L’avvocato dei poveri

Tratto da “La città racconta”, Emanuele Romeo Editore, 2008.

<<Questa è una storia grandiosa.

Tutto è cominciato a novembre. Un volo diretto da Casablanca. Chtia Anas ha cinque mesi e sta per morire. Azziz, il sarto di borgata, aspetta la sorella e il cognato, di Azziz ne parlammo a suo tempo, è preoccupato davvero, quel bambino, Chtia, è un dono del cielo, malato di una sindrome misteriosa. Ma in questa storia gli alfieri sono tanti. Per chi crede, sono tanti gli strumenti che il Buon Dio utilizzò per salvare la sua creatura. Li prese tutti per i capelli, li scelse con ponderatezza, “eccone uno, eccone un altro”. Bussò alla porta di un avvocato, tanto abile quanto idealista, non fu il caso, badate. L’avvocato si chiama Franco Greco, tenete a mente il nome. Non fu un caso perché in quello studio  ci siamo stati parecchie volte e non è uno studio d’avvocato e basta; affatto, è un luogo di pellegrinaggio, la casa del mendicante.

Oh, non amiamo la retorica, tuttavia serve, signori, adesso, per raccontare la verità. Il Buon Dio bussò alla porta di un avvocato di razza, estremamente malleabile alla Misericordia, suo malgrado, nel suo commovente agnosticismo. L’avvocato ha una commissione da eseguire, deve vedere Azziz, sì in quel preciso giorno di novembre, ha una giacca da sistemare, un orlo, una banalità del genere. Sicché mentre il Buon Dio auscultava i battiti del bambino, accarezzava le vertebre di ogni suo alfiere.

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Franco Greco

La sartoria di Azziz è a un tiro di schioppo. Da Azziz c’è la famiglia del Magreb. Il piccolo Chtia è avvolto in una coperta colorata, da cui spuntano manine esitanti e piedini inermi. E’ una strana atmosfera, la sartoria sembra più cupa che mai. Franco Greco entra proprio allora. Azziz è un amico, informa l’avvocato della sorte di Chtia. Chtia ha una malattia sconosciuta. Chtia sta morendo. L’avvocato non smette di fissare il bambino. Lui che di figli ne avrebbe voluti dieci venti, e invece la sua vita ha preso una strada e i suoi figli sono diventati il mondo. Il suo studio è un pretesto, ogni volta un uomo senza patria, un uomo senza nome, al quale hanno sottratto l’orgoglio e l’onore, chiede pietà, stende la mano, è una fatica rifiutare, e non lo fa, no, non lo ha ancora fatto, rifiutarsi, ovvio. Franco Greco compone un numero, ha in mente un medico, potrebbe occuparsi di Chtia.

Gli alfieri sono tanti in questa storia, dicevamo. Quest’altro si chiama Corrado Burlò.

L’intervento è rapido, non si perde tempo. Burlò formula la sua diagnosi: sospetta malattia metabolica. Prima consultazione e breve degenza all’Umberto Primo poi il Policlinico di Catania, Unità Operativa di Neurochirurgia diretta dal luminare Vincenzo Albanese.

Data del ricovero: 23 novembre.

Nome del paziente: Chtia Anas, di mesi cinque.

Diagnosi: sospetta sindrome di Terson Bilaterale. Chtia ha gli occhietti vispi, ma non vede quasi più.

Lo stesso giorno l’intervento delicato, lo stesso giorno il decorso regolare, la speranza. Finché arriva la certezza, la vita torna a prendersi cura di Chtia, Chtia è vivo, è salvo. Il Buon Dio sorridente torna ai suoi altari. Gli alfieri sono liberi adesso. L’avvocato alle prese con l’orlo di una manica che Azziz imbastirà velocemente come sempre; Burlò ai suoi pazienti con il consueto scrupolo. Vincenzo Albanese al suo entourage. Fatta.

Ci fu un volo da Casablanca che da lassù la Misericordia ha seguito con attenzione, un tratto di strada da uno studio d’avvocato a una sartoria; un pomeriggio di novembre in un gabinetto medico di Siracusa.

