una specie di diario

Continuo ad aggiornare il blog. Non voglio perdere l’abitudine alla scrittura. La preferisco la mattina, come un tempo. Ogni tanto torno alla mia casa, la rivedo ancora. La mia cucina, il mio studio. Mi commuovo sempre. Oggi sono tornata in casa dei miei. Il mobile di quando ero ancora sposata l’avevo abbondato al piano di sopra, dove ho dormito per un po’. Avevo ricollocato gli oggetti nell’esatta posizione in cui si trovavano nella mia casa da sposata. Anche l’angolatura del mobile. Avevo edificato il tempio. Il mobile l’ho riportato giù. Ho aperto le ante celestine e ho trovato le poche tovagliette del corredo. Ma io non avevo un corredo. Era tutto molto povero. Quanto amavo le mie tovaglie, le asciugamani morbide, il modo in cui le riponevo era già pieno di cura. E il mobile celestino è tornato da me, in casa dei miei. ve blogApro i cassetti e trovo tutta la maglieria intima. Intatta. Nuova e mai indossata (alcune cose almeno), soltanto ingiallita. Trovo un paio di calze a rete, color visone. Sorrido. Autoreggenti. Ci sono le scarpettine di Patrick, quelle lavorate dalla mia cara nonna. Il mobile su cui poggia la televisione l’aveva chiodato Adam, invece. Lo tenevo in cucina. Povero Adam. Quanto mi manca. Adam è morto, era un brav’uomo. Ricordo quando ebbi un mancamento, durante un pranzo in casa dei miei, a pochi mesi dalla sventura che colse la mia vita famigliare, respiravo male. Adam mi disse di bagnare i polsi. Aveva lo sguardo buono, lo sguardo di un padre. Ero convinta fosse tutto perfetto, che l’unico problema fossero le mie crisi, la mia inappetenza, la mia nausea. Tutto questo mi porterò dietro, fino al mio ultimo giorno, questa è la mia memoria e non è di nessuno, è solo mia.

il racconto su Il Reportage

*Il testo che segue è un’anticipazione del romanzo che uscirà il prossimo anno, pubblicata sul n. 19 de Il Reportage.

 

 

La notte di Capodanno brindavate alla luce della strana luna sopra la foresta di Bialowieza. E di nuovo ti vennero le lacrime agli occhi, oh la Polonia, era commovente immaginarti con la bottiglia alzata sotto la Grande Mamamuszi, la quercia del parco di Bialowieza. I tuoi amici ritrovati, i balordi della gang di quando eri ragazzo, brindavano e ridevano con te felici di quel ritorno polacco, il tuo maestoso ritorno. C’erano i tuoi amici più cari, e c’erano le donne. Ritrovasti Viola. La ritrovasti sciupata e vecchia, reduce da un brutto male e da una lunga terapia. Viola, sussurrasti sbalordito non appena ti venne incontro. Ti sorrideva,  sciupata curva. I tuoi capelli, Viola, sussurrasti con le sue braccia al collo. Erano forti e biondi, erano lucidi, malgrado la terapia. <<Sono di nuovo lunghi>> ti disse, asciugandosi le lacrime dal viso.

Quella notte di Capodanno brindava anche Viola. L’alba si annunciò nei suoi violacei preamboli, ghiaccio e baldoria vi tennero desti fino ad allora. Avevi dimenticato cos’era la tua Polonia. C’erano enfasi e nostalgie che non avrebbero attraversato mai le frontiere, che erano di quella terra,  di certe albe, di certi geli e fronde e querce secolari. E in Italia diventavano memorie fragili, o diventavano rabbia, una rabbia sorda e segreta. Allora eri lo sradicato, il globetrotter, l’ubriacone lercio che dormiva in stazione e non c’era poesia, non c’era Polonia, non c’erano gli occhi di Viola intrisi di rimpianto, smorzati dal dolore, dalla malattia. Tutto questo era la tua Polonia. Questo era la tua fuga, non la puttanella di Tomaszow, non l’avidità o la viltà. La tua fuga era un ritorno appassionato. Eri il polacco servente che mai avrebbe oltraggiato il suo sangue, le sue radici a lungo. Bisognava tornare, e anche per tornare, come per fuggire, occorreva coraggio.

Non caricavo il tuo telefono, eri irraggiungibile, dalla frontiera con l’Austria persi le tue tracce. Era dicembre. La tua ultima telefonata alle sette di sera bastò a confortarmi della tua mancanza. Avrei dovuto abituarmi a una privazione continua e inesorabile. Avevi chiuso con la parentesi italiana e con le dovute appendici. Tu e le tue fottutissime nostalgie.

