Lettere. Quella strana vita.

Socialtraditori li avrebbe chiamati Limonov, ovvero Wladek, il siberiano, i balordi. Una raffica di Uzi li avrebbe dovuto seppellire. Era l’acrimonia con cui si guardava a costoro, nel senso comune di decoro collettivo. Piuttosto gli indigeni frequentatori della zona, parco, miserabile giardino di pederasta, bagni pubblici luridi e all’occorrenza maison per fellatio rapidissime e da mercato nero, piuttosto loro lo avrebbero pensato, in una qualche maniera, non così articolata magari. Balordi, o creature senza un vezzeggiativo utile a gloriarle di onori nuovi, meriti nascosti e consoni al grado di martirio post zapoj. Linguaggio oscurissimo da ancien régime, nel senso, erano ancora tutti simbolicamente oppressi, ognuno dal suo gulag infame, dal perimetro sempre più preciso. Pronti a una insurrezione sottovoce, da bisbigliare.

Ogni tanto ne parlavi al professore, mentre preparava il caffè e i poveri marciavano mestamente, avanti e indietro, dalla camera della creaturina al salotto buono, con le tende accostate, le ceramiche esposte nella vetrinetta in tinta noce e la cristalliera appena lucidata dalla donna di servizio.

Il professore rifletteva, scuotendo la testa, preso da considerazioni notevoli, che spesso borbottava più che comunicare. Era notevole quell’astrusità intelligente, la sua patologica bizzarria era generosa di intuizioni. Era sempre tutto molto vero e spesso anche buffo. D’un tratto sentivate un tonfo di là ed era il solito Pietro scivolato sulla sua ubriachezza, mentre la vecchia Sofia lo muoveva con la ciabatta logora di zingara, ma guai a chiamarla zingara. Pietro apriva gli occhi e la mandava a quel paese. E c’era da ridere. E tu ridevi e anche la creaturina e certe volte il professore che aveva perso la pazienza e che però rideva lo stesso.

Cos’era mai quella gioiosa vita, nascosta tra le mura di una casa modesta? Cos’era quella strana vita che ti attraversava e che non ti consentiva di precipitare nelle segrete di una disperazione priva di risorse, un giorno la conoscerai. Tutto allora era prossimo a un dinamismo abbacinante, risorgere, tutto concorreva al medesimo avvenimento: sorprendere l’identico mistero, imprevedibilmente, nei fatti esosi che la vita ti mostrava.

La creaturina somigliava a Joyce Carol Oates, aveva lo stesso viso scarno, delicatissimo, di un biancore vellutato, malgrado l’età ne rendesse opaca la trasparenza. Era una pelle che rifulgeva dalle cose del mondo, la pelle stessa, quasi intoccabile, sfiorarla e non sentire al tatto che la fuggevolezza, lo spirito dentro la carne, lo spirito più che la carne.veron

Poi c’era il parco.

I balordi seduti a gruppo. Il siberiano faceva casino, cantavano canzoni patriottiche, urlavano insieme inni nazionalisti di una qualche specie. Socialtraditori. Nazi nella sostanza, lo sarebbero diventati, la conversione della storia volgeva verso nuove derive, mentre la democrazia aveva trasformato questi uomini in automi rinnovati con una identità pigra e senz’altro disonesta.

E tu, tu riuscivi a ricucire nella peggiore delle deviazioni un ricamo pietoso di commozioni antichissime, simili alle litanie ortodosse del siberiano ubriaco. Ed era qualcosa di spaventoso realizzarlo. Avete mai – voi auditori – avete mai incontrato la pietà nella bassezza, nella più schifosa delle bassezze morali?

Oggi ascolti il leader ucraino di una band, ti piace, ripeti il suo nome, ha i denti d’oro, lo hai notato? Indossa anelli vistosi, camice aperte sul costato magrissimo e pallido. E lui, proprio lui, ti suggerisce l’idioma e il manifesto di quella guerra:  that war is never stops.

Oggi siedi sulla panca del grande parcheggio. Non vedi Lucia. E non vedi Tomek, il posteggiatore, con il berretto dei Chicago Bears. Tomek ha ripreso a bere. Oggi la tua disperazione è difforme da quella pragmatica di un tempo. Oggi non ha risorse. Guardi al piano della creaturina e ti commuovi sempre. Ti dà noia questo tuo esasperato reiterato commercio delle lacrime, inutile, ma tu lo proponi come un equo baratto, in cambio pretendi la consolazione. Non la meriti.

La consolazione ti sfugge, non ascolti nessuno. Nessuno è il soggetto più prossimo nei tuoi giorni a venire.

Nessuno ti chiede: perché, ragazza mia?

Rispondi.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

 

Mi chiamo Slawomir.

Mi chiamo Slawomir Rozicki.

Mia madre è stata uccisa da mio padre.

Io rimango sul piccolo letto. La mia storia inizia il 5 marzo 1971, a Radom. Sono orfano. Sono rimasto sul piccolo letto e mia madre era morta. Non ho parlato fino all’età di quattro anni.

Sono stato adottato, quando avevo due anni. Non dicevo una parola, riuscivo a dire solo “mamma”. La mia madre adottiva mi ha preso con sé con amore, si era innamorata di questo bambino che giocava con la luna, come Lucien, di Aimé Duval, hai letto?

Avevo problemi di comunicazione. La mia madre adottiva ha fatto di tutto per curarmi. Aspetta  mi fermo, fa male. (Beve, dà un orso, poi riprende, ndr). Questo bambino sapeva accarezzare solo gli animali. Poi è successo l’incidente. Ero in una carrozzina, nel parco giochi di Konskie, un peso mi arriva in testa.

Questo bambino rimane in coma due giorni. Io, cioè.

Questo bambino si risveglia e comincia a parlare.

Non sono morto.

Non mi fermavo più,  neanche per un secondo, tutti dicevano che ero molto impulsivo, però ero un bambino audace e sveglio, sapevo fare cose incredibili.

Avevo cinque anni, ero in bicicletta, mio padre adottivo mi aveva dato lezioni di guida per giorni. Invece finisco sotto un ciclomotore, nel condominio di Konskie. Mio padre adottivo non mi porta in ospedale, mi tengono in casa, chiamano il medico del paese. Sta al mio capezzale. Ho 40 di febbre e un trauma cranico. Ma sono sopravvissuto. Mi sveglio e sono salvo. Mio padre adottivo mi compra due canarini, si chiamavano Skoczek e Zoltaczka.

Ho capito da allora – quel bambino ha capito da allora – che l’amore verso il prossimo è tutto.

Gli anni passavano in fretta e quel bambino che non parlava era diventato un bambino prodigio. Sì, io.

IMG_20160918_0001

Slawomir, Danzica, giugno 1974

Lo amava tutto il vicinato. Era un bastardo di nascita, ma era diventato un principe grazie ai suoi genitori adottivi.  Era un bambino felice. Non gli mancava nulla.

L’amore che gli era stato strappato era stato sostituito da un altro che non aveva fine. E’ una cosa indescrivibile per un bambino abbandonato nel momento più bello della sua vita, staccato dal seno della madre, tolto da quello che rappresentava l’amore.

Volevo essere amato.

Ero un bambino sveglio. Mandavo a quel paese le vecchiette che si mettevano contro le mie bizzarrie nel condominio di Konskie. Però mi volevano bene. Volevano tutti bene a questo bambino che aveva mille idee in testa.

Una sera, era il 24 dicembre del 1977, io Piotrek e Slawek l’abbiamo combinata veramente grossa. C’era neve in abbondanza, così tanta da poterci costruire un pupazzo. Un’idea bellissima per dei bambini di soli sei anni.

Abbiamo costruito il pupazzo, lo abbiamo chiamato Gorilla per la postura. Gorilla era un personaggio rozzo, un dirigente del partito comunista, ne avevano tutti paura, persino mio padre. Ma quel bambino, cioè io, aveva cento idee per la testa.

