Monthly Archives: October 2015

Per Laura

Ti racconto ancora qualcosa, Laura. Adesso tu puoi capirmi, ma poi dimenticheremo, entrambe, esattamente la ragione per cui  l’abisso in certi giorni ci sia parso così profondo. Dimenticheremo. Io l’ho quasi fatto. Ho già dimenticato, di quel dolore non è rimasto nulla, solo un vago disagio prossimo al sentimento della vergogna.

Quante volte la tua voce ora delicata ora appassionata e il tuo stesso corpo in scena ha tradotto il dolore degli altri? La vita degli altri? Quanta sensibilità ti occorre tutte le volte azzardare, spendere perché le parole dei grandi tuonassero con la stessa potenza, ogni dì, ogni replica?  Adesso la tua ora buia è soltanto un anticipo del giorno maestoso che arriverà: una mattina ti sveglierai e i tuoi occhi saranno asciutti, nessuna lacrima, nascosta nel sonno. I tuoi occhi splendidi sono grandissimi, raccontano la bellezza del mondo, la replicano. La suggerisce ogni momento la tua fragilità. Tu sai che la fragilità è invece il vigore dello spirito? Nella nostra fragilità dimora l’Eterno. E a Lui tutto puoi chiedere, tutto tu avrai. Lui soltanto Lui. Guarisce quel che ha permesso fosse afflitto o percosso. Sei una creatura prescelta, hai il dono della bellezza, della delicatezza, in scena la tua voce ha un suono che nessuno nessuno potrà mai riprodurre (la mia è molto più simile a quella dell’ape Maia prima versione). Vorrei che non dimenticassi che: passerà.

Dice Isaia: Anche se il Signore ti darà il pane dell’afflizione e l’acqua della tribolazione, non si terrà più nascosto il tuo Maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo Maestro.

E passerà.

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La sacerdotessa del subumano (Il Fatto)

Questo è il pezzo uscito oggi sulle pagine de Il Fatto Quotidiano su Barbara D’Urso e la tv del terrore. Il quotidiano Libero lo rilancia alla voce violenti (intendendo per violenti l’autore del pezzo, il direttore Marco Travaglio e Il Fatto).  Vi sembra violenza questa?

Il Fatto Quotidiano domenica 25 ottobre 2015

Il Fatto Quotidiano domenica 25 ottobre 2015

il mio sud

Prima di ricominciare a scrivere, dopo gli anni del liceo – anni di silenzio dove avevo rinnegato ogni talento – e il tentativo di combinare qualcosa all’università – ero una di quelle che non aveva merito, ruolo, nulla. Mi fanno incazzare gli ottimisti di maniera o peggio i campanilisti con lenzuola di prosciutto sugli occhi che parlano per sofismi e niente sanno, niente hanno patito. A vent’anni non avevo concluso un accidenti. Mio padre ha mantenuto tutti col suo lavoro di chimico in fabbrica, si ammazzava di lavoro. Non sono stata una privilegiata, una che poi può discettare con le manine da signorina, benché ce l’abbia. Ho cominciato a  scrivere per lavoro davvero per un caso. Altrimenti restavo il nulla che ero, almeno secondo le previsioni della mia prof di inglese. Avevo fatto la segretaria per qualche tempo, poi ho servito in una pizzeria, l’equivalente di quindici euro a sera. Poi dietro al bancone di un pub dove veniva un tale ogni volta solo per lasciarmi l’equivalente di due euro di mancia. Per me era già tanto. Ci compravo le sigarette. Entrai nella redazione del maggiore quotidiano dell’isola nel 1996. Dovevo ordinare l’archivio di giornali, un migliaio di cartacce gettate in un disordine spaventoso e senza data. E’ cominciata così. La scrittura mi si ripresentò dopo anni e anni di silenzio, l’avevo mortificata. Sono diventata una giornalista. Ma sono soltanto una che vuole raccontare le cose. Sono rimasta qui, mi sono sposata qui. Poi è andata come è andata. In quel quotidiano siciliano facevo molta fatica a raccontare le cose con il mio linguaggio. Trovavo sempre qualche zelante che si preoccupava di correggere i miei pezzi, passandoli, salvo dimostrare grosse difficoltà con la consecutio e il presente storico.

Era un problema in quegli anni avere talento, avere delle idee. C’era un fotografo in redazione, gli volevo bene, un giorno mi disse: sei una schizofrenica, non puoi scrivere così, sei matta davvero. Sono stata fortunata, perché mi hanno mandato a casa, qualche anno fa, un tipo, un redattore specializzato in articoli sull’Etna, credo che ne conoscesse i più intimi segreti. Poveretto, lui ci ha provato: cinque euro a pezzo, ok? Lo mandai al diavolo. Il mio sud. C’erano argomenti intoccabili, c’erano gli intoccabili. La verità? Una follia. La verità. Qui al sud si vive benissimo. Sì certo. Ne parlerò meglio quando proverò meno disgusto per quel che mi circonda, l’ignoranza, l’ottusità, l’ipocrisia. Qui si nega sempre l’evidenza. Si nega. Lo fanno i campanilisti da qualche regione del Nord, con le loro concrete opportunità, i beni di famiglia al sicuro. Conservazione del potere. Noblesse oblige. Con la presunzione degli asini, discettano anch’essi.