Durante i giorni del Natale in Polonia, eravate di nuovo il gruppo di balordi, Marek ti propose invece un buon affare. <<C’è un partita di oro rosso proveniente dalla Russia, bisogna riciclarlo. Ho i miei contatti in Turchia>>. Guardavi Marek  colpito dal suo vigore che tu al contrario avevi smarrito. Eri stanco, i tuoi anni in strada, in Italia, ti avevano fiaccato. Seduto in cucina da Marek scuotevi il capo, <<No Marek, non ho voglia, ho altro per la testa>>. Marek non capiva, ma non disse altro. Scopriva i segni di quella vita sul tuo corpo non più scattante, ma gonfio, afflitto, era una vita che lui sconosceva, fatta di case abbandonate, retrovie e pisciatoi di metropoli distratte e ciniche. Lui non si era mai mosso da Konskie. La madre, vedova e infermiera, ti aveva abbracciato a lungo. <<Ragazzo, ragazzo mio, cosa hai fatto?>>. Sentivi la sua presa materna, la voce tremula del disappunto e della pietà. <<Perché non sei tornato, ragazzo mio? Tua madre ti ha aspettato sai? Poi si è arresa, ha trovato quel brav’uomo di Zdunek e se l’è sposato>>. E bene allora. Poi è morta, diavolo. Fu un ictus a portarla via. Mangiaste in silenzio, in cucina, da Marek. C’era qualcosa di veramente triste in quel ritorno polacco. Marek partì per la Turchia con la partita di oro rosso che avrebbe dovuto rivendere. Tu passavi le giornate a dormire in casa di Marek. La notte bevevi nei pub di Konskie, ogni tanto portavi Viola con te. Aveva due figli, il marito lavorava in Libia, non lo vedeva da anni. Lo aveva conosciuto in Germania, operaia nella fabbrica di cioccolato a Colonia. Lui era il più serio, disse Viola. Mi innamorai dopo qualche mese che ci frequentavamo, ti disse Viola. E’ ucraino, aggiunse. Non ti piacevano i russi, ancor meno gli ucraini. Era per quell’idea che nutrivano del vostro popolo – inchiodato come un popolo di parassiti – che non sarebbe corso mai buon sangue tra te, tra un polacco, e un russo o un ucraino. Viola aveva perso la sua bellezza quasi stentorea che ne faceva una delle ragazze più desiderabili di Konskie, come d’altronde tu avevi smarrito la prestanza e il vigore di un tempo. Ed era questo che ti pesava, questa distanza ottusa, ignara, con quel che si era stati. Non ti pesava certo la separazione dalla moglie italiana, dal figlio della moglie italiana, da noi cioè. Noi c’entravamo poco con le tue fottutissime nostalgie, una deviazione posticcia e persino irrilevante. Non mi avevi raccontato molto del tuo passato, soltanto quel che era utile. Cosa potevo sapere io di Viola? Del suo male? Di quelle strade grigie e sporche, degli inverni silenziosi di Konskie? Della luce della foresta, degli amici della muraglia, delle rapine. Di tua madre. Non mi mettevi a parte dei segreti essenziali, ero posticcia, irrilevante, un’aggiunta sprecata che hai colto per opportunità. Ed era un’idea che andavo covando da tempo. Mi sembrava che qualcosa di enorme gravava sulla tua esistenza, qualcosa che faceva di te un altro uomo in Polonia. A me invece rimaneva quel che era in superficie, e sarebbe stato così ancora, per un eccesso di egoismo. Il tuo egoismo. Mi avevi riservato una balla grossa come una casa e l’avevi spacciata per la tua vita. Salvo rare confidenze, come quando mi parlasti del mongolo, o dei tuoi viaggi a Kiev, o di un paio di rapine. Poteva bastarmi, tutto sommato. Ma era  il resto che mancava.

