l’intervista su Vertigine

 

Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

 

 

L’originale qui: https://vertigine.wordpress.com/2011/01/11/veronica-tomassini-sangue-di-cane-laurana-editore-2010-intervista/

appunti in attesa di maggio

Nella vita non ho fatto altro che aspettare. E’ anche per voi così? E’ una regola? Aspetto maggio, come ho aspettato molte altre cose. A Maggio uscirà il romanzo per Marsilio, leggetemi. Per favore. Vorrei che questo romanzo rimanesse. Tutti gli autori lo pensano ogni volta. Nel frattempo ho finito l’altro, ambientato nella periferia di Siracusa. Ma è diventato un luogo letterario che non esiste.

Il romanzo che uscirà a maggio è nato sotto gli auspici di più persone, Giulio Mozzi, una cara lettrice del mio blog (appassionata di libri, colta, attenta). Ecco senza Giulio Mozzi questo romanzo non sarebbe uscito. Come fu per “Sangue di cane”, ha girato così tanto. E poi è arrivato Giulio ed è stata una scommessa, ancora una volta. Una specie di sfida, come se Giulio avesse detto ai lettori: fidatevi anche stavolta.

Giulio Mozzi 1

Giulio Mozzi, scrittore, talent scout, consulente editoriale per Marsilio

E poi ancora, il mio direttore, Marco Travaglio, anche lui, come è stato in “Sangue di cane”, partecipa in qualche maniera a questo “secondo” esordio, consentitemi il termine. Sono le stesse persone che non mi hanno mai abbandonato in questi anni, e sono passati tanti anni. Ne conosco il valore, la coerenza e la generosità. Oh quella, così rara. Ma io l’ho incontrata. Il romanzo che uscirà traduce il mio amore per una parte di Europa, per la sua musica, la sua anima. L’amore per Kusturica, gli autori russi, la Polonia. Il personaggio principale, dannato e insieme mite, coraggioso e spregiudicato, riassume i personaggi che ho amato in fondo nella grande tradizione del realismo russo.

Ma è tranche de vie. Non scrivo altro che tranche de vie. A presto, allora.

Igor: alla radice del male

C’è una crudeltà slava o balcanica che è intraducibile. Può essere restituita solo andando alla radice di uno spirito nazionalista o di un gene persino. L’addestramento dei militari serbi – giovani imberbi che avrebbero imparato presto la dissoluzione cieca e l’esaltazione del delitto – durante la guerra nella ex Iugoslavia, consisteva  nell’ uccidere una colomba a morsi, tenendola ferma per il collo. Mordendola nel collo fremente, fino a sentirne la carne palpitare, fremere di paura, il liquido rovinare tra i denti, in bocca. Prove di attraversamento, la follia di un nazionalismo inveterato, issato con esultanza, che deborda ora in un inno popolare e sontuoso ora nella capacità di infilzarsi gli intestini, nel nome di un pauroso umanesimo. Una crudeltà quasi favolistica. La crudeltà di Igor, la fiera braccata, un esercito lanciato dentro campi brumosi, solo per lui. La crudeltà slava chiosa con una smorfia, si prende gioco – perdendo infine – del suo esatto contrario, la pietà. Una tempra sopra la media e la maledizione di saper sopravvivere. E’ il destino di Igor: riassume il gene, il castigo, la maledizione appunto di saper sopravvivere. Così prossimo al nichilismo dell’antieroe russo di Dostoevskij, Stavrogin, il demoniaco, demiurgo del male totalizzante che inneggia “alla distruzione per la distruzione”.

++ Guardia provinciale uccisa, forse omicida Budrio ++

Igor Vaclavic

Stavrogin muore suicida, è l’empio compimento dei professatori di una crudeltà con una precisa fisionomia, irrinunciabile, dove finanche la morte ripara nei funerali priva di commiserazione, è un bicchiere di vodka alzato, uno schiocco di piatti. Non troveremo in essa la ragione dei pianti delle nostre pie. La nostra è una morte occidentale, la nostra è una pigra crudeltà da occidentali, smarrisce il senso ultimo di una idea avvelenata usata fino a consumare l’esaltazione del crimine. Crimine vuoto, ai limiti della stupidità, per eccesso di ostentazione. Qualcosa possiamo intercettare nei film di Kusturica, ambientati sulle colline di una rediviva Sarajevo, qualcosa di circense, abbastanza da sgomentare tanto quanto l’efferatezza laconica che nutre sé stessa, la colomba che muore sotto i morsi di un giovane imberbe nelle fila di un addestramento militare. Il serbo Igor, capace di addentare l’animella che palpita, fino a sentirne il sangue precipitare in gola. Non è una consolazione, non scagiona nessuno ritrovare l’umanità degradata di Igor il serbo nella grande tradizione del realismo russo, da Smerdiakov dei frateli Karamazov, a Stavrogin e Petr Verchovenskij de I Demoni. Igor viene da lì nel luogo e nel tempo del sacrilegio e della profanazione.

 

L’originale qui:

 http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-maledizione-di-saper-sopravvivere/

la roba

I pomeriggi guardavo giù in cortile i bambini giocare. Smettevo di studiare e andavo alla finestra. Ero stata una bambina felice senz’altro, a tratti felice. La mia sventura è il dover aggiungere “a tratti”  per non sconfessare l’assunto di un compiacimento coltivato con dedizione fin dalla tenera età.  Essere infelici a tratti e il suo contrario, per poterne scrivere. Questa è la rivelazione. I bambini correvano, il faccino sudato,  la loro autentica libertà era molto simile a quella che con i compagni andavamo replicando alle case. Nelle strade sbagliate. Ed eravamo tutti cattivi maestri, l’un per l’altro. Non avevamo esempi da mostrare come medaglie al petto, volontà, sacrificio. No niente. Eravamo bordaglia. Esattamente, bordaglia, termine che appresi allora leggendo i miei amati neorealisti.ve

Il caro professore di italiano apprezzava le mie scelte letterarie. Erano scelte adulte, da brava lettrice, diceva con un sorriso buono paterno.  Mi sarei preparata nelle sue materie e agli esami non si sarebbe pentito di avermi tenuto tanto in considerazione, con tale appassionata fiducia. Gli esami li avrei superati, non erano difficili. La vita lo era e dopo Massimo cosa c’era di più complicato? Quale fosso poteva farmi paura?

Massimo. Stringeva la cinta con i denti. Tirava su il sangue, l’ago era spuntato. Di chi diavolo era la siringa? Il flash lo colse potentissimo. Il petto bruciava, era una fiamma spaventosa, lo inghiottiva. Le gambe erano colonne di marmo. Sentiva perdersi, qualcosa di lui andava. Perdersi. Fino a tirar su tutto. La roba.

Come avevo potuto lasciarli lì? Non tornare più? Io e Romina eravamo amiche, era l’unica capace di calmarmi, quando il sole diventava bianco e opprimente e Mazzarrona a mezzogiorno era piena di polvere e il clamore degli altri risaliva nella risacca di suoni disarmonici. Le tende ai piani erano grezze, lacerate. Era tutto così povero, così orribile.

Romina mi calmava, salivo in casa da lei, sedevo in cucina. Lei finiva di pulire. Io fumavo. Lei cantava le canzoni popolari di quello stupido pop melodico e mi calmava.  Erano tutti amori finiti male, canzoni sentimentali. L’ultimo giorno sedemmo per guardare il mare allontanarsi verso l’orizzonte che si sporgeva sempre più in là. Stefy fissava oltre la baia il medesimo punto, a gambe divaricate, le braccia lungo i fianchi. Romina sedeva sul colle di lamiera, fumava. Io ero in cima allo strapiombo, metafora ordinaria della mia vita vista per intero. E’ morto.

E’ finita. Pensai allora.

Guardo sempre dalla finestra. L’abitudine quotidiana di sedermi al davanzale e guardare fuori è l’unica promessa che sono riuscita a mantenere. Così torno ancora da loro. Li vedo già. Massimo è lì, per una volta ha una presa decisa. Vuole afferrare le mie mani, scuotermi. Esce dalla baracca. La camicia a posto. I pantaloni chiari. E’ vivo.

Romina beve, ha una bottiglia in mano. E’ gin. E’ ubriaca.

Il mio caro professore mi abbraccia così forte che mi manca l’aria. Mi dice: brava. Io trattengo le lacrime. Ce l’ho fatta. E lui dice: ce la farai sempre. Non credo che lo pensi sul serio, non sono come Romina. Ilaria corre giù per le scale. Maldestra. Sorrido. E ogni volta che la vedo ricordo la mia età, e mi dico: non sei così vecchia.

Ce la farai sempre, dice il caro professore all’uscita di scuola di un giorno di giugno di tanti anni fa.  Alle case, il mare brillava, nel mese di giugno. Brillava come se tutte le stelle del cielo vi fossero precipitate in un tripudio improvviso. Contava solo la roba per Massimo. Forse mi amava. Le sue mani ossute si allungavano verso di me. In baracca succedeva qualcosa, io volevo parlare e lui diceva: zitta, adesso stai zitta. Poi mi baciava.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

l’irrinunciabile

L’ultimo mese di scuola studiai con una volontà ottusa, in vista degli esami che volevo superare raggiungendo almeno la piena sufficienza. No, non l’eccellenza, non ero portata per quel grado sublime di preparazione che spettava alle ragazze disciplinate, non alle incostanti o a quelle con il pianto in gola. Io ero una di quelle con il pianto in gola, dopo Massimo. Rimase strozzato a lungo, un singulto, la mortificazione. Fu qualcosa di interrotto che abbandonai da un canto, non ebbi voglia di tornare sull’irrinunciabile e pensavo alle parole del caro professore, alla sua teoria sull’alternarsi irrevocabile di bene e male, di un inizio e di una fine, cioè la vita stessa. Li avevo lasciati tutti alle case e non li rividi più. Fu una separazione brutale, senza commiserazione, senza il tempo di spiegarci, congedarci. Non ci siamo detti addio. L’ultima immagine di Romina me la restituisce sul colle, seduta, la mano sugli occhi. Guardava un punto lontano, come faceva Massimo. Mi aveva stretto, consolato, il lutto scendeva cupo sul nostro stesso respiro, l’orizzonte di piombo concorreva a renderlo disumano, più che mai. Era già successo. E non la chiamammo morte. Solo Stefi ne ebbe la prova e il coraggio per dire:  è morto. Lo disse una volta.

In classe, riuscivo a seguire le lezioni con una concentrazione nuova. Ero pulita. Ecco, sì, lo ammetto. Mi sentivo pulita, libera. E non me ne facevo nemmeno una colpa. Avevo smesso con quell’insolenza. L’insolenza era la vita desolata delle case. Il fumo. L’erba. Gli altri. I compagni. Il loro vociare deprimente, per fatti minimi, biechi, la roba, solo la roba, nient’altro. Le loro mani sudicie, le vene sollevate. Massimo invece era distinto, era un signore. Ma la sua morte mi aveva liberato. Lontana dalla bordaglia. La schiuma, scriveva Pratolini nel suo Metello, riferendosi al quartiere di San Frediano.

L’irrinunciabile, caro professore, era in fondo una fase, superabile per giunta. Così imparai a studiare con la volontà delle ragazze del liceo. Diventai con la morte di Massimo una ragazza, finalmente una ragazza. vera2

Romina sul colle guardava un punto lontano. Fu l’ultima volta che il cielo ci occupava entrambe, i nostri pensieri. Noi dentro il cielo di Mazzarrona, un’ultima volta. La sera Romina tornò nel lurido bar di quella periferia e i suoi giorni erano faticosi e ripetitivi come sempre e forse dentro quei giorni, come noi dentro il medesimo cielo di Mazzarrona, accadde il matrimonio. O forse Romina è partita, realizzando un desiderio, la grande città, il nord. Lei poteva sopravvivere.

Cetty era andata via prima. Era una donna, l’esempio di femminilità che ho cercato di raggiungere nel resto degli anni. I suoi bei tailleur di buona fattura, le ballerine con la punta rovinata. Però i suoi piedi così graziosi, e lei nell’insieme lo era, rendeva ogni dettaglio prezioso, fatto apposta per lei. Cetty entrò in comunità. Era salva.

In classe c’era silenzio.  Nell’ora di latino, traducevamo la versione utile a chiudere l’ultimo quadrimestre. La zagara ci inondava con la sua dolcezza. Una levità che tutto perdonava. Non ero mai stata così desta come in quei giorni. Avevo ripreso a indossare il cerchietto per i capelli e maglioncini chiari. Vestivo poveramente. Ero una ragazza povera per questo stavo bene alle case. La mia povertà era la trascuratezza nel modo in cui si ottenevano le cose. Non le ottenevo mai. mare

Finita la versione, avvicinai la mano al davanzale, accanto al mio banco, ho aperto il palmo, il sole era caldo, sul mio palmo, dal ramoscello piovvero fiori bianchi, sui capelli, sul mio palmo. Mi sembrò in quel preciso momento di raccogliere tutto l’amore del mondo. La luce mi attraversava, poggiandosi sulla pagina del libro di latino. Così mi voltai e trovai Ilaria che mi fissava masticando come una bambina il suo boccone di pane. Mi faceva sorridere di tenerezza, di pietà. Ed era un altro giorno.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

come se non fosse passato un solo giorno

Ilaria mi osservava attraverso le sbarre. Aspettava che tornassi, temeva forse che avrei dato di matto a un certo punto. Non avevo pianto abbastanza per Massimo. Ero tornata sui libri, subito. Lasciai le case, quel mondo, non ci sarei tornata mai più. Fino a quando da adulta, una mattina, provai. Tornavo una mattina da adulta, e trepidavo come se mi recassi all’appuntamento con un giovane pallido fragile, bruno di capelli. Mi ero preparata con cura, avevo indossato un vestito chiaro, agganciato i capelli sulla nuca. Ero adulta. Ero bella per lui. Infilai i sandali di corda. Guardandomi allo specchio, vidi una donna fissarmi. Ero io? Ho gli stessi capelli bruni di allora, lunghi, spessi.

Così andai. Trovai il sentiero. Era lo stesso sentiero di allora. Vidi le baracche, i bambini giocare, automobili nuove, il centro sociale, la medesima umanità negletta e sregolata.  Entrai, i cardi graffiavano le mie gambe, come allora. Scesi lungo il sentiero, eccolo il mare, andava a riparare con onde piccole dentro la baia dove vidi gli amanti quel giorno e Romina prese il mio braccio e disse: andiamo. Lo scoglio col fenicottero rosa, la ferrovia. I canaloni, la gora, le baracche. Le baracche. Avanzavo. Le baracche, pensavo. Massimo era dentro, nell’ultimo giorno. Era l’ultimo giorno del nostro amore.  Ma io non c’ero. Stefi mi disse: meglio, meglio che non c’eri. La madre urlava sul lenzuolo bianco. Io dov’ero? Non ricordo. Ero a scuola. Poggiavo il mento sul palmo della mano e il caro professore leggeva con la sua voce paterna e comprensiva. Avanzavo, passo dopo passo. Le spine infilzavano i miei polpacci. Lo stesso castigo morale e fisico. Erano gli anni del deserto. Romina doveva sposarsi.  Era così giovane. v8

I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera. Però eravamo testarde, io e Romina. E c’era il fenicottero. Era magnifico. Stentoreo. Lo guardavamo stupite. Com’era bello. Romina si voltava verso di me e sorrideva. Anch’io sorridevo. E poi dicevamo più o meno: non è bellissimo? E ce lo ripetevamo l’una all’altra, quasi a ricordare l’una all’altra un margine di possibilità, che non chiamavamo fiducia tuttavia. Avanzavo. Ecco, le baracche. L’uscio ancora aperto, sono passati tanti anni. Tremo per l’emozione o la paura. Cerco Massimo. Ancora. Apro la porta e mi si spalanca la luce che attraversa le ombre di un interregno. Fisso le pareti, poi il pavimento. Lattine vuote, flaconi di acqua distillata, preservativi. Immaginai il punto esatto in cui Massimo chiuse gli occhi. L’angolo alla parete di fronte la finestra. La finestra sbatteva con ritmo monotono durante i giorni in cui il vento spirava dal mare. Noi ci amavamo Massimo. La finestra urtava alle misere gratelle. Io cercavo il mare, fuori, da giù, stesa sul pavimento, sopra i miei vestiti, gettati come un giaciglio. E tu Massimo infilavi i pantaloni e io ti guardavo  e ti chiedevo la stessa domanda. Non mi hai risposto bene ancora. Ora dove sei?

mazzarrona

Le case

Era poggiato con le spalle alla parete, verso la finestra, le gambe abbandonate per lungo, il capo crollato sul petto. Dormiva. La cinta stretta al braccio. La camicia aperta. Era bianco. Aveva un’aria tranquilla. Solo dormiva. I suoi capelli bruni erano lucidi, perfetti, il suo fascino distinto, dormiva. Non ho pianto abbastanza allora. Mentre adesso asciugo le lacrime, come se non fosse passato un solo giorno. Ci piaceva fumare dopo, in baracca, dopo che succedeva qualcosa e raggiungevamo il fulcro delle cose, il piacere, il senso della vita stessa, acerba e diffidente. Tornai sui libri. Dimenticai. Ma non avevo dimenticato.

Quel giorno Ilaria stringeva le mani alle sbarre del cancello, in cortile, mi aspettava. Quando tornai indietro la campana era già suonata. Le ragazze del liceo correvano su per le scale. Guardai l’ora, erano le 10 e 45. Mi chiese Ilaria: era lui?

Io dissi: sì. E non era vero.

(continua)

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un sogno d’aprile

In classe c’era il silenzio consueto che il caro professore riusciva a stabilire durante le sue belle e partecipate lezioni di letteratura. Ascoltavo a occhi chiusi spesso, con il mento sul palmo della mano. Ogni tanto riuscivo a discettare persino o a esondare in altri argomenti, chiedendo di autori prossimi all’ultimo studiato e che magari avevo scoperto nella libreria di mio padre, così ricca e fornita. Invece che Manzoni, chiedevo di Stendhal. Leggevamo Gavino Ledda o Natalia Ginzburg e chiedevo ancora una volta di Pavese o di Fenoglio. Leggendo la Ginzburg mi riconoscevo nella medesima solitudine che chiamerei asperità, in una fortezza isolata non so come spiegare, talmente ruvida da diventare quasi mascolina. La nostra solitudine. Nostra, di chi scrive. Ma allora non ne ero veramente consapevole. Il nostro rifulgere nella medietà, ecco in cosa mi riconoscevo nella Ginzburg. La scrittura procedeva ma in gran segreto, a dispetto di ogni automatismo, ogni previsione consolatoria. Diventerò questo o quello, mi diplomerò, forse mi sposerò, avrò dei figli, incontrerò un bravo ragazzo. Bravo ragazzo. Sì certo.  Non come i giovani della valle, i compagni. Ci tornavo col pensiero, poi li ricacciavo indietro. Soffrivo per Massimo. Non avevo capito niente. Com’era successo? Come si muore? Era in baracca, mi spiegò Stefi. Allora lo vedevo già. Sì in baracca. Aveva sfilato la cinta dei pantaloni, fissata al braccio. Stringeva, la vena gonfiava, ma era tumefatta, sfruttata. Aveva preparato l’altarino con il veleno. Trovare la vena, infilare l’ago, inoculare. La roba era tagliata male. Stricnina. Così morivano i tossici di Christiane. Massimo tirava il sangue dalla siringa di insulina, saliva il flash subito. Il flash. L’avevo letto già. Tutto previsto, annunciato. Carlo Grimaldi. Un lungo flash. La roba saliva. Le palpebre pesanti. Poi cosa? Stefi diceva che era morto in baracca. Che era meglio che non l’avessi visto. Che l’avevano portato via. Che la madre urlava in ospedale, sul lenzuolo bianco. In obitorio.

Mentre i bambini lanciavano le molliche ai colombi. E il vecchio in motoape vi si gettava sopra come una furia. Ridicolo. Sgangherato. v3

Il caro professore spiegava la lezione di letteratura. L’amore cortese. Chiudevo gli occhi. Un giorno dimenticherò sul serio. E mentre lo pensavo, ero certa che avrei evitato in futuro gli uomini sbagliati come Sandrino, Sandrino de Un eroe del nostro tempo di Pratolini. Mi piaceva Pratolini. Potevo interrompere la lezione del prof e chiedergli cosa ne pensasse di quel repubblichino? O della gioventù tradita e violenta degli anni del secondo dopoguerra. E sarei stata per la classe, la solita ragazzina bizzarra da tenere a debita distanza.

All’ora di ricreazione, Ilaria sedette accanto a me, sul gradone in cortile. Fumavo pensando al colore dei maglioni di filo, quanti colori. Alle scarpe di tela che correvano su e giù, da un lato all’altro. Alla felicità.

Ilaria poggiò la mano sulla mia spalla. Era morbida. Piccolina. La mano di una bambina.

La guardai con tenerezza. Aveva le guance rosse. Mi venne da ridere. Sembrava Heidi. Ridevo. Anche lei, senza sapere la ragione.  Mi alzai, andai verso i cancelli della scuola. Avevo visto un ragazzo, in vespa. Era passato appena da lì. Dissi: Ilaria, aspetta. Andai. Aumentai i passi, corsi. Uscii fuori. La vespa. Era Massimo. Massimo. Ogni suono si smorzava, il sole mi opprimeva bianco e compatto. Era una luce strana. Non era il sole. Il sole di aprile. Era troppo presto ancora. Era come un sogno d’aprile. Come la musica di Chopin che ascoltavo dal giradischi di mio padre e alla fine accarezzavo il vinile. Ilaria mi guardava dalle grate, fissando le mani alle sbarre. Era ancora aprile. Un giorno di tanti anni fa.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano