Monthly Archives: October 2016

Parente: il destino di un troll

Su Massimiliano Parente gli aggettivi usati in appena ventiquattrore testimoniano una corale certezza, oltre il cattivismo spinto, c’è una montagna di cacca. “Coglione” è l’aggettivazione con cui lo scrittore è stato premiato dal web. Oramai è un coglione per tutti. Lo scrittore che aveva professato la disciplina della provocazione, rotolandosi sul fango che lui stesso produceva, come la bava filacciosa delle lumache, ora è soltanto – per il web – e anche fuori (oggi l’elenco di webeti sulle pagine de Il Fatto Quotidiano non trascura senz’altro il suo nome), benché non è che la gente lo conosca o lo abbia mai amato o odiato a furor di popolo – dicevo ora è soltanto un coglione. Il nuovo hashtag dovrebbe implementare la specifica designazione.  Leggendo alcuni commenti o tweet, più di qualcuno si chiedeva chi fosse “sto scemo“, quello dello scanzonato post dedicato al crollo delle chiese, “però è divertente” scriveva l’autore appena ieri mattina.parente-2

Per Parente sarà stata l’ennesima prova di superiorità blasfema da sollevare sul mondo, sul resto delle cose, sopra cui la sua sfrontata intelligenza avrebbe partorito porcate su porcate che certamente tra i suoi zelanti follower c’è chi avrebbe chiamato: genialità. Peccato, finire in un destino da troll. Sic et sempliciter. Un troll piccolo piccolo. Il suo amico Sallusti scrive di questo collaboratore (de Il Giornale, nda) finito negli abissi della stupidità. Cioè il suo direttore, costretto ad ammetterlo pubblicamente. E Feltri, poraccio, lui deve alzare le spalle, ha scritto un libro con  il piccolo troll, “Il vero cafone”, era profetico? Ora il suo nome è accanto a quello di Parente in copertina: se lo deve tenere. Mentre il mondo, sopra cui ergeva la sua superiore bestemmia, lo chiamava all’unisono: coglione. Feltri deve mantenere similmente la sua eco di provocatore stavolta con mille misure da adottare, a scanso di equivoci preferirebbe evitare – immagino – di rovinare in un battito di ciglia  nel medesimo destino. merdaA nessuno piace essere chiamato coglione, posso capire. Il destino dei cattivi forever finisce di solito in prove altissime di stupidità, chiedi a Guia Soncini – Parente – messi insieme diventereste un reagente chimico, potreste trasformarvi in pecorelle, di colpo, chi può dirlo, e quello sarebbe un bel giorno. Magari ci stiamo perdendo un grande scrittore? I tuoi, Parente, sono memorabili capolavori? E noi  qui a discettare su quanti “coglione” hai rimediato in un giorno? Non è poi così divertente: non credi?

Goro e le liste dei non salvati (da Il fatto Q.)

Noi non salviamo nessuno. Non abbiamo salvato nessuno se non obiettando. Non riusciamo a salvare i poveri che ci sono caduti in braccio o ci sono sgusciati dalle mani come pesci nel canale senza esprimere un “però” di sussiego. Non ci sarà una giornata della memoria per ricordare che abbiamo liberato tutti. Non abbiamo liberato nessuno.  Cosa avremmo fatto noi davanti allo sterminio, un tempo? Quanti ebrei avremmo nascosto, protetto? Saremmo diventati tutti repubblichini. Non chiediamocelo più. Ma qui non si tratta nemmeno delle colpe dei padri, di residui da fascio che gravano sulle rovine di qualcosa, non c’è colpa e solitudine che diventa valore se non riscatto. La nostra viltà è priva di contenuto, degna di una demenza indottrinata da noiosissime strategie politiche. O da titoloni irresponsabili che fischiano a bradi maldestri (…).

Leggi l’originale per intero uscito il 27 ottobre 2016 sulle pagine de Il Fatto Quotidiano.