***

veri reportageIeri ho attraversato la città diretta verso i monti. Mi sei tornato in mente giovane, bello. Le strade irretite dal nostro sole africano erano libere come certi giorni d’agosto, ricordi?  Sulle strade che salivano verso le rupi, rovinavano siepi di sambuchi e amaraschi, più in là splendevano i salici e oltre le valli si intravedano i campi rigati dai contadini e brevi giardini di ulivi. Arrivando a Giarratana piansi di un pianto definitivo. Lo stesso silenzio che sconvolse i nostri primi incontri mi ha avvolto con la complicità di un vento leggero proveniente da est. Erano colori inauditi, ti sarebbe piaciuto rivederli. I campi sono gialli oramai, su di essi spiccano enormi ruote di fieno, la terra brucia, arde nei marroni intensi, negli ocra più accesi. Era il compleanno di mio padre. Ti sarebbe piaciuto esserci. Il pranzo era apparecchiato sotto un gazebo di viti, su tavole di legno massiccio. Io e mio padre guardavano sulla cima dei colli e fissavano entrambi storditi il silenzio. Sentivo i maiali nelle stalle, mentre le mucche pascolavano tranquille. Un cane bastardo pieno di orribili insetti sedeva al mio fianco. Mi ha ricordato te, lercio e meschino, ubriaco fra i rovi. C’era un buon vino, che non ho bevuto, come tu sai sono diventata astemia. Ed era un bel colore, di vita, di resurrezioni, di nascite.  Erano i luoghi del nostro amore. Ho quasi vergogna a parlare per sentimentalismi, sono riuscita sempre molto poco a usare il linguaggio degli amanti. Piuttosto l’amore che nutrivo mi zittiva. E non era male come soluzione. L’estate che passammo tra Giarratana e Palazzolo fu l’anticipo su una felicità futura che detenemmo in parte. E fu abbastanza per noi. Conoscesti Marek, un altro Marek, bevevate vino di cantina, seduti su un tronco, sulla cima del colle, sotto di voi scivolavano i fianchi morbidi che finivano a valle, nei campi di grano e di papaveri. La solita nostalgia, il solito sguardo gettato verso l’infinito. Marek aveva le mani grandi di chi ha sempre lavorato di schiena, di braccia. Gran bevitore di  Sopot. Lui in Polonia ci tornava eccome, aveva già comprato casa, la moglie stava dando alla luce il terzo figlio e ripartiva prima. Il terzo figlio, come gli altri, doveva nascere a Sopot. E quando eravate tu e Marek e la quercia e la valle, io ne ero a parte e tuttavia avrei dovuto guardarvi da fuori, immaginare i vostri lutti, invidiare il dramma che vi faceva subito uomini, presto, romantici e volitivi. E le donne anche eteree, delicate, già puerpere. Gravide del vostro seme, di una sensualità a me sconosciuta. Non è una questione di acqua, terra, congiunzioni diverse? Certe costellazioni o fasi della storia o esodi epocali. Cosa? Sono una slavofila, lo ammetto, ho pianto fino a rovinarmi gli occhi sulla fine di Pheran, il rom de Il tempo dei gitani. A te non piaceva nemmeno Kusturica. Allora replicavi: <<Vedi la triloghia di Kieslowski>>.  Sì, ma a me importava un tipo di slavismo più colorato, sai. Qualcosa di circense, felliniano, in questo ha reso meglio Kusturica. A te non fregava un accidenti. Con Marek discutevate fitto fitto certe volte. Ed io mi sentivo una ragazzina al confronto, con le mie petulanze ridicole. Marek aveva già tre figli, compreso quello in arrivo. Era più giovane di te di un anno. E mentre conversavate fitto fitto la vostra espressione si faceva gravosa, seria, e allora pensavo a mio padre, agli uomini di una generazione precisa, erano già uomini anche loro, prima degli altri.

***

Nella mensa di San Francesco, le file davano il senso di un’apocalisse. Una lunga coda di uomini scabri attendeva il proprio turno. Oltre il cortile, si intravedevano i grattacieli della città che fremeva. Era un’altra cosa. Tu conoscevi Varsavia, Varsavia era un’altra cosa. Non parlavi, non ti guardavi intorno, non mostravi curiosità per gli altri, che anzi detestavi, perché  ti restituivano la miseria da cui fuggivi, un decadimento morale e fisico che temevi sopra ogni cosa, orrido lemure che devastava i tuoi pochi sogni . Tu eri quello degli zloty bruciati al fuoco della candela, arrotolati su una pista di coca, una montagna di zloty, delle puttane e di Varsavia, dei vestiti cuciti dal sarto. Varsavia era spesso uggiosa, quando non c’era la neve. Ci portasti la prima moglie e anche Viola, durante il tuo ultimo natale in Polonia. La tua prima moglie desiderava la grande città, non ci fu il tempo per pianificare, eravate così giovani e intemperanti. Bastava nulla per finire in una rissa o per fare l’amore. Avevi preso un piccolo locale, al secondo piano di un condominio di Targòwek, Varsavia est, per certi versi un orinatoio. Gli ubriachi sul pianerottolo pisciavano e ti crollavano addosso con brutale precarietà e indifferenza. Tutto era così misero a pensarci bene, così grigio e retrò. Vi portasti Viola, la conducesti per mano, desiderandola, senza alcuna passione, desiderando il suo corpo sciupato, come la vodka per un bevitore. L’adagiasti sul letto, Viola coprì i suoi seni, dopo aver sfilato il vestito, lasciandosi desiderare. Sapevi amare le donne, un’arte acquisita con la raffinatezza e la perversione giusta, adeguata, tale da strappare gemiti, soldi e favori dalle destinate, in egual misura. Soltanto quando alla fine fumasti al davanzale, spiando la vita grigia e misera di quel condominio, Viola ti venne dietro e ti sfiorò i capelli. Solo allora ti confidò: <<Sto morendo>>. Era tornato il male. <<Eri il mio ultimo desiderio>> disse e levò il viso per un momento. Tu la guardavi con attenzione, sperando di sentire un qualche turbamento, ma ti accorgesti che nulla nulla oramai aveva potere, sul senso di perdita e di cedimento avevi giocato tutta la tua esistenza, avevi vinto la tua battaglia, avevi esaltato il tuo cinismo fino al raggiungimento dello spregio verso il mondo e il genere umano, verso te stesso anche. La prendesti ancora una volta, dopo averla accarezzata a lungo. Lei non ebbe sussulto, ti accolse. La vostra piccola morte.