Cara Michela Murgia

Penso che hai solo sbagliato aggettivo. Basta riformulare: “un’idea parziale” di estetica magari, non un’idea di donna, ancor peggio una “idea disgustosa di donna”. Il tuo fighting era destinato alla copertina di Marie Claire, con una magrissima modella su uno sfondo autunnale. Cara Michela Murgia dovevi concentrarti sul movente dell’idea, un’idea dell’ estetica, non di donna. Nel senso che la tua veemenza o militanza, nobile per carità, ferisce tutto sommato una parte della popolazione femminile che rientra in “quella idea disgustosa” che tu affermi, autodeterminando un modello di femminilità presumo opposto. Giusto. Allora ne faremo una scelta di campo, comunque vada: magre contro grasse. No assolutamente no. Per quanto mi riguarda non mi sognerei mai di dire a una donna molto rotonda: oh mamma quanto sei grassa. Qualora Marie Claire mettesse in copertina una donna giunonica dovremmo insorgere in epiteti vari ed eventuali? Sarebbe quella l’idea esatta che accontenta tutti, non diseducativa, non pericolosa? Sei sicura? Perché credi davvero che ci si ammali di anoressia imitando le modelle? No mia cara, ho sofferto di anoressia a lungo. Ho smesso di mangiare per ragioni che ancora ritengo sconosciute, non volevo imitare nessuno, non mi aveva contagiato l’idea disgustosa di cui sopra. Penso peraltro che la scelta estetica abbia un movente preciso: un paesaggio suggestivo e forse esistenzialista, quasi gotico a guardar bene. Un paesaggio diafano. Discutibile, può darsi, certo.

Ad ogni modo: ho frequentato un centro per la cura dei disturbi alimentari, incontrato altre donne a esempio di quell’idea disgustosa, nessuna di loro si era ammalata per emulazione. Anche questa è una balla. Esci da questa grande balla. Una donna in carne in copertina non indurrebbe alla bulimia o anzi all’obesità, stanne certa. Davvero credi che funzioni così? Poi sai, nessuna è scema, sappiamo benissimo cosa può piacere in linea di massima agli uomini, le donne appendiabito sono le meno gettonate, se può consolarti. Hai presente quelle commedie all’italiana con la Fenech? Dovevamo denunciarle per un uso offensivo del corpo femminile per dirla con l’immanente perifrasi della Zanardo? Quelle commedie oggi sono un cult. Noi donne-stecchetto-appendiabito ce ne siamo fatte una ragione. Durante la mia giovinezza, la magrezza è stata causa di un grande disagio, i modelli estetici non c’entravano un accidenti, non arrivavo a 42 chili. Stavo male. Ne ho sofferto. Non solo moralmente. Avevo subìto il prolasso di alcuni organi interni, l’intestino tra questi. Avevo sempre freddo. I piedi grandissimi, le gambe da stambecco. Una testa enorme, piena di ricci, su un collo da giraffa.

Oggi mi accetto come sono. Sorrido a chi continua a dirmi quasi con indignazione: ma quanto sei secca, figlia mia? Non ho mai risposto: oh che gambone flaccide hai, figlia mia, sembri un tank israeliano. No. Un rispetto monodirezionale a dire il vero. Penso che tu abbia sbagliato aggettivo. Disgustosa.

A presto, mia cara.

nel romanzo che verrà

I miei anni di ragazza. Ne parlerò, non di me. No, parlerò dei compagni della valle, malgrado ne abbia in parte già raccontato in Christiane deve morire (Gaffi, nda). Quella valle non esiste, non era neanche la periferia, non era neanche Mazzarruna. Era una condizione dello spirito. Il silenzio. Il deserto. Gli altri, giovanissimi, cadevano uno per uno. Regolare era vedere uno fatto di ero. Ti vomitava accanto bava bianca, noi ragazzine perbene eravamo distratte e consapevoli, ce ne fottevamo in poche parole. vent'anniEppure quel tempo vorrei dimenticarlo. Le mattine al Sert con quel tale eroinomane. Io ero una ragazzina perbene, mai toccato una pasticca, solo qualche canna senza troppi entusiasmi. Amavo leggere, usavo parole troppo lunghe, secondo quell’idiota che aveva tentato di ammazzarsi con un grammo di roba. Io lo accompagnavo, vegliavo sul vampiro, guardandolo con pietà, pensando fosse un cadavere. In fila davanti la porta del Sert  aspettava un genere umano spaventoso. Avevano quasi tutti le mani, le braccia gonfie, il viso butterato, le palpebre pesanti. Utilizzavano il linguaggio dei tossici. Era morte tutto intorno. Ma io ero viva. Il tizio aspettava, bisognava fargli i conti in tasca tutte le volte e tutte le volte i soldi in tasca corrispondevano esattamente al costo di un quartino. Quando invece penso a Massimo mi coglie uno strano brivido. Ero innamorata forse. Non lo consideravo un verme. Si faceva, cioè si bucava, ma era un altro paesaggio, non so come dire. La sua dipendenza era nobile, malinconica, aveva una Renault quattro bianca. In macchina ascoltavamo Tracy Chapman o gli Smiths. Un capodanno poi ci siamo dati un bacio, l’unico.

