Pagine – Davide. Indizi di eternità.

Mi hai scritto: un giorno verrò da te.

Sono andata alla finestra. È il mio modo di realizzare le cose, guardare fuori, lontano, stringere le mani al grembo. Aver timore di perdere ancora o di trepidare oltre misura, senza raggiungere il fulcro, non so, la vita.

Guardavo il poggio, dalla mia casa, la mia, proprio mia. Quando ho perso tutto era Natale. Il sole di dicembre sembrava primaverile. E io guardavo il poggio. Guardavo fuori per realizzare le cose, oltre il maniero, lontanissimo, la punta suprema lanciata verso il mare brumoso che fendeva tutte le possibilità di azzurro. Ma era un notturno, il più terribile e severo notturno in cui precipitare, che osteggiava la luce, la sfidava. E tutto franava di nuovo, per sempre. Il poggio è un simbolo, un amore, è Cesare Pavese, è Giannino, lungo le strade acciottolate, Stefano, l’ingegnere al confino bardato di ideologie e desideri supini, laidi.ve

L’ombra dei cirri sulla pianura, sul poggio. Mi piace questa parola.

Tu verrai da me?

Pensavo che Vera dovesse ancora riferire molto. E non mi sembrava possibile che a ricevermi fossi tu. Nathan. Nathan voglio dire mi amava con una solidità e una disperazione che nella vita non avrei incontrato se non come la soluzione in seconda istanza, provata e fallita, riprovata e ancora fallita. Esercizi di defezioni. Sperimentare, perfezionarsi nel rimpianto. Incontrare la calamità e non l’amore. Ogni uomo è l’archetipo di una tragedia universale, io che stupidamente tremo al solo pensiero e ho il sussulto in seno di una ragazza al suo primo bacio. Nathan scriveva: non sarai più nuda senza di me. All’incirca.

Il mare mutevole, scriveva Pavese, la quarta parete invisibile della sua cella. Ti ho chiesto di scrivermi d’amore. Tu mi hai scritto. Cancellerai ogni memoria, il tuo corpo è la salvezza, è l’abbandono, il neonato oblio in cui gettarsi come in un salmo, prossimi alla sorgente di una rivelazione.

Ho scelto di crederti, Davide. È una scelta. L’irrevocabile determinazione della verità in ogni tua parola. Non avrei dubitato mai, davvero mai. Ho scelto. Malgrado io abbia vissuto con un professionista della menzogna, abituato a ogni abiezione. Malgrado io ne sia l’icona suprema, sia la tradita, ingannata, manipolata, abbandonata. Sono la vedova di Isaia, libro 54. Lo sai. Te l’ho scritto. La sposa abbandonata nella sua giovinezza.

Dovevo indossare questo stigma, sbattuta, sconquassata dalla tempesta, profetizzava Isaia. È il mio profeta. Letteralmente leggevo l’uso degli esatti aggettivi, il mio animo provato, era esattamente così.

Capisco che ogni uomo diventa per me una specie di passaggio epocale. E attraverso di me, deve succedere qualcosa. Tu mi hai scritto: sei una reliquia, dove io mi laverò. Io mi purificherò. E tutto ciò si replica, ogni volta. Mi attraversa il dolore dell’altro. L’altro non muore. Così non muore. Così è stato.

È già stato. Con quale avventatezza ho bussato alla tua porta. Con quale leggerezza ho pensato di cambiare il corso predestinato dei fatti che sarebbero accaduti. Chiedere amore nella finzione a chi nella realtà forse non è in grado di concedere. Non è un’assurdità?

Eppure in una tale contraddizione ci deve pur soggiacere una qualche recondita giustizia.

Sono finita in una strada chiusa. Potevo chiedere amore a chiunque, nella finzione. L’ho chiesto a te, nel parossismo di un corto circuito. Erigendo dunque con disciplina la stecconata di una reiterata impossibilità. Ogni mio amore viene raffinato nella prova del fuoco dell’impossibilità.

Con commiserazione scendo a patti, voglio corrompere l’impossibilità, farmela amica. Recingo soltanto solitudini più testarde. L’alcol. L’eroina. Terzi soggetti, sempre. Perché il mio desiderio di essere amata si confonda in un pastiche imprevedibile, connotato di virtù non esplicabili, che io non voglio assumermi. Non è mia responsabilità indossare una qualsivoglia virtù in luogo dell’identica pedissequa rinuncia.

A Milano, ho aspettato per un mese il compimento di qualcosa. Forse mi hanno detto di te e io non ricordo. Non ricordo. Se avessi ricordato, io non ti avrei chiesto nulla, Vera e Nathan non sarebbero mai esistiti. Ma non posso giurarci. La mia gelosia retroattiva, più che la sorellanza, me lo avrebbe impedito.

Lasciarmi senza parole ingenera un destino, lo reindirizza piuttosto, è l’opportunità più confacente alla tua natura. Così quando andrò via, sarai al sicuro, nella distanza che cerchi, che coltivi. Senza le tue parole, rimango al buio, fino ad abituarmi, fino a smettere di dibattermi.

A Milano leggevo indizi di eternità ovunque, segni, simboli, le rose di santa Teresina di Lisieux. Ti racconterò ancora.

Un pomeriggio incontro un uomo vecchissimo come un patriarca.

Si è seduto davanti a me. Pioveva. Il centro commerciale di una periferia milanese. Quest’uomo mi parlava di Dio.

Cosa dobbiamo fare io e te, io e te insieme per quel lasso che ci è consentito?

Io non lo so.

Così concludeva Varvara Alekseevna di Povera Gente: “Quanto ho chiacchierato! Quanto sono triste, son così contenta di chiacchierare di qualsiasi cosa. Questo è un farmaco, specialmente se si racconta tutto quel che si ha nel cuore.

Vostra”.

V.

(continua)

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La recensione su Pangea di G.Barbera

di Gianluca Barbera

Ci sono due tipi di scrittori. Quelli per i quali la scrittura non è che un mestiere. Mezzo e non fine (sono la stragrande maggioranza). E quelli per i quali la scrittura è una seconda pelle, la vita stessa. Veronica Tomassini rientra in questa seconda categoria. Solo a questa categoria appartengono gli scrittori con la maiuscola. Veronica Tomassini ha uno sguardo che denuda. Uno sguardo che, prima di dirigersi sulle cose, si è spogliato del superfluo, pur conservando accenti visionari e lirici. “Realizzo con smarrimento che sopravviviamo. Sopravviviamo. Eccetto Massimo. Veniva a sedersi sotto l’ombra del sicomoro, mi aspettava. Lo raggiungevo. Lui prendeva la mia mano. Stavamo così a guardare laggiù in fondo verso la fine delle cose sbagliate. Ci sembrò di vedere una luce, un guizzo, un presagio benevolo che ci rimettesse tutte le colpe. Ne avevamo?”. “Eravamo tutti cattivi maestri, l’un per l’altro. Non avevamo esempi da mostrare come medaglie al petto, volontà, sacrificio. No niente. Eravamo bordaglia”. “Non c’era amore, dovevo incontrarlo ancora, o lo pretendevo negli inferni sbagliati. Gli altri avevano solo fretta di farcela, di beccare il tipo con la roba buona, di svegliarsi dopo, di non prendere il male, scambiandosi le siringhe. Io non mi bucavo”. Come si vede il suo non è uno stile glamour, ma uno stile fatto per scuotere, per aprire nuovi sguardi, la cui materia sono l’abisso, le fiamme, il caos.

*

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, significa non sei abbastanza vicino”. Questa celebre frase di Robert Capa, grande fotografo di guerra dagli anni Trenta ai Cinquanta, descrive perfettamente l’approccio della Tomassini con la materia incandescente del suo narrare e coi suoi personaggi. Del resto, come lei stessa ammette, nei suoi romanzi trovano posto solo “pezzi di vita”. Sembra esserci in lei una febbre, un desiderio bruciante di stare vicino agli umili (come fu per Pratolini, da lei inseguito, e per l’Orwell di Senza un soldo a Parigi e Londra e La strada di Wigan Pier, che sperimenta tutto ciò che scrive sulla sua pelle). Mazzarrona, il suo nuovo romanzo uscito a febbraio per Miraggi Edizioni, per un po’ candidato allo Strega, è ambientato nell’omonimo quartiere periferico di Siracusa (simbolo di tutte le periferie del mondo) durante gli anni Ottanta-Novanta, tra tossici, emarginati, “creature esangui”, in un contesto di avvilente degrado. Al centro della narrazione una liceale innamorata di un tossicodipendente, Massimo, la cui saliva sa di metallo a causa dell’eroina, e la gioventù bruciata che vi ruota attorno (Romina, l’amica “che sa fare a botte”; Mary dalle “grandi tette”, che “tentava spesso il suicidio ma andava in giro vestita come una dea”; Stefy, “bruttina, ma ricca da fare schifo”; Andrea, detto “u cavalere, il cavaliere”, ma che “non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito”). Tra siringhe e braccia bucate, campagne spettrali, arrogante cementificazione, cumuli di lamiere e tetti di amianto, soli neri e implacabili, vaghi scorci marini frananti sulle rocce e su cui si affacciano scheletri industriali, cespugli di ginestre, cardi e rovi pieni di spine, puzza di fogna, relitti urbani disseminati ovunque, assenze senza nome, la presenza costante della morte e le canzoni di Tanita Tikaram e degli Smith sullo sfondo, il romanzo procede con una naturalezza e una crudezza ammantata di umanità che fanno della Tomassini una scrittrice dallo sguardo peculiare.

