Le ragioni di qualcosa

VISTA DA QUI

So che Christiane è entrata nella mia vita per cambiarla definitivamente. So che l’ago nel suo collo sarebbe stata la mia ossessione, la mia poetica, direi oggi, appena appena sicura. So che c’è stato un prima e un dopo, il Bahnhof zoo in mezzo, lo spartiacque acido che tutto sommato ha deciso pure per me. Vivo in un luogo dove ha senso solo la periferia, la sua inutilità, le sue strade cieche e tumide per il gran caldo. Queste strade avevano un senso, un tempo, perché c’era Christiane. Christiane Felscherinow. Lei era una ragazzina, frequentava il Sound. Io invece ero una bambina, avevo nove anni, compiuti il 5 dicembre 1980. Era il mio compleanno. Cosa desideri, chiese mia madre. Scegli. Scelsi lei, puntai il dito giù, ultimo piano della vetrinetta scorrevole, libricino giallo, notai il chiodo di pelle, una donna giovane, un broncio rosso, i capelli lunghi, lisci, dietro sfumava il nero di un underground. O il fumo di uno chilom.

Era una libreria del centro.
Così sedetti per terra, incastrai la piccola mano tra le fessure della vetrina girevole, erano feritoie, dico adesso, feritoie per l’inferno. Un prologo di inferno. Vista da qui, si chiude la ragione superiore, si chiude oggi, perché Christiane non è morta, ma lo è per me. Intanto, scongiurai l’attesa facendo spallucce ad ogni morto di overdose che attraversò la mia vita da adolescente. Era meglio fermarsi per tempo, quel giorno in libreria. Mi lasciarono fare, non ci fu censura. Mamma e papà presero il pacchetto e lo infilarono nella sporta. Il diario era già un cult. Tutta Europa parlava di lei, parlava di un libro maledetto, “Vir Kinderm vom Bahnhof zoo”. Già mi pareva di sentire l’odore acre del fumo negli androni marci di una Berlino piovosa e periferica; già mi pareva di sputare il succo di ciliegia che Christiane beveva al Sound, calando il suo trip. Imparai presto lo slang di quelli fatti di ero, la lingua di Christiane. Prima di tutti imparai, prima della mia piazza di cadaveri, dei miei ectoplasmi in overdose, seppi pronunciare la dannazione – spada, rota, ero, viaggio, scimmia – con la sapienza che nutre in seno, simile ad una serpe, cagionata dall’ossessione. Così avevo dieci anni. Sapevo tutto di Christiane, “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, controllo su google e rimango di stucco: il Bahnhof zoo è banale e patinato come un qualsiasi centro commerciale. Scale mobili sfavillanti, spariti gli underground dove Detlef andava a battere e qualche volta anche Christiane. Perché facevano marchette, Detlef era il suo fidanzato. Poi c’erano gli zombi che aspettavano la roba dentro la luce aspra della Kurfustendamme. Una luce mortale, capace di svuotare le creature, sacchi inutili. E tutte le volte i sottopassaggi di una metro sono un terrificante déjà vu, torno a casa dell’ossessa, dove dimorano le pagine ingiallite di un diario, era un diario maledetto, sento una vocina sussurrare. Non sentire, non ascoltare. Ad ogni raglio di rotaia, ancora adesso una pagina si chiude. Ad ogni underground, ancora adesso, la mia memoria si contrae, nello spasmo che parlerà di lei.
Lei non è morta.
Babette sì. Babette, Babsi, l’amica, con la madre concertista, il padre sucida, con la sua enorme casa liberty nel centro di Berlino, fu la più giovane vittima di eroina, titolavano i maggiori tabloid dell’epoca. Babette Babsi Doge.  Eroina tagliata male. Babsi aveva quattordici anni. E c’era Stella. Stella è sopravvissuta. Babsi invece fece il suo buco con la stricnina e adieu. Battevano. Indossavano il chiodo, jeans attillati, scarpe con il tacco. Era una divisa. Non so quante volte l’ho sognata. Io pensavo di somigliare a Babsi. Christiane ha cambiato la mia vita. A cosa sia servito, mi domando tuttora. Sono viva, non mi sono bucata, lo hanno fatto gli altri per me. Ma avevo una strada segnata, una strada che conduceva in periferia, da lì mi urlavano sul muso tutti i cadaveri. E c’era David Bowie in cassetta nel mangianastri o c’erano gli Smiths. Io cantavo Heroes. “/I, I will be king /And you, you will be queen/Though nothing will drive them away/We can be Heroes, just for one day /We can be us, just for one day/”. C’è un sapore acido che mi perseguita, non è il succo dolciastro di ciliegia. Una luce metallica, dove si stagliano guance cave e chiodi di pelle e dentro un cesso vedo un tizio piegato sul water e sulla panca della stazione Christiane dorme, sul suo vomito di bava. E quel tizio infila l’ago in vena, negli interstizi, tra le dita. Vedo Riboldi Gino. Finisco dentro un viaggio cattivo.
For ever and ever. A cosa è servito, le luci sono veloci, sono sole e fredde come quando si viaggia di notte, in treno, come quando la vita si allontana.
Just for one day.

(tratto da http://hounlibrointesta.glamour.it/)

3 thoughts on “Le ragioni di qualcosa

  1. gattaliquirizia

    quell’aggettivo “tumide” è crudelmente evocativo. come Christiane e la sua storia. anch’io l’ho scoperta che ero piccola, quella copertina gialla era nella libreria della casa dei miei nonni, nove anni anch’io,estate del 1992.

    Reply
  2. Christine

    E così, dopo la piccola osservazione su Alma Mahler, ho voluto ancora leggere qualcosa in questo sito. Qui…almeno il titolo…”Vir Kinderm vom Bahnhof zoo”… Due errori nell’originario tedesco “Wir Kinder vom Bahnhof Zoo”, e uno nell’Italiano (peraltro ripetuto variamente nel sito…) che dopo il “Noi” ha voluto la virgola…
    C.

    Reply

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