vendicarsi senza merito senza gloria

Sono passati mesi, realizzo con difficoltà: come ho potuto permettere a un fantasma di provocarmi tanto dolore?vera5 Oggi capisco che il mio dolore non era per Skorobogatov, che non conosco nemmeno, del quale non saprei ricordare il viso, mai visto nella realtà. Mi sono inventata un uomo, me ne sono innamorata. Oggi mi faccio i complimenti: brava, i tuoi personaggi sembrano veri, tanto che poi finisci per amarli. Tuttavia avevo ancora qualcosa da dire a Skorobogatov, non puoi mettermi a tacere così, spegnermi con il tuo mouse a portata di viltà. No, io esisto. Così malgrado di questo tale non mi importi un accidenti, lo ricontatto con un falso profilo, lui ovviamente ci casca, gli scrivo: patetic man, little russian man. Lo saluto. Cancello il profilo o forse cancella lui per primo. Non mi riguarda più. E adesso sto meglio. Gli ho fatto credere di essere una certa Angela, traduttrice olandese, translator. Oh, poveretto. Hi. Ha risposto con il suo generoso punto esclamativo. Sarà impallidito quando alla fine ha capito chi fossi, perché mi sono presentata: your big fan, VERONICA. Che tristezza, in fondo, ridimensionare questa grossa balla. Ma era una balla. Nel frattempo, la mia terapia finirà, questione dell’ultimo mese penso, smetterò con i farmaci. Peraltro non sono migliore o peggiore di prima, sono lucida come prima, o triste come prima, o arrabbiata. Cosa hanno regolato dunque?

Mazzarrona

(…)Mi ritrovo di colpo nelle case di amianto, con Massimo. E Massimo si faceva di eroina, oltre le palizzate, nelle case di amianto, sopra il colle di eternit, emergeva dal trip, con un respiro fioco, un rantolo, il pugno stretto, la siringa sporca di sangue alzata come una spada sguainata. Poi aveva ancora il laccio stretto, la vena del collo la vedevo pulsare. Ansava lungo strade che erano isbe, canaloni di fogna, la Mazzarruna. Massimo, delle case di amianto, degli archi di periferia, dei tossici sopra motorette con la marmitta bucata e io sto lì ancora. Ma ero io ad averlo scelto, io io, nessun’altro. mareForse lo avevo amato, Massimo, come si può a vent’anni, come si conviene ad un’età, e lui aveva provato a corrispondere, come aveva potuto, con i suoi scarni avambracci solcati da piste, col suo costato fragile e i tremori della rota. Massimo era oltre, sì, lo vedevo lì sul colle di lamiera, lanciava sassi verso il ruscello putrido, la pozza di fogna scorreva sotto casa, il suo palazzo falanstero. Niente a senso, scriveva un writer. Qualcuno doveva aggiungere la consonante aspirata, dannazione. Massimo avrebbe espiato. Io fumavo Marlboro e lo guardavo ammirata, seduta su una vecchia motoape. Un tizio spacciava del fumo ai ragazzini che aspettavano, erano tutti figli di ambulanti. Poi lo baciai, il suo sapore era di metallo, era l’eroina.

La piazza era un luogo di automi. I compagni si facevano tutti, li avevo scelti io. I pomeriggi, con Romina, sedevamo sotto gli archi e aspettavamo che il silenzio ottuso della periferia ci consumasse, ad una certa ora il silenzio era la ragione di traffici di ogni tipo. Non mi turbavo alla vista di una ragazzina addormentata ai piedi di un albero secco, misero, al centro della piazza. Dormiva del suo sonno di eroina, non aveva quattordici anni, e già tremava nella rota e aspettava il tipo all’ora precisa. Oppure la mattina oziavamo al bar, quartier generale dei tossici irriducibili, quelli che sapevamo morti all’incirca, non erano dandy, li immaginavamo peggiori di altri perché vestivano come taluni rocker duri che guardavamo in tv. In piazza andavano le ragazze rovinate, le chiamavamo proprio così “quelle rovinate”. C’era Cetty, che tentava spesso il suicidio ma andava in giro vestita come una dea; c’era Stefy, bruttina, ma ricca da fare schifo, gli abiti di Moschino, il trucco perfetto e sempre avanti rispetto alle altre. Rovinata, era rovinata. Capitava di inciamparvi tra un sentiero e l’altro, nel cuore della piazza. Stefy ne è uscita. Cetty, ho già detto, è morta, ma di cancro. E’ stata la mia adolescenza. Cosa dovevo fare? Potevo mettermi tranquilla, ecco tutto. Dovevo bruciare quel diario maledetto, il diario di Christiane F., le sue didascaliche indicazioni verso la negazione, una noiosa incalzante esortazione al disagio. Avrei dovuto suonare il piano, ho le mani giuste, sapete.

Copyright © Veronica Tomassini.