Per chi crede, abbiamo raccontato un miracolo, abbiamo avuto il privilegio di incontrare le trame di un Progetto invisibile, e abbiamo la contezza che siamo nulla e siamo tutto, ogni giorno, con la pioggia o con il sole.

Abbiamo chiesto udienza all’avvocato, volevamo informarlo che Chtia oggi avrà un nome ancora, Chtia Francesco del Magreb. L’avvocato sta ricevendo, ci dicono. Ci sono i soliti poveracci, sull’uscio, che verseranno le solite lacrime sul palmo della mano di un avvocato di razza.

Il Buon Dio ha ordinato ogni cosa, rimesso a posto i suoi alfieri, la vita alla vita. Questa è una storia di salvezza>>.

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come bestioline

Romina vestiva di nero come me. Gonne lunghe, anfibi, maglioni grezzi. Nere. I nostri capelli lunghi e gonfi prendevano volume verso l’alto. Eravamo abili con un buon pettine a realizzare l’acconciatura che era molto simile a un albero con fronde voluminose. Il rossetto era viola. L’immagine da restituire non doveva consolare. Era un’altra maniera di provocare l’immobilità delle cose, in realtà abitate da un dinamismo perpetuo che a noi però sfuggiva. Il bagarino ci attendeva all’entrata della discoteca. Rimediammo i biglietti. Massimo aveva preso la sua Renault. Aveva indossato una giacca di panno blu, i pantaloni a coste. Si distingueva in mezzo agli imberbi del liceo. Lui era già un uomo, malgrado la sua pelle tenera e bianca, aveva lo sguardo di chi sapeva, aveva visto, di chi conosceva alcuni segreti e anche le donne. Il bagarino ci diede i biglietti. Romina sorrise, poi riprese l’espressione da dura che soleva indossare come una divisa, la nostra era scura, con gli anfibi ai piedi e tutto sommato una specie di broncio. Scendemmo le scale, superata la sicurezza, la selezione in coda, passammo senza problemi, anche se eravamo ospiti estranei, eccetto me in quanto liceale. Ma nell’insieme eravamo distonici. Le ragazze del liceo indossavano prevedibilmente i colori della stagione, gli abitini alla moda, le scarpe da ragazze. vvv1Non le avrei potute avere mai, le loro prerogative e nemmeno i loro abitini, quegli stessi che ammiravo dinanzi le vetrine dei negozi del centro. Pensavo a mio padre, che lavorava in fabbrica. Che potevo chiedere di più a quell’uomo? Dovevamo arrangiarci. Non c’era altro da fare, come bestioline. Dentro o fuori. Riuscirci o arrendersi. Ma anche arrendersi era un’illusione. Arrendersi verso dove, in quale direzione, sotto quale ombra? Le stronze giulive ridacchiavano accanto al bancone del bar, bevevano whisky e coca cola e ridevano, lasciandosi ammirare. La musica dance faceva schifo. Massimo fumava ed era bellissimo. Jeremy Irons. Già. Gli somigliava nel suo metodo british di muoversi. Era facile innamorarsi di Massimo. Con Romina giravamo in pista, guardando con altezzosità  quelli che consideravamo i mocciosi della scuola. Ragazzini. Romina attraversava la calca, spingendo ogni ostacolo che incontrava con arroganza. Aveva bevuto prima di entrare e diventava aggressiva, più che altro propensa alla lite. La seguivo aspettandomi qualsiasi cosa, la sicurezza che ci sbattesse fuori o una rissa davanti al bagno delle ragazze. O perdermi Massimo, nella confusione. Erano anni inutili, saziavano una fame sbagliata. Tutto eccedeva. Non era la povertà o il suo contrario a svuotarli di senso. Erano anni senza anima. Il massimo a cui aspirare era l’Alfa 33 di Cetty. Aspirare a farsi mantenere da un cornuto qualsiasi, diventare una entrainuse. Farcela. Male ma farcela. Guadagnare, esibire uno status normale e perciò edificante. Un impiego da segretaria in uno studio edile. Così da potersi mantenere una casa, con le tende alle finestre e i mobili acquistati a rate in un emporio di arredamento dozzinale. Erano gli anni in cui il dovere era la dozzinalità o l’esosità cafona, comunque andasse. Romina si sarebbe sposata a maggio, salvo cambiamento d’umore. Mandava al diavolo facilmente gli uomini che le giravano intorno. Nessuno era alla sua altezza. Ci sedemmo nelle poltroncine del privé, Romina beveva ancora, rum. Io ero fuori per una paio di Negroni. La solita stupida palla di luce psichedelica al centro della pista mi ricordava il vuoto da cui fuggivo che non avrei riempito mai. Speravo soltanto di potere andar via prima possibile senza Gloria Gaynor nelle orecchie. Era il ballo di primavera, il ballo delle ragazze. Faceva schifo, ecco tutto. Non esisteva primavera possibile per certi di noi. La primavera con i suoi suoni dolci, i mandorli fioriti. Romina sparì con uno dell’ultimo anno, uno carino della scuola. Massimo mi raggiunse. Sedemmo assieme. Ci baciammo. Era l’ebbrezza che si svolgeva di colpo. Capite, è l’amore. L’amore fa questo. Le mani di Massimo si infilavano sotto la gonna, ovunque. Dalla consolle la musica volgeva meglio, era Paul Mc Cartney. Il ballo di primavera.

(continua)

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il ballo di primavera

Scendevo per la china del colle. Cercavo Massimo. Avevamo progettato con Romina di uscire insieme la sera stessa per il ballo di primavera dei liceali. Non era difficile trovare un paio di biglietti da un bagarino. Ne avremmo rimediati senz’altro. Il ballo di primavera era un’ottima occasione per indossare abitini leggeri e colorati. Ed erano incantevoli le ragazze con i loro vestitini leggeri. I giovanotti del liceo erano al solito goffi perlopiù, insaccati in jeans alla moda e camicie che non abbottonavano al collo. Massimo invece aveva un atteggiamento controllato, un’eleganza molto inglese, mi ricordava abbastanza il fascino scavato di Jeremy Irons. Massimo era alle baracche. Era vestito di bianco. I capelli bruni lucidi, la sua pelle delicata, il suo pallore. Oh Massimo. Mentre attraversavo velocemente i sentieri della campagna, sentivo assalirmi di nuovo la passione mista a pietà per quel ragazzo che indovinavo malinconico e disperato nella sua attesa quotidiana. L’unica fedeltà a cui aveva giurato costanza, severità. Non smetteva di aspettare qualcosa che era fuori da me e dagli umani. Era l’eroina il suo assillo. Ognuno con il suo. Non ero meno patologica. Non ero libera dalle dipendenze. La mia dalla tristezza era fine a se stessa. Ma non importava, non in quel momento in cui correvo verso la meta, lui, alle baracche. Mi sarei gettata nel suo abbraccio esitante, la mia vita che esondava nella sua più discreta, guardinga. E ne rimaneva sorpreso, la sorpresa era sempre un passaggio prima della diffidenza e del drammatico abbandono, a me, al nostro amore di adolescenti. Aveva le mani in tasca, poi mosse lo sguardo nella mia direzione. Lo raggiunsi e lo abbracciai con una contentezza nuova, come se fossimo nati entrambi allora, scoperti allora al mondo nuovo e innocuo. Lui mi lasciò fare, strinse appena i miei fianchi. Aveva addosso la sua dose, l’eroina era in circolo. Aspettava ma senza smania. Potevo parlargli e immaginarmi una seppur minima attenzione. Cetty usciva dalle baracche con un tizio. Aveva un tailleur bruno vinaccio, era senza calze, aveva i polpacci graffiati e le ballerine nere lucide consumate in punta. Era struccata e stravolta. Era bellissima. Ma Cetty si sarebbe salvata. vvvvv

Massimo sarebbe venuto al ballo. Ok, disse, verrò. Sapevo già a chi chiedere, da quale bagarino comprare i biglietti. Massimo ora guardava per terra. In realtà guardava me, era il suo modo di starmi a sentire, non guardarmi, guardare i piedi, la terra, le siringhe conficcate sul terreno. Tutto tranne me. Mi piaceva interrompere la sua anomala timidezza, con domande sciocche, petulanti, da ragazzina innamorata: “Dimmi, di che colore sono i miei occhi?”. Lui allora spostava lo sguardo, fissandomi il volto, non so dove, forse le guance, la bocca, poi gli occhi. Ed era stralunato, piccino, era piccino così come lo chiamavano nella valle di Mazzarrona: u picciriddu.

Allora rispondeva: oggi sono verdi, a volte sembrano gialli, con strisce un po’ rosse intorno. E quella volta rispose veramente. E io tacqui. Commossa fino alle lacrime, che combattevo nemiche e stupide. Non volevo commuovermi più per Massimo. Irragionevole ragazzina. Massimo però mi perdonava tutto, come faceva Ilaria. E anche Romina capiva tutto di me. “Sai Massimo” dissi, “il ballo di primavera è il ballo che aspettano tutte le ragazze del liceo, tutte le ragazze del mondo”. Ridevo. Anche lui. Poi  gli misi una mano sulla guancia sciupata. La pelle morbida e calda. Lui poggiò la sua mano sopra la mia. Gli promisi: non ci lasceremo mai.

(continua)

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come figli della lupa

Correvo raggiante verso la punta oltre la baia. Il litorale argilloso era arroventato dalla luce. Romina era dietro, non aveva il mio fiato, non riusciva a raggiungermi. Ridevamo. Dai, scema, corri, le urlavo. Lei era dietro. Arrivammo sulla punta della rocca, superata la ferrovia, e ci stendemmo sulla campagna, libere e scomposte, prendendoci con arroganza ogni forma d’anarchia che Mazzarrona restituiva in cambio, come figli della lupa, vigorosi e innocenti. Respiravamo forte, per riprenderci da quella corsa folle, eravamo di nuovo bambine, a noi piaceva. Era la giovinezza, era la libertà. Romina non avrebbe lavorato quel giorno nel sozzo bar di periferia. Dava da bere ai vecchi ubriaconi del quartiere, insolenti, con molte voglie da soddisfare e la passione per le ragazzine. Romina li teneva a bada. L’ammiravo, la forza, la fermezza più che altro. No era no, per Romina. Per me no era una vaga declinazione di dubitativi, uno dietro l’altro. Romina doveva sposarsi, doveva, già. A un certo punto stai con uno, un buzzurro, un ignorante, e te lo devi sposare. Sua madre alla sua età era incinta. Toccava a Romina. Romina non aveva nessuna intenzione di fare figli. Sposarsi al buzzurro, sì. Ma non ne era sicura.

“Mi sposo e me ne vado da qui” confidò, stesa sulla terra, il suo viso bruno abbacinato dal sole. A Torino, trovavano un lavoro a Torino, ma certo, in fabbrica o ovunque occorresse. “Non mi importa di aspettare quello giusto. Quello giusto è uno che ci sta con te, ti dà una mano, vuole una famiglia”. Diventai triste, d’un tratto, immaginando la separazione, il volgersi delle cose inesorabile. Non sapevo che l’avvicendarsi noioso del volgersi delle cose inesorabile era una delle virtù della vita stessa e avrebbe indotto persino i più affezionati ad abituarsi a tutto, finanche al disamore. Ci saremmo abituate a tutto, dimenticando, con un gran vuoto ad attendere qualcosa che potesse ingenerare nostalgia, assenza, mancanza. E non sapere cosa, non avere chi rimpiangere o aspettare. Essere lì e basta. Senza ricordi o con una memoria pigra che non doleva più. “Non andartene”, la supplicai. “Cosa faccio io?”. Romina diede in una risata breve amara. “Sei una bambina. Tu hai cosa fare. Torna  a scuola intanto, non fare la scema”. Sedemmo l’una accanto all’altra, sotto il sole accecante di mezzogiorno. Guardavamo lo splendore, l’azzurro del mare, le onde crespe che parevano mordersi, in volute violacee e riemergendo alla luce in prospettive di blu più intensi. C’era l’aria leggera che non seppi più intercettare, oltre quel tempo. Ritrovai forse un profumo, ma non la stessa aria tenue di quei giorni.

