scabrosità

Moussa tiene ancora la mia foto nel suo profilo. Non l’ho autorizzato, ma chi se ne importa. Spio i commenti. E’ passato un anno. Capisco solo jolie. Poi è tutto in wolof. Non c’è più nulla tra noi. Però a proposito di uomini, di scabrosità, di diseducazione: con me il pudore non va bene. Ad avere le mani da signorina ci penso già io. Lui ne aveva in giusta misura, ma era una posa, perché poi al primo appuntamento se n’è venuto sui pantaloni, e mi aveva solo baciato. Tra la gente che passava, il terrore degli altri che per Moussa erano tutti bianchi. Bianchi da apartheid. Così ho sorriso. Mi aveva preso sulle scale, di colpo, serrata la vita, bloccata. Era eccitato, ma controllava ogni gesto.

verIo mi aspetto questo da un uomo. Lo deve fare per me. Leggete pure le mie scabrosità. E’ la vita. Incontrerò sempre uomini così? Moussa l’ho lasciato perché non avrei mai potuto accettare di rinunciare alla scrittura e forse lavorare sul serio. Secondo lui avrei dovuto scrivere la sera, il giorno vendere con lui o non so cosa. No, non credo sia finita per questo, è finita e basta. Non puoi fermare il fiume, quando arriva o va via qualcosa, quel miracolo, non puoi farci nulla. Devi esercitare la virtù della pazienza, nella graticola. Accettare, accettare, ripetere mille volte: accettare. Adesso mi accade di nuovo e devo accettare. Ed è sempre scabroso, inopportuno. E l’uomo che non fa per me, mi organizzo per soffrire del prossimo fallimento. Mi offro, mi ha scritto ieri una donna, una specie di sacrificio, ha intercettato i pensieri di questi giorni. E’ troppo affermare che il sacrificio me lo chiede la scrittura? La scrittura ti toglie tutto e lo restituisce agli altri. E gli altri mi ameranno solo attraverso di lei. L’uomo che ho conosciuto non ha pudore. Fa quel che vuole, non ha decoro. E’ ignobile. Cocainomane. Fuori di testa. Tutto qui. E vive dall’altra parte del mondo. Potrebbe essere mio figlio. Non ci incontreremo mai.

La formazione della scrittrice

(…)Ho un problema serio con la noia. La noia è tutto, sono le scritte in treno che ho imparato a memoria. It’s dangerous to lean out. Ne pas se pencher au dehors. Nicht Inauslehnen. La scrittura erano i viaggi in treno, dodici ore di tedio, spiando le bicocche dei mezzadri sopra colli estranei, la tristezza delle case cantoniere, i paesaggi che sfuggivano indolenti, miseri, luoghi inauditi, rivelati dal ritmo monotono delle rotaie, dall’odore che emana tutto intorno il viaggio, la pelle della carrozza, il brusio ottuso degli altri, la nausea. Le luci finte, le letture apprese, rubate dai grandi, i diari maledetti, Christiane Felscherinow, l’eroina, parole da grandi. Io non lo ero, però non lo sono diventata mai. Mi sembrava già da allora, avevo pochi anni, otto nove, che la vita mi si fosse presentata tutta intera, subito, con il suo afrore, i suoi cattivi maestri, le retrovie, i suoi indicibili camminanti, piccoli luridi uomini, indeboliti dalle passioni e dai vizi, che poi chiamai abiezioni e poi persino virtù neglette capaci di contagiare pulsioni grandiose o una certa nobiltà. Conoscevo le canzoni di De André a memoria. Oggi dico che quelle canzoni erano salmi, per questo precipitavo, non so come spiegare, erano abissi in cui gettarsi, abissi dello spirito. Cantavo la Ballata del Miché con lo zio, in auto, mentre raggiungevamo i nonni a Terni, tornando dai parenti nelle campagne di Lugnano. Anche il fuoco che crepitava, nel camino di zia Norina, il pranzo con la cacciagione, il ritorno con lo zio e il mangianastri con le canzoni di De André era la scrittura che si metteva di traverso tra me e le cose. Oppure cantavamo Roma Nuda o ascoltavamo assorti la storia del travestito di Califano, ridevamo alla fine dell’identica romanità dentro cui riconoscevo una qualche recondita somiglianza, che forse apparteneva a mio padre, non saprei. Era una specie di ritorno a casa. Il mio ritorno maestoso non si è ancora compiuto. Devo tornare a casa.veron

