Monsieur – Romanzo 2

La sua idea estetica e morale dell’amore coincideva con un uomo francese. Monsieur. L’idea era sopraggiunta alla fine degli anni, nella sua sconsideratezza lo aveva scelto anzitempo, quasi a chiudere il velario sulle proprie e puerili vicende mondane, le circostanze che le negarono una vita ordinaria,  nella costrizione di un ghetto. La sua vita era molto breve, era un breve corridoio, si agitava dall’uno all’altro canto. Un tempo, c’era stato un tempo anche per lei, si distingueva nella confusione silenziosa e apatica dei giorni, che, dopo, non sconfessarono mai il loro tedio. Una prova di forza, la resistenza dello spirito. Sopravvivervi. Sopravvivere a tutto. Tutto era nulla. Fino a che trovò un’idea. Monsieur. Valensole. La sua musica. La sentiva attraverso la porta chiusa, ogni mattina. Dietro quella porta immaginava l’uomo francese provare i brani di una musica che non avrebbe capito. La porta era chiara, come le pareti, le tende grezze che si gonfiavano alla luce del giorno. La sala dove prendere il tè il pomeriggio, leggere i suoi libri, sceglierne a caso sui ripiani della biblioteca del suo uomo francese, il suo amato professore. Come lo fu il suo per Jo di Piccole Donne.

Soltanto verso la fine dei giorni si intende realizzare la sostanza delle cose. La fine dei giorni, dei migliori o sopravvalutati. Ne era appena convinta. Non si dava un’età. Non era così vecchia da rinunciare a un’idea. I suoi capelli erano ancora abbastanza forti e bruni per esserne rasente, all’idea, a un amore che veniva da lontano, perché l’amore è sempre un viaggio, viene da lontano. L’amore è scandaloso o non è. Valensole erano sentieri  fiammeggianti, simili all’intensità dei tramonti che pensava di aver ammirato talvolta. E lo aveva fatto, senz’altro. La sensibilità non è la condizione necessaria tale da escludere la distrazione. Era distratta, eppure soltanto all’apparenza, era un inganno, la distrazione era solo la dimostrazione del suo animo introverso, innocente sì, ma introverso, proteso  verso ambizioni segrete, puerili dicevamo, come le sue vicende del mondo. Lei ne era a parte. Distratta e a parte.

E c’era un segreto ancora: il dolore, l’amore, la vita. Tutto sarebbe diventato scrittura.v3

Ti vedo emergere dagli intestini paurosi di quell’albergo palazzo oramai cadavere, dove riparavate con i compagni del parco. Ti vedo emergere, non un giglio, non un narciso, ma un mostro, grondante di sangue e con i vestiti laceri. Ti potevano ammazzare. Sei uno sciocco, non devi sfidare la sorte troppe volte.

L’amore è scandaloso, porta la rivoluzione, altrimenti non è. Non ama le buone maniere, le frasi di circostanza, gli inchini, i nostri mediocri impliciti patti con la ragion dovuta, il pudore, il decoro. E’ un fatto.  Conosco un pittore, un ex internato, lui ne sa più di me, vive con una nevrastenica, si fanno di lsd, non hanno altro che tavolozze e trip da consumare, prima che siano le circostanze il decoro il pudore a consumare loro. Oleg l’ucraino di Odessa, che odiava i fagioli come le isbe da cui proveniva, amava Esnedy. Ed era un amore scandaloso, perché Oleg tremava, era il bambino sudicio con il mento sul tavolo, la zuppa di fagioli rancidi sulla mensola, un paio di lividi sulla fronte. Oleg odiava le isbe. Amava Esnedy, cubana. Non domandarmi quale uomo mi abbia mai amato, non aggiungere per favore più di te. ♥

(continua)

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Monsieur (Romanzo) 1

Monsieur era un’idea, l’esaltazione di un’idea. L’abbandono, l’attesa, gli anni, un’idea. Il suo assillo era il medesimo, dopo la fuga, dell’altro. L’amore, certo. Esisteva l’amore? In quali anfratti, sepolto da quali garitte? Lei era stata amata? La casa era vuota. Non era più tornata lì. Era un luogo, una via, tutto un tempo e persino un modo che riguardava un’esistenza, qualcuno in grado di stringerla, sollevarla da terra, le braccia forti come nessuno, nessuno al mondo. Per qualche giorno, subito dopo il grande avvenimento, la fuga, la viltà – non specificava mai bene cosa fosse accaduto realmente – da allora comunque per qualche giorno, sì, lei aspettava al balcone. Al balcone lo aveva visto andare, l’altro. Dal balcone di casa vedeva il poggio, la campagna, e dietro la costa, il mare del maniero.

Quando vide Monsieur la prima volta, lo aveva avvertito: “Io non credo all’amore”. E di tutto riguardo lui sorrise, ed era così gentile. Le venne subito in mente quella canzone di Riz Ortolani: mio amore, tutto può nascere di nuovo. Dopo la lunga attesa, gli anni, dilatati, severi, mai a sconfessare il tedio del giorno prima. Ripetevano all’infinito il tedio del giorno prima. Ed erano tristissimi soprattutto i giorni di gennaio, quando la luce non è luce. Ma anche novembre o dicembre o qualsiasi ora che annuncia o precede il crepuscolo. Fino a quando non arrivò un’idea, Monsieur.

Aveva immaginato la poltrona con il tessuto pesante, verde come certe foglie d’autunno, lungo i sentieri di un parco. C’era stata veramente. Aveva chiuso la pagina del libro. Poi si era accorta che era sola. Ancora una volta. E sorrise per questo, sorrise con tutto il veleno che aveva in corpo.

Sorrise e rise anche. Come la volta in cui l’altro riempi di tradimento le stanze, erano un tempio di innocenza. Lui le riempì di tradimento. Odiava le promesse, che non le parlassero d’amore. Le promesse di sventura, quelle sì.

Si lasciava inondare dal sole, la luce la temeva quando istigava i ricordi. I ricordi sono un problema.cropped-vero-blog.jpg

Ma io scrivo. Sono una scrittrice. I ricordi sono tutto per una che scrive. Sono inondata dalla luce, cammino per le strade di una città di provincia. Torno al fulcro, non sconfesso il tedio del giorno prima. Ordino una cioccolata amara alla menta, sono in un atelier. Dico: gli uomini una volta erano uomini a trent’anni, penso a mio padre e mi viene in mente subito un autogrill, un caffè, un aeroporto, Giuseppe Berto e Un homme et une femme di Francis Lai. Una giornata di nebbia, un pull nero, certi uomini insomma. Tento di leggere un libro pacifista scritto da un pacifista, nel frattempo noto uno sciame di ragazzoni, con le ciglia e le arcate ben curate. Avverto un freddo terribile, uno scoramento mai provato prima. Uomini nuovi, eccoli, si affacciano sull’uscio, escono a gruppi (ancora?), guardano (cosa, di grazia?), ridono (why?) e scivolano altrove, neanche danzassero su scarpette con la punta. Una volta, ho incontrato un pescatore, aspettava i cefali, al porto. C’era un bel sole. Pescava cefali, senza storcere il naso, stomaco di pietra e una gitanes al labbro. Non era fragilino, un bell’anello d’oro serrava l’indice nodoso, aveva abiti essenziali, indossava occhiali scuri alla Fred Bongusto. Il sabato pomeriggio è sempre un gran giorno, sempre a star soli, ad annoiarsi su libri noiosi, su  pensieri-iperbole dentro cui meditare sonnecchiando. E mai che un uomo, già, mai che un uomo. Cosa? Nulla, nulla. Intanto vado via, incontro il mimo sui trampoli, l’attore di strada  e il furgone della famiglia rock di british casinisti. Uomini nuovi.

Non era mai stata a Valensole.

(continua)

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Romanzo – Monsieur

Capitolo Primo

 

Le scrivo questa lettera perché non c’è sciagura peggiore che dimenticare il mio tormento. Il mio tormento porta il suo nome, non devo dimenticare, temo di dimenticarla. Preferisco il tormento all’oblio, a un oblio che rivendichi tutta la sostanza della mia solitudine avversa. Non smetterò di ricordarmi il suo nome e tutto quel che la riguarda. Altrimenti è una sciagura, la peggiore, Monsieur..

Mi sono seduta sulla solita poltrona rivestita di un tessuto di velluto pesante, è il verde cupo delle foglie bagnate. Così vedo da fuori allungarsi un sentiero che ripara su piccole ombre violacee. Aspetto lui, il suo ritardo che in fondo spesso è la sua assenza. Ogni dettaglio è in ordine, al suo posto. Alle mie spalle un piano giace da solo, un fragile leggìo accanto dove nessuno al momento leggerà parole d’amore dedicate. Vorrei che mi dedicassero parole inaudite. A una scrittrice – si difendono – non si può, per ovvie opportunità sarebbe meglio evitare. Non è già un castigo?

Oggi Monsieur è molto deluso. Ha notato che i miei capelli sono appena più chiari del mio solito castano e appena più corti. Mi ha persino ripreso: perché, Cherì? Allora gli ho dato le spalle, guardavo dalla finestra della sala a giorno cosa succedeva fuori, quale silenzio muoveva le ombre o annodava il mare fino a liberarlo nella piccola baia. Ho tagliato i capelli, Monsieur, giusto un centimetro. Lo faccio perché mi sorprende la noia e non so precederla e subito dopo aver sorriso, non me ne accorgo, sono sopraffatta, Monsieur. Sento la sua mano sulla spalla, Monsieur controlla che sia vero: oui, seulement un centimètres.

Oggi monsieur mi ha promesso i colori pastello di Valensole. Non credevo ai miei occhi, davanti a me si svolgevano tutte le sfumature del viola e del lilla, si mostravano alla luce del sole, con nitidi richiami all’azzurro. Sembrava di assistere a un prodigio quando i sentieri si schiudevano di incanto. La lavanda mi ha abbagliato. Monsieur mi ha preso la mano. Stavolta non mi ha chiesto: sei felice, madame?

Monsieur non sa che amo le parole talmente da preferirle persino agli uomini che sono capaci di pronunciarle. Parole di gentilezza, di passione, di pazienza. Questo è l’amore Monsieur oso rimproverarlo bonariamente mentre lui finisce il suo caffè in terrazza e le ombre dei ginepri giocano con le ultime luci a strapiombo sulla costa.

Apro le finestre. A Valensole il cielo sembra viola anche la mattina. E’ il colore della lavanda. Ci sono campi a perdita d’occhio, sentieri che si infittiscono e degradano verso un rosa speziato. I colori solcano i prati. Amo Valensole. La sua luce aristocratica. Monsieur dorme, ha i capelli un po’ scostati sulla fronte. Quasi arrossisco al pensiero. Torno a guardare fuori dalla finestra. Ho detto a monsieur che non credo più all’amore e questo la prima volta che l’ho visto. Lui ha un sorriso gentile. Monsieur, ho detto: non ho l’età per queste cose, deve aver pazienza con me, possiamo accompagnarci l’un l’altro. Lui sorrideva.

Era mai esistito Monsieur?

(continua)

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Una storia d’amore

Tutto può iniziare di nuovo. Oh my love. La musica di Riz Ortolani arrivava da una vecchia radiosveglia. Avvicinò il secretaire e aprì la pagina sul segnalibro, il segnalibro era una rosa. Accontentati di essere l’