Quiggiù il link:

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/abbiamo-i-lager-non-i-liberatori/

lui sarebbe corso da me

Erano tornate le giostre. E noi eravamo tornati bambini ovviamente. Romina era molto eccitata, aveva visto gli operai montare la grande ruota nella piazza di fronte la chiesa del rione. Mi fece promettere che ci saremmo salite entrambe. Massimo ci guardava attraverso il fumo della marlboro, socchiudendo appena gli occhi, sembrava sorridesse, una volta tanto. Era un miracolo che lo facesse, sorridere, guardare qualcuno veramente. Andammo il pomeriggio, il mio trucco gotico mi faceva cupa e simile a un mascherone. Romina rideva come una matta. Ero offesa. <Hai esagerato un pochino, non pensi?>. E rideva. Vestivamo con assurde stoffe di pizzo, i soliti jeans cuciti addosso, stivaletti con la punta, moda dettata dall’exploit di Madonna. Cantavamo Like a Virgin e le canzoni di Eros Ramazzotti perché parlavano di una qualche specie di amore che andava bene per noi. Ogni volta che cantavo Eros pensavo a Massimo, a riconciliazioni drammatiche, lui sarebbe corso da me, finalmente consapevole del nostro sentimento. Massimo non correva quasi mai, avanzava lento, piegato, così magro, le sue vertebre sotto la pelle trasparente il giorno in cui lo vidi nudo mi fecero tremare. Era sempre la pietà a cagionarmi il sussulto. Una qualche specie di pietà.

La ruota girava, nel quartiere la gente sostava davanti le bancarelle di caramelle. Era novembre. C’era il caos che odiavo, l’umanità barbara che non trovava armonia ordine in quella vita gettata sulle cose, priva di senso. Romina mi trascinava da un lato all’altro, Massimo ci seguiva da lontano, ma aspettava qualcuno, ingannava l’attesa venendoci dietro. Eravamo vestite di nero. Erano gli anni in cui il nero era una divisa.  Massimo guardava me, mi voltai, e lui guardava me. Gli corsi incontro. Romina mi seguiva con lo sguardo un po’ urtata. Corsi da Massimo lo abbracciai, così forte che il suo piccolo costato sembrò franare dentro il mio amore. Ma io lo amavo?

Romina guardava la cima della creatura rotante, le brillavano gli occhi per la meraviglia. I fuochi esplodevano in cielo. Qualcosa sarebbe successo veramente? Un giorno, sarebbe successo?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

“Non devi dire la verità”

Addosso alla Tomassini
“Non devi dire la verità”

 

di Nicola Adragna

Strano caso quello capitato a Veronica Tomassini, scrittrice molto prima che giornalista: ha messo il dito sulla piaga e si è fatta male lei. Ancora più strano perché l’impietoso quadro che la Tomassini ha tracciato di Siracusa sul “Fatto quotidiano” non è che l’ultimo sguardo sulla città – la sua peraltro –  dopo i libri e i tanti interventi che ha scritto, tutti rivolti a deprecare, meglio: a denunciare, lo stato di maliscenza in cui versa oggi la Siracusa prigioniera e preda della sua peggiore stagione. Le si sono rivoltati contro i siracusani benpensanti (artefici addirittura di una petizione indirizzata a Travaglio, con lo spirito di un tempo quando i loro antenati si accomunavano per denunciare al re il governatore) e gelosi di un’immagine edificante che continuano a custodire come chi tiene il parente morto nell’armadio: impassibili di fronte agli scandali che stanno travolgendo la vita politica, alla miserabile vita delle sue periferie così scollate e distanti, al crollo della qualità della vita, persino indifferenti all’atto di barbarie nei confronti di un vecchietto solitario bruciato vivo da altri siracusani, ma indignati per la verità così brutalmente gridata, quasi offesi e rabbiosi.
La Tomassini avrebbe dovuto usare, secondo l’opinione corrente, altre parole che non fossero pietre, un linguaggio politicamente corretto per esempio, per via di understatements e litoti, eufemismi e antifrasi. Avrebbe dovuto essere più giornalista, dando quindi notizie circa sviluppi della scellerata aggressione a un uomo solo, descrivendo Grottasanta e Mazzarona con il mezzo della ricognizione obiettiva. Invece ha voluto qualificare il proprio sguardo, caricandolo di un tono letterario che è apparso tanto soggettivo quanto bruciante e perciò inaccettabile. Per questo si è fatta male da sola, costretta poi a medicarsi cercando giustificazioni e dando spiegazioni della propria coscienza e del modo in cui ha visto la propria circostanza e quindi la propria città. Invece di unreportage ha steso un pamphlet e ha messo il proprio coraggio e la faccia in calce a un articolo che non è un servizio né una cronaca e neppure una nota di costume, ma una specie di orazione da cerimoniere funebre attorno alla città ischeletrita e miserabonda. Anziché chiedersi perché Siracusa è arrivata a diventare teatro di un episodio nefasto di assoluta e indicibile inciviltà per poi a uscirne indenne se non indifferente, la coscienza sporca della città alza il dito indice contro chi ha sollevato la questione e ha posto domande con l’atteggiamento di chi parli a voce alta tra rovine e macerie.
Alla scrittrice siracusana, che del ventre di Siracusa si è occupata con testardaggine per anni indagando tra le sue viscere come un aruspice, è toccata la sorte del tragediografo Frinico che Atene multò per avere messo in scena “La presa di Mileto”, una pagina di storia da non ricordare più perché evocatrice di una sventura degli ateniesi rei consapevoli di avere abbandonato la città nelle mani dei Persiani. La colpa della Tomassini, agli occhi dei suoi concittadini più permalosi e orgogliosi, è stata dunque di aver parlato in pubblico di una sventura e non tanto di aver ecceduto nell’uso del nero scrivendo il falso.
mazzarruna-1Di fronte a un atto di disumanità e di ignominia, qual è stato l’aver dato fuoco a una persona indifesa perseguitandola prima nell’indifferenza di tutti e stanandola infine in casa con mezzi propri di un Ku Klux Klan o Boko Aram, chi può stabilire un limite all’espressione di un moto di esecrazione e dolore pubblicamente celebrato? Nel paragone le parole tranchant della Tomassini sono state senz’altro poca cosa, certamente insufficienti a dire tutto l’orrore. Contro il quale né una fiaccolata né una lettera comune, né un manifesto si è visto.  Nè tantomeno un Consiglio comunale aperto o una Giunta addolorata. Il capro espiatorio è diventato chi, uscendo dalla folla muta, si è fatta avanti come in una tragedia greca per dire – letterariamente – che Siracusa, davvero la più bella città del Mediterraneo che dominò – deve trovare il coraggio di guardarsi in faccia e risorgere. Ma c’è chi pensa che i barbari non siano che degli impertinenti e che la colpa sia di chi li veda come mostri. Sappiamo com’è finita all’antica Roma. Ora è il turno della moderna Siracusa?