Christiane F. mi ha rovinato la vita. No, Christiane F. ha cambiato le carte in tavola, poteva lasciarle dov’erano. Sì, dov’erano? Avevo nove anni. Era Natale. A Natale succede sempre tutto, le conversioni a volte sono irrevocabili partenze, viaggi del pellegrino, lutti, gas di scarico, pullman carichi di valigie vuote e tradimenti. A Natale, lo spirito irrorato – dopo la sua ora – riesce a risorgere, nei suoi tempi, quando le stagioni lo accoglieranno, predestinate. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo, lo dico anch’io, l’ho scritto. Christiane l’ho incontrata in un diario, era il 1982. Avevo nove anni ed era Natale. E’ un passaggio che racconto nel mio prossimo romanzo. Sarà utile? Oppure: chissenfrega? Insomma, avevo nove anni, ero in centro, a Terni, con i miei genitori e lo zio con il quale cantavamo De André. La mia scrittura è stata De André e anche lo zio e tutte le sollecitazioni e la pazienza e il mio inglese perfetto di allora. Che ho giustamente dimenticato, fino a regredire ad un livello scolastico. Dovrei aggiungere una bella risata con quale ridicola emoticon scegliete voi, giacché nel frattempo il mondo è cambiato, e si comunica in formato balloon. Tutte le volte che attraversavamo il centro, mi fermavo davanti la stessa vetrina, era una libreria. Fino a che non ci sono entrata, proprio quel giorno, sfuggendo al controllo di mio padre e di mia madre che vennero a cercarmi, pallidi, quindi acceriti, quindi abbastanza arrabbiati, trovandomi china, con un libricino giallo tra le mani. Era un diario per l’appunto. Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Piccole feritoie per l’inferno. Pagina dopo pagina, precipitavo ancora una volta, non dentro un salmo di De André. Quel diario l’ho imparato a memoria, letto e riletto negli anni, convinsi la mia prof di italiano durante le scuole medie perché potessi leggerlo alla classe, ai compagni. Qualcuno si addormentava sulla mia voce che era quella di Christiane. Alla mia amichetta R. piaceva moltissimo la mia voce.

R. è finita in un brutto giro, fu un’eroinomane. Non è morta. Non posso sentirmi responsabile, abbiate pazienza. Chi ha amato Christiane ha avuto una vita strana. La compagnetta di banco A. invece non si è fatta, ha conosciuto un tizio a vent’anni, le è morto di overdose tra le braccia. Su di me, lascerei perdere, sono indifendibile, è una storia lunga, davvero.

Ad ogni modo, leggevo Christiane agli altri, mentre con mia cugina giocavo ai drogati, o agli zingari, avevo imparato non solo l’inglese, le canzoni di De André, adesso anche il gusto di avanzare contro, diversamente da, di infrangere, essere a parte o non esserlo affatto orgogliosamente. Tutti sinonimi della medesima passione: deregolamentare o altrimenti scrivere. Quest’ultima soluzione l’ho realizzata in seguito. Gli zingari erano un concetto ameno, legato alla paura che mi incutevano i giostrai, secondo me facevano una puzza terrificante, erano incubi, quella puzza era un incubo, per giunta mai verificata. Ho conosciuto i rom da adulta, non erano i giostrai della mia infanzia, sono entrata nelle loro baracche. I rom erano la mia scrittura e la paura degli zingari. Zingari è un termine che non piace ai rom: gli zingari non sono rom, non esistono. Ci sono rom sinti, caminanti, kalè, travellers, manouche, dashikané, khorakhanè, eccetera. Gli zingari non esistono. Quando qualcuno chiamava zingara la vecchia del campo, la bosniaca malata di tisi, lei inveiva alzando il braccio: “cosa cazzo dire, te rompo culo, no parlato tu singara, te tagli faccia se tu parlato singara”.