Desideravo solo che mi rispettassero tutti,  andammo a prendere alcuni bidoni in un cantiere edile nelle vicinanze, li abbiamo riempiti di neve, abbiamo costruito Balwana, il pupazzo di neve, davanti alla porta del dirigente di partito, sporgeva a trenta gradi sull’uscio di casa. Il Gorilla apre la porta e la neve casca dentro l’appartamento, ridiamo, certi hanno paura. Il Gorilla è molto arrabbiato.

Scappiamo tutti e tre, io Piotrek e Slawek.  Il Gorilla ha beccato Piotrek e i genitori sono stati costretti a spalare tre quintali di neve, il 24 dicembre, la vigilia di Natale.

A sei anni ho avuto la mia prima punizione. Per una settimana non potevo uscire di casa, una galera, una punizione molto severa per un bambino, proprio tra le feste natalizie e capodanno.

Quel fatto ha stretto una amicizia fortissima tra me Piotrek e Slawek. Facevamo cose straordinarie, una vera follia.

Mio padre nel frattempo era diventato un alcolizzato.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

Lettere. Non perdonatemi.

Il cielo era maestoso. La vita brillava, sotto il cielo maestoso. E tu eri viva, volendo.

Siedi sul letto della creaturina, sul margine, ti fai piccola piccola. Le prendi la mano. La camera è in penombra. Davanti a te c’è un armadio di legno bruno e pesante. Sofia rovista tra i ripiani al suo interno. Cerca maglie di lana, camicie, calze, coperte, e tutto infilerà in una sacca. Imprecherà nella sua lingua crudele e oscura. Piegata, secca e dura. Era impaziente. Il professore siede sul divano. Fuma la sua sigaretta senza filtro. Ti chiede del lavoro al Club. Ti hanno mandato via. Hai vergogna a dirlo. Ti hanno mandato via perché il siberiano ha minacciato il tuo capo e ha preso a pugni Azib che era intervenuto per mettere la pace.

Quale pace? In quel mondo sovvertito, la disarmonia succedeva repentinamente ed era più veloce delle consuetudini altrui. Annuisci. Il professore insiste: riprendi gli studi.

Sì, certo, prometti. Prometti sempre, tutto, non mantieni mai.

Il venerdì al Club fu una disdetta tale. Il siberiano era una bestia. Odiava il marinaio russo, il capitano, aitante. Oh ti invitava a ballare. Andrzej il caid lo aveva avvertito, c’è una faccia di merda, devi rompergli il muso.

Così il siberiano erano pieno di vodka, non si reggeva in piedi. Il capitano russo non c’era quel venerdì.

C’era il capo, dietro al bancone, indossava un abito scuro, impeccabile. Sul grammofono un vinile di Edith Piaf. Il siberiano avanza, camicia aperta sul costato scarno, bianco, stentava, sembra uscito di galera allora. Pantaloni scuri, a coste, scarpe lucide.

Lo vedi. E’ la fine, hai pensato.

Brava. Era la fine.

Una sedia vola davanti ai tuoi occhi. Il siberiano non lo tengono nemmeno in due. Edith Piaf sul grammofono.

Ecco, professore, lo vede, professore, di quale sostanza indecorosa io sia fatta. La mia vita. Non è solo un accidenti di vergogna tutta insieme? Non se ne accorge?

Non perdonatemi.

Paulina rideva, guardava intorno il casino, e rideva. Tu riuscivi a ascoltare la voce di Edith Piaf e pensavi che un giorno saresti tornata a Parigi, forse. E che saresti stata una ragazza per sempre.

La creaturina ti guardava e il suo volto era immacolato, la pelle trasparente.

Quanti anni hai? Le chiedi di colpo. E con una mano asciughi gli occhi. Hai le mani sporche. Hai prurito ancora, ai polpacci in special modo.vera 6

Sofia impilava la roba, dentro la sacca. Ogni tanto si voltava a guardarti, i suoi occhi lucenti di zingara ti trafiggevano, come certi silenzi. Certi silenzi. Vorresti solo morire. Un morire simbolico? O esatto?

E non sai rispondere.

Cos’è la vita, senza essere amati? Senza vedersi? Non ti vedi, sai, se qualcuno non ti ama, tu non ti vedi. Qualcuno è un soggetto vago. Non vuoi precisare.

Il siberiano ti amava, per questo ha spaccato i denti a Azib. Ma Azib non c’entrava con quel casino. Non c’era il capitano russo. C’era il tuo capo.

Avevi un bel vestitino, quel venerdì.

Era di velluto, color vinaccio.

Eri proprio una ragazza.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

 

 

 

 

Lettere. L’impossibilità.

La colomba ha costruito il nido sul davanzale della finestra della creaturina.  In stanza con la creaturina c’è il fratello, il professore, ascoltano assorti il biondino del campo, un kosovaro che mendica qualcosa. Il professore non beve tutte le balle che raccontano gli zingari del campo. Sai come ti dice Sofia se la chiami zingara: te rompo culo. Ti dice.

Wladek viveva in un sobborgo di una città a Sud del paese, la Polonia di un retaggio alcolico e rurale. E aggiungi alcolico quasi fosse il sommo connotato, da non dimenticare mai. L’equivalente identitario di una nazione. La ulica Manowska. Ulica, via. Strada. Angiporto. La ulica. Devi leggere la ci con il suono della zeta. Non ci giureresti ma ti par di ricordare che un identico biondino – in un racconto di Hlasko – faceva a botte con un tale commerciante ed era la medesima questione alcolica. Il biondino viveva nella terribile strada, la ulica Manowska, pronuncia la ci con il suono della zeta.

Mentre tu guardi verso il davanzale, la colomba solleva delicatamente il piumaggio, si ricompone, i gerani imperlano di lampi rossastri le ombre che si imperniano di un sole viscoso. Non ricordi di quale mese o anno. Non ricordi.

Era un giorno dentro anni capaci di sovvertire radicalmente, sterminare tutto quello che eri stata. E niente nemmeno dopo ti avrebbero concesso di recuperare. E ne eri lieta.

Oggi ti senti capita molto poco. La tua solitudine si avvita sempre di più nell’identico cardine dell’impossibilità. Ti pare che soltanto il poeta ti sia vicino per una faccenda di casualità e follia. Forse ti riconosce un merito, non barattabile con un sentimento. Potresti accontentarti. Ti riconosce il merito di un sacrificio che diventa elezione.

E questa concessione ti fa più sola, sempre di più, ancora di più, finisci a rovinare sui fianchi scoscesi di una rivelazione che non vuoi verificare.vero

Guardi al davanzale, sorridi. Indovini tutto sommato la possibilità di una pace che irrori da lassù, soltanto che non sempre la tua condizione di spirito è integra. Piuttosto è confusa, nella penombra della tua tendenza a disperarti. Forse ti hanno insegnato come si fa, l’imprinting, come per le papere e l’esperimento di Lorenz. Il primo volto che vedi, lo amerai. Lo imiterai. Forse hai visto quello, si è conformata davanti ai tuoi occhi, una icona che non conosci. Poi diventerà il tuo assillo, la pietra di inciampo.

Nel frattempo, il mondo si capovolge continuamente. Il siberiano è ingovernabile. Con lui, c’è Wladek, è quello che ha la meglio nelle risse. Gli indigeni sono bifolchi, tozzi, solidi, ma non all’altezza di professionisti mercenari.

Il siberiano era abile in molte cose, pure in certi stacchi sentimentali da toglierti il fiato.

Non ti amerà nessuno. E poi aggiungeva: come ti ho amato io.

Cos’era? Una fatwa?

Cosa?

Conti i passi fino in casa della creaturina. Tutti i tuoi passi sono contati nella Otre, le tue lacrime raccolte. Hai letto anni dopo, moltissimi anni dopo.

Suoni il campanello. Il professore non vuole aprirti. Sono sola gli prometti.

Sei sicura? Chiede al di là dello spioncino.

Lo prometti.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

 

 

 

Lettere. La felicità.