mare

La baia

Da lontano, arrivava la caciara del mercato, l’odore di brace. Le voci di donne, mischiate ai pianti o agli schiamazzi dei bambini. Ed era desolazione. L’abbrutimento che mi scuoteva da parte a parte, come il vento di scirocco d’estate che scuoteva i paramenti delle baracche. Lo scuotimento in quella terra famelica aveva un suono arcaico, tenebroso, malgrado la luce accecasse il nostro sguardo attraversato da un timore furtivo e veloce. Ma io e Romina nella cima della roccia, oltre la ferrovia, distanti da giorni mediocri, eravamo deste abbastanza, capaci di sentire qualcosa, l’adrenalina, il desiderio di qualcosa di indecifrabile. La grande attesa. Ecco cosa ci teneva deste. Accesi la sigaretta. Mi colse la pace. Era – in quel momento esatto – tutto perfetto, irresoluto e perfetto.

bye bye man

In cortile le ragazze urlavano e ridevano, acclamavano una star. Era solo il manzo della scuola con la sua coppa da finalista rimediata nella staffetta acquatica. Era proprio il manzo della scuola. Ridevo anch’io. Ilaria era febbricitante, tanto era l’emozione cagionata da quell’impresa, dal suo belloccio baluardo. Sapeva che ero tornata alle case senza avvertirla. Per qualche giorno rimase sulle sue, offesa ma non superba. Mite come sempre. Poi mi perdonò, era facile perdonarsi. Eravamo amiche. Il manzo della scuola non guardava nessuna, soltanto sé stesso, in una proiezione egolatra, e la sua coppa. Poi sparì oltre l’ambiente della palestra, su verso le scale, al primo piano, nella sua classe. Bye bye feci con la mano. Lui si girò allora e mi riconobbe tra le ragazze che applaudivano la star. E mi odiò con la crudeltà acerba di quegli anni, stupidi anni di tormenti e sussulti, di ormoni, di rivelazioni innocenti, come guardarsi allo specchio e scoprirsi uno sguardo nuovo, una morbidezza, la turgidità di un seno troppo piccolo ancora. Avevamo la lezione di letteratura italiana.vvvv Ero preparata, ero felice. Il mio caro professore. Avrebbe consegnato i compiti del secondo quadrimestre. Il mio tema aveva affrontato un assunto filosofico. Raccontavo semplicemente i miei dubbi, le domande a cui nessuno poteva dare la risposta che mi aspettavo. L’autodidatta, non amavo la filosofia. Usavo le tracce indicate forse per raccontare di me. Abitudine che non ho mai perso. Non che fossi poi così diversa dal manzo della scuola, la sua egolatria, la sua mania per le coppe da mostrare. La mia coppa era un trofeo di cui vergognarsi all’occorrenza, da trascinare semmai con segreto compiacimento. Un dolore antico, intraducibile. La solitudine e il deserto, una geografia di assenti perlustrati nel medesimo lembo di terra: Mazzarrona. Il caro professore distribuiva i temi, banco per banco, arrivando a me, sorridendo, mi mostrò il 9 scritto con il pennarello rosso. Brava, disse. Allora lo guardai contenta, la brava bambina e il suo caro professore. All’uscita di scuola, mi chiese cosa avessi deciso: “Andrai all’Università, continuerai gli studi?”.

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Le case

Era una domanda che precedeva il mio silenzio, formulata sempre con la stessa ostinata certezza, qualunque cosa avessi fatto, la scrittura si sarebbe messa di traverso, sempre. Tra me e le cose e il resto e gli amori. Avrei dovuto aggiungere naturalmente, con un ragionamento logico e dedicato: mio caro professore, lei lo saprà meglio di me, sarò destinata alla solitudine. L’antico assillo sarà la mia pedante poetica, il riverbero sul mondo, gettato con spregio, resterò sola, e vergognata. Quella strana vergogna che provavo talvolta, con i vestiti sparsi in baracca, e io stesa sul tappeto di mondezza, lo sguardo di Massimo spento, opaco, poi acceso di colpo, mosso dal desiderio, il suo fragile sussulto sul mio corpo. La dolcezza che mi raggiungeva o qualcosa di più potente e primitivo. Piccole morti. Le chiamano così. Il caro professore mi osservava con interesse buono e pazienza. Avrei voluto aggrapparmi alla sua bontà. Stringerlo come un padre, confidargli i timori e piangere ammettendo i timori, sì, e le colpe. Sono così compromessa, e non sa nemmeno quanto. Sono arrivata, ho già visto, ho già sentito, il mare infrangersi, la coppia di amanti, Massimo, le baracche, Stefy. Gli altri. Sono sicura che mi avrebbe capito. Tenendomi le mani alle orecchie, avrebbero taciuto le voci di tutti, i profeti laici, i deregolamentati, sopra le bastite della loro follia. Finché non avrei visto lui, il mio amore, andare via per sempre, rigido sul colle di polvere e ignominia, la luce del sole caduta, franata sul suo tenero corpicino, improvvisamente breve e tenero.

Bye bye. Man.

(continua)

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verso la fine

I giorni si appressavano a finire, si radunavano ai piedi della disfatta. Non era per me, aspettava Massimo. Gli ultimi giorni prima della grande luce, il riverbero della salvezza. Si trascinava, era stanco, era più bianco che mai, le ombre violacee sotto gli occhi non guastavano il candore del suo bel viso. Teneva strette le camicie ai polsi, i suoi capelli neri e lucidi mantenevano l’ordine e la dignità, perché niente della sua consunzione potesse offenderne l’orgoglio. Non vedeva più la tipa che aveva l’eroina migliore. Stefy era in comunità ma era già scappata, tornata alle case, e rientrata. I giorni passavano. Non più lenti, solo più minacciosi. Ne avevo paura, mi allontanavano dal mio amore. Oggi capisco che non ci è dato di realizzarlo in pieno. Possiamo dimenticare tutto e tutto dimentichiamo. Realizzo con smarrimento che sopravviviamo. Sopravviviamo. Eccetto Massimo. Veniva a sedersi sotto l’ombra del sicomoro, mi aspettava. Lo raggiungevo. Lui prendeva la mia mano. Stavamo così a guardare laggiù in fondo verso la fine delle cose sbagliate. Ci sembrò di vedere una luce, un guizzo, un presagio benevolo che ci rimettesse tutte le colpe. Ne avevamo? Si può ingannare la fine. Massimo forse aveva capito di amarmi allora, quando era lì per dirmi: ciao. Ciao per sempre. Gli raccontai di un uccellino nella sua gabbietta che avevo tenuto a lungo e che poi era fuggito, approfittando della mia distrazione. Era libero? Avrebbe sofferto la nostalgia degli umani? Massimo non rispondeva, sentivo la sua mano stringere la mia. Era così nobile il suo profilo. E sarebbe venuto il tempo in cui i giorni si sarebbero appressati ai piedi di una distanza definitiva. Qualcosa che non ti aspetti finché non accade per poi rimuginarci per sempre e piangere sempre in fondo dello stesso dolore. Che si replica, generosamente.vvv1

Il profumo di Massimo era il vetiver. Mi capita di sentirlo ancora, imprevedibilmente, qualcuno che lo indossa. Mi tremano i polsi. Ho imparato a non voltarmi, a non cercare più tra la gente chi lo ricordasse. Per settimane mesi non so, per un tempo infinito, oltre l’approssimarsi dei giorni ai piedi della disfatta, cercai Massimo lui tra gli sconosciuti. Lui che tornava, il tempo che smetteva di franare, il tempo che ricostruiva piuttosto. Il tempo che la smetteva di dividermi dal resto. Ci alzammo, il vento di marzo era freddo, si incupiva verso sera. Vedemmo Cetty uscire dalle baracche. Si era appena fatta una spada di ero. Entrammo alle baracche. Massimo chiuse la porta. Mi guardò. Tolsi il maglione. Lui mi pregò: ancora.  Non sentivo la vergogna, sensazione che mi accompagnava d’abitudine in quelle circostanze. Ero pudica infantile. Però quella volta avevo dimenticato me stessa. Ed era una liberazione. Ed era accaduto perché stavo perdendo, quando perdevo – lo avrei capito mille volte ancora – succedeva la liberazione, o qualcosa di elettivo, non la felicità, non proprio. Quando stavo per perdere. Lo vidi davanti a me, nudo e arreso. MI avvalsi del potere di un sentimento sconosciuto dalla consapevolezza, la pietà. Mi addentrai lungo la strada che non conoscevo. Massimo aspettava solo me. Stavolta solo me.

(continua)

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l’ineluttabile procedere delle cose

Sedevo all’ombra del sicomoro, guardavo il mare. Guardare un punto lontano laggiù verso la fine del mondo sbagliato era la mia giovinezza. Ero tornata alle case. Sola. Una condizione che imparai presto, non a governare, non ad accettare, imparai soltanto. Si impara la solitudine, una condizione profonda e direi genetica. Chi me l’aveva lasciata irresponsabilmente? Allora mi sovvenne un passo de Prima che il gallo canti. E immaginai Stefano l’ingegnere bardato di ideologia, costretto al confino, attraversare le vie di un paesino bestiale e guardarsi solo, con l’indulgenza che gli restituiva il vino. Il mare era l’animale che affannoso si aggrappava alla riva ed erano  di nuovo brani di romanzi, stavolta era Malaparte, a franarmi sui pensieri, senza che ne formulassi uno sapendomi sicura che fosse veramente mio. In quella solitudine compiaciuta a tratti ritrovavo un codice muto, una identità migliore rispetto a quello che dovevo dimostrare fuori dalle case. In un recinto, confinata all’ombra del sicomoro, ero tutto sommato me stessa così come desideravo essere. Infrangere le righe, tipico di quell’età, infrangere come si affrettava a riparare il mare sulla rena. Nella stessa rena dove andavano le coppie di amanti d’inverno. Li vidi un giorno, Romina mi prese il braccio: dai, andiamo, disse. Però li ricordo. Sentìi una fitta allo stomaco, il calore salirmi su fino al viso, le gambe di lei, quel movimento violento, quasi innaturale. L’insolenza del desiderio mi colpì con la stessa violenza che ricorda il piacere. Non me li toglievo dalla testa. Chiesi a Romina se anche lei faceva così, come quei due. Se era così che doveva essere. Certo, è così, rispose Romina. Con Massimo succedeva in silenzio, una dolcezza impalpabile che non riusciva a raggiungermi. Qualche volta sì. E mentre mi raggiungeva, mi tornavano alla mente i due sulla spiaggia o prima ancora la forza dei gorghi che vedevo al centro della baia, intorno alla roccia dove si riposava il fenicottero rosa. Credevo che l’amore avesse a che fare con una forza sopra l’umano modico tiepido considerare. Non vorrei sbagliarmi, lo credo ancora oggi. Un forsennato fulgore che andiamo cercando. Non smettiamo di ansimare per esso, cercandolo. v8

Dietro di me sentivo la presenza di Massimo, era lui, ne ero certa. Mi girai. Eccolo. Bianco, gli occhi dentro due fossi. Neri, violacei. Era immaginarlo già altrove. Pensai che era lì per andarsene, sarebbe stato un congedo prima o dopo, definitivo, precoce. Perché vai via? Gli avrei urlato con tutta la disperazione che ingenerava l’ineluttabile procedere delle cose. Lui mi guardava con stanchezza o gratitudine. O fosse stato l’amore? Era l’amore?  Si venne a sedere accanto. Aveva il volto sudato. Poi non so, forse piangeva. Io credo che fossero lacrime. Mi abbracciai a lui che vacillava. Non era fermo. Era sempre troppo fragile. Doveva sopravvivere, maledizione, come tutti avremmo fatto, ognuno come poteva, come sapeva.

Non era troppo freddo, era ancora marzo. Era primavera. Nessuno può morire in primavera.

(continua)

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