Christian Felscherinow non è ancora morta. Mi ha insegnato il gergo della strada, una serpe covata in seno, sapevo tutto prima degli altri, spada, ero, pista, scimmia. E così arrivai preparata ai miei quindici anni, con la piazza, i compagni della valle, i morti di overdose. Sapevo tutto. Era la mia scrittura che procedeva mettendosi di traverso tra me e le cose. Sense of Doubt di David Bowie era il tedio mortale che permaneva nella mia vita di adolescente, i suoi abitanti erano compagni, non amici, compagni. I compagni della valle. La valle era un condominio di periferia attraversato da canaloni di fogna, i palazzoni erano falansteri, gli inferni descritti da Buzzati, le steppe erano infinite, sgorgavano con i loro reflui nel mare delle ciminiere. In quella valle si facevano tutti. La mia scrittura non riempiva le pagine, taceva, salvo i miei assurdi temi da liceale o qualche riga, pregna di sentimentalismo, nel diario personale aggiornato per un po’ o in quello di scuola dove perlopiù scrivevo e riscrivevo soltanto il nome dell’amato, che ovviamente non ricambiava. Ma è stata la vita a spingermi, il destino a darmi una titolarità. Tu signorina V. ostinatamente fuori dai giochi, dai gangheri all’occorrenza, sempre per vicende alterne, tu incapace di parlare in dialetto, forse poddarsi quantunque diventerai la signorina V., di indole ottusa e quiescente all’incirca, una scrittrice non di razza ma magari perché no? proprio come piace a te. E ora vai, affogati con il tuo smodato ego, profetessa delle panchine.

E’ andata così. E’ andata anche così.

Comunque vorrei rettificare, posso? Credo che abbiano deciso in gran parte le mie storie sentimentali. Sempre delle disfatte. Ne raccontai a Giulio Mozzi, raccontavo la mia storia d’amore, talmente bizzarra, nacque Sangue di cane. Perché in fondo non era la mia storia d’amore, macché, era un cambiamento epocale in cui trascinai i patetismi e i sospiri e le mie fragili gambe di ragazza, pensando di vivere una cosa come un’altra, e invece no, raccogliendo ancora dettagli, sospetti di un’umanità capovolta, del tutto simile ai personaggi di Cechov, quelli che avevano il riso con il suono del singhiozzo, quell’umanità che ci seppelliva nell’amarezza. Li conoscevo. Ho amato e pianto con loro. I miei maestri russi, i nostri maestri russi, ai quali tutto dobbiamo. La letteratura sta ai russi, come lo stigma della rivoluzione a Robespierre. Bè sì. Una mattina, qualche giorno fa, mi sono svegliata con un paio di assilli (uh, sai che novità): uno, l’amore o è scandaloso o non è. L’altro: gli scrittori sono saprofagi. Ci nutriamo di cadaveri, del passato, di qualcosa di compiuto, irrimediabilmente, un incipit una chiusa al capitolo.

Fino a che non scrissi a Giulio, erano le sette di sera, avevo la febbre, la spossatezza della febbre, o era sempre la solita tristezza; era inizio estate. Scrissi un’apologia breve di me stessa, ma da perdente. Non credevo che mi rispondesse. Non avevo allegato nulla, avevo solo racconti, non eccellenti, forse i pezzi che curavo per una rubrica su un quotidiano siciliano potevano valere qualcosa, non lo so, non li allegai comunque. Avrei perso anche quella volta, ne ero convinta.

Giulio mi rispose. Prese l’aereo e da Padova venne a Catania, ci incontrammo in piazza dell’Elefante. Da quel momento in poi ogni cosa che accadde aveva l’incanto del prodigio. Questa storia l’ho raccontata parecchie volte. L’ha raccontata Giulio anche (la riprendo qui nel mio blog). Questa storia l’ha raccontata Marco Travaglio (qui). Per questo vi dico: quel che accade ha del prodigio. Ma procediamo con ordine, torniamo ai fatti. Giulio aveva ascoltato abbastanza, quel giorno in piazza dell’Elefante, e allora disse: scrivi quel che ti ostini a tacere. Buuum. E’ stata una specie di folgorazione. Giusto, perché ho mentito così a lungo perché? C’ho girato attorno per anni, perché? Ancora una volta mi tornarono in mente le parole di Dario Voltolini: in letteratura, per raccontare la verità, bisogna mentire. Giulio ripartì. Io cominciai a scrivere. Tre mesi dopo chiusi l’ultimo capitolo di Sangue di cane. Passarono due anni, per gli editori il testo era incollocabile, per una ragione o l’altra. Incollocabile è in fondo la mia cifra. Incollocabile come la strana sciarpina che sto lavorando ai ferri, secondo mia sorella ad esempio è troppo larga per essere una sciarpa ed è troppo stretta per essere una copertina, ma io continuo a lavorarla.