Con Viola vi vedevate tutti i pomeriggi, a Varsavia. Era meglio così, lontano da occhi curiosi e ce n’erano tanti a Konskie. Viola raggiungeva la sua piccola morte ogni pomeriggio, dimenticando quella vera che incombeva sul sul vostro piacere. Poi ti chiedeva: <<E l’italiana?>>. Nie, l’italiana non c’è più. <<Giornalista?>> chiedeva. Tak. <<E’ bella?>>. Tak. Sì, è bella. Accarezzava i tuoi capelli, sul letto caldo, nuda e accogliente. Tu la baciavi a lungo. Marek ti consigliava i suoi buoni affari, la sua merce ricettata, l’ultimo colpo al bistrot di Katowice. Rifiutavi, eri stanco, rifiutavi per far l’amore con Viola. C’era qualcosa di estremamente tragico nel corpo sciupato di Viola che si arrendeva alle tue carezze, ai tuoi assalti ora docili ora virili. E ogni volta le chiedevi remissione e lei acconsentiva. Non saresti tornato in Italia. Non ne eri così sicuro tuttavia.

***

veri reportage 1Il grande colpo ai Pevec di Opoczno, ottanta chilometri da Varsavia, vi fruttò un mucchio di zloty. Erano gli anni ’90. I Pevec di Opoczno erano i più forniti, rivendevate nei vicoli bui di Varsavia. Poi partivate per la Russia. Tu e Marek e altri. Acquistavate in blocco, elettrodomestici in particolar modo, e ripartivate per la Turchia. I mercanti vi aspettavano alla stazione di Istanbul, compravano tutto, voi scambiavate la roba con stoccaggi di jeans che andavano bene in Repubblica Ceca; in Ungheria ne smerciavate una parte in luogo di pezzi di maglieria, nell’ordine delle centinaia. Tornavate in Russia, vendevate per ricavare oro, oro rosso. Ho una tua foto di quegli anni. La tua bellezza aveva allora più che mai lo stigma della malinconia, di una follia recondita, di una lontananza spaventosa, una rabbia mai consunta, non so spiegare. Mi viene in mente un personaggio di Dostoevskij, Stavrogin, bello e infernale. Così mi sei apparso, un giorno di febbraio del 1996. Ripartivate dalla Russia, ingoiando le pietre, o infilando la partita di oro 14 carati in preservativi che poi infilavate nel deretano. Dovevate eludere i controlli, ci riuscivate. Tornavate in Polonia, facevate la bella vita, malgrado fossero anni difficili. Taxi, vodka, night e puttane. Tua moglie ti lasciava fare, lei si ubriacava e si spogliava per gli uomini di Konskie. Le risse nel quartiere più malfamato di Varsavia, Praga, erano risse colossali. Quando c’era da regolare certi conti, tu eri il primo a partire. Non temevi nessuno, neanche il Mongolo temevi.  Le donne per questo di amavano, un po’ come per Stavrogin, poi Stavrogin finì per ammazzarsi. Le vostre erano donne da postribolo, le donne di Varsavia, che infilavate nei night giovanissime: moldave, ucraine, ceche. Eri un uomo terribile. Quelle donne ti amavano, eri un leader, ti premiavano scivolando sulla tua cinta. Alla fine agganciavi una banconota di grossa taglia sul perizoma di turno. Era il tuo modo di ringraziare. Viola la vedevi molto di rado. Lavorava, era spesso in Germania, non aveva ancora conosciuto il marito, lei ti studiava da lontano, rimpiangendo quel che non poteva avere da te, amore, certezza, nulla. La tua prima moglie invece era una donna irrequieta. Quando incontrò il tedesco facoltoso sparì da Konskie. Tu eri già l’uomo di strada di una metropoli italiana. Eri scaltro, in Polonia, hai fregato il Mongolo che aveva promesso di staccarti la testa. E’ morto prima lui. Allora i tuoi amici ti vestirono col vestito buono della domenica, come si fa con i morti, ti trascinarono in stazione, ti misero sul treno. Ubriaco arrancavi fino al finestrino, lo apristi, blaterasti qualcosa. Il treno fischiò. Ma sei sceso a Kielce, dovevi vederti con Mariusz, con lui prendesti la corriera, vi cuciste i passaporti all’interno della giubba di pelle e insieme raggiungeste l’Italia. Fu Mariusz a decidere per la Sicilia, temeva gli underground delle grandi città, temeva la pericolosità dei polacchi negli underground delle metro. Sul ferry boat verso Messina, scorgeste la grande Statua della Vergine Maria, vi segnaste il