L’originale qui: http://www.eccellente.org/addosso-a-veronica-tomassini-non-deve-dire-la-verita/

L’amore vero

Io e Romina sedevamo sui gradini del porticato. Il mare era immobile. Era un pomeriggio di ottobre. Massimo discuteva con Cetty, storie di roba, di soldi, di impicci. Guardavo Massimo scoprendomi commossa dalla sua magrezza, dalla spada che vibrava sulla sua schiena scarnificata. Sapevo che un giorno non lo avrei visto più, che sarebbe finito come gli altri tossici di Mazzarruna. Sarebbe finito sotto terra ed era inutile che lo amassi. Lui sembrò rispondermi, voltandosi mi sorrise appena, con i pochi denti. Era così giovane. Lo eravamo. Eppure sarebbe finito tutto in quel cimitero di case franate sulle nostre timide speranze. Ne avevamo ancora qualcuna da giocare sul tavolo dell’azzardo. Avrei scommesso di uscire un giorno da lì. Lo dissi a Romina, Romina fumava e non mi dava retta, fissava un punto, persa dietro a solide preoccupazioni. <>, la chiamai, lei spense la cicca e si alzò, scrollandosi la polvere dai pantaloni. Le dissi: andremo via di qui. Lei mi guardò, stavolta fissava me e solo me, poi cambiò sguardo, diventò cupa e immobile come quel mare di ottobre. <>. Urlò e andò via, entrò nella bocca fradicia dell’androne del condominio popolare, la radiolina accesa al primo piano suonava la canzonetta pop napoletana, squallido pop melodico. Nella sacca tenevo un nuovo romanzo, dovevo  leggerlo a Cetty perché le era piaciuto il giorno in cui, in baracca, le lessi le righe di Buzzati, Un amore. Avevamo bisogno di parlarne, a Cetty piaceva che le si parlasse di amore, ma l’amore vero. L’amore vero: era ancora una speranza giocata sul tavolo dell’azzardo. Tu ci credi? mi chiese Cetty, quel giorno in baracca. mazzarruna-1

Ho detto:.