Un giorno scrissi a Marco Travaglio: caro Marco sai ho questo testo che mi piace, che piace a Giulio, sai Marco eccetera. Marco mi chiese di leggerlo. Gli ho spedito due capitoli. Li ha letti, una mattina trovai la sua mail: Sono bellissimi, scriveva. Così Marco ne parlò a Nando Dalla Chiesa che collaborava con Melampo (casa editrice specializzata in biografie e testi di impegno civile), il suo amministratore unico è tuttora Lillo Garlisi. Lillo Garlisi è diventato il mio editore. Il testo passò di mano in mano, da Nando Dalla Chiesa a Lillo Garlisi. In breve, Garlisi decise di fondare una nuova casa editrice: Laurana. Sangue di cane ne sarebbe diventato il primo titolo. Non perdevo più. Stavolta era tutto vero, era tutto accaduto davvero. Assolvevo Christiane, il suo diario maledetto, la gente di Mazzarruna, i compagni di periferia, i cadaveri dei falansteri di Buzzati, i morti di overdose, la mia tristezza. Era tutto accaduto davvero.

Vi chiederete quale storia tacevo fino a quel giorno in piazza dell’Elefante?

Era una storia di salvezza. E come tutte le storie di salvezza era anche una storia di dolore.

Il dolore. Vi assicuro che la letteratura non può ignorarlo, che almeno per me, nessuna bellezza ha potuto su di esso, nessuna bellezza che non ve ne fosse a parte. Il dolore del mondo sulle nostre fragili spalle. Abbiate cura di credere a questo assunto, il dolore ci salverà, prima ancora che la bellezza, il dolore che la bellezza genera. Non girate la testa di là, guardate me adesso, credetemi, abbiate la cura di credermi. Il dolore allarga i pioli della tenda della sventurata, della sposa bianca che non conosce il talamo coniugale, della sposa ripudiata, abbandonata nella sua giovinezza, dice Isaia.

Ecco come è andata.

L’originale qui, nel blog di Giulio Mozzi: https://vibrisse.wordpress.com/2014/01/20/la-formazione-della-scrittrice-2-veronica-tomassini/

Poi il racconto è diventato parte di un’antologia  pubblicata da Laurana nel 2015.IMG_20150527_0002

Era la nostra canzone

Ascoltavamo Tanita Tikaram, nella Renault 4 di Massimo. Era la canzone di Cetty che vibrava nella vecchia autoradio. I love you. Chiesi a Massimo, abbassando il volume, se poteva diventare la nostra canzone, non ne avevamo una. Lui era in fissa con Morrissey, era così lugubre e diafano e non c’era spazio per me in quel pop britannico diluito nella nostalgia fastidiosa dei senza carne. Massimo lo era, non c’era niente di definito persino nel suo corpo muliebre, il corpo acerbo di un ragazzo, provato dall’eroina, le sue ossa fragili foravano la pelle trasparente.  I love you poteva essere la nostra canzone. Era sera. Massimo aspettava il tipo con la roba, in macchina, dietro sedeva Romina con il walkman alle orecchie. Pioveva. Mazzarruna  era spettrale, uscita da una calamità. Eravamo cadaveri. Uomini sparuti affioravano sotto la luce dei pochi lampioni, una nuca china, di un uomo muto, le ragazze non c’erano a Mazzarruna in certe sere come quella. Solo io e Romina potevamo sopravvivere alla notte che scendeva sul mondo, a Mazzarruna scendeva sempre sul mondo ed era cattiva. I love you, cantavo. Massimo fumava, ogni tanto grattava l’avambraccio, stringeva le narici con le dita. Stava a rota. I love you. Lo guardavo aspettando che qualcosa giungesse anche per me. Ma vinceva lei, l’eroina. Che ingenuità tentare di contendere con lei.

Il tipo non arrivava, un paio di motorette ci giravano intorno, sopra i ragazzini del rione, baby pusher, pieni di anfetamine. Vendevano il fumo. Ma non era buono. Il fumo dei pezzenti. Poi finalmente arrivò la tregua per Massimo. Il tipo scese da un ‘Alfa, bianca come quella di Cetty. Scese, Massimo abbassò il finestrino. Lo scambio fu rapido. Tre pezzi da dieci. Replicò il solito rito mortale. Sfilò la cintura, tenendola con i denti. Cucchiaino nel cruscotto, il flaconcino di acqua distillata, il rito. Io cantavo. I love you. Romina dietro guardava un faro lontano, fuori, verso il mare, oltre le fabbriche. Non importava quanto grande fosse la sventura, quando accadeva, ed eravamo lì, in un punto esatto del deserto, soccombere era persino determinarsi. Esistere nel nostro modo maldestro di averla incontrata la vita,  qualsiasi cosa significasse.

Massimo ora dormiva. Forse ascoltava un suono misterioso che a noi sfuggiva. Massimo, dormi? Lui scuoteva la testa. I love you.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

Il senso di Magalli per il Calippo

Il sessismo sfugge a Magalli come un cammeo vintage. Possiamo perdonarlo in fondo,  noi donne che a ogni pié sospinto – se un tantino carine e con un pizzico di carriera davanti – dobbiamo difenderci da metafore da caserma, per autodeterminarci o peggio giustificarci di un traguardo raggiunto senza necessariamente esserci inginocchiate sotto un tavolo ovale. Mettiamola così. Metafore da caserma. Come quella battute caustica, stile magallese, che oggi il conduttore de I Fatti Vostri non ha proprio potuto conservare per sé. Durante la conversazione con Pippo Baudo, in un viaggio pacato nella storia della televisione (ah i signori come Baudo, ci mancano, oggi ancora di più), riferendo delle sue scoperte, nello specifico Lorella Cuccarini, Magalli chiosa: anche lei ha cominciato leccando un Calippo? No perché molte hanno cominciato così. Dice. Lo saprà lui, a questo punto. Mi chiedo: quanti uomini avranno fatto lo stesso, casomai? Non si ribadisce mai questa cosa qui, però. Cambia la sostanza? O fors’anche: gli uomini non hanno bisogno di leccare calippi. Le donne sì. Violento e sessista il fatto, vero o falso. L’assunto è violento, è ingiusto, è ignorante. Perché una donna – nell’immaginario collettivo maschile, negli ambienti che non ti aspetti, persino, ancora e malgrado i manifesti femministi, le ipocrisie delle battaglie per i diritti- è sempre una da tavolo ovale, una che deve inginocchiarsi, una che lecca calippi. Siamo uscite dalle docce dei film di Vanzina, dalle commedie anni ’70, volgari come un rutto, dove bellissime attrici erano solo tette da strizzare, depersonalizzate, fino alle giulive alla Drive In dei primi anni ’80. E non possiamo dire in risposta a Magalli: senta, lei, un calippo non l’ha mai leccato perché nessuno ha il fegato di chiederglielo. Sarebbe sessismo. Le donne non sono capaci di battute sessiste. E’ sessismo anche questo, precisare. Però, quando il mondo ci perdonerà veramente? A meno di diventare stronze come gli uomini quando sono stronzi, asessuate, con una colata di grigio al posto dei nostri capelli vezzosi e curati. Ecco signor Magalli, noi leccatrici di Calippo per solidarietà: la manderemmo volentieri in quel paese a cercare calippi di ogni dimensione. Ne faccia l’uso che crede, il più appropriato.

La mia condotta

“La mia condotta scorretta. Scelgo la brutalità. E ci sono veri signori che chiedono il permesso per accedere al mio universo scombinato. E direi è tutto inutile. La scrofa rotola nel suo fango. Un algoritmo mi fa incontrare ancora una volta una brano precario del mio destino, si metterà di traverso per un po’. Un uomo giovane e bellissimo. Non parliamo, non sappiamo come. Non riesco a dormire la notte. Lui me lo impedisce dall’altra parte del mondo. Mi chiama con le applicazioni malvagie. Perché tu vedi e non lo puoi avere. Lui chiede cose innominabili. E’ fatto di cocaina. Tira su col naso continuamente. Mi supplica non so cosa, in ginocchio, in quella lingua oscura. E’ in mutande. Lo guardo e penso con pietà alla nostra miseria, al desiderio che ci rende prossimi all’errore. A me interessa l’uomo nel momento in cui cade. E la mia natura, la mia natura non si redime. Sono un legno storto, la causa della mia infelicità. Ma non lo è. E’ inquietudine, il tarlo della scrittura, ancora lei”.

Cercava Dio negli abissi

  • a Enzo Maiorca

 

E’ morto ieri mattina all’alba.  Il giorno si è annunciato con un anticipo di inverno siciliano, mite e illuminato. Una domenica irrorata da una strana pace, scelta dal buon Dio per il Requiem di Enzo Maiorca, mentre la città ha ancora le bignonie sul davanzale e il mare è azzurro e fermissimo oltre i tetti della sua casa.

Era invincibile, l’uomo del blood shift, una teoria che lo scienziato Fraser studiò apposta per lui. Difficile tradurre il misticismo che si realizzava ogni volta, le sue erano immersioni liturgiche. Cercava Dio, lo aveva trovato, disse un giorno, nelle lontananze turchine, in un basco calcareo sopra cui poggiavano distese di poseidonie, nell’infinitamente piccolo. Lo aveva trovato. Fraser provò a spiegare l’intraducibile. Lo scivolamento ematico, dedusse ragionevolmente, ma restava un mistero: dalle estremità del suo corpo, il sangue pulsava verso il cuore, i polmoni. Cos’era realmente quell’uomo? Il fenomeno diventava uno scudo in grado di proteggerlo dalla pressione idrostatica, inarrestabile come un tank, lui scendeva negli abissi, superava una specie di mostro di metallo, tale era la pressione per violenza, scendeva giù giù, fino ai 101 metri, a 57 anni, era il 1988. L’uomo dei record. Delle apnee. Erano solo metafore liturgiche. Restituivano indizi di eternità. SUB: MAIORCA; I PRIMI 80 ANNI DEL RE DEGLI ABISSI / SPECIALE

 

Accadde quel giorno, a 20 metri di profondità, a largo dello Ionio, a nord di Siracusa. La grotta del sole. Sotto il mare. Il sole la conquistava con una tenacia commovente, perforando con i coni di luce il tetto della caverna, nei due fori frastagliati. La luce piombava nel buio. L’uomo in apnea gravitava nel miracolo segreto, malgrado non si sentisse affatto un uomo straordinario. Si compiva l’inaccessibile davanti a lui. Eppure:  “Il supereroe – osservava – soffre, volando di vetta in vetta”. E lui, allora? Lui,  cos’era? Giovane e possente uomo di mare, poggiò il suo fucile da sub, per sempre, la volta in cui sentì nel suo palmo il cuore di una cernia battere impazzito per la paura. Era il mare della riserva del Plemmirio, a sud della città di Siracusa. Era in atto una contesa, il cacciatore e la sua preda. Poi si accorse di questo cuoricino, che batteva disordinatamente, poteva persino immaginarlo caldo e trepidante. Così lasciò il suo fucile, tese il suo braccio, aiutò la creaturina a liberarsi dalla cattività dell’anfratto e la lasciò andare. Era salva.

In barca con la figlia, gli venne in soccorso un miracolo ancora. A largo del Porto Grande, un delfino agitato lambiva la piccola barchetta. Si tuffarono lui e Patrizia, la figlia, lo seguirono a quindici metri sotto la superficie, notando appena un delfino avvinghiato nella trappola mortale della rete, le chiamano le “spadare”, gogne senza scampo. Liberarono il delfino e come barellieri lo condussero in cima. Il delfino sbuffava, tremava, poi diede alla luce, in cima, un piccolo esemplare. Era la compagna che avevano liberato, la mamma, e quello era il figlioletto, e il padre si era adoperato con tutta la disperazione di un padre, di un compagno, e aveva incontrato l’uomo dei record. Ed erano vivi. Sono miracoli. Cercava Dio, lo ha raggiunto in una domenica molto dolce di fine autunno. Ha raggiunto la secondogenita, Rossana.  Qualcuno racconta che sia morta in piedi. La statua della figlia adesso riposa nei fondali del mare del Plemmirio. Due anni fa, il corpo di un ragazzino, annegato in quel mare, lo ritrovarono proprio accanto a lei. C’è un linguaggio segreto che coglieva quest’uomo, e tutto si svolgeva negli abissi, dove cercava Dio, e lo trovava.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione di lunedì 14 novembre 2016

Qui il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/maiorca-cercava-dio-negli-abissi-e-a-volte-lha-trovato/

ancora dal romanzo

Il pomeriggio, studiavo Dante. E mi appassionavo davvero, riuscivo a memorizzare le terzine con una ostinata facilità, malgrado la confusione nella mia testa, obnubilata dal fumo. Frequentavo scuola con incostanza, eppure mi piaceva studiare, ero fatta per i libri, per il mio scrittoio, dove guardavo in fila i libri che avevo amato. Piccole Donne, I ragazzi della via Paal, poi i romanzi e gli autori della deregolamentazione Henry Miller, Anaïs Nin.

Il mio immaginario sentimentale era privo di cronologia, disordinato similmente al mio modo di raggiungere le cose, il mondo, di vederlo questo mondo nella costipata prospettiva di un cortile, un verano, casa di Romina. In classe ero desta soltanto durante le ore di letteratura o di filosofia. Poi dormicchiavo, all’ultimo banco, ascoltando di tanto tanto il vivace bisbigliare delle compagne, mi coglieva da lontano, dalla terra dei vivi. Un luogo che avevo abbandonato, la terra dei vivi. Le compagne parlavano del ragazzo carino dell’ultimo anno, della serata in un pub, il compleanno della più stronza della scuola. E c’è una canzone di Venditti che oggi più che mai riassume quel tempo, leggero e vacuo, e che frequentai troppo poco. Gli anni del liceo, prima di finire nella tomba di Mazzarruna. Dormicchiavo perché ero già fuori dal giro che contava, medesime dinamiche di classe riconducibili alla natura risentita del genere umano, che contro ogni previsione esita davanti a una porta e se può e meglio la chiude. E io ero fuori. Bruciata, una di Mazzarruna, una che stava con i tossici, una che forse lo era. No, no, non lo ero. Per viltà. E avrei dovuto invece per una questione di affiliazione, eravamo una loggia di sbandati, ero l’alternativa colta, il parto cieco, quella riuscita male, il corpo estraneo, ossuta distratta. Tutto sommato non avevo l’aria della personcina istruita, al contrario, davo l’idea di una sciocca, parlavo come una bambina, una mai cresciuta. Mentre una saggezza vecchissima si dibatteva nel mio animo, torturava i miei pensieri, batteva nelle tempie, come la musica house di quegli anni.

Sedevo sul colle, un pomeriggio. Tirai fuori il mio libro, leggevo ad alta voce, controllando la dizione, come una maestrina. Era un desiderio allora, volevo fare la maestra, non lo dissi mai ai compagni, avrebbero certamente riso di me. Io ero quella delle parole ridicole e troppo lunghe. Leggevo Moravia, sottratto alla libreria di mio padre. Leggevo con la mia voce incerta attenta che le vocali non sfuggissero troppo aperte. “(…)*Le venne allora in mente di aggiungere alla nudità e all’attitudine abbattuta un gesto significativo e le parve che dovesse essere falso e sentimentale in modo da non lasciare dubbi sull’abiezione del suo carattere(…)”. E mi veniva in mente Cetty, ogni volta che leggevo dell’Andreina di Moravia. Falso e sentimentale: era il suo modo di meritarsi gli uomini. Io non li meritavo mai. Per questo invidiavo Cetty. Oltre il sicomoro, vedevo avanzare Massimo, Romina, Alfredo. Romina era fiera e spavalda. Esibiva l’austerità del capo che sa farsi rispettare non so per quale dei terrori esercitati. Quando sopraggiunsero, Massimo mi sembrò allegro, mentirò affermando che lo era per me. Era solo induzione chimica. Erano solo anfetamine.

*”Le ambizioni sbagliate” di Alberto Moravia pag.311, Garzanti, 1973

(continua)

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