petto, Mariusz aveva le lacrime. Mariusz. Era un bel tipo, lo perdesti di vista dopo qualche mese, si era perso Mariusz, certamente morì di alcol. Ma su quel ferry boat era ancora eretto, solido, era un bel tipo. Eravate sopraffatti dalla luce che rifletteva sulla costa da cui vi stavate allontanando, raggiungendo l’altra estremità, inoltrandovi verso il blu di un mare diverso, il nuovo paesaggio, il caos di una vita distratta, leggera. Strane possibilità vi si aprivano davanti, il cambiamento era il vero colpo di mano di quella necessaria partenza. Una dipartita per chi era rimasto, ma tu e Mariusz avreste dimenticato, senza sapere che la nostalgia avrebbe preteso ancora e ancora, impressa a fuoco nella vostra carne, che Mariusz vi sarebbe morto sotto, che la nostalgia avrebbe governato i vostri giorni a venire. E l’avreste incontrata nelle mense, in un lurido bagno pubblico, in un binario morto, nella fossa che vi sareste scavati da soli. Mariusz lo ha fatto, ha cominciato piano piano, non appena i suoi piedi toccarono la terra arsa e famelica, e quel mare lo assolse. Le spiagge erano ciottoli, le acque erano cristallo con riverberi di un azzurro inaudito. Taormina fu ciò che vi si mostrò della Sicilia. Avevate i piedi ustionati, seduti sulla riva, vi abbandonaste al sonno, torso nudo e la camicia avvolta sul capo, deliziati da piccole onde discrete che vi lambivano le membra ustionate. Era forse la felicità? Era plausibile pensarvi felici? Era solo l’inizio di qualcosa di altro, anche se addosso bruciavano le cicatrici di ciò che eravate stati appena un giorno prima. I tuoi taglieggiamenti, le risse, le tue giornate avventurose, erano sigilli, ma eri quasi convinto di lasciar perdere, eri quasi convinto che avresti potuto smettere di pensarci un giorno. La Polonia era un fercolo che avrebbe lacrimato sempre, da quel momento in avanti, da quel primo lambire di acque e di prospettive siciliane. Eravate già estranei, gli sradicati, e indietro non sareste tornati. Tu avresti incontrato l’italiana e una retrovia di miseri, Mariusz sarebbe morto di tristezza come muoiono i cani certe volte. La tua invece era una tristezza protratta, la più pericolosa.

 

Tratto dal romanzo inedito 

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

 

sex worker

Elide non ha molto tempo. Deve farsi una doccia, una riga di rossetto sulle labbra.  “Finita la pacchia, il tempo degli assegni con qualche zero”, dice. Deve andare, il tipo l’aspetta in albergo. Non è un cinque stelle, avverte. Ride. Milano è incolore, come sempre ad agosto.

C’è una specie di mulattiera, a Lentini, una strada secondaria, ai piedi di un promontorio di rifiuti. Sotto il colle si vendono le nigeriane. E sono solo schiave. Così pensiamo a Ade, fuggita in un casa protetta nel nord Italia. Partita con la maman da un piccolo villaggio della Nigeria. Paga ancora la maman, ma non si vende più. Ha una figlia. Roma, Torino, Verona, le botte. Chiamarla sex worker sarebbe disonesto,  per deduzione dovremmo pensare a una identità autodeterminata. Niente di più falso, nel qual caso. Ade è partita dalla Nigeria sapendo che quella vecchia ne aveva prese altre, e non c’era nessuna balla a giustificare la coercizione, i documenti fasulli. Più o meno funzionava così nel piccolo villaggio di Ade, se viene la maman devi partire o ti tagliano la gola, finisci in un rito voodoo, ti tolgono di mezzo insieme ai tuoi fratelli. Ma questo lo sanno tutte nel piccolo villaggio di Ade. Vai, ti prego! Le urlò la madre. Ade paga ancora per estinguere il maleficio. Le nigeriane sulla strada secondaria di Lentini sono adolescenti. In certi giorni di agosto, il promontorio di mondezza promana un vapore nauseante, cala come una brina compatta e nemica a ottenebrare i loro bei visini scuri, e tutto intorno il mondo non mostra indulgenza, i carrubi siciliani abbandonano le loro fronde verso la campagna, le cicale producono suoni incessanti e neri come la luce dei brevi deserti che si susseguono. Non sono sex worker.