Rifletti sulla felicità “grande e dolorosa”, pagina novantasette, lo scrittore è Marek Hlasko. Ancora lui. Officia laconicamente – ogni pagina te lo dimostra – la celebrazione per intero del dolore dei mentecatti.

Mentecatti come Wladek. Aitante. Bianco. Polacco.  Ma rotola tra una bevuta e l’altra nei suoi escrementi. Cosa farsene di una epifania, l’ennesima deludente e ruvida, di un tale esercizio della disdetta? Wladek era un miliziano, durante la guerra in Cecenia. Mercenario.

Nelle risse, con il siberiano, era inarrestabile come un tank, fino alla fine. La violenza cieca raggiungeva uno spasimo efferato, nella bottiglia che finivano, con il sangue tra i denti.

Così ridevano sgangherati, come piccoli bastardi della stazione di Kiev, topi di fogna, buoni solo a sollevare il mondo nella nefandezza, sollevarlo e scalciarlo alla fine con disprezzo.

Wladek entrava al bar con il siberiano, marmorei, all’apparenza.  Una vodka grande, amico. Diceva Wladek al banconista, sorridendo. Le donne amavano Wladek e anche il siberiano, un certo tipo di donna, la megera del postribolo sovietico per esempio. Il siberiano aveva i denti d’oro. Quando sorrideva era una minaccia o era come sentirsi senza uno straccio addosso, con l’unico desiderio di lanciarsi nel buio.  Crepare per la disperazione di non trovare la strada d’uscita e non volerla trovare tutto sommato. Il siberiano o Wladek erano una perfidia, nel loro stesso modo di esistere, una lusinga, il colpo di coda mefistofelico.cropped-vv-e1555757490612.jpg

Il siberiano allargava i gomiti sul bancone, beveva – un bicchiere dietro l’altro – il liquido bianco.

Vodka siberiana.

Uno dietro l’altro. Fino a franare pateticamente con il mento sul bancone.  Gli indigeni erano cattive persone. Sì, poco comprensive. Trascinavano il siberiano e Wladek come sacchi di mondezza. Finché i due non si risvegliavano all’improvviso, ed erano una furia. Ed erano casini. Era meglio che andassi via. Talvolta restavi. Ed era un casino.

E tu eri una puttana. Lo mormoravano gli indigeni nel dialetto cavernoso che traduceva la peggiore delle miserie: il risentimento misto all’ignoranza.

L’indigeno è una cattiva persona. Il siberiano siede per terra, sbattuto con maleducazione per terra. Guarda da giù l’italiano, sputa sangue. Alza il braccio con un pugno.

“Skuurwielo. Chczesz jeszcze!”. Italiano di merda, ne vuoi ancora!

Wladek urla poco più in là. Vuole rialzarsi, la strada brucia, brucia maledettamente.

Cos’è la felicità? Chieditelo. Cos’è se non una pace straziante e dolorosa.

E questa è un’assurdità, una rielaborazione pigra, non comprovata, di un’osservazione altrui.

Chiedi cosa sia la felicità a chi ne abbia infranto le condizioni.

Ti guardi intorno e arrivi persino ad amare quel caos indolente, apocalittico. Pensi che la tua stabilità è la compartecipazione di un caos, questo tacere ad ogni vituperio realizzato nell’istante in cui accade, in cui ti travolge. E tu sei compartecipe del dolo immaginifico.

Il siberiano ha la camicia strappata. Noti Wladek lanciare la bottiglia contro il gruppo di indigeni. Sei come ipnotizzata dal casino, dalla disarmonia, ti viene da ridere. Un fisarmonicista rumeno chiede spiccioli ai passanti terrorizzati. Tu indossi un vestito, nero, lungo fino alle caviglie, di pizzo, hai un rossetto viola. Sei paurosa.

Sei una puttana.

Non è vero.

Gli altri lo penseranno, come il cavaliere dell’interno uno, nel condominio della creaturina.

Lasci i giardini. Cammini sotto il sole viscoso di un giorno di un mese che non ricordi.  Guardi a terra, conti i passi fino in casa della creaturina, preghi in cuor tuo che il professore ti lasci entrare. Devi mollare tutti i casini del mondo, non sai dove, la casa della creaturina ti sembra il posto migliore.

Il mondo – pensi accecata dall’irresolutezza della tua enfasi giovanile – il mondo dicevo ti sembra sempre più spesso uno spazio scomodissimo.

Eccolo, il palazzo, il terzo piano, la creaturina ha la stanza con gli scuri accostati. Guardi al piano.  Alla finestra noti la colomba e un vaso di gerani. Così sorridi.

 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

Lettere. Non rattristarti.

Wladek armeggia con la cinta. Si erge sopra la donna, stesa ai suoi piedi. Oltre le cime degli eucalipti, le nuvole attraversano veloci il cielo lontanissimo. Wladek vuole concludere il suo affare impellente, in un modo o nell’altro. La donna sembra morta. La papera Alfonsina gira nella sua disperata follia, è distonica e sdoppiata. L’austriaco rovina a carponi, le bercia simile  a un orso parole incomprensibili, striscia come un verme, si rialza, strofina le ginocchia sul selciato dove Wladek consumerà il suo affare.  Alfonsina, Alfonsina.

E’ il nome della papera. E tu avevi capito piuttosto Paulina.

Wladek sta pisciando. Tu fissi Alfonsina. Il siberiano lascia la sua presa, il tuo piccolo volto, l’austriaco fa un sacco di casino. Il siberiano non ha documenti.  E’ finito dentro. Lo rispediscono nel suo paese. E l’austriaco fa un sacco di casino. Lo vedi procedere come ondeggiando, blatera, i pantaloni larghi, le sue gambe ossute, è un leader. Il peggiore dei pezzenti. Ma la donna si rialza, Alfonsina ritrova il suo padrone, lurido carponi, ride e piange, meschino e ubriaco. La donna si rialza, malamente, Wladek ha mancato il suo bersaglio, vorrebbe costringerla a finire il lavoro, inginocchiarla. Ma è troppo ubriaco per andarle dietro. La donna è una megera, ride, con la sua terribile sonorità, arriva dagli anfratti di tutte le perdizioni. La vedi vendersi in uno squallido motel, un albergo a ore, il suo passato sprofonda nell’elegia disumana di un sistema. Il suo gulag personalissimo si esaurisce in una stanza dalle pareti gialle. Qualcuno la rimprovera, il fiato incendiario, un ventre molle sulla sua schiena. Muoviti. Le ordina il vecchio militare. La megera lo avrebbe evirato il vecchio militare. Obbedisce. 59178005_10216772423136008_2121808672806928384_n

 

Adesso sei tu e soltanto tu al centro della scena. C’è un giardino, Wladek dà di stomaco, il siberiano tira calci ai cartoni vuoti e canta la canzone popolare. L’austriaco ha un occhio pesto. E’ uno yeti. Bastardo siberiano, gli urla. E canta anche lui. Ma ci sei tu adesso e sopra di te le nuvole attraversano veloci la stupidità del mondo.

Guardi oltre le cime. Le vedi, le nuvole? Sei soltanto una ragazza.

E ogni cosa smette di dolerti. Non rattristarti. Sei soltanto una ragazza. Ogni cosa è illuminata. E’ un film, lo vedrai anni dopo, ti piacerà moltissimo. Ogni cosa è illuminata.

Il siberiano ti afferra la vita, non puoi difenderti, tu lo faresti, vuoi difenderti, ma il mondo gira, precipita, velocissimo più delle nuvole.

Senti il suo fiato, non può aspettare. Riconosci un odore, vino, vento, non sai tradurlo. Vuole averti, subito. E non aspetterà.

Chiudi gli occhi. Capisci che in quel tempo tutto sarebbe stato capovolto.

Lasci che faccia quel che gli pare. Lui tiene la sua mano sulla tua bocca.

Zitta, dice. Sussurra. Non sai nemmeno tu.

Il mondo gira velocissimo, come le nuvole sopra la cima degli eucalipti.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

 

Lettere. Alcohol.