Così presi il libro dalla sacca, era il romanzo di Evan Hunter, Il seme della violenza, presi una pagina qualsiasi. Mi alzai, sotto il porticato, lessi a voce alta: <<(…)Pareva uno che guardasse la corrente di un fiume dall’alto di una roccia>>. Ehi, gridai. Massimo si girò di nuovo, ma era preso dai suoi impicci, Cetty scalciava pietroline con le sue ballerine lucide. Era arrabbiata, non si voltò nemmeno. Massimo riprese a discutere, curvo. Era inutile che l’amassi. E non mi pentivo lo stesso. Ma sarei andata via, ogni giorno finiva con la medesima promessa: andrò via da qui. Le promesse, si sa, sono fatte per non essere mantenute.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

I ragazzini morti di Siracusa (da Il Fatto Quotidiano)

Il male si è compiuto in un deserto. Solo a guardarlo sembra che ogni possibilità smarrisca la prestanza, che nulla accadrà mai. E’ un confine di Siracusa, ma la città non esiste in realtà se non nella proiezione fasulla di alcune vie del centro storico, tutto il resto è uno spregio cementizio, senza ordine, pudore, bellezza. Il caos è la periferia, è una specie di albume che rastrella gli inetti, i criminali, i barbari, perché diventassero orde da indottrinare, sacche di demenza o all’occorrenza di voti; il tempio dell’illegalità si concentra intorno alla periferia, il luogo dove convulsa e disordinata si perde la geometria urbana che alterna fogne a cielo aperto, condomini popolari, rupi e steppe di cardi. Sono zone di spaccio o di nulla. Condomini simili a fortini. Torri cadenti. Mondezzai. Lager per una umanità negletta, scura, sporca, più negletta scura sporca delle altre.

 

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Mazzarruna

Ma non è la povertà pedante a nutrire carcasse e non essere umani. In quell’esecuzione feroce e ottusa, mentre il povero vecchio ambulante urlava e bruciava come un tronco, si celebrava la vuotezza e il delirio, esplodeva la rabbia radicata e insulsa, diventata un solco, un neo, un fossile nel gene di generazioni e generazioni. La rabbia  brillava negli occhi dei torturatori. Il vecchio ambulante sopravvissuto a una guerra. E non al male più ignorante esercitato da una banda di ragazzini. Il vecchio ambulante sta per morire. I suoi torturatori sono già morti. Sono nati morti. Non è un’iperbole. I simbolismi in quella periferia di Siracusa dove si è commesso il delitto sono prossimi terribilmente alla vita.  Mazzarruna è il nome generico dove passa tutto, ogni abominio e ogni falanstero.  Loculi senza lucernari. Inavvicinabile, malgrado i propalatori del restyling edilizio gridino alla rinascita, millantando cooperative che a scanso di equivoci sono la pezza nuova nel vestito vecchio. E vorremmo crederci se non fosse il testamento di un fallimento, l’idea di comunità frana rumorosamente entrando a  Mazzarruna e nelle vie che ne autorizzano le infamie, via Italia, Santa Panagia, via Grottasanta.

Zone di allerta, ma non vogliamo fare i demagoghi. Mazzarruna è una iattura. Non c’è riscatto, non c’è salvezza, né preti di frontiera, non oratori che raccolgano fiori nel fango. Centri giovanili. Rimangono schegge periferiche, di bassa criminalità, schegge pasoliniane prive della poesia del dolore. Carcasse. Tutto è fagocitato e risputato a Mazzarruna. Nell’inutilità. Non c’è impegno civile che militi qualcosa di simile all’onestà, alla partecipazione; non abbiamo chi imitare. Siracusa è una città con la vocazione al commissariamento, con una commissione antimafia che indaga sugli illeciti del palazzo (potrebbe restare ab aeterno). La città di gettonopoli. Governa l’ignoranza, non solo intesa nel senso di preparazione (prescolare?). Una cafonaggine generale, è la definizione più giusta. Governati dalla cafonaggine (o dell’inestetica della cura). Cafonaggine da parvenu.

Quindi i ragazzini sono automi in certi luoghi mortali, come Mazzarruna, dove alle spalle viene consumato il delitto, un vecchio brucia nel riso disarticolato di imberbi, di automi.  I ragazzini morti di Siracusa, li chiamano bulli. Ma sono morti.

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione lunedì 10 ottobre 2016

e qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/siracusa-il-rogo-e-quei-ragazzini-che-chiamano-bulli-ma-sono-morti/