Elide sì. L’accento tradisce origini emiliane. Negli anni ’80 Elide era giovanissima, a Milano si guadagnava bene. C’erano le fiere e una certa attitudine allo sfarzo. “I clienti ti dicevano sei bellissima  – Elide lo era, lo racconta – e ti lasciavano mance superiori ai cachet”. Notti da milioni di lire, suite faraoniche, un taxi sempre pronto a lasciarti davanti la hall di un Excelsior. “Oggi non mi chiedete il cachet”  chiosa Elide. Mille euro. Lo rivela invece. “Solo che siamo tante, ma non c’è più una vera distinzione”. Lo fa chiunque e per ragioni diverse. Olgettine di qualche tipo, brave ragazze che non disdegnano. Poi ci restano secche. Elide è avvilita per la morte della collega di Bologna, uccisa a colpi di fendente da un serial killer. “E giù tutti a dire che era una escort. Non si fa così, non è giusto”.  Non siamo malate eh? Ogni tanto si arrende a una risata facile, come quella delle donne di una volta, giunoniche e felliniane. Il cruccio di Elide è l’autodeterminazione che è poi il manifesto di Pia Covre e di Carla Corso e del comitato per i diritti civili delle prostitute che hanno fondato nel 1982. Se Ade è viva, la ragazzina nigeriana salvata dalla tratta, è merito anche di Pia Covre.  Non c’è prossimità tra le sex worker e le schiave. Elide fa riferimento a un principio neoliberista e unico. E nel gergo dittatoriale non esiste emancipazione dal più abusato degli epiteti.

Si parla ancora delle lavoratrici del sesso come di personalità affette da una patologia narcisistica. Bruciate da uno stigma. “La sex worker è percepita come una donna già sfruttata da sfruttare, quindi senza valore – dice Elide – In un contesto simile, il mio essere storicamente donna, escort autodeterminata non viene preso in nessuna considerazione e, anzi, viene calpestato e misconosciuto quando è un mio diritto; non guadagno nulla”. Non si tratta soltanto di adeguare un cachet. No, conferma Elide. Non ha un protettore, non dice niente della sua famiglia, vorremmo sapere di più. Sa girare intorno alle risposte piuttosto. Come si diventa una escort? Dice: non si diventa, è una storia, è un percorso. Vuol dire tutto e non vuol dire niente. Ma lei lo sa bene. Parla di letteratura. “Una escort è anche colta, sa?”.  La bellezza, Dostoevskij, discorsi da salotto.

Ade non ha finito la scuola. Aveva la maman e l’uomo nigeriano. Con la vecchia arrivarono a Tunisi, da lì partirono per Roma. Durante i controlli, a Fiumicino, furono bloccate e trattenute in carcere per una settimana. Ade e la vecchia possedevano documenti falsi. Furono rilasciate. Ade cominciò la vita subito, le botte e tutto il resto. Il marito chiedeva soldi davanti ai supermercati di Vercelli. Lei lo raggiunse. E di nuovo la strada. Le botte. La maman. Il nigeriano.

A Siracusa c’è una ragazza che aspetta tutto il giorno, sotto un ombrellone, lungo la provinciale per il mare. Le lasciano apposta la sedia e il parasole, forse i commercianti della zona. Prima del tramonto ritorna a casa a piedi, o prende l’autobus delle diciannove. Il protettore potrebbe essere il fidanzato, che va in giro vestito come un figurino. O ce n’è un altro, un rom moldavo, che lascia la compagna al solito posto, e si porta dietro i figli, a Siracusa. La piazzola più infame che poteva scegliere, davanti i gabinetti pubblici. Latrine per guardoni e alcolizzati. E tutti aspettano che la rom finisca. La rom non ha i denti. E finisce.14039912_1757451014528097_6761350914998436442_n

Sex worker autodeterminate. Neanche Elide può sentirsi al sicuro. Neanche Elide tutto sommato può giurarci sopra. Va in giro con la trousse, le sue borsette e il cagnolino. Come la Laide di Buzzati, nella medesima Milano degli interni borghesi e anonimi per facoltosi.  Elide sa come non rispondere alle domande. Chi sono i clienti? Ti fanno richieste assurde? Lei sa come non rispondere. Così Elide ci spiega che anche una escort ha una sua istruzione. Che niente è facile, all’incirca mai. Che in fondo fa tutto abbastanza schifo anche per lei. “La questione passa attraverso l’anima di una persona”. L’anima, dice. Ed è una rivendicazione. Ricordate il lungofiume, l’Andreina di Moravia, la medesima nostalgia discinta?  La fine del tutto o il rimpianto. Ecco così ci appare  Elide nel suo orgoglio popolaresco, come la Laide di Buzzati: “mescolanza di sfrontatezza invereconda, sete confusa di vita”.

L’originale nelle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione di domenica 21 agosto 2016

Il matrimonio

“(…)Il nostro matrimonio fu un funerale. Ricordi? Nessuna gioia sui nostri volti. Hai attraversato la frontiera in canotto, il Danubio, dalla Romania. Bah, mi hai raccontato questo e io non ho motivo di dubitare. Sei tornato dopo la galera, con una diffida di almeno altri dieci anni in territorio italiano. Il nostro amore aveva del miracoloso perché poté sulla legge. Ci sposammo lo stesso. Ci venne in soccorso un avvocato, l’avvocato dei poveri lo chiamavano non per niente. Riuscì a farci sposare. In municipio, fu un funerale, altroché. Pochi invitati, io con gli occhi gonfi, dopo una notte in strada a cercare il cane randagio, te, da una bettola all’altra. Tu ovviamente ubriaco.

Sfinita, i miei genitori addolorati come non li avevo mai visti. Il mio vestito sgualcito, uno straccio cimiteriale. Tu il pomeriggio al parco, a sbatterti la cagna Tereza, e quella fu la nostra luna di miele. Abitammo dai miei, soluzione molto momentanea perché, nello spazio di un mattino, tornammo nei nostri ruoli, tu il polacco del parco e io la sgualdrina di Albania(…)”.

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da Sangue di cane, Laurana editore, 2010

Un amore ancora

Sedevo sulla vecchia motoape. In baracca c’era un gran movimento. Cetty non riusciva a svegliarsi. Mi alzai senza fretta, raggiunsi il rudere, oltre la recinzione e il colle di lastre di amianto, il mare si gonfiava in piccoli schiumosi flutti. L’odore della salsedine riusciva a coglierci malgrado sopra di essa fumassero gli oli e i combustibili dai silos delle fabbriche. Chiesi al tipo che vendeva il fumo di poter entrare, in baracca sentivo le voci agitate di altri tossici. Non c’era Massimo. In mano avevo il romanzo di Dino Buzzati, Un amore. Lo stavo leggendo, desideravo che Massimo ne ascoltasse alcuni brani. Non era una storia d’amore, ma era un amore. Non come il nostro. Massimo non mi avrebbe amato mai. Dormiva sempre e non a ragione della roba. L’eroina era solo un’aggravante come un’altra per tutte le sue distrazioni, per la sua inedia. Senza eroina sarebbe stato senz’altro peggio. Massimo diceva che usavo parole troppo lunghe, che un libro era solo un libro e lui non aveva pazienza. Pigmeo. Lo offendevo se gli urlavo: pigmeo. Riuscii a farmi largo scostando i due che vegliavano al passaggio. Le palpebre incerte, l’ottusità del viaggio in cui erano persi, si erano appena fatti. A loro era andata bene. Cetty aveva esagerato. Entrai. La trovai seduta per terra, gambe stese, spalle alla parete. Appariva composta, con il bel tailleur di panno scuro, color vinaccio, le ballerine ai piedi. Le gambe nude e bianche senza calze, ed era autunno.  Un filo di sangue si raggrumava nell’incavo dell’avambraccio. Non aveva più dove farsi Cetty. Le braccia erano gonfie tumefatte, anche il dorso delle mani, le dita. Rischiava una trombosi, non sarebbe stata la prima volta. Aveva riaperto gli occhi. Si riprendeva sempre alla fine. L’aria era pesante del fumo acre proveniente da uno chilom di erba che aveva appena acceso un giovane, lo conoscevo solo di vista. Aveva le mani grandi dei muratori, impolverato, sembrava uscito da un cantiere. Fumava e passava lo chilom nel breve cerchio all’interno della baracca. Automi. Mi facevano impressione qualche volta. Cetty mi vide, mi salutò. Mi avvicinai, le sorrisi. Avevo ancora il il libro nelle mani. Mi fece cenno di sedermi vicino a lei. Mi sono seduta e ho aperto il libro. Leggi, mi disse Cetty. Ho schiarito la voce. E ho letto.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

una recensione sessista

Quando è uscita questa recensione non ho certo esultato, si recensivano le mie gambe. Ecco cosa è per me il sessimo, questo spregio superiore, la mortificazione di un merito. 

