La mia versione delle cose

“(…)Raccontavo la mia versione delle cose, della storia più recente che riguardava anche una cittadina mediocre e irretita, Siracusa, guarda un po’, con il vezzo della multiculturalità, ma con le pinze al naso. La mia vita però superava di gran lunga la finzione, l’autofiction non reggeva il passo. Quando Giulio Mozzi, a distanza di anni, incontrandomi per la prima volta mi disse: “racconterai la storia che ti ostinavi a tacere”, mi sembrò l’unico seguito sensato, un diktat morale e letterario insieme. Nella mia vita capovolta, come i miei eroi, avrei trovato consolazione (non edificazione) in un traduzione testimoniale di quel che avevo visto, attraverso l’uomo che, sfidando le frontiere ostili e un Occidente pingue con la sua epa molle e sazia, aveva rivelato il suo straordinario mondo, sbilenco, senza denti. Non pensai ad un incipit, non pensai a nulla quando Giulio Mozzi mi disse: “racconterai la storia che ti ostinavi a tacere”. Soltanto immaginai il semaforista, pensai: “Il semaforista, lui, sì, il semaforista ha il ventre gonfio e gli occhi rigati di sangue”. Semaforista cioé frequentatore di semafori dove postulare “poco spicci, prego”. Il semaforista è un uomo polacco. Era il mio. Cominciava così, poteva essere un’idea. Realizzai: eccolo il romanzo di pietas e di eroismo. Lo diventò, credo, “Sangue di cane”, ambientato dentro una deriva di uomini dell’est, senza tetto, malati di alcol e di nostalgia, finiti nelle grotte, nelle fogne di una provincia del sud Italia. Uomini, demoni, globetrotter funerei, cenere e incenso. Erano ex uomini, ex padri, ex operai di cartiera a Lodz; ex madri, ex impiegate delle poste di Chelm, sfinite, assetate di vodka e di rimpianti. Il romanzo doveva raccontare di tempi maledetti, di cambiamenti epocali che svuotarono gli inutili agglomerati di una Polonia mesta e rurale, interrogando le nostre frontiere con il loro carico indigesto di uomini. Soltanto adesso mi rendo conto che nell’insieme “Sangue di cane” è il tentativo (non consapevole né convinto) di onorare il sacrificio, l’agnello sull’altare, perché vi son certamente migliaia e migliaia di Cristi, fra tutti quei morti”.

(Veronica Tomassini)

tratto da:

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