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Gli imperdonabili: un movimento, una collana. Il mio manifesto.

Questo è il movimento del pensiero inverso, presumo. Dove c’è chi vuole normalizzare, consolare, indottrinare l’affare più antidemocratico e autodeterminato insieme che governi il mondo, cioè il talento, il pensiero inverso intende piuttosto renderlo regola. La regola di un gruppo di visionari, ieri riflettevo, bisogna chiamarsi così, giustificare un metodo libero e libertario di intendere le arti e il modo stesso di vivere. Io la chiamerei semplicemente onestà, persino quando si tratta di letteratura, arte, genio o un suo prossimo sodale. Talento, basterebbe. E’ arrivato il momento di alzare la testa, mi ha detto l’editore e scrittore Giulio Milani, tempo fa, in merito alla vicenda legata al critico e poeta Davide Brullo e al suo allontanamento da Linkiesta.

E’ arrivato il momento. Per chi scrive, perlomeno. Sentiamo di muoverci dentro ranghi, spazi limitati, già sotto assedio, irrimediabilmente ci vogliono far credere; dobbiamo appartenere senza identità, maschere di lattice, conformarci, in un assenso pavido o vitreo; è un sistema che ha prodotto frutti, i frutti marci sono caduti dall’albero. Questo pensiero inverso è la traduzione di quel che mi ha detto Milani: è il momento di alzare la testa. Vuole diventare un movimento, “Gli imperdonabili”, quelli sui quali un editor imberbe eccepirebbe sempre qualcosa; vuol diventare finanche una collana omonima, “Gli imperdonabili”. Questo nome deve risuonare come un contagio, il desiderio franco e ardimentoso di un reale colpo di reni. Gli slogan li abbiamo già sussurrati o issati come uno scudo, spesso con frustrazione, quasi mai con compiacimento, “il talento non è democratico”, non deve diventarlo, non è nella sua natura esserlo.

Il movimento è un discrimine, non alza muri, ma precisa, segna un tragitto, c’è un bivio, l’importante è che si sappia. Esistono individui che vi appartengono. Bisogna dare un nome alle vicende che ingenerano mediocrità nel risultato compiuto e mortificazione supina in chi lo riceve (un tale risultato compiuto e medio), non temere la superbia (non ci coglierà impreparati) e non è più pericolosa della modestia vile, che omette, rinnega, tradisce. Il tragitto arriva verso il bivio: qua per la via della Letteratura, qui vai non so dove, seguirai le fila davanti lo Store di libri del tale influencer che scrive, del tale rapper che scrive, dell’attore, del personaggio caricaturale, che scrive. E dello scrittorino, indottrinato a tutte le cause giuste, lo scrittorino che scrive. E così via.

Gli imperdonabili non sono migliori di altri, se preferite. Nella loro poetica c’è una individualità che può aspirare a un canone, in un secondo momento. Ma ciò che conta è che ci sia una specificità in ognuno, e non deve essere contenuta, normalizzata,  restituita simile a qualcos’altro perché non rompa le righe, non induca a un pensiero nuovo e affrancato da un altro che diventa consesso povero, inibitorio, conventicola.

Gli imperdonabili non accetterebbero mai il defenestramento di un critico libero che osa le stroncature: provocazione sfrontata al sistema di cui sopra? Ci domandiamo.

La letteratura è un mistero libero, audace, non conosce colonie. Il mio manifesto cerca adesioni o al limite lettori.

E’ il tempo che lo decide, il frutto marcio caduto dall’albero è il segno.

Vodka Siberiana. Preludio all’intervista su Repubblica Palermo

L’auto-pubblicazione. Una nuova avventura.

 Ho deciso di auto-pubblicarmi una domenica di fine agosto. Uscivo derelitta da un nonsense generale. Fisicamente e moralmente mi sembrava di essere arrivata a un congedo onnicomprensivo, con quanta enfasi e sentimentalismo lo credevo. Eppure avevo scritto molto, vissuto meno, ma non importa. Il mio agente, Patrizio Zurru, poteva al massimo alzare le spalle. Cosa fare di più? Una major  – l’ultima in ordine cronologico – aveva tenuto il testo, infognato aggiungerei, per mesi. Alla fine, nemmeno una risposta, di quelle cose incartapecorita. Niente. Rigettato, senza nemmeno un “grazie, è stato un piacere“. Il testo erano queste lettere, era il romanzo che sarebbe diventato “Vodka siberiana”. Un’amica, grafica, un’artista, Alina Catrinoiu (che poi è la moglie di mio fratello), quella domenica esatta mi è seduta accanto, mi guarda e mi dice: adesso basta, adesso te lo pubblichi da sola. E così in due giorni, io e Alina (Alina si è occupata della copertina, della grafica e dell’impaginazione) abbiamo confezionato un romanzo. Pubblico un post su Facebook, lo annuncio, in un’ora rimedio cento prenotazioni. In un’ora.

Quindi diciamo che questo esperimento – partito con risorse zero – smonta anche la balla della fantasmagorica non meglio identificata “crisi del lettore” o altrimenti detta “l’aporia del lettore che non legge”. Eh no, belli. Il lettore non legge più una forma estesa di deiezione narratologica, che è un po’ diverso. Libroidi, scatole di carta con dentro sfoglie di cellulosa. Eccetera. Questo esperimento raggiunge persino le grazie di Igor Tuveri, al secolo Igort, che mi promette: ti sosterrò sempre, mi piacciono le sfide, chi si avventura in strade strette  e poco frequentate.

L’editoria.

L’editoria tradizionale – i suoi canali ufficiali – forse non mi ama abbastanza, forse il mio vezzo è voler essere amata a tutti costi e proprio per questo il mio vezzo si traduce in un mai severo e irrevocabile. 

Le lettere

Le lettere nascono a ridosso dell’epistolario sentimentale scritto a quattro mani con lo scrittore e poeta Davide Brullo, esattamente un anno fa; iniziate a maggio, finite a agosto (del 2019). E in fondo questo romanzo lo devo a lui. Molta scrittura degli ultimi mesi la devo a lui. Il romanzo gliel’ho anche dedicato per questo.

La memoria è un vascello.

Le lettere erano sistemate da qualche parte in quel vascello fantasma che a volte è la mia memoria. Abiurano tutti. Nella mia memoria. C’era un’altra angolazione da dover affrontare (dopo “Sangue di cane” e “L’altro addio”), collocandomi stavolta io al centro di un proscenio epocale, che mi ha investito come distrattamente, eppure infilandomi di forza dentro l’attraversamento della Storia. La storia di quegli anni, metà anni ’90, dopo la caduta del Muro, l’avvento della democrazia in estensioni di laconiche lande dell’est, la riproduzione di uomini automi, che riversano nel nostro Occidente pingue e maldestro, d’un tratto soltanto bevitori, d’un tratto il calco ributtante, erano deregolamentazione, scandalo, irreggimentazione. Chi erano questi uomini? Bevitori portatori di una pietà apocalittica, di errori che hanno fondato un secolo, di fallimenti e utopie, chi erano, se non un monito, lugubre e cimiteriale, di colpe anche nostre? Raccontare di nuovo è stato prostrante, mi è costato molto, non pensavo così tanto.

Non scrivo se non quello che conosco.

E’ come se mi fosse stata data una sola possibilità, di vivere un lasso, in quel lasso si sarebbe concentrato tutto il mistero del mondo, il segreto primordiale, la tragedia e la morte, l’ignominia e la risurrezione. Il dolore, la pietà, l’amore. Ma più di tutto, la pietà. Un’eco mistica, la pietà. In quel lasso, in quel solo lasso, ho vissuto, e poi mai più. Non sapendo che già mi avevano indicato la casacca della testimone e che avrei dovuto indossare. E l’ho indossata. Ma non lo sapevo. Guardavo svolgersi le cose, e io dentro, eroi gogoliani, guitti con un ghigno tragico crocifisso in volto, riproducevano il senso più patetico, ridicolo, epico e commovente, che in fondo potremmo destinare a un girone di eventi e casualità chiamati nell’insieme: vita.

Il romanzo guida. Limonov.

Ho scoperto (le rivelazioni mi si presentano spesso sottaciute) che ogni mio testo ha avuto un romanzo guida. Più che Carrére (narrazione orizzontale che, ammetto, non ho amato molto), mi interessava l’eroe discinto, amorale, che fu Limonov. Quel tipo di uomo apparteneva esattamente all’enclave di bevitori, con una confusa identità da esaurire, frequentatori del parco, nella trama, nel filo intessuto delle Lettere. Cioè di “Vodka Siberiana”.

L’autofiction.

Non è esattamente quel che faccio, ma non c’è un altro modo per definire l’autobiografismo. E tuttavia non è nemmeno esatto definire autobiografismo quel che faccio, perché racconto terzi, soggetti terzi portatori di sventure visionarie, tratti da passaggi su tralicci surreali e sovramondani, più o meno. L’ambientazione è una piccola città del sud, una città di provincia siciliana; ma il metauniverso è da tombino, un globo di sparuti alticci che il mondo perbene e borghese stenta a riconoscere o sorprendere nei giorni ordinati e consolatori del resto, il resto sono gli altri. Quindi potremmo essere ovunque, a Berlino o a Bogotà. In un barrìo o in una squat londinese, ma siamo in un parco siciliano.

Reazioni alla nuova avventura.

Reazioni favolose, proprio da favola. Dicevo del sostegno del grande fumettista, scrittore e regista, Igor Tuveri; scrittori, poeti. Lettori di qualsiasi estrazione sociale. E’ come se a un certo punto tutti avessimo capito che sta cambiando il vento. Sta cambiando. Una rivoluzione. Una specie di rivoluzione. E’ finito il tempo dei “walking dead”.

La creaturina.

Oh, la creaturina. Una mistica. La restituzione fedele dell’amore crocifisso. La mia conversione. Con lei ho incontrato un Dio Buono e Sovversivo, con lei questo Dio era Buono e basta (ed è Dio), incapace di giudicare, e frequentava gli imperdonabili, e li amava, e usciva dai luoghi consoni, per sollevare le braccia del lercio, sepolto dai suoi escrementi. Mi ritrovo a pensarla – o a sospirare delicatamente come faceva lei e dire come faceva lei vediamo, speriamo – o a riflettere: ma è esistito tutto, davvero?

Una parte dell’intervista è uscita sulle pagine di Repubblica Palermo, a firma di Eleonora Lombardo, il 14 ottobre 2020.

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Vodka Siberiana: una piccola rivoluzione

di Davide Brullo

Questa piccola donna, statuaria nel suo dolore, convinta di essere una candela – colei che si scioglie all’obbedienza di una fiamma – è una spada, in verità. Questa piccola donna, con occhi simili al Canto del Servo di Isaia, dieci anni dopo l’esordio, clamoroso, Sangue di cane, eleva il suo sangue dalla cagnara della letteratura presente, vigente, vincente, e ne fa opera. Fa una piccola rivoluzione, come sa fare lei: disegna qualcosa sulla terra, in uno squarcio periferico, nel mezzogiorno metallico ostile alla pietà, dove i palazzi in falangi hanno pure l’ardore della Città di Dio, e muove un millennio. Come le grandi mistiche – quante volte gliel’ho detto – Caterina da Siena, Veronica Giuliani, Louise du Néant, che dal niente traggono un Niagara di luce. Veronica Tomassini. Eccola lì, fragile, all’apparenza, questa donna devota e violenta, coraggiosa alla preghiera, capace di mordere il crudo, di strappare. 

Graziata da una serie di libri importanti – ne cito alcuni: Il polacco Maciej, Christiane deve morire, L’altro addio, Mazzarrona – divenuta già canone nell’altro lato dell’oceano (è discussa nello studio, Righetous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narrative, a cura di Stefania Lucamante, edito dalla University of Toronto Press), s’è rotta le palle dell’editoria italiana, prona non tanto alle convenienze e alle conventicole ma al volo basso, alle mezze misure, alle mezze seghe, e ha stampato l’ultimo romanzo, Vodka siberiana, da sé. L’ha fatto come si confà a un grande libro: copertina accurata, grafica adatta (il tutto a cura di Alina Catrinoiu), scrittura… beh… fate voi, vi lego un brandello. Una volta Flavio Santi ha scritto che se fossimo in un Paese normale la poesia di Simone Cattaneo sarebbe trattata come quella di Simon Armitage (incidentalmente elevato a poet laureate in UK). Io dovrei dire che se fossimo in un Paese decente Veronica Tomassini, che scrive con l’estro di Marina Cvetaeva, è allo stesso tempo classica e postumana, arcadica e arcana, totalmente ‘attuale’ e del tutto fuori tempo, una specie di incrocio tra Katherine Mansfield, Angela da Foligno e l’Apocalisse, avrebbe la fama che fu concessa a Marguerite Duras.

Dai suoi libri mungerebbero film. In tivù farebbero a gara per avere la sua opinione su tutto. E lei li incenerirebbe tutti – tutti abominevoli nel loro urlato perbenismo, nella loro laccata rincorsa al trono. Ma questo è un paese a contrario, incapace a forgiare un immaginario, uno straccio di mito, è un paese a quattro zampe che subisce i miti altrui, servile, inebetito, beato in un vuoto cinismo. Ecco. In questo paese votato al sorriso e all’ira misera Veronica Tomassini ha compiuto una piccola rivoluzione. Il suo gesto, da scrittrice con una bibliografia aurea alta così, non riguarda la rivalsa: qui la vicenda delle altezze e del rango (proprio di chi, da re, lecca il sottosuolo) è ribaltata. Le grandi major editoriali, abbiate pietà di loro, non sono in grado, non hanno la grandezza per pubblicare Veronica Tomassini. La scrittrice è ingombrante. Sembra una creatura piccola, una ‘creaturina’, ma è troppo vasta. È un oceano. Un oceano decuplicato. Come fai a contenerla? Veronica Tomassini ti massacra. Pubblicare lei significa mandare al macero gli altri. Allora, lei fa da sé. E impone un nuovo ritmo alla letteratura. Da ora, è il lettore che deve reclamare lo scrittore. Se vuoi il libro, devi rivolgerti allo scrittore. E lui, con una cura magistrale, te lo spedisce. Gli editori debbono incassare; allo scrittore, a precipizio nell’opera, basta sopravvivere, vivere. Il gesto di Veronica Tomassini, in fondo, è una chiamata. Fate come me. Impone un novo modo, un mondo nuovo. Sfida gli altri scrittori. Avete le palle di fare come me? Veronica Tomassini sembra fragile. Ma è una che fonda monasteri.

L’originale è uscito su Pangea il 15 settembre 2020

http: //www.pangea.news/tomassini-vodka-siberiana/

Le ragioni di una scelta

Soltanto negli ultimi due anni, ho scritto qualcosa come quattro romanzi. Va bene, direte, ma chi se ne frega, sì in effetti, eppure io faccio questo, di mestiere. Al secolo: poverissima. L’editoria con me storce il naso, non la capisco, ricambiata c’è da dire. Predilige nomi aurei? Perfetto. Ad ogni modo, decido di pubblicare un romanzo da me. D’un tratto, come destata da una specie di dormiveglia. La mia amica grafica, è un’artista, Alina Catrinoiu (nonché la moglie di mio fratello, vedete vi racconto tutto), mi dice: ma basta, ma alzati. Per dire: un colpo di reni. Sì. Hai questo romanzo, dice, è bello. Pubblicalo. Da sola.

“Vodka siberiana” è il titolo. Lettere, perché è un romanzo epistolare. Quindi io e Alina lo abbiamo trasformato in un libro, in due giorni. Annuncio l’idea in un post su Facebook e in un’ora raccolgo cento prenotazioni. In un’ora. Ecco, penso ai piagnistei da protocollo degli editori: questi musetti afflitti, lamentazioni infinite sull’assenza di lettori. E le domandone: quante copie vendi? Due, tre, quattro mila? Poche. Sorry. Niente da fare.

Cioè l’editore pretenderebbe replicazioni di magister oltreoceanici (King? Anche), un fenomeno seriale. Uno che, ipso facto, venda. Di solito potrebbe accadere – secondo questo apocalittico vagheggiamento editoriale – aggiustando testi normodotati, che può leggere persino il “bifolco tipo” davanti a un rutto e a un big burger e a una pinta di coca. Applauso. In una tale visione sprezzante e classista, lo scrittore furente di poetica ne esce più o meno a pezzi, alla stregua del miserabile visionario, da tenere sotto scacco con residui di concessioni, il libricino, la presentazione in un buco di una provincia nel varesotto, chessò, niente ovvero; lo scrittore che diventa scrittorino; o altrimenti un folle bipolare che al massimo aspirerà a un destino di Xanax. E dunque ancora una volta: niente.

Pubblico il mio romanzo, allora, da me. Quarta di copertina, bandella (in gergo, il risvolto, la sovraccoperta), biografia. Sapete, un attimo. La copertina mi è sembrata perfetta al secondo tentativo, ho ringraziato Alina, le ho detto commossa: mi sento tanto la Sagan. In due anni, il testo ha dormito. Il mio agente alzava le spalle. Una major aveva rigettato il testo senza una ragione. Mi sono sentita offesa. In America, nelle università, il mio romanzo d’esordio (“Sangue di cane”, nda) è diventato oggetto di studio. È uscito un saggio, per la Press University di Toronto. Non dovrei dirlo io. Ma lo dico.

E qui: qui sono appena un manoscritto che non sarà nemmeno letto e al limite rifiutato.

Il mio romanzo d’esordio. Fu considerato un caso letterario. Ma non mi è servito a niente. A quest’ultimo romanzo, “Vodka siberiana”, tenevo molto. Ne parlo a Marco Travaglio, a lui piace molto l’idea, mi dà questa possibilità, raccontarlo sulle pagine del Fatto; Peter Gomez fa lo stesso sulla piattaforma on line. Cosa avrei fatto senza il loro placet? Nulla.  Volete leggermi? Scrivetemi. Io vi ringrazio.

L’originale è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano il 17 settembre 2020.

Lettera a uno scrittore.

Agosto, 2020

Come le avevo promesso, le racconterò i miei giorni.

Giorni sconosciuti, persino a me stessa. E in definitiva anche lei, è uno sconosciuto. Non me li ha chiesti. Si è infilato nella mia posta. Non sa in quale insidia, in quale minaccioso o invertito amplificatore di moltiplicate rivendicazioni. Gettate al caso. Lei mi scrive: saluti dal Garda.

Mi dicono molto bene di lei. Dovrei concentrami. Dunque dovrei leggerla. La mia indolenza è una mancanza di lucidità. So che è uno scrittore tra i maggiori.

Quale comunicazione può intercorrere? Dovrei riflettere su quel che ci divide. La nostra estraneità. La medesima che mi disturba dacché ho memoria. La terra in cui vivo, distrattamente, con eccessi di ostilità o piuttosto aperte antipatie, verso l’indigeno, l’ignoranza superba e sdegnosa. Dimoro sopra una roccia, la immagini così questa terra, un cumulo irritato di creta. Rocciosa rupe. Un faro sulla cima di una pietra granulosa, una parete che diventa declivio e finisce dentro lontananze paurose. Turchine. Il mare. E’ una concessione che sovente guadagniamo dopo svariati ricatti. La tendenza al mutismo e alla diffidenza. La risata larga ma consapevole e guardinga. Gente rugosa abituata a brevissimi orizzonti. Il mio sguardo allora cade sulle cose con il piglio dell’educanda propensa a raddrizzare il mondo favolistico.

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La terra su cui Zanussi aveva lasciato il suo “Sole nero”, alcuni ciack. Krzysztof Zanussi cercava la luce nera. La luce nera che aveva esaltato la poetica del pittore Velasco Vitali. I miei giorni finiscono come insetti impazziti su un vetro. La luce nera, il sole di Zanussi, la luce di Velasco, sopra la rupe il mio sguardo è sottile fino a raccogliere indizi di un progresso speranzoso, di autunni e parchi e sentieri di ippocastani. Qualcosa che sfugga alla suggestione rabbiosa di una campagna di iris e al vento violento sopra verdissime agavi.

Le sto raccontando i miei giorni. Possiamo raccontarci a sconosciuti. Con me lo hanno fatto. Sconosciuti. Temo moltissimo la leggerezza con cui indaghiamo l’alterità.

L’alterità è il cavillo su cui inciampare, il fermabue dopo il dosso. Ogni giorno percorro l’identica strada. Attraverso un parcheggio, il sole lattiginoso precipita in getti di piombo sull’asfalto.

Ogni giorno arrivo a una casa con un roseto. Mi stringo al graticcio che la recinge. Afferro le grate infuocate, guardo lontano, mi spingo al muro, aderisco alla crepa, fino a immaginare il vedovo che l’aveva abitata. Il vedovo è morto. La casa precede la dogana, la dogana ha giardini aulici dove risorgono e crollano criniere decadenti di bouganville. Il fucsia è un rimando oneroso per certe tristezze. La Sicilia ha un suono triste, provi ad ascoltarla, come farebbe con una conchiglia, cosa suggerirebbe al suo udito? Suoni tristissimi, spacciati per vitalità popolosa di antichissimi eroismi.

Soggiacere piuttosto è il terrore di una razza. E la chiamo razza, con tutte le coincidenze e i rischi e le accuse.

Scrivo spesso per sopravvivere.

Le mie conversazioni nella vita reale, voglio dire oltre la scrittura, sono suoni monogami, solitari o sussurri, soprattutto segrete sovversioni. Sono tutti sì recusi. Non mi portano a niente, nemmeno a presentarmi da lei con l’inganno e il mio vestito migliore.

Attraverso un parcheggio dove adesso brucia un rudere. Brucia, nero, derelitto. Dai tombini esala un terribile olezzo. Siamo arabi. Il folto delle siepi è la traduzione di un orinatoio. Noi portiamo avanti il caos, l’accidia o meglio una neghittosità araba, un profumo opprimente di spezie, voci irregolari.

Scrivo per sopravvivere a un minuto, un’ora, un tramonto. Mi piace ripetere l’ossessiva puntualità di albe e crepuscoli che smarrisco nell’oblio oltraggioso e che anch’esso è segreta sovversione.

Mi ribello a una estraneità perpetua. Vorrei che qualcuno la guarisse.

Va da sé che non è un desiderio, una supplica, ma un salmo in cui gettarsi. La pazienza che rovina verso la fine, la fine in luogo di saette ardenti e dorate, anime celesti.

Ancora lettere. Non le chiedo di rispondermi e non so nemmeno se a questa ne seguiranno altre. Per il momento, è una corrispondenza pubblica.
Veronica

Su Sangue di cane: le parole come la vita

di Alberto Alberici

Alberto Alberici, Castel San Pietro Terme (Bologna). Lavora nella moda. Scrive. Il suo ultimo romanzo è “Ero” (Minerva Edizioni, 2019)

Di Veronica conosco le parole scritte in Sangue di cane (Laurana, 2010) e quelle che la sua voce regala in rete nelle foto animate e nella lettura di alcuni brani tratti dai suoi romanzi. Le prime e le seconde sembrano non provenire dalla stessa persona, eppure si legano ma come opposti, inaspettatamente. Sangue di cane è un romanzo che regalerei a tutti e che consiglio. La scrittura di Veronica mi ha colto impreparato e impressionato. Non ho mai fatto la conta di quanti sono gli scrittori a cui sono grato. In una ipotetica personale classifica direi una decina. Una decina più Veronica. Sangue di cane è in primo luogo un oggetto estetico. Pochi libri purtroppo lo sono, sovente le case editrici dimenticano questo aspetto. La fotografia in copertina, il color prugna diminuito, la quarta con un colore diverso ma appropriato al tutto, poi il primo piano a colori di Veronica che gioca a rimpiattino con il bianco e nero della ragazza in copertina. Hanno qualcosa in comune e va scoperto, sentito, forse un passato e un futuro legati dalla narrazione, aggrappati ad essa. Un oggetto d’arte da esporre. Una meraviglia fuori e dentro. Torno alle parole. Quelle scritte provengono da un posto prima del pensiero e sono come la vita, buone alla prima, senza possibilità di tornare indietro. Un inchiostro carico d’istinto che trae dalla poesia per getto d’impulso e diventa prosa nella cruda descrizione del reale. Un romanzo deve regalarmi almeno una frase da portare via. Da tenere in tasca. Una di quelle che a pensarci conoscevo ma non sapevo di avere, o una nuova al di fuori di me. Sangue di cane ne è pieno. Amo sottolineare queste frasi. Nel romanzo di Veronica ho smesso: troppe! Il libro è un pugno allo stomaco che ti piega, le cui vibrazioni imballano il cuore, salgono alla mente e qui scavano, creano un varco, poi penetrano mescolandosi al contenuto, estraendoti diverso. La scrittura prende e trascina. Veronica ha questo dono, insieme a quello di conoscere quando mollare la presa, liberare il lettore dall’apnea, perché è la sua e non per necessità narrativa. Le pause che arrivano al momento giusto, nelle quali il racconto si apre , sono quelle della sua esistenza. Non c’è artificio, il lettore lo sa, solo genuinità. Un miracolo. Ho invidiato quel polacco, per come è descritto, per l’amore ricevuto addosso, poi sono arrivato ad essere infastidito dalla protagonista, per quel suo procedere senza difese, incurante, senza remore. Uso un termine non mio”senza pelle”. Poi ci sono le parole dette da Veronica, da una voce che non diresti sua di donna, ma ancora di ragazza, e sono parole con un intercalare proprio, come somma di interruzioni, come fossero messe, inserite, in una realtà di sola pausa. Inserite in una pausa e non viceversa. Ogni singola parola proviene da un sospeso e solo alla fine chi ascolta comprende che sono un regalo, un medicamento per colmare quel vuoto concavo lasciato dal pugno nello stomaco. Ci aiutano a tornare alla forma precedente, lasciando a lei, l’autrice, tutto il carico di verità, dolore, inquietudine e schifo.

She is just any girl

The Abject

She is just any girl. He is an abyss.                                                    – Veronica Tomassini

 

This novel is governed by the tones of a tragedy and the narrator’s restless quest for truth. What burned inside the narrator while she loved the Polish immigrant still burns inside her at the moment of composition. It is Christmas time, a time to be happy and serene – but not for the narrator, who feels constantly monitored and judged by her community. We know that, in the eyes of community above ground, she is an Albanian whore. She defines herself as such in the third person.

What is the meaning of this label? Her attachment to Slawek detaches her from her community of origin and turns her into a foreign whore, an “Albanian”, an adjective that still today hold negative connotations among Italians. She is linguistically ex-communicated from her community.Righteous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic ...

In the letter to Slawek, the narrator  discusses the deaths of many Poles who arrived at the margin of continent, Sicily, only to die there. Slawek’s body is the primary site of the abject. For Hal Foster it is “this category of (non) being defined by Julia Kristeva as neither subject nor object, but before one is the first (before full separation from the mother) or after one is the second (as a corpse given over the objecthood).

Tomassini suggests these tremendous conditions throughout the novel, in wich the narrator details the vomit and other bodily excretions, the blood literally pouring out of Poles who come to Syracuse to die, as if it is an elephants’cemetery. As Foster suggest regarding the representation of the body turned inside out, of the subject literally abjected, thrown out. But this is also the condition of the outside turned in, of the invasion of the subject-as-picture by the object gaze. But the question i s why?zoom_libro_1

It is tempting to work with Kristeva’s abject when dealing Slawek’s character because the narrator offers much evidence that his abjection finds its roots in his intersubjectivity, corrupted even before it had a reason to exist.

(…)Love is a passion that should stir all the loftiest feelings.

(…)We need to explore the intricacies of passion in order to appreciate the value of constructive anger in our artist reassessments o society and attempts to come to terms with it.

Stefania Lucamante (professor of Italian and Comparative Literature at the Catholic University of America).

tratto da: “Righetous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narrative” – Press University of Toronto, 2020

 

“Come un Cantico” – L’epistolario sentimentale diventa una tesi di laurea.

L’epistolario sentimentale, Senza gestire l’ignoto, scritto lo scorso anno, con Davide Brullo, scrittore e poeta, diventa oggetto della tesi di Laurea di Anna Maria Domenella, studiosa e blogger marchigiana. Di seguito, pubblico una brano dove spiego alla relatrice l’origine del progetto. La tesi di laurea è uno straordinario saggio ed è più articolata ovviamente, indagando anche altri esempi del genere letterario: Lettere a Bruna di Giuseppe Ungaretti, Gnanca na busia; il libro-lenzuolo di Clelia Marchi.
LA SCINTILLA
Motivo di scrittura. Perché ho scritto?
L’idea di un epistolario sentimentale mi girava in testa da molti anni. Aggiungo la specificità “sentimentale” non a caso. Mi interessava la determinazione di un linguaggio entro una precisa riserva, quella del sentimento e delle Lettere, che forse per loro stessa natura (era quel che pensavo) pretendevano una trasformazione linguistica (non solo, una disposizione dello spirito finanche), nobile, aristocratica, di un altro tempo, e con sottaciuti strascichi di tragicità. Ogni Lettera lo diventa, nobile, tragica. E infine sentimentale. Ancor meglio mi seduceva un progetto, interrogava innanzitutto me stessa, ma credo anche l’archetipo universale che inforca l’umanità, archetipo che restituisce la domanda: l’amore o altrimenti chi siamo in sua assenza? Dunque legare  i due universi, affini, fratelli, l’autoreferenzialità eppur innocente di una lettera, lo scarto prevedibile (chi sono e chi vorrei essere), l’autorevolezza, la sontuosità del misterioso universo da cui proviene, e l’amore ingenerato (per autocombustione?), antro pericolosissimo dove gettarsi con crudeltà e fermezza, fino a perdersi, e al limite non ritrovare che una sola risposta: non siamo in sua assenza. Siamo il calco di Qualcosa piuttosto, l’ombra che ci hanno lasciato precipitare dal tergo agli intestini, perché ne sentissimo atrocemente la mancanza. Dentro l’assedio, ho immaginato uno scambio epistolare, d’amore. E questo perché la ferocia non lasciasse scampo all’autenticità, perché la stessa non vi soccombesse, e certo c’era molto da rischiare. Tuttavia non vedevo altra alternativa. Mancava solo un dettaglio: il destinatario. Non un dettaglio minimo, ovviamente. Doveva essere uno scrittore in grado di alimentare l’identica pira. Bruciarvi insieme. Affinità non da poco; l’indole all’autodistruzione momentanea e direi funzionalmente letteraria. Il destinatario lo trovai, quando proprio non ci pensavo più. Nella vita funziona di solito così, per ogni scelta, ogni giro di boa.
IL FUOCO
Contenuto. Cosa dico quando ho scritto?
Dico l’amore. L’amore, l’assenza, l’attesa. Leggevo da qualche parte: la vita è una congèrie di attese, finite quelle, resta un inghippo, un ingranaggio uggioso e vecchio, di cui doversi liberare. Nelle epistole, lei, Vera, ebrea di origini ceche, sfollata a Tel Aviv, nel post bellico, è sopravvissuta a ogni abominio, il campo, il postribolo (il cosiddetto Sonderbau, edificio speciale, dove finivano le ebree più belle per soddisfare i desideri indicibili dei boia e degli oligarca nazisti), la morte, le divaricazioni degli affetti, di una vita, cielo e terra sovvertiti, sopravvissuta dunque esangue per sempre, affetta irrevocabilmente da quella malattia del campo, definita la malattia del “niente”. Irrompe all’improvviso, la descrivono alcuni sopravvissuti, ricordo Nedo Fiano, ne parlava anche lui, Pietro Terracina, ma anche Primo Levi. Sovviene all’improvviso, nel corso di una vita, all’improvviso, mentre ridi, o lavori, o vivi, sovviene il niente. Una specie di morte protratta, una morte per sempre, come d’altronde prometterebbe la morte. Vera è il risultato di una morte protratta, perché è sopravvissuta, in un preciso affondo, di una tale tragicità, incontra Nathan, avventuriero, mercante di carte celesti, si amano subito, una notte a Praga, si perdono subito. Lei ripara a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, in cerca di una identità, una qualsiasi, un altro modo per sopravvivere. Ed è il prologo, o l’antefatto, dell’epistolario, che ho condiviso con lo scrittore Davide Brullo.

LA BRACE

Eredità. Cosa lascio con questo epistolario?
Il linguaggio. La forza, le seduzioni del linguaggio, la certezza che le cose accadono perché qualcuno le ha raccontate. L’indefettibile cornice da guardare come a una reliquia, da cui attingere malinconie varie: l’amore. Ripeterlo o invocarlo, pur sapendo che spesso o talvolta risuoni in un giro di cerchi metallici, uno sopra l’altro, o uno sotto l’altro, risuoni, eco metallica, senza altro attendere e promettere. Nelle certezze mondane: insicuro e violabile. E’ l’assoluto quesito, il medesimo che rintrona, dal nostro primo vagito, nascosto nel nostro primo vagito, compagno fedele, fino all’invocazione dell’ultimo giorno. Sarà una rivelazione, la fede ci dice questo.
Cosa lascio? Lascio l’inenarrabile nostalgia, la nostalgia di aver perso quello che non ho mai avuto.
(tratto da: IL DIALOGO BLU DEGLI AMANTI
L’EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA D’AMORE
DAGLI SCAMBI EPISTOLARI SU CARTA A QUELLI IN RETE – Tesi di Laurea Magistrale di Anna Maria Domenella  – Università degli studi di Verona – luglio 2020).

Anger and love in space of Otherness (in Sangue di cane)

zoom_libro_1“My study considers the failed heroic tale of Slawek in “Sangue di cane” as a starting point for Tomassini’s broader investigation into the condition experienced by both the Polish immigrant Slawek and the diffeferent communities of imperdonabili (unforgivable) that continues with a second novel, L’altro addio (The Other Good-bye). In a fragmented narrative featuring frequent flashbacks, Sangue di cane racounts a love story in wich the author also examines the imperdonabili, those individuals who either cannot conform to the rules of society, or do not want to. As in Vinci’s case, the entire text is presented in epistolary form, but in Tomassini’s, the letter is written as Christmas, a significant time for many. The confused tones underlyng the text illustrate the impact of the trauma of the narrator’s tragic experiences with Slawek, seemingly preventing the narrator from properly ordering the various segments of her love story.(…)Two narratives run parallel in the novel: the narrative of the love story of the narrator and Slawek; and the narrative of the failure of the community to grant to the undesiderables guests – the immigrants – the “right to hospitality” that would enable them to integrate into Syracuse’s community. While Tomassini’s fictional narrative centres on human beings and their complex relationship, the charachters grapple with the external forces of a morally oppressive society. The relative flexibility of the textual form appears to alter the modalities of novelistic expression by wich the aesthetic act speaks to us.(…)In any dirty, abject, miserable individual, the narrating voice of Sangue di cane recognized the meaning of existence, the almost mystical meaning of pain. Yes, as the Gospel says – in every face wrinkled by grief, she ricognized the face of the Christ. The love letter to the proscribed reveals the Christological aspect of the martyrdom of the discriminated against. She appropriates this non-novelistic discourse, a form of hagiographic discourse and weaves it  into an icastic novelistic text in winch the civil passion and the sense of outrage against the proscription of the Poles in the city of Syracuse seep through the subjective experience of love”.

(Stefania Lucamante, Righteous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic Narratives, University of Toronto Press, 2020, Euro 91,66)

Copertina anteriore

Povero Arno Camenisch o di quel “c’è n’è”

Ho sentito molto parlare di questo scrittore nato a Tavanasa. Classe 1978. Sembra uscito da una band di rock casinisti, un frontman figo e abbastanza maledetto, a guardarlo in alcune foto, pubblicate nella sua pagina ufficiale. Me ne aveva parlato anche una amica scrittrice. Arno Camenisch. In tour fino nella mia terra, a Palermo, di recente, a presentare non ricordo quale dei suoi romanzi. Pubblica con Keller, perlomeno, il romanzo che ho letto di lui, o meglio che non ho letto (vi spiegherò, nda) fino alla fine, è “Ultima neve”, edito nel 2019 proprio dalla Keller di Rovereto. Ottima opinione delle case editrici medie, per una oramai questione di principio talmente professata da annoiarmene io stessa, trasformata perlopiù in opinione alla moda, la retorica della resistenza o della partigianeria del minore, o soggetto trasversale se così posso dire. Il preambolo serve veramente a poco perché la conclusione non è viva la Keller e Arno Camenisch!

No, spiacenti, proprio no. La conclusione è: che accidenti di destino abbiano i nostri romanzi. Punto interrogativo. I nostri testi. In quali manine di boriosi imberbi finiscano. O editor freschi di diploma della tal rinomata scuola di scrittura. Magari hanno la metà dei tuoi anni e per una sola questione di spazio mnemonico, poche stanze dove infilare i fatti, la vita – per una questio di spazio e di tempo, meno anni, meno vita – non potrebbero suggerirti soluzioni linguistiche da far intendere (la massima è tale) in uno spregio classista a chiunque, signora del quinto piano compresa; però attenzione: vogliono insegnarti il presente storico; o la riformula di un periodo; normalizzarti, grattandosi la zucca piena di convinzioni lineari e da programma didattico. Realizzano quarte di copertina sbrigative e tu, nel frattempo, digrigni i denti o con le lacrime agli occhi pensi con fuggevolezza e disperazione alle quarte di copertina firmate in collane memorabili Rizzoli, nella metà del secolo scorso, lo pensi con la malinconia di un reperto archeologico, pensi alle bandelle degli Oscar Mondadori dove si citava Emilio Cecchi per raccontare l’umanesimo bardato e meticoloso di Pavese, oppure quarte da cammeo letterario nel raccontare il romanzo dell’attesa di Nino Marino: “(…)Le decisioni si prendono all’alba, e dell’alba hanno la luce gelida”. Non è un brano del romanzo, quanto abbiamo riportato, si sappia, è un periodo estrapolato dalla quarta, un romanzo dentro il romanzo. Ma persino le biografie lo erano, cammei letterari, minuscoli romanzi abbacinanti.

Nel senso: ognuno con il suo talento. Allora più che mai; meglio che mai. E invece no, no no. Oggi siamo nel bel mezzo del tripudio fancazzista, nessuno sa fare qualcosa. E tutti perciò la faranno. Il tripudio ha una sua ragione morale per certo paraculismo financo aristocratico: mors tua, vita mea. Esistono gli influencer e gli youtuber, prolungamento dei poeti della domenica con un gran colpo di c**lo dalla loro. Prolungamento degli opinionisti sui libri Amazon, a margine di un fantomatico Dostoevskij, nel suo libercolo chessò “I demoni”, il commento sgargiante di pinco pallino: è una cagata. Prolungamento delle soubrette che pubblicavano, nell’espediente acclarato di una rinascita poi meglio consolidata con i reality; la poetica della discarica ci ha quindi abituato alla certezza che la letteratura è il nome di uno psicofarmaco di nuova generazione, da assumere in dosi elevate da parte di esseri con evidenti disturbi della personalità. Il resto si chiama: produzione. Quadrati di carta con lettere stampate. Scalano le classifiche.

Tutto questo per autocertificare l’apocalisse. Per chi scrive, per chi legge.

Ad ogni modo, torno a Arno Camenisch. Sono curiosa, voglio leggerlo. Ci provo. Mi regalano il romanzo “Ultima neve” dunque, non esistono dialoghi, bene benissimo, un discorso indiretto come un infinito irritante fiume di slang che si infila in un flusso di coscienza senza piani sequenza da indagare; senza scrigni da forzare, slang di non so quale natura, con l’insopportabile articolo determinativo davanti a ogni nome proprio. Lo farà Buzzati, ma è Buzzati. Non è questo il punto.102960487_10220435329546379_3952040405597995235_n

Non è importante la mia idea di letteratura o l’assillo di trovare un anelito di Pavese nella narrativa di adesso, che non racconta gli anni. Quali anni?

Il punto è non riuscire ad andare avanti per una serie di motivi, soprattutto per questo: leggete nella foto a lato al rigo numero nove: 102373404_10220435329066367_7420890542463592278_n

L’enormità dell’errore non trova plausibilità. Come è possibile una mostruosità del genere? Chi rilegge, in quali mani finisce un testo? E il povero Arno Camenisch? Quell’enormità è stata messa in bocca a costui. Lo sa? Capisce l’insulto, senza dolo, d’accordo. Lo sa? Però: è Arno Camenisch ad aver firmato quell’enormità. Il romanzo è il suo.

Episodi di sciatteria che non possono essere scagionati. Non si tratta più dell’infinito abbassato al livello dei barboncini, per dirla con Celine, più o meno. Si tratta di riformulare, azzerare. La crisi dell’editoria. I libri. Il talento.

La poetica della discarica. Per favore. Le classifiche da scalare, i soliti che svettano. Le quarte miserevoli che talvolta è meglio ignorare. Gli editor imberbi.

Lo slang. Il discorso indiretto. E con mio sommo dispiacere persino Arno, un po’ strafigo, ma chissenefrega.

Oltre le sbarre, una nuova visione

Giunta a metà della mia vita, mi accorgo che il Buon Dio mi ha indirizzato – a me, proprio a me, animella selvatica come uno scoiattolo – nei luoghi della costrizione, in una ripetizione sapienziale, pure ricevendola simile a un tesauro sulla cima dell’aspide rabbonito, alla fine dell’empietà. Mi ha indirizzato, affinché io vedessi, tentassi, nel contenimento di un destino, la nuova visione. Ero molto giovane, e un bambino abbastanza piccolo da crescere, una volta al mese facevamo visita al congiunto, nella comunità di recupero per tossicodipendenti. Arrivavamo la domenica, i giovani cantavano durante la messa “Il sogno di Maria”. Mi inondava il pianto, di una gioia sconosciuta, intinta nel dolore o in un sacrificio a cui era impossibile sottrarsi, un passaggio che avrebbe attraversato vie severe, in attesa della nuova visione. Mi commuovevo arrivati al verso:

“(…)poi, d’improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese – Conosci l’estate –
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento”.

I giovani avevano finalmente un bel viso forte, roseo, nutriti dalla disciplina, dalla preghiera, dall’astinenza superata. L’orto da coltivare. La cucina, il pranzo collettivo domenicale. I cancelli erano aperti. Potevano fuggire, non li avrebbero fermati, sbroccare quando sei a rota è molto plausibile. Non scappavano, tutto sommato. Forse subentrava il pianto, davanti al focolare; o il braccio sulla spalla del compagno più avanti, o l’implorazione. Certamente, Lui, Lassù, operava.

La coercizione era la salvezza, la disperazione, una strana gioia, chiusa nella cavità di un Eterno imperscrutabile amore, o un cuore vuoto e pellegrino, come nel palpito del poeta tutto sollecitudine e pietà, secondo la Campo o alcuni mistici.

Un giorno, quando possiamo dire mi ero riconosciuta nel ruolo (e non solo nello status) di scrittrice, anni dopo, fui invitata nel carcere di Enna, al piano di massima sicurezza. Salii, dopo aver parlato di libri ai detenuti con un regime più largo, non riuscendo a trattenere mai – per tutto il tempo – il pianto di tenerezza, ma una tenerezza non mia, assolutamente sconosciuta. Avevo pubblicato il primo romanzo “Sangue di cane” (in realtà avevo pubblicato altro) e assurdamente dovevo parlare di questo con i detenuti, seduti ordinatamente al primo piano del carcere di Enna. Uno di loro, mi sembrava di averlo già incontrato, in quale sogno non saprei, anziano, senza denti, una specie di guitto che non faceva che sorridermi. Palermitano, credo, del quartiere più recondito e povero. Mani grandi, scorticate dalla fatica e dagli errori, il ladrone, in croce. Guardavo lui, con questa tenerezza sconosciuta, le lacrime agli occhi, la vergogna per la mia voce che tremava. E non riusciva a smettere di tremare.

Sono salita al piano di massima sicurezza, crimini innominabili. Avevo dimenticato ogni perplessità o parole come “colpa” e “abominio”. Mi rimase sulla mano, come un fiore, il significato del solo assillo: l’uomo. Eccoli. Erano lì. In una stanza. Le sedie disposte a cerchio. Non mi domandai mai: che avete fatto? Parlai di speranza, con parole non mie. Non si fermavano queste parole di speranza. La guardia giurata alla porta – era una donna – piangeva.

Non sarebbero mai usciti da lì. Mai. Un ragazzo, che sembrava un efebo, mi mostrò alcuni disegni.

Uscii dall’edificio e il direttore della scuola carceraria mi consegnò un’Immagine. Aprì la mano: era Gesù. Gesù, io confido in Te. C’era scritto. Jezu ufam tobie. Il direttore del carcere non poteva sapere che in qualche modo ero devota alla Divina Misericordia, nella mia pochezza, sì. Mi sono recata più volte, nella chiesa di Santo Spirito in via dei Penitenzieri a Roma. Il direttore non poteva sapere.

Incontrai anche gli ergastolani del carcere di Augusta, l’artista albanese inchiodato al fine pena mai. E dentro il mai dipingeva i suoi murales in carboncino, chiaroscuri caravaggeschi, requiem della nostalgia.

Nella reclusione c’era forse la nuova visione?

E cos’era quella gioia mista al segreto del sacrificio e del dolore? E quell’uomo senza denti? E il pianto insopportabile perché trattenuto eppur rivelatore, infinito, un ruscello, la cascata dentro cui gettarsi come in un salmo.