La papera procede da sola, il guinzaglio striscia simile a una coda infinita. La papera gira su sé stessa.  La guardi, sei stordita. Gira su stessa, ancora. Ti commuovi per lei. E nell’insieme, vorresti morire. O solo ridere, o abbracciare la creaturina e senza farle male, talmente è fragile, provare a stringerla. Singhiozzare senza vergogna. Ripetere il nome della papera. Si chiama Paulina. E’ dell’austriaco. Paulina Paulina. I balordi ridono sulle panche, addossati uno all’altro. Sono delinquenti, urlerebbe il cavaliere del condominio. Delinquenti. Ex miliziani, c’è un adepto di Karadzic, il poeta crudele, il serbo dinanzi al quale persino Limonov sembra un gattino spaurito e servizievole.

Karadzic recitava i versi di una sua poesia. Leggi Carrère. I cecchini sparavano sulla gente, dalla cima dei grattacieli bucati, urlavano i mortai. Urlavano, guaivano, come le bestie in un macello. Erano il rinculo dei fucili o dei lamenti di una disdetta confusa, nazionalista, opaca, da spostati.

Sarajevo era in fiamme.vera5

Cosa vuoi ricordare adesso? Perché? Perché ti viene in mente adesso? L’assedio del 1993. Gli amanti sul ponte Vrbanja. Admira e Bosko.

Gli amanti su un monte di cenere. Sei una sentimentale. Quella era una guerra vera, però.

A tuo modo ne combattevi un’altra.

Sarajevo è un nome che ti commuove. Anche la papera dell’austriaco ti commuove.

C’è quella donna, è enorme. Inelegante. Il suo biondo sepolcrale, impolverato, ti ricorda i sozzi sobborghi da cui proviene. E’ ubriaca, come tutti. Sopra le cime degli eucalipti, le nuvole si muovono velocemente, ti par di vederle, tra una fronda e l’altra, i rami, i cinguettii, rimani incantata con la faccia al cielo. Il cielo non lo vedi. Il siberiano ti prende il viso con una mano. Compare magicamente. Le sue gambe lunghissime dentro pantaloni neri, larghi. Ha la camicia aperta sul petto, una collana gli scivola sul costato magrissimo. I suoi occhi sono vitrei, grigi. Tu continui a guardare oltre le fronde, lui stringe la tua piccola faccia da ragazzina.

E intorno tace tutto, di colpo, e senti un coro, lontanissimo e poi piano piano raggiungerti, calmarti, piano piano.

Dentro quel suono vorresti dormire. Apri gli occhi, li richiudi. Smetti di guardare oltre le fronde, oltre i rami, immaginare il cielo paziente.

I balordi ridono, bevono, la donna dal biondo sepolcrale li intrattiene con intraducibili sconcezze, frana nella sua ubriachezza, cade scompostamente. Ed è inelegante una donna stesa ai piedi di una panca. Non si alza. E’ priva di sensi. Dorme. E’ morta? E invece forse sorride, a chi? Gli occhi sono chiusi, come lo erano i tuoi. Le sue palpebre sono deformi, nere, come le sue dita.

Alzati, la incoraggi, ma è tutto nella tua testa. Il siberiano ti guarda, sembra interrogarti. Tu guardi l’altra stesa ai piedi di una panca, mentre i balordi ridono, uno si slaccia la cinta, un altro lo ferma. L’uno è in piedi, la cinta slacciata, arrogante e osceno. La papera continua  a girare intorno a sé stessa.

Si chiama Paulina.

Il siberiano ti amerà, un giorno. Sì, te lo dirà, aggrappato al tuo ventre acerbo, nascosta da un vestitino di velluto, sei una collegiale per esperienza, cioè niente, sai? Niente. Lui è in ginocchio, ti chiama mamma. Matka.

Matka e piange come un pezzente. Piange. Stai zitto. Premi i palmi delle mani sulle orecchie, non vuoi sentirlo. Stai zitto.

Matka matka matka.

Ha i capelli arruffati. Adesso è un bastardo di Kiev. Uno che viene dalle fogne. Uno così. Un orfano. Un bastardo.

Matka.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte