La letteratura e il dolore

C’è un amico scrittore, Andrea Pomella, è stato finalista al Premio Strega con il romanzo “Anni luce” (Add editore, 2018), torna in libreria a settembre con un nuovo romanzo per Einaudi, “L’uomo che trema“. Ha aspettato molto Andrea per arrivare fin qui, non è stato facile, presumo che abbia pensato anche molte volte di lasciar perdere. Conosco Andrea, la bontà del suo talento è pari alla bontà del suo cuore, a un’innocenza che – se il mondo scalfisce o insidia – si trasforma in tristezza. E per lui si è trasformata in tristezza, ma dalla tristezza sono nati i romanzi della maturità, potentissimi. La scrittura si riscatta nel dolore. Quando lo affermo, spesso sono oggetto di ilarità, di sottile ironia. La mia visione del mondo passa attraverso la fede. La fede mi dice che il dolore è uno strumento di nobiltà, di trasformazione, di conversione, di miracoli. Cosa riesce a operare il dolore procura sconcerto, commozione, stupore per i cinici.

romanzo andrea pomella

Il romanzo di Andrea Pomella

Proprio dove tutto sembra finire, ripiegarsi, il dolore genera, erige nuove cattedrali e scampanii festanti, cinge giardini di sentieri preziosi, profetici. Noi li percorreremo. Così come ha fatto Andrea, nel bel mezzo della grande prova, percorrendola, fino in fondo. In cima alla strada, lunghissima, impervia. Ecco il dolore presentarsi in una forma nuova, della dolcezza e della consapevolezza. La dolcezza è il sentimento della scoperta, un sentimento segreto.

Il dolore non è il piagnisteo, l’autocommiserazione condannata tout court e dai cinici. Il dolore è simile a una creatura che ci sovrasta, indirizza, governa. Accettarlo significa perfezionare quel che di ignoto contiene il nostro Spirito. E’ la mia visione del mondo e di quel che conta e quel che conta spesso è quel che non si vede, malgrado la mia fede, la mia certezza, vacilli tutte le volte in procinto del dolore, che è soltanto o sommamente un indizio di eternità.

Come per Andrea, dal dolore, nella mia vita si è mostrata una vita diversa che sulla precedente ha mietuto, ha raccolto, covoni gravidi. Non era il deserto il precedente; il dolore è un campo coltivato. Se sono morta come donna (perdonate l’enfasi), sono rinata come una scrittrice. E leggendo Isaia trovavo il significato segreto di tutte le cose, di tutte le vicende del mondo, le avversità. Era il Libro 54 ad avvertirmi:  <<O afflitta, sbattuta dalla tempesta, sconsolata, ecco, io incasserò le tue pietre nell’antimonio, e ti fonderò sopra zaffiri. 
 Farò i tuoi merli di rubini, le tue porte di carbonchi, e tutto il tuo recinto di pietre preziose.  Non temere, poiché tu non sarai più confusa; non aver vergogna, ché non avrai più da arrossire; ma dimenticherai l’onta della tua giovinezza, e non ricorderai più l’obbrobrio della tua vedovanza>>.

 

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Signor Ministro Salvini, censisca anche me, ho qualcosa di rom.

Un tempo signor Salvini, in certi Ducati a Skopje, Macedonia, figuri bruni e oscuri sfrecciavano verso sobborghi dimenticati dall’umanità. In questi sobborghi i violini suonavano vibrando sopra i poveri tetti di un monte di miseria e di cenere. Come il monte di Lukavica. Tutti gli apolidi finivano a Skopje. Lo sa signor Ministro, ero innamorata di un uomo chiamato Skender detto qualcosa, tipo Skender detto Bruno, noi in Sicilia abbiamo difficoltà con le lingue slave, ma forse persino in Padania, da voi. A lei piacciono le distanze, stabilirle, confinarle, piuttosto. Io non amo i recinti, mi annoiano, rimarremo soli, uniformati e ordinati, ci guarderemo negli occhi e ci scopriremo già vecchi, senza il caos, sarà la morte, signor Ministro. Senza di loro, lo sarà.vera Tom

Dicevo, mi ero innamorata di quest’uomo dai denti d’oro, Skender, rom kosovaro, rom musulmano, sposato a una serba, Vera. Skender diceva che i rom sono come i girasoli: dove c’è vodka, carne a cuocere al fuoco e sole sulla faccia, ci sono i rom. E mentre lo asseriva guardavo i suoi occhi, verdi come alcune foglie d’autunno, ma solo alcune.

Skender era l’espatriato perenne, era un apolide per circostanza, nascita, genetica, doveva presentare i documenti, la residenza, allo Stato italiano, ma era un apolide, non aveva una terra. Era un ossimoro. Era preoccupato. Sedeva davanti la sua baracca, di fronte si ammonticchiavano scatole di scarpe, ne aveva cinquemila, giurava. Le vendeva nelle fiere insieme con uno smacchiatore miracoloso. Potevo non innamorarmi di un uomo così?

Quando beveva, Vera, la serba, lo chiudeva in bagno, nella baracca di compensato. Non so se capitò sul serio la volta che la pentolaccia di Vera lo colpì sulla fronte. Skender aveva la pella dura. E non so se sia capitato sul serio, che durante la festa di maggio, quando si beve si balla si mangia dall’alba al tramonto, nel fervore di una strana gioia, il vecchio di Sarajevo stecchito in carriola passò all’altro mondo esangue in un canto. Il vecchio in carriola morto, aspettava il giusto requiem, dopo il casino di una tal gran baldoria.

I rom non esistono se non nella loro identità. O nelle nostre paure. La loro identità è la sfida del destino, una provocazione, lo stigma. I rom sono creature amene, sono un miracolo, restituiscono l’avventura e il paradosso, la musica (da dove viene la loro musica? ed è già una domanda esistenziale, l’origine delle cose) e tutta la bellezza del creato, la segreta bellezza del mondo che se si mostra induce al riso e al pianto nel medesimo momento. Sono la poesia di Milos Forman, sono cinque metri di pellicola nel film di Kusturica. I rom di Puskin? Conosce? Aspetti le cito un brano del poeta rom Pankov.

“Ah! Penena, jam oblizàdo te maràs tu! Parce que na jas kek te ganjavén, le koja ràsa, na jas kek”.  Traduco: “Ah! – dicono – siamo obbligati a ucciderti! Perché non c’era nessuno che poteva vincere quella razza”. Non c’era nessuno, capisce? Quando vidi per la prima volta “Dom za vesanje” avevo ventidue anni. Ho pianto e riso tutto il tempo, un lungometraggio di tre ore. Riconobbi i miei amati, su un monte di cenere. Il dolore irriverente di creature non assoggettabili. Io non strapperò i fiori di questo giardino. E’ un giardino rom.

Ho qualcosa di rom, da allora, signor Ministro. Dopo aver visto quel film, firmato da Kusturica. Era profetico, sono finita in un tale disordine febbricitante. Ho qualcosa di rom, censisca anche me.

Una notte ho fatto un sogno.

“Sognai Perhan, ieri l’altro; alle spalle avevamo il fiume dei genocidi, urlavamo atoni, protendevamo braccia e mani verso il buio sanguinolento, c’era un’edicola infernale e noi lì oscillavamo terrorizzati, seguendo il corso della corrente, in prossimità di un altarino di donne senza denti e senza latte; giumente prive di mammelle; uomini evirati. Noi eravamo il simbolo di ogni Bosko e Admira del mondo, gli amanti su un monte di cenere, l’armonica di ogni cadavere, un cimitero di Lukavica, una lapide sul trionfo nazionalista di una terra polveriera(…)”. (tratto da Sangue di cane, Laurana)

Pheran, il rom di Dom za vesanje. Censisca anche me, signor Ministro.

 

La morte di uno stagionale

Quando l’africano al centro della steppa siciliana, in una campagna di agosto, chino sulla lattuga, moriva di crepacuore, non guadagnò nessuna mostrina, non una medaglia di facciata, note di indignazione e mani battute al petto da parte del Governo. Sarebbe stato bello, se così fosse accaduto. Moriva due anni fa.

Il suo nome si perdeva insieme con gli altri nomi. L’africano è morto, non sappiamo chi sia. Saliva, all’alba, nei vecchi ducati dei caporali, a Cassibile, scaricato nei poderi, diritto sulle ginocchia, piegato sulla lattuga, ma non sulle ginocchia, prima regola. La negritudine, la chiamano in paese, terra degli stagionali e del Simun. L’archetipo di Rosarno non basta a eguagliare i ruderi di uomini neri e anonimi che si nascondono oltre, verso le campagne a ovest, su cui si adagia una nebbia cattiva, malata.

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Giovani immigrati nel Cspa di Pozzallo

A ogni scadenza elettorale, nella terra del Simun e degli stagionali – l’archetipo Rosarno o Cassibile e a salire il Paese fino al Trentino – sui morti di fatica e di oltraggio non ci si confeziona su un programma di partito. A qualcuno risulta? Sarebbe stato bello, se così non fosse accaduto. Cioè il silenzio nell’ignominia rotto, deflagrato, da un presidente del Consiglio che sul predellino denuncia e sussulta e caparbiamente promette civiltà, per i morti di fatica.

I morti di fatica sono tutti neri. Talmente neri che non riusciamo a distinguerli. Sono del Ghana? Eritrea? Sudan?

Uomini neri attraversano le isbe che indirizzano verso il nulla. A Cassibile, come a Rosarno, o a Nardò. Ruderi dove si nascondo i neri delle campagne. Sulle pareti dei ruderi affiorano scritte incerte e profonde, simili ai graffiti disperati dei detenuti: Welcome to the Ghana, Welcome to the hill.  Nella isba, circondata da rivoli di acqua nauseabonda, vibrano i lamenti degli uomini delle campagne o le loro risate e persino il loro tacere. Intorno la terra è dura. In lontananza ci sono i giardini di ulivi. E ancor più lontano i suoni della civiltà, inorridita dalla negritudine, dai figuri che al tramonto debordano come guitti da ducati rumorosi, nella stessa piazza che li avrebbe raccolti all’alba. Figuri, neri e anonimi, con sacchi sulle spalle come Bogo. Bogo arrivava da Rosarno con un sacco sulle spalle, aveva finito con i pomodori nel Salento e le arance a Rosarno, doveva cominciare con le patate a Cassibile, è un giro, una ruota, fino alle mele del Trentino. Senza i neri, i supermercati del reparto frutta e verdura sarebbero forse fondaci del primo dopoguerra, con due ravanelli al massimo, miseramente in mostra. Bogo aveva un sacco sulle spalle, sembrava un orso. Era una bombola del gas, aveva viaggiato con il piccolo orso sulle spalle, un orso che poteva esplodere e Bogo con esso e forse se lo augurava. Nel rudere dei “Welcome to the Ghana” gli uomini dormivano sul pavimento. Bogo non sappiamo se sia ancora vivo. L’indignazione corale del Paese non invocava allora una nota dal Quirinale o dalla presidenza del Consiglio e perché no anche dal Viminale. C’è tutta una letteratura in fondo sui diverse pesi e le diverse misure. Sarebbe stato bello lo stesso, però, ricredersi.

Romanzo Amore 76 (l’upupa)

Sarebbe arrivata fino in cima sulla rupe. Avrebbe guardato la baia e concentrato tutte le amarezze in un punto preciso del mare dove sprofondava di più nel margine delle correnti.

Erano passati anni. Aveva incontrato l’inganno. E poi c’era stata Milano, il parco, lei che aspettava lui, le sue scarpe di velluto, le foglie gialle lungo il sentiero. Ora era tutto di nuovo placido, di una placidità che tradiva, non inondava di letizia, non restituiva qualcosa in cambio. E mademoiselle si aspettava di solito qualcosa, dopo aver patito. Era di nuovo lei, lei soltanto, lei e l’upupa sul muro di pietra, mentre buganvillee maestose  precipitavano dal declivio fino alla tenera insenatura. Selvaggia e ardimentosa era la costa e tutto intorno, residui di una vita sconosciuta, che l’aveva contagiata di una certa viltà o tristezza. Le vennero in mente molte cose del passato, persino le più inutili. La compagnetta del mare, il suo fidanzatino, i quattordici anni, la casa mesta sulla vetta del promontorio. Le bambine. Quattordicenni, lei e l’amica, tuffarsi nobilmente come ondine.

Guardava giù. Monsieur sarebbe stata l’ultima prospettiva fasulla. Era tutto finito. Sentiva l’upupa alle sue spalle. Aveva una piccola cresta. La stava osservando, così le parve. Si voltò lentamente per non spaventarla. L’upupa era lì. Col suo buffo becco. Le venne da sorridere, per la tenerezza. E la tenerezza era uno sguardo prestato e potente. Era l’indulgenza che prendeva forma nelle cose. L’upupa muoveva il becco, pestava semini, eseguiva uno strano movimento. E in ogni dettaglio mademoiselle scopriva l’Eternità, il cuore segreto che pulsava dagli antipodi e prima ancora.vestitoveri

Doveva tornare al tempio e salutare tutti. Congedarsi, come le sue vecchie. L’ebreo, Dario l’eroinomane, il pederasta. Tutti. Le avevano tenuto compagnia, ascoltata, protetta. Doveva salutarli, prima di congedarsi.

Il crepuscolo era grigio, il blu cobalto si raggrumava con una nebbia di salsedine lungo la trazzera. Aveva raggiunto la cima, superato i casermoni. Le campagne, i rovi di more, i fiori selvatici. Non aveva altro da aggiungere, mademoiselle.

Il bambino. Era a casa. Faceva i compiti. I pensierini della giornata da trascrivere nel quadernetto. I bambini parlano usando molti vezzeggiativi, ripeté con un sussurro. Il suo bambino anche.

Cosa fare? Non sei sola, mademoiselle. Torna a casa. O guarda pure la baia sotto di te, il bene regale che ti appartiene, la dolcezza di un’upupa. Quanti anni sono passati? Si chiedeva.

Guardava giù. Indossava una tuta bianca, intera, larga. Aderiva al suo esile corpicino.

Era stanca della sua identità incerta. Era stanca di non ricevere o di non capire quando accadeva di ricevere. Il mare si avvitava nei gorghi delle correnti. Era blu cobalto che sembrava il cielo e quando il gabbiano sfiorò entrambi ebbe la certezza di assistere a un miracolo.

Le ragioni inesplicabili l’avevano tormentata e forse in quel mentre perdevano la sostanza del loro mistero. Se mademoiselle avesse accettato le brevi spade conficcate nel fragile ventre smetteva di tormentarsi.

L’upupa emetteva un suono ipnotico. La nebbia era blu cobalto e lei si lasciava andare.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 75 (verso la fine)

Percorreva a passo spedito la mulattiera bianca e polverosa, conduceva sulla punta della costa, irta e sconnessa. Ai fianchi, gli steccati recingevano il mare. Il mare si gonfiava dentro il vento di scirocco, le ricordava un mondo di trapassati. Il suo cimitero. La sua giovinezza. Proseguiva decisa come se dovesse incontrarsi – o tenere udienza – con qualcuno di molto speciale. La sua magrezza era spaventosa, raccoglieva l’ilarità sommessa di chi la incontrava per via, questo la offendeva profondamente, anzi la indignava e considerava il resto dell’universo abitato da imperdonabile volgarità se fossero stati l’unico metro di misura i corpi confezionati di carne e ossa che la sfioravano, attraversando la stessa trazzera.

Aveva smesso di agitarsi per gli amori perduti ed era spaventoso dimorare nella mancanza. Cosa rimane di un’anima disabitata, tolto il sentimento, cosa rimane di un corpo pulsante sangue e immemore? Domande che si davano il turno, sempre uguali, mentre ancora la mulattiera era indefinita, si allungava verso un punto sospeso dove ritrovare l’umanità svilita della sua giovinezza e già ne individuava le cime, i palazzoni brulicanti, panni stesi al vento, tetti frananti, eretti di parabole, urla seppellite nella valle.

Aveva realizzato infine che non sarebbero tornati da lei i rimpianti vestiti di promesse. Non sarebbe tornato più nessuno. E monsieur? Era stato ancora una volta il dispetto di un destino ostile? Perché con lei lo era?

E intanto procedeva e la sua figura si distingueva scura e sottile lontano dagli altri, la civiltà, i suoi frequentatori. Lei desiderava così sparire, insulsamente, come insulsamente aveva praticato quel mondo, la vita medesima, senza incidere, senza portare a compimento le tappe normali della condizione esistenziale che tutto sommato doveva riguardarla, cioè era una donna. E non lo era. Poteva essere un giunco, un cardo, un ramo di agave. Una pietra. Non ispirava altro che compassione, a volte pietà, a volte stupore, un soggetto bizzarro da osservare con curiosità.veronicatom

Procedeva lungo la via, bianca e polverosa, fino alla fine. La campagna si gettava verso il blu, il cielo era attraversato da rondinelle e gruppi di storni. Il mare era ingovernabile nella cala sotto il dirupo.

Da ragazza guardava verso il dirupo, mentre il treno della vecchia ferrovia sfrecciava alle sue spalle, inducendo a lontananze migliori. Da ragazza era vecchia, era morta.  E adesso era tutto in procinto di concludersi e dispiegarsi in direzione di una destinazione adeguata. A ognuno il suo destino. Lo ripeteva mille volte. Il suo destino la osservava con una mite indulgenza. Cosa voleva dirle?

Cosa devo fare ancora? Si chiedeva.

Una motoretta rompeva il silenzio, calpestando le giunture dei cardi, rombando dentro la steppa insolentemente. La polvere si raggrumava in vortice.

Fissava qualcuno, ma erano ombre, era il caldo che si infrangeva sull’asfalto poco più in là. Aveva in mente una canzone, la libertà, la bellezza.

Procedeva.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Lo chiamano il male oscuro

Quel che vi racconterò è solo la verità, ci provo, senza mentire, come di solito funziona quando racconto, quando provo a esercitare la virtù della parola in letteratura. Questa non è letteratura, questa di cui vi parlerò è una testimonianza. Leggevo un post e insieme un invito della giornalista Brunella Vedani a esprimersi sulla depressione, chi ne abbia sofferto, chi ne sia uscito. Con la morte di Alessandra Appiano, si sono aperte molte questioni. La depressione. Non mi interessa la diagnosi, lasciamola ai medici. L’aiuto? Gli psicofarmaci? Sì, certo. Ne ho fatto uso per un anno e mezzo. Eppure non credo che ne sia uscita veramente e quel che di me ha smesso di piangere lo deve alla preghiera. Ma questa è soltanto la mia esperienza.v22

La mia vocazione alla tristezza risale agli anni dell’infanzia. Rivendico un’assenza, il completamento vorrei dire di quell’assenza. Giocavo da sola e avevo un alter ego cattivo con cui litigare, aveva anche un nome, mi suggeriva pensieri orrendi. Erano episodi prodromici? Ma a cosa? Alla scrittura o alla depressione, o a entrambe? Perché certamente chi scrive alimenta vicendevolmente un cul de sac infernale, rimestare tra i propri cadaveri. Un assedio cimiteriale. Proprio ieri mattina, mi sono svegliata con in testa il pensiero: il mio cimitero. Piangevo. Ma il pianto è finito subito, altrimenti mi sarei preoccupata. Avevo sognato vicende e figure del passato. Tutto mi appariva funesto e sepolto, una specie di cimitero ateo, senza fede, senza il vento della speranza veleggiare sopra i cipressi. La mia tristezza mi ha dato una tregua nella adolescenza. Ma è durato poco. Le prime delusioni sentimentali e infine ogni accadimento della mia vicenda personale privata sembra abbiano concorso per prepararla (la depressione) o semplicemente era già lei (la depressione) ad operare con cento profili diversi.

Il crollo ufficiale si è verificato nel gennaio del 2015. Causa apparente la fine di una relazione (epistolare, non ridete per favore). E tuttavia niente di più appassionante di questa conoscenza, uno scrittore bielorusso, niente di più avvolgente e consolatorio di un uomo (maturo, solido, realizzato) che dice di amarti e proteggerti. C’era un pregresso ad ogni modo, eventi preparatori, dolore cagionato dalla fragilità altrui, abbandoni separazioni alcolismo. Eccetera. Non è mancato niente. Quest’uomo, questo bielorusso, era arrivato come un riscatto meritorio. “Adesso ci sono io”, era un po’ il suo metodo. Quando sparisce, di colpo, ma sapete era sposato, e certo tanto sul filo non doveva essere nemmeno lui, per me è stato come infilarmi una spada nel ventre, da parte a parte. Una mattina mi sveglio piangendo, non ho più smesso. Il mio pianto riassumeva forse una vita intera, risentimenti segreti, assenze da rivendicare. Mio padre in sala rianimazione (lo stesso anno). La paura di perdere anche lui.

Quel pianto non smetteva mai, non avevo mai provato niente del genere. Mi sono curata per un anno e mezzo. Però la mia cura arrivava dalle Sacre Scritture, dal mio dialogo con Dio, che spesso mi ha parlato con il profeta Isaia. Potrei raccontare ancora, ma mi fermo qui. Soltanto che da allora, quel che mi è rimasto, è l’incapacità di leggere libri che non siano la Bibbia o Classici dello Spirito, come Le confessioni di Sant’Agostino. Non riesco a guardare la Tv, salvo alcune eccezioni; sento spesso il richiamo della solitudine, il bisogno di raccogliermi in preghiera. Non vado al cinema, non faccio vita sociale, non ho un compagno. Ecco tutto.

Non sono sicura che si esca mai veramente da nulla.

Romanzo Amore 74 (la follia?)

Sarebbe tornata al tempio. Tornava al tempio per guardare la pietra diroccarsi oltre il leggio didascalico sul rudere che le stava di fronte. Così non succedeva nulla ed è quanto a lei importava, affinché nulla succedesse, sedeva al tempio. Osservava l’aria infilarsi nelle fessure delle rocce, attraversare i visi ordinari, gli occhi sbigottiti di un vecchio, la falda dell’amico ebreo compiere il suo giro filantropico. L’amico ebreo la fissava, no, non la fissava, la osservava piuttosto con comprensione. Non disperare mia cara, la esortava. E lei non disperava, qualche volta.

Qualche volta, sì, disperava. Perché non succedeva mai nulla e la sua solitudine era sempre più severa, era il mostro che digrignava i denti, aveva sempre fame, la sua solitudine la scarnificava. Nel suo destino l’amore non si sarebbe compiuto, non sarebbe stato la rivelazione, il riscatto, mai. Soltanto l’inganno, non c’era altro. Andate via, lasciatemi in pace, urlava. L’amico ebreo le tendeva la mano, dai, piano piano, calma, su, aspetta, shhhh. Andate via, urlava. Seduta sulla panca, pigiava le dita sulle guance, le guance senza rotondità, lei nella sua interezza non aveva rotondità, spigoli, da farsi male, ossa. Respingeva la bellezza e l’amore, il suo corpo scavato non era nulla, non era luce, non era nulla.elide

Andate via.

L’ebreo al tempio aveva la mano aperta verso di lei. Sorrideva, ma aveva le lacrime. Lei vigilava adesso in piedi sulla panca. La donna rom passava allora, si conoscevano. Signora, signora, la chiamava. Andate via, urlava, mademoiselle.  La gente del tempio era povera e curiosa e le si accalorava intorno, borbottando, bisbigliando. Non aveva mai veduto un tale intarsio smerigliato notato – mentre urlava – sul rosone dell’edificio dentro la via. Il mondo le girava intorno con tutte le stoltezze, confondeva i pochi visi che avrebbe portato con sé fino alla morte, non le procuravano dolore o gioia, appena un po’ di nostalgia. La nostalgia è un lutto. Non è un bel sentimento, nemmeno se a coltivarlo poi puoi tirarci fuori qualcosa, pensava, forse un romanzo.

Mademoiselle scriveva. E d’improvviso si guardò allo specchio – ma era nella sua testa, lo specchio era antico, con certi baluardi di legno da far venire i brividi per la vetustà –  indossava una camicetta colorata, bianca con ombre fucsia che inseguivano disegni concettuali. Non le era mai piaciuta così tanto in fondo. O si vedeva seduta sulle panche di una chiesa in periferia, bianca bianca, con la luce primordiale di un giorno di giugno provenire dal mare azzurro.

Non aveva bisogno di amare un uomo e viceversa. Era il desiderio di tutti, ma oramai non aveva l’età, a lei interessava la giovinezza più che altro, un sentore di libertà e rivoluzione. Quale rivoluzione, mademoiselle? Scendi da quella panca, mademoiselle.

Scese dalla panca, l’ebreo la sorreggeva. L’accompagnava, col suo bastone, claudicante e malandato, eppur sorridente, tranquillo. Era un uomo di Dio. Lei era avvelenata. La rabbia cieca le impediva di ragionare, di quel mondo odiava tutto, tutti gli inganni. E le veniva voglia di urlare perché non aveva coraggio, perché avrebbe finito di patire, dolersi, l’avrebbe fatto quel gesto, l’avrebbe fatto.

Era un giorno qualunque, di tanti anni dopo, un pianto uguale, fedele. Albe e tramonti. Ed era un giorno qualunque. Non le era più concesso altro e tutto le sembrava cedere, la radice marcia restare e ogni cosa divelta. E non aveva altro che un giorno qualunque davanti.

Le sua braccia strette e dure, il corpo incurvato, non suggerivano bellezza o armonia.

Ed era già sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.