*

Le tematiche sono prossime a quelle dei suoi libri precedenti, Sangue di cane (Laurana), caso editoriale del 2010, Christiane deve morire (Gaffi 2014) e L’altro addio, edito nel 2017 da Marsilio. La stampa, solitamente, va a nozze coi romanzi che si occupano di tematiche legate all’emarginazione, preoccupandosi poco del valore letterario. Così facendo, nel caso della Tomassini si incorrerebbe in un equivoco: qui il tema è importante, ma non come si vorrebbe far credere. Il valore dei suoi libri dipende da altro. Nel caso di Mazzarrona il valore sta ancora una volta nello sguardo dell’autrice, nella lingua, vera fiamma della storia. Quando parliamo della Tomassini, finché non facciamo riferimento alla scrittura ancora non abbiamo detto nulla. Perché è quella a tenere insieme i pezzi e a fare dei suoi romanzi vera arte. Le sue paiono pagine scritte con la carne, nascondendo gli occhi lucidi. Quella della Tomassini è una scrittura che, mentre sgorga, consuma il corpo da cui promana. I veri scrittori dicono verità scomode, anche a costo di venire fustigati dalla critica o esiliati dell’establishment letterario. Questo è ciò che fa la Tomassini, raccontando storie del sottosuolo senza moralismi né secondi fini. È lei stessa a dichiararlo: “Mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa. Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così”.

*

Pietismo dunque no, pietà sì: “Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi”. Non dimentichiamo chi è la Tomassini: una che crede ancora, nonostante tutto, nella centralità, anzi nel primato della letteratura. Chi resta nella storia sono Dante, Shakespeare, Virginia Woolf; molto meno re, politici e uomini d’affari. Una che alla letteratura si è dedicata anima e corpo, camminando sull’orlo dell’abisso. Una, potete starne certi, che non le manda mai a dire: “La cultura italiana? Consolatoria, normalizzante, timorosa del pensiero, più che altro di non trovarlo più, impallato in ragionamenti da editor imberbi che vorrebbero rendere democratica l’eccellenza. La democratizzazione del talento è già in corso da un pezzo, è il grande male, può darsi”.Ecco perché nei suoi libri non troverete imbrogli né mezzucci. Niente giochetti nella sua scrittura, nelle sue storie. Ma una dedizione totale a ciò che racconta, ai suoi personaggi, che sono sempre così vivi da poterli quasi toccare. Per quanto mi riguarda la Tomassini potrebbe anche scrivere guide di viaggio o libri di cucina. Li leggerei con lo stesso interesse, anche solo per il piacere di assaporare quella sua lingua straniante, frutto di uno degli spiriti più liberi che vi siano in circolazione. Ecco perché vi consiglio di leggere tutti i suoi libri. Ne uscirete rinati. Intanto cominciate con questo: Mazzarrona. Buona lettura.

 

 

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Gianluca Barbera, Reggio Emilia. Scrittore, critico de Il Giornale, direttore editoriale di Melville edizioni

 

 

 

 

 

 

 

L’originale lo potete leggere qui: http://www.pangea.news/veronica-tomassini-gianluca-barbera-mazzarrona/?fbclid=IwAR2Nh9u7EVt-0odfhF1lQctFz-5RsGooVE1vLDqB2qIeNjf4UEs2Kmppyls

Pagine – Davide –

Un giorno di gennaio ti ho scritto. Davide. Avevo freddo, ho sempre freddo. Perché gennaio è un mese lunghissimo e crudele e ogni cosa per me finisce a gennaio. A gennaio ho in mente una canzone ebraica, di Jacob Jacobs, parla di una casetta, l’infanzia, il paesello, qualcosa di perduto. Ohi Belz, mein schtetele belz. A gennaio devo leggere Primo Levi. Aprono i cancelli, aspetto. Sono sulla lagerstrasse. Forse è Auschwitz. Sì, senz’altro. Nel sogno, rotolano bambole senza occhi, sulla lagerstrasse, è un pendio, scivola, verso giù, prossimo al binario; intorno vibra una luce lattiginosa e grigia. Ci sono molte donne che avanzano verso di me, noto le trecce bionde, piccoli poggi, residui spaventosi di una umanità trapassata. Cerco di ricordare. Ricordo male. Ho fatto questo sogno tantissimi anni fa. In quella vita fa, io non so chi fossi, ma credo che lì io sia veramente esistita. Ero una donna. Ero una madre. C’era qualcuno che mi chiamava con affettuosi vezzeggiativi: misek.

Davide.

Ti ho scritto quel giorno. Non ti conoscevo. Non ti conosco. Quel giorno ti ho chiesto: vuoi scrivermi delle lettere d’amore? E tu hai detto: sì.cropped-tomassini1.jpg

 

Non è andata esattamente così, ma un po’ è andata così. Non avevo idea di chi avessi davanti. Solo un uomo, un poeta, uno scrittore. Potevi essere chiunque? Mi domando. Sarebbe stato lo stesso? Non lo so. Volevo essere amata. Nella finzione. Ma non da chiunque. Non so perché dovessi essere tu. Nella finzione. Dovevi amarmi. L’epistolario era una mia vecchia idea, proposta a un paio di scrittori. Tuttavia non erano loro i destinatari di questa follia. Infatti l’esito fu un rifiuto, una trascuratezza, un non procedere. C’era una condizione intima che non si sarebbe potuta realizzare. Perché dovevi arrivare tu. Malgrado io non ti conosca.

Non sono felice. Mi hai tolto la felicità, riparo nel buio, nel disordine, da qualche giorno. Da quando hai deciso di interrompere l’epistolario tra Vera e Nathan.

E adesso dobbiamo raccontare di noi. Non abbiamo fatto altro, io e te. Senza saperlo. Perché adesso incontrandoci dobbiamo disseppellire le medesime vergogne, il terrore, quel che fa di noi la nostra solitudine. Se una donna che non conosci – senza riguardo – ti chiede la finzione di un amore, domandati da quale miseria costei provenga.  L’unica scena girata mille volte per anni, adesso, dovrei riproporla qui a te e presentarmi di nuovo: ecco, vedi io sono questa donna seduta su una sedia davanti alla finestra. Una porta finestra. Le tende si sollevano, c’è un vento leggero di primavera, ma è ancora gennaio. Fuori non c’è il glicine, ma c’è un preludio alle felicità altrui. Vedo una rosa dentro un vasetto di ceramica. Un albero di Natale. Non è Natale.

Volevo che tu mi amassi, in un modo o nell’altro. E se fosse stato uno qualsiasi, lo avrei amato lo stesso?

Vera. Non mi chiama nessuno così. Soltanto un compagno di liceo. Solo lui. Il mio vezzeggiativo è un altro. Nessuno mi chiama Vera. Vera è la scritta di un writer che leggo sempre sulle pareti di un antico edificio, tornando a casa: Vera sei speciale.

Vera è il personaggio del romanzo di un bielorusso. Uno pluritradotto. Bravo, davvero. Gli dissi. Ha il miglior agente in circolazione, diceva. Chiedeva del mio. Quanto scrivi? Chiedeva. My little girl. Non si alzava prima di mezzogiorno. La sua vita era segnata da inimmaginabili atrocità. Lui diceva che Vera, del suo romanzo, quella Vera, ero io. Vera era morta. Aveva un marito alcolizzato. Molto geloso. Vera voleva salvarlo, fino alla fine. Poi Vera è morta uccisa dalle mani del suo stesso amore che voleva salvare. Vera ero io.

Io non voglio salvare nessuno. “Signora, non possiamo salvarli tutti” mi ha detto il custode di un dormitorio, stazione di Milano. Non li può salvare, signora, disse, guardando verso le brande dove dormivano sagome informi, vegliavano, imprecavano, sussurravano lontanissime giaculatorie. “Signora, non salverà nessuno”. Interrompevo la conversazione. Asciugavo gli occhi. Il mio pianto perenne, lo nascondo al mondo. Il salmo biblico, i passi della Scrittura: le mie lacrime nell’otre Tuo raccogli; non sono forse scritte nel Tuo libro?

Solo tu puoi capirmi. Sei così fuori dal mondo che solo tu avresti potuto amarmi dentro o fuori la finzione, eccetto le mille vite fa. Lo hai fatto. Poi mi hai tolto la felicità. Il mio epistolario. Nathan mi avrebbe amato, divorato. E tu adesso che farai? Mi costringerai a un dolore inutile.

Olga Ivanovna cercava i grandi uomini, non li trovava e tornava a cercare. Leggevo in un racconto di Cechov, La saltabecca. Da ragazza avevo questa idea sontuosa della passione, dell’amore, appresa dalla tendenza alla tragicità tipicamente russa, o dalla sregolatezza di madame Rochefort.

Nathan mi avrebbe amato così. La vita di solito è molto meno.

E tu?

(continua)

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Il miracolo di Mònika

Ho incontrato Mònika Szilàgyi un giorno d’autunno, a Milano.  Devo ringraziare Gian Paolo Serino, un amico e soprattutto un ottimo critico e scrittore. Mi aveva parlato di lei, aveva curato le note a margine di un romanzo di Magda Szabò, “Affresco”, appena uscito con le edizioni Anfora (la casa editrice fondata da Mònika Szilàgyi appunto). Romanzo a me sconosciuto.

Monika

Mònika Szilàgyi

Magda Szabò invece è stata la scrittrice della mia giovinezza, di lei sono riuscita a leggere solo “L’altra Eszter”. Mi rimase addosso una affascinante nostalgia dopo averla letta, non avevo altro di lei, comunque erano tempi diversi, la reperibilità di un testo soccombeva a passaggi più complicati e inaccessibili alle mie modeste capacità. Peraltro – è un piccolo inciso – le assonanze con il testo oggi risuonano terribilmente profetiche, oramai veramente le profezie sono state sepolte. Io e Mònika sedemmo su una panca alle spalle del Duomo. Giovane e genuina, trovai subito una corrispondenza con il suo modo immediato e chiaro di comunicare. Gian Paolo mi aveva avvertito: è una brava, sta facendo qualcosa di buono. E Mònika difatti mi raccontava del suo grande sogno, già concreto, su cui stava lavorando: recuperare il monumentale patrimonio di testi degli scrittori ungheresi destinati all’oblio, destinati a sparire – l’Ungheria è la terra amatissima da cui proviene Mònika. La letteratura ungherese – mi spiegava Mònika – non era soltanto Magda Szabò, che pure nel nostro paese continuava a rimanere conosciuta parzialmente, o Sàndor Màrai; la letteratura ungherese aveva grandissimi nomi, mi spiegava, accerita e piena di energia, Mònika, quel giorno. Ci lasciammo con la promessa di risentirci ancora, mi regalò “Affresco” della Szabò, e una borsa, una sacca con il volto appena disegnato della scrittrice di Debrecen. Szabò2

Lo lessi, ritrovai le atmosfere che amavo e che mi tornavano violente e insieme laconiche una volta, le atmosfere amate nelle letture da ragazza, nei libri ordinati da mio padre nel frequentatissimo Club degli editori. Un lavoro di riscoperta dettagliato e impeccabile a cui Mònika ha dedicato la sua casa editrice, Anfora. La stessa che ha pubblicato “Anna Edes” di Dezsò Kosztolànyi, considerato un maestro della letteratura ungherese del primo Novecento. “Anna Edes” mi trovò impreparata allo sgomento e all’efferatezza, avevo dimenticato quanto siano disciplinati in questo gli scrittori di una precisa area geografica tra i Balcani e gli Urali, il Danubio e il Baltico. Mi ero fatta questa idea, forse un po’ sentimentale e generalista. Ma: Mònika Szilàgyi mi stava aprendo una porta. L’archeologa della parola, dell’idioma della memoria, del fulcro, del genius, di tutto quel che le appartiene, che compete alla sua terra. Terra nel qual caso diventa il crogiolo di una poetica esotica, perché distante, magicamente, misteriosamente distante da noi. “Anna Edes” di Kosztolànyi ha la traduzione della prima versione originale, quella del ’37, probabilmente osteggiata dalla censura.  Kosztolànyi: il mago della parola.Anna Edes “Connetteva mondo a mondo” scriveva di lui incantata la stessa Magda Szabò. szabò1

E ancora della Szabò oggi ricevo, da Anfora edizioni, “La notte dell’uccisione del maiale”, romanzo che la Szabò ambienta proprio a Debrecen, negli anni Cinquanta.

Di questo romanzo scrive in una nota critica la Szabò: E’ un campo di mine aperto.

Un romanzo che – in una precisa area geografica – se non  fosse diventato agiografia del regime (penso a Marek Hlasko, scrittore polacco, rivelatore e fulmineo nel ribadirne la sostanza letteraria e dissidente), diventava insolenza, censura per i recensori marxisti, i quali non tardarono a frenarne il coraggio, il potere medesimo della deregolamentazione individuale, prossima al martirio dell’isolamento.

Bisogna aiutare il sogno di Mònika, un sogno corale, che guarda a noi con generosità, è il tentativo di non sconfessare l’assunto della parola che salva, della parola immortale.

Riflessioni

Mi sveglio la notte con un pensiero. Dipende dall’urgenza del giorno precedente. Stanotte il mio pensiero è un omaggio, un piccolo cadeau, solo per me. Ho capito – stanotte – l’origine di ogni romanzo (sì, figuriamoci, sai la novità) e soprattutto la pratica che ho messo in campo negli ultimi anni – forse sull’onda emotiva che mi ispira Jane Eyre (visto ieri in sera, in parte, poi ho spento la tv, incapace di concentrarmi su qualsiasi cosa che riguardi l’animo umano e che non sia Dio a consolarlo). Ad ogni romanzo, dedico la replica pedante della medesima scena, un’inquadratura emotiva, la stessa. La replico all’infinito, cambiano i personaggi, soltanto nel raggio d’azione più recente. Una volta è Monsieur, incontrato in un aeroporto, una volta è l’amore della giovinezza, morto di overdose (non è morto di overdose). E prima ancora l’epica polacca. Oggi le lettere a Nathan.

Mi rivolgo ai fantasmi. E’ chiaro, lo fanno tutti gli scrittori, mi direte.  Ad ogni modo, è successo questo, a un certo punto, dopo l’oltraggio immane e determinante, ho aperto una stanza, mi ci sono infilata dentro, non ne sono più uscita. Così credo di aver passato gli ultimi anni. Prima predisponendo come un tempio l’ordine esatto delle cose precedenti, poi esaurito quel delirio, ricostruendo una casa nella casa, modesta, tirata su senza partecipazione. La preghiera. Le mie maglie a uncinetto. I libri che non leggo, che ordino e riordino. O che leggo e invece non leggo. I testi che mi danno la pazienza, il coraggio, forse la forza (nel significato abusato che ne diamo oggi), i testi sacri. Soprattutto la Bibbia. Ma oggi vedo male, anche con gli occhiali, e la sera non riesco a leggere niente, neanche le Confessioni di Sant’Agostino, che erano sempre rivelazioni. Il carattere è troppo chiaro e minuscolo, la luce è bassa, confortevole, ma bassa. E ogni giorno di questi anni ho coltivato una specie di sentiero lastricato di fantasmi, coltivato di fiori inesistenti, specie introvabili.

Tornai da Milano, dopo un mese di solitudine, ho sancito l’ultima desolazione, cioè la sconsolata considerazione che ancora una volta la mia vita fosse la riproduzione di un trompe l’oeil. Uomini fantasma, come Monsieur e persino Nathan. O prima Massimo che morirà di overdose (ma non è morto di overdose), o il primo abbandono, nel bel mezzo della mia vita migliore. Ecco, a saperlo.

Tornai da Milano, allora, e scrissi in pochissimo tempo il romanzo sull’amore – i giorni dell’abbandono (ma  è un titolo già usato, lo prendo in prestito per far capire brevemente). Ed è tutto qui. Fondamentalmente la vita è questa, raccontarla, consumarla senza saperlo – per taluni – e raccontarla. Chi non la può raccontare però ha la fortuna di viverla.

Poi certo ci sono domande inqualificabili, tipo: quanti anno ho?

 

L’epistolario – L’eternità

***

Tel Aviv, settembre 1950

Irina venderà l’uniforme del marito morto. Come fai? Le ho chiesto e sono disturbata da una ostinazione temeraria e impudica che mi parve le colorasse le guance. È un pomeriggio di settembre, abbagliante, c’è un vento furioso, oltre la finestra, lo vedo agire, indefesso, scuotendo il ficus in cortile. C’è un gran caldo. Ma ho chiuso tutto, così che questa polvere ostile rimanga fuori. Figlia della disgrazia, dicono dalle sue parti. Irina ha origini cosacche. Il’ja era nato nel villaggio di Michailovskaja, sul Don, a qualche chilometro da Volgograd. Irina mi volta le spalle. Le ripeto, sillabando: sei la figlia della disgrazia. Irina si gira di scatto: la venderò. Il’ja è morto. Urla. E la sua voce è lacerante, fastidiosa e tragica come il pianto delle prime notti d’inverno quando vegliavamo tutte qualcosa di onesto, speranzoso e buono.

Ora, Nathan, non è rimasto niente delle nostre veglie. Accendiamo le candele il venerdì, il nostro spirito è distratto, non contrito. Non so cosa tu possa ricordare ancora di me. Quel che ricorderai, abbi fede in ciò che ti dico, è soltanto inesattezza. Una sola notte non basta a perdonare le assenze infinite, estenuanti assedi di simulacri (lo sono sì, nella loro eresia), mi irrita moltissimo vivere lo spazio vuoto, dove sorprendermi a desiderare qualcuno, sono sussulti senza sangue, sono singhiozzi che non hanno più il coraggio di indurmi al pianto della commiserazione. Non mi commisero. Preferisco indugiare nell’errore.

Questi giorni sono duri come la terra del Negrev, cretosi, spaccati, simili al cratere che vedo tormentare le nubi più a sud, il Machtesh, fuma suggerendo altre suggestioni, sono vere, verissime, Nathan, ogni cosa frana, nell’attesa. Lascio Irina ai suoi stupidi propositi. Il suo amore arabo le dà alla testa. Se solo volessi, Aadil sarebbe già da me, se solo volessi. Rido. No, no, sorrido piuttosto, con cattiveria. Se solo volessi essere bugiarda, non lo sarei di meno. Cammino a piedi spesso, lunghissime passeggiate, raggiungo Eilat. L’ebreo vuole sposarmi, ti ho già detto. Vuole un figlio, lo chiamerebbe Leon. L’amore non corrisposto è un argomento piacevole su cui affondare gli artigli della nostra meschinità. Non amare Adam, il vecchio ebreo, e riderci con gusto, per un equo risarcimento dei fatti della vita. E mentre lo penso, realizzo che la sabbia sulla mia schiena brucia fino al brivido. E io sono stesa, immobile, sotto il cielo pesantissimo di settembre mentre Ramon o Machtesh fuma terribilmente le terrificanti suggestioni.

Sotto l’abito a fiori, informe e trascurato, non indosso nulla. Sono uscita con i soliti vecchi sandali. Adesso sono libera. Penserò, ricorderò. Vorrei restituirti l’esatto suono della torma di gabbiani. Suoni gutturali, primitivi, a volte del tutto simili ai gorgheggi di un neonato. Non ne ho mai tenuto uno sulle braccia. Non ho ancora ricevuto la tua lettera, per un verso sono abbastanza grata alla promessa che non succede, come l’amore, non succede, non succede. Non mentire, nemmeno tu riuscirai a convincermi del contrario.

Dell’Europa non ho nostalgia, al momento, mi riferisci di luoghi arcani e paurosi che non riconosco. Vorrei soltanto rivedere mio padre, la mia casa, riprendere a studiare. Vorrei avere di nuovo i miei libri e un vestito blu di seta georgette, ripiegato da qualche parte in camera di mamma. C’è ancora la mia casa?

Chiudo gli occhi mentre mi sembra che la torma di gabbiani stia consumando una strana danza sopra la mia testa. Mi addormento e indizi di eternità mi interrogano.

I cerchi che affiorano nell’acqua, ad esempio, sono sulla riva di un fiume, in lontananza immagino cerchi sull’acqua affiorare misteriosamente. Il cerchio. L’inizio e la fine coincidono e questa è l’eternità.

Stringo di più gli occhi. Il sole inforca le mie palpebre. Nella faretra della luce troverò ogni risposta.

Giro il viso da una parte, fisso il breve cono d’ombra che il mio volto disegna sulla sabbia. Lo fisso fino a non vederlo più o a vederlo orbitare, annaspare, dentro scopro altre figure. Dormire è una soluzione.

La memoria solo quando è incauta mi propone i medesimi terrori o le albe spettrali sopra le cime dei faggi. Il campo e una via lattiginosa dove abbandonare ogni identità orgogliosa, precedente.

Potrei sposare Adam, l’ebreo, perché non credo nei ritorni maestosi. No, mai creduto. La vita sconfessa il ritorno, in quanto è un’azione vile e stanchissima. Nel frattempo domandiamoci cosa sia successo nelle nostre vite. Piccolissime e meschine. Ma indugio nell’errore, soprattutto quando mi ostino a coltivare la passione segreta, l’amore che mi riconduce a te, a quella notte. Davvero è trascorso un tempo con un’orbita elefantiaca. Mi sono persa nell’attesa. Dunque stenterei a ricordarmi oltre. Oltre una modesta stanza sul ponte di Praga, cosa accadde quella notte. Non so, forse era l’amore.
Vera
(continua)
La lettera di Nathan qui: http://www.pangea.news/veronica-tomassini-davide-brullo-progetto-letterario-2/?fbclid=IwAR2V2kssRNrshDVPAqi2ADLlLC_3pTO50TKvw7alTF0jv4qBXVT1v8k4ZTA
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Il mondo lacerato di Mazzarrona

di Salvatore Lo Iacono

Fuori dal recinto dell’establishment letterario italiano qualcuno aveva gridato al miracolo quando l’ultimo libro di Veronica Tomassini era stato candidato al prossimo Premio Strega; candidatura avanzata per di più da Giovanni Pacchiano, critico letterario di lungo corso ma non di vecchia guardia evidentemente, che ha fatto in fretta ad accorgersi di quanto le pagine di Tomassini siano piuttosto fuori dall’ordinario nell’attuale panorama italiano. Da quando però è stata ufficializzata la dozzina dei semifinalisti del più noto riconoscimento letterario italiano, tutto è rientrato nei… ranghi. Tomassini, per di più pubblicata da una casa editrice indipendente di Torino, la Miraggi, è rimasta fuori. Nulla di nuovo, tutto previsto. Lo Strega resta un affare fra grandi editori e fra scritture complessivamente (non tutte, ma la maggior parte) più rassicuranti, meno spiazzanti e meno sovversive, più apparentemente «impegnate», che però non scavano disperatamente fra le pieghe dell’esistenza come, invece, fa questa della scrittrice siciliana di origini umbre.
Tomassini vive a Siracusa, dove ha ambientato il suo più recente romanzo, probabilmente il suo libro più siciliano, «Mazzarrona» (180 pagine, 16 euro), come l’omonimo difficile, complesso, quartiere della città aretusea, un pezzo di mondo grigio, buio, lacerato, un deserto diroccato, o almeno così l’autrice lo fotografa tra ultimi anni Ottanta e primi Novanta. Raccontando certamente una e più storie, anche pezzi di vita vissuta, ma facendosi sorreggere da una scrittura che sa carezzare e tagliare, che arriva non alla fine del mondo, ma di sicuro dell’umanità, narrando vite marginali ed emarginate, come pochi altri sanno fare. Il quartiere raccontato e anche trasfigurato, Mazzarrona, finisce per essere l’archetipo di tutte le periferie e di certe delle loro disperazioni. C’è una storia candida e straziante di eroina, un tentativo di salvataggio e riscatto, perché Massimo si buca ed è sempre a caccia di soldi. E attorno a lui una folla di fantasmi dal destino simile, segnato. La voce narrante è un’adolescente che si divide fra il liceo e un gruppo di derelitti tossici, una ragazza sola e inadeguata («Eravamo una loggia di sbandati, ero l’alternativa colta, il parto cieco, quella riuscita male, il corpo estrano, ossuta distratta») che per amore prova a fare i conti con un degrado e una volgarità che non le appartengono.
È una versione riveduta e corretta di quel neorealismo che Tomassini (primo libro nel 2010 per Laurana, «Sangue di cane») colloca fra le letture importanti della sua formazione, un neorealismo 2.0 che però non si nutre di intenti strettamente politico-sociali, che – tra compassione e ferocia – non mira alla denuncia, ma al racconto senza
troppe sovrastrutture. Per lunghi tratti la prosa è abbacinante e visionaria, spesso l’autrice, tra siringhe e alcol, anche solo con un paio di aggettivi, dà un ritmo palpitante alle frasi, molte delle quali vanno sottolineate, anche per comprendere le infinite potenzialità della lingua italiana. «Mazzarrona» è la conferma che la Sicilia ha una scrittrice importante, che merita d’essere apprezzata oltre il piccolo nucleo dei
suoi estimatori. (*SLI*)

La versione originale è uscita sulle pagine del Giornale di Sicilia – edizione Palermo – 27 marzo 2019

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