccia strette e dure, il corpo incurvato, non suggerivano bellezza o armonia.

Ed era già sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 73 (vi perdono)

Mademoiselle voleva perdonare tutti, ora che aveva incontrato monsieur. Vi perdono, avrebbe pontificato, grata all’universo mondo, lanciando petali di rose e gelsomini, coriandoli e confetti, indossando un abito di drappi e ornamenti. Retoricamente avrebbe indugiato sulla scena, allungandosi con il busto come fosse un ringraziamento. Il destino le aveva concesso una pausa. Riposati, adesso, le aveva concesso il destino.

Monsieur era l’uomo che aspettava. Però doveva essere lui. Non era propensa a trattare con il destino. Le promesse si mantengono. E’ lui. Sorrideva. Ma lui non lo sa. Lui ha solo detto: mademoiselle, io ricorderò sempre i suoi occhi.

Mademoiselle odiava le frasi sentimentali che sembravano lapidi sulla sua tomba, note a margine di un lascito testamentario. Monsieur: si ricorda i miei occhi? Li può rivedere ancora. Siamo vivi.

Eccola la solita lusinga, frasi degne di un’effigie, niente di più. Niente di più. Parole abbandonate sul bordo di un’opportunità distratta, mai colta. Mademoiselle era sfinita, piccoli pensieri battevano sulle tempie simili al crepitio dalla pioggia sottile sul davanzale della finestra. Una strana pioggia estiva, esitante.

Nei suoi esercizi di stile immaginava quadretti di vita domestica, dove in luogo dell’uomo di prima c’era stavolta monsieur. Eppur era certa che non sarebbe stato nient’altro, una lunga e infinita proiezione e che esattamente nella sua giovinezza aveva – senza sapere forse, senza volere – posato il suo olocausto sull’altare preparato per lei, perché non fosse troppo, non fosse oltre la misura. Non lo era. Difatti mademoiselle era riuscita a posare il suo olocausto, così salvando il mondo, fogliolina per fogliolina. Monsieur viveva lontano. Viveva dove mademoiselle avrebbe desiderato finire i suoi giorni. Era soltanto un caso. Mademoiselle non chiamarlo destino. Non chiamarlo destino.

Quando leggeva Dostoevskij si commuoveva fino alle lacrime, vere, lacrime generose scenderle lungo le guance. Makar chiamava Varvara: piccolo angelo.

Come tradurlo in francese? Petit ange.

Chi l’avrebbe chiamata così? Ancora? Oh no, nessuno. La giovinezza le era sfuggita oramai. Consumata senza piacere. Piccolo angelo. verat

Ci vorrebbe un bell’addio. Ma no, monsieur, a lei non dirò addio. La sua idea, l’idea della sua persona mi tiene in vita. E’ un lumicino, l’idea della sua persona, a volte lontanissimo, non mi riscalda. Però lo vedo, riesco ancora a vederlo. Quando si spegnerà, io sarò morta. Makar, conoscete? L’uomo anonimo che dalla sua finestra ama la dirimpettaia Varvara, discretamente, con gentilezza. Makar e “il disordine temporaneo” della vita minuta mi costringe ad ammettere che il corso delle cose non sia all’incirca che miserevole. Lo è, monsieur. Senza l’idea della sua persona, sarei già sulla rupe, sotto il faro, guardando giù verso la baietta, fissando le onde feroci rompersi nella cala. Fisserei il vuoto, in un lungo balenio di provocazioni, lampi malevoli, echi di porpora, velluti perduti fin nelle profondità, nelle lontananze; pensieri come velluti violenti. Riesce a capirmi, monsieur?

Lei non conosceva il mio nome, io non conoscevo il suo. 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 72 (Vera)

Procedeva verso una via stretta nel rione popolare. Guardava in direzione del piano basso di un palazzo prossimo a crollare. Un mezzanino con le imposte poggiate. Poteva immaginare il resto. Uno stanzone, buio. Da quelle case filtrava sempre poca luce, il sole interrompeva prima, fuori, i suoi raggi più docili la mattina o verso il tramonto; baluginii violacei che mademoiselle invece poteva gustarsi dal suo davanzale. Era una privilegiata. Non per questo era meno infelice. Ed era tutta la sostanza della vita stessa, rispondere alla domanda, lasciarsi interrogare dalla felicità: mi hai trovata?

Proseguiva, dall’altra parte del predellino riconobbe Mohammed, il bosniaco. Il rom. Oh. Stai bene sai? Discorreva nella sua mente, ciao Mohammed, stai bene, la tua barba. Sei bruno e forte. Mohammed ho sognato una notte con te. E rideva. No, non rideva.

Lui la guardò. Lei alzò il braccio e aprì il palmo, era un saluto. Ciao. Ciao.  Mohammed sai eri tutta la vita di prima, anche tu lo sei, ne indossi qualche traccia, vorrei spiegarti, non puoi capire. Tu devi vivere o sopravvivere e ci riesci. Bravo,  esulto, bravo, davvero. Ti ammiro. 

Molti anni dopo incontrò Monsieur. Nessun uomo forse l’aveva guardata così. Così intensamente. Era una sentimentale. Ma non poteva dimenticare. Tuttavia non aveva senso ricordare o perlomeno ricordarsi che nessuno l’avesse mai guardata così. E’ la dimostrazione che l’amore è lo stesso sconosciuto che ci chiamerà per nome, accusando la memoria di smettere. L’amore, ci penserà lui, lui ci chiamerà per nome. Vera, Vera.

vera TomSono in pochi a chiamarmi per nome oggi, nel diminuitivo amoroso. Vorrei crollare come il palazzo del mezzanino buio. Crollare dentro un abbraccio, nella consolazione eterna. Ma prima mi sia concesso ancora il tumulto, il tremore, la gioia effimera. Mohammed aveva qualcosa di brutale. Un genere di uomo che può piacermi per lo sgomento. La brutalità ha una sua chance. Monsieur era lo sguardo greve. Gli occhi fissi su un paesaggio misterioso, un brano di una scena, era rimasto lì, greve. E ho attraversato quello sguardo, senza volerlo. Lui, credo, il mio. Senza volerlo arriva lo sconosciuto. Non ti interroga, non ti chiede la promessa e non subito. La promessa dell’amore. Per me è un castigo o un’attesa o la vergogna che brucia le mia guance, le dita che si torcono per l’amarezza, le labbra serrate. E’ andato. Anche lui, monsieur. Da dove venite, ditemi? E lui disse: si frappongono, montagne, foreste, strade, case, mademoiselle, ma io ricordo i vostri occhi.

Io monsieur, ricordo i suoi. E non ci rivedremo più, non le stringerò la mano un giorno. Né lei monsieur stringerà la mia certamente, né per caso, per una strana circostanza, incontrerà la mia tristezza ancora, innamorandosi – lei mi ha confidato – per un secondo.

A me basta, un secondo. Niente è mai durato di più o così tanto, monsieur.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 71

Aprì gli occhi. Alzati. Mademoiselle invece restava ferma. La voce le rimproverava l’abulia. No, non era abulia, era noia terribile, strazio, delusione. Ne aveva il diritto e anche se fosse stata commiserazione, ne aveva il diritto. Il diritto di indugiare nel dolore e nel pianto. Alzati, mademoiselle. Spalanca le finestre, lascia entrare la luce di maggio. I cardellini non aspettavano altro che poggiarsi sul davanzale. Apri le finestre, mademoiselle.

Il cielo azzurro di maggio. Lo troverò lì, ancora. Non cambierà per me, non mi tedierà, perché è maggio. Sono io infelice, ma maggio rimane il mese delle rose, il mese della Madonna.

Aprì gli scuri. Guardò fuori altezzosa, i lunghi capelli avvolti sulla nuca. Altezzosa guardava fuori, risentita verso le cose che non mutavano, che splendevano malgrado la sua mortificazione. Era mortificata. Il mondo doveva compatirla. Era mortificata, esatto, e non le importava nulla degli altri, di quanto soffrissero gli altri. C’era lei e basta. Il suo dolore perenne. Nessuno accanto, nessun braccio a sostenerla. Nulla. Sono vecchia. Si ripeteva. Vecchia e ho appena trent’anni.

Si sedeva sul letto. Prendeva un libro dal secretaire, lo abbandonava subito infastidita da ogni riferimento mondano, apriva la Bibbia, leggeva le righe di un salmo. Pregava. Ritornava l’attesa. Poi in un baleno le tornava in mente qualcos’altro, una campagna, un piccolo puledro, il bambino ridere urlare, lei corrergli dietro, le fronde dei carrubi, la luce oltre i rami. Il cielo azzurro. L’immortalità a benedirli. E l’altro, l’uomo di prima. La felicità l’assaliva, ma non era la sua, era l’idea che vi fosse già passata da lì e adesso stava procedendo altrove, allontanandosi, ma era già passata da lì. Aveva in mente di scrivere un romanzo. Perché no? Le scrittrici hanno una vita tormentata, devono affrontare il dissidio, la vergogna, devono essere fiere o fragili all’occorrenza e poi scriverne. Ecco cosa pensava in alcuni momenti di lucidità, quando le sembrava che la pace la tenesse al riparo, quando alla fine della disperazione intercettava la luce, una luce che accecava per quanto pietosa. Induceva pietà, era la pietà. Avrebbe scritto un romanzo, così avrebbe raccontato ogni sussulto. Come Jane Austen, tormentata e sentimentale. O qualcosa del genere.tomas blog

 Per scrivere non bisogna essere troppo felici. Non corro questo rischio. Continuo ad assumere farmaci, certe volte mi sembra che davvero sia tutto inutile. In questi giorni sono molto arrabbiata, finisco in alcuni abissi, pensieri circoncentrici, manie di vendetta, rimorsi, ripiombo nei medesimi giorni di Natale di (oramai) dieci anni fa. Rivedo l’alberello, il presepe da montare. La casa, il suo odore. I giorni, la felicità, la recita di Natale di mio figlio, mio figlio aveva sette anni. Allora capisco che sto male di nuovo. Cerco di calmarmi. Bevo il mio caffè. Ho trovato il carillon dei nonni, con la musica del Dottor Zivago di Maurice Jarre. Lo carico, è un vecchio megafono, e ricordo esattamente il gesto ripetuto da bambina, in casa dei nonni a Terni. Ho rivisto la signora Lucia, la vedova con il figlio morto di overdose, è in una casa di riposo. Ho rivisto Teresa, la donna polacca che viveva per strada con Yurek, com’erano belli. Teresa è malata, ha un braccio enorme, gonfio, smisurato. Le ho dato due baci sulla guancia. Ho scoperto che le vecchine si commuovono, chiunque veramente viene colto dalla commozione per un abbraccio o un bacio a sorpresa. Mi piace sorprendere le persone, le più sole, abbracciandole o baciandole. 

Teresa e la signora Lucia sono morte. Entrambe. Mademoiselle.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 70

Mademoiselle aveva imparato a sopravvivere, come tutti in fondo. Ci vuole più coraggio a non sopravvivere forse? Sì. Mademoiselle però tendeva alla vanagloria e c’era quel film francese di Louis Malle che le ricordava un sussulto da ragazza: chi ha subito un danno è pericoloso perché sa che può sopravvivere. E le dava i brividi il solo pensiero, di quale entità fosse la sventura e immaginava se stessa disinibita e succinta moralmente persino, un po’ come l’Andreina di Moravia sul lungofiume, la carne debole e bianca, l’abito nero, i segni dell’oppressione e del corpo sfruttato in una smorfia di disincanto, seducente sopra ogni cosa. Come se potesse essere un trofeo, il raggiungimento della completezza femminile e della voluttuosità.  E tale sarebbe stato il danno, non riuscendo a capacitarsi di altro, non realizzando mai del tutto che la vita le avrebbe proposto tormenti di ben diversa natura, insondabili al momento per lei ragazza, così inesperta e facile agli entusiasmi e alla vanità delle cose che non esaudivano i desideri, quasi mai.

Imparando a sopravvivere, negli anni, aveva escogitato il modo di dimenticarsi delle più terribili delle offese, l’abbandono dopo il talamo coniugale, prima, durante, sempre. E non era soltanto una donna affranta seduta sulla sedia della vecchia cucina di casa guardare fissamente la tenda gonfiarsi verso il mare, infilata nello sgomento, nel terrore. Era il riverbero dell’inutilità ella stessa, qualcosa che si insinuava segretamente, il verme dell’infelicità che riprendeva vigore, non se n’era mai andato, la tenia della sua esistenza. Era tornato o si era risvegliato una volta appreso che ne avrebbe avuto tutte le ragioni.

Indossava un profumo di Yves Saint Laurent. Da ragazza aspirava all’immoralità commovente dell’ Andreina di Moravia. Da adulta in certe faccende aveva perso del tutto l’interesse.

Monsieur era una proiezione, lui come gli altri. Il danno. Oh quante sciocchezze. A monsieur non interessava nulla di lei, viveva in un’altro Paese. Cosa farsene delle futilità, degli inganni della vita?

E lei che donna era, sarebbe stata se si fosse lasciata andare? cropped-tomassini1.jpg

C’è una strada su cui piovono le fronde di alberi siciliani, le ombre dei carrubi, il suono delle cicale quando si fa nero perché diventa denso incessante come il sole al centro della meridiana; dietro si annidano colline di mondezza, affiorano dentro i disegni armoniosi delle foglie che incontrano il cielo con le sue ampie schiarite. 

In quella trazzera secondaria mi parve che transitassero tutte le clandestinità e i segreti cattivi del mondo.

Ad ogni ombrellone, sotto sorvegliava un viso giovanissimo, bianco, nero, il crogiolo della bellezza esposta tra un monte nauseabondo di rifiuti e un altro. Nella successione di corpi che invitavano al mercato dell’amore, senza desiderio, senza partecipazione, l’eta delle ragazze era indistinguibile, si avvicendavano colori gambe, a stento riuscivo a fissarne gli sguardi. Scoperto il purgatorio, un giorno di agosto, di caldo, di afa, di stanchezza, di chilometri in auto. L’aria non aveva scampo, era cupa sotto la coltre di rifiuti, un intrico di suoni dell’estate, la puzza dei detriti condannati a marcire.

Erano ragazze. Ed erano belle, per quel tanto che ho capito. Così mi è rimasta questa idea di raccontarle, di averne il coraggio. Non qualcosa di immaginato. Vicino casa, ogni giorno, ne vedo una. E’ giovane, non è mai triste, al massimo annoiata. E’ un lavoro. Il pomeriggio prima del tramonto, torna a casa, a piedi, lungo la provinciale, a testa bassa. Oppure aspetta l’autobus sullo slargo di fronte il macellaio e una bottega luridissima. Vorrei raccontare la loro vita infame, senza cedere a nessuna lusinga di un tema eterno, il meretricio. Raccontarlo è difficilissimo. Come raccontare l’amore, la follia, la morte. Sono temi archetipo, la calamita (o la calamità) di tutte le ovvietà. Ne vorrei restar fuori. Però è quel che farò, l’ultima passione che guiderà la mia scrittura, considerato che la vecchia musa non posso più utilizzarla per rispetto altrui. E i vecchi dolori li tengo da me, conservati e al sicuro. Tanto non mi abbandoneranno mai.

L’amore, la follia.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.