Christiane deve morire su il Fatto Quotidiano

Di seguito l’anticipazione del nuovo romanzo – “Christiane deve morire” (Gaffi) – uscita sulle pagine de il Fatto Quotidiano, il 23 luglio 2014.

***

(…)Sono tornata a Mazzarruna. Ho ritrovato intatte le case gialle e i falansteri di Buzzati, li ho riveduti simili, topaie in serie, promiscuità e tanfo di umori indicibili che promanano dalle rampe, promontori secchi e duri su monti di lamiera, tunnel fangosi confusi tra le steppe, sentieri di borragine o spuntoni di cardi, la luce degli iris, il loro azzurro innocente, il mare, la ferrovia. Guardavo verso i calanchi, l’abisso e la linea sulle fabbriche – l’orizzonte – dove finivano i soliti fumi delle torrette. Era la stessa terribile scure da cui osservavamo la vita svolgersi stoltamente, la immaginavamo così parziale e persino azzimata ingiustamente, io e i compagni.Christiane deve morire

E c’era lei,  Cetty. Un giorno – ammisi stupita, ammirata anzi – un giorno sarai viva più di me, tu sopravviverai più di me e degli altri, perché te lo hanno insegnato qui. Qui? Replicava scettica, nella sua  posa da dura: qui? In questa merda, mi hanno insegnato qualcosa? Eppure ne arrossiva, fumando la Marlboro, scoprivo le sue guance arrossire gentilmente. Arrossire era una forma di gentilezza allora, l’unica rivelata in quel tempo, in quel luogo di castigo che mi sembrava Mazzarruna o la periferia. C’era un catorcio, con una vecchia ape, prossimi ai casermoni, oltrepassate le colline di mondezza, le lamiere, lì incontravo il mio amore, si chiamava Massimo, si bucava. Massimo era sempre fuori, arrivava tardi, dimenticava qualcosa, me, il colore dei miei occhi. Cantava le canzoni di Morrissey. Fragile, le piste sul braccio, le maniche di camicia fermate al polso anche d’estate, bianco, un cencio, anche d’estate. Non era la giovinezza, erano deserti. Allora, lungo i sentieri di piante selvatiche, nelle campagne di Mazzarruna, continuavo a insistere sulla possibilità di essere liberi, malgrado le catene che quei luoghi, quella gente, quel condominio misero di panni duri stesi al sole, mi trattenevano alle caviglie. Volevo essere libera e felice, io ero l’aspidistra, non il simbolo detestato da Gordon Comstock di Orwell o forse sì, l’opaca rispettabilità borghese? O il virgulto in grado di resistere a tutto, caldo freddo, bene, male. No affatto. E tuttavia non smettevo di credere che avrei trovato una risposta, a Mazzarruna, negli anni della giovinezza e dei deserti, la risposta alla domanda di sempre: “Cosa dovrà accadere?”(…) Cetty beveva un orrendo liquore cantando una canzone popolare con la sua bella voce rauca, le sue doppie accentuate dal dialetto. Era passato Capodanno. E le feste non avevano investito di innocenza nessuno di noi. Nessuno di noi aveva mai usato la parola innocenza, da adulta, adesso, ne intercetto una qualche utilità, un suo frequente abusato uso, molto fasullo, peraltro. (…)A Mazzarruna dentro i canaloni fuggivano verso il mare i reflui di quella umanità brutale, non solo negletta. Non per forza nobilitata dalla miseria, la miseria è primitiva, rende tutto così infame, così odioso. Cetty mi disprezzava perciò. “Che  vuoi tu?”. Sedevo su cumuli di lamiera,  Cetty era molto arrabbiata, sputava ai suoi piedi, pensava a cose da grandi, desideravo conoscere le cose da grandi. Fumavamo guardando il mare, ed era un miracolo scorgerlo da lì. Fumare e guardare il mare: questa è la giovinezza, vero? Ed era un tentativo di felicità, bastava ad assolvere quella gente, quel rione disordinato, il fetore, il cattivo umore, gli uomini bestiali che lo frequentavano.

Tu qui non ci rimarresti un minuto, diceva Cetty con ragione, con rabbia. Tu poi te ne vai da qui, a casa tua. Era vero, sì, quel luogo orribile torna a tormentarmi la notte, i suoi cadaveri, il suo deserto, la sua insolenza, la polvere.  Cetty era bella, di quella bellezza circense che non avrei mai potuto guadagnare. Benché stesse perdendo i capelli a causa dell’eroina. Ogni tanto quel deserto torna a trovarmi la notte. Le chiamavamo le case, era Mazzarruna. Alfredo spacciava, non era un problema. Temevo soltanto di non trovarlo più un giorno, sotto ai portici ad aspettarmi. Alfredo lanciava sassi verso il canalone di fogna, odio Mazzarruna, sussurrava, come masticando tra i denti qualcosa. E’ solo rabbia, diceva, qui finisce che a buttarmi sotto a un treno alla prossima sono io. Poi correvamo, saltavamo sopra i fossi, erano buche dove finiva l’insolenza del mondo; graffiavo le gambe con i rovi di spine simili ai cactus. Era il deserto, dove la felicità fuggiva ardente e lontana uguale a certi paesaggi che immaginavo, delusa; era l’attesa perenne a spossarci, la promessa definitiva che fosse il mondo a seppellire Mazzarruna, e tutte le miserie, e persino Alfredo con le sue braccia scure, secche, l’afrore che proveniva dalle case, il caldo, l’arsura del cemento: che il mondo ci venisse a seppellire.

(Christiane deve morire, Gaffi editore, Collana Godot , p. 160) 

 

 

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