di Camillo Langone

Cantami, o Musa, il nome di una giovane scrittrice di valore. Perché io non ne conosco una. Stanco di amare l’opera di maschi attempati (Arbasino, Cancogni, Ceronetti, Isotta…), alcuni addirittura attempatissimi e non tutti proprio simpaticissimi, decido di cambiare gioco, di leggere femmine nuove, aria fresca in libreria. Volendo andare sul sicuro (odio le delusioni) mi butto su Veronica Tomassini. Essendomi amica di Facebook vedo le sue belle gambe, le sue belle mani, la sua bella faccia siciliana, inoltre la so sorella in Cristo: tanto cattiva non potrà essere, mi dico. Superato il titolo respingente (“Christiane deve morire”, Gaffi editore), superata la prefazione invadente e scritta male di Giovanni Pacchiano, vado a sbattere nel suo vocabolario: dalla prima all’ultima pagina invece di scrivere zingaro scrive rom.

veri es

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Veronica ha scritto una storia di zingari, accidenti a lei e accidenti a me che non l’avevo capito subito, altrimenti col cavolo che l’avrei aperto il suo romanzo, ed è convinta che gli zingari siano buoni. Ma non è questo il problema principale, può darsi pure che a Siracusa gli zingari siano buoni e tutti gli zingari cattivi li abbia incontrati io, che a Siracusa infatti non ho mai messo piede. Il problema principale risiede nella parola, ancor più misera della cosa: rom è una parola da italiano depauperato, l’italiano dei telegiornali, dei decreti legge, delle canzoni di Fedez. Mentre zingaro viene addirittura da Luigi Pulci, l’autore del “Morgante”, Quattrocento fiorentino, diamine! Se non ti piace zingaro perché sei pauperista e ti suona dispregiativo, devi trovare un sinonimo o produrre un neologismo. Se invece insisti a scrivere rom stai facendo giornalismo, o politica, o cattiva teologia, non letteratura. Cantami, o Musa, il nome di una giovane scrittrice di valore, una capace di dire zingaro allo zingaro. Perché altrimenti mi tocca l’opera omnia di Buscaroli e La Capria.

 

L’originale è uscito sulle pagine del Foglio il 14 ottobre 2014

qui: http://www.ilfoglio.it/preghiera/2014/10/14/scrittrici-brave-non-ce-ne-sono-preghiera___1-vr-121834-rubriche_c155.htm

il giudizio

Non ho portato nessun taccuino ieri sera e a dir la verità non ho guardato le stelle. Il cielo sopra il porto era buio, salvo un paio di punte luminose intercettate casualmente, fissando la cima di uno dei tanti yacht attraccati alla banchina. Siedo di fronte a uno di questi. A bordo non vedo nessuno. Ci sono luci bluette che pescano giù verso i fondali, luci che suggeriscono le notti estive in qualche locale per clienti esigenti, lusso, Moet e chandon. Lascio che una donna mi mortifichi con i suoi consigli, fino a quando mi raggiunge una conoscente che riconosco come una manna, mi toglie dall’impaccio di incazzarmi sul serio. L’umiliazione di sentirsi dire da una tizia che non mi viene nulla cosa avrei dovuto fare della mia vita. Figurarsi. Parole inutili, poteva tacere, non avrei notato la differenza. Delle donne mi fido pochissimo, qui nei social mi sono ricreduta sul genere, nella vita ne ho una pessima opinione, conto sulle dita le eccezioni. Non piaccio alle donne, mi guardano con sospetto (e quindi sono costretta a non fidarmi, un cul de sac). Forse molto stupidamente mi invidiano o temono per i loro mariti. Mi viene da ridere. Sanno tutte cosa fare meglio di me. Hanno un mucchio di certezze, così sembra. Io non ne ho mai avute, non sono sicura nemmeno del mio nome. Imparate amiche mie a tacere, a farvi i cazzi vostri, guadagnerete in reputazione, sfuggirete alla condanna dei rompicoglioni.

Avete salvato qualcuno? No. Allora tacete. Andate al diavolo. Quando mi incontrate per strada voltate l’angolo, evitatemi. Liberatemi dalla vostra pesantezza borghese. Le donne che ho stimato e amato erano rivoluzionarie. Una sola. Una. Mistica, coraggiosa, rivoluzionaria. Si può stare per anni nello stesso posto e cambiare il mondo sapete. Non avete salvato nessuno. Tacete. La vostra ottusità mi procura male alla testa. Non avete idea di cosa sia stata la mia vita, di quale meraviglia, di quali mondi io abbia attraversato, restando sempre qui. Chi ha viaggiato di più tra me e voi dispensatrici di giudizi? Non rispondete subito.

Torno a casa e trovo questa musica per me. C’è chi ha pensato di dedicarmela. Ovviamente un uomo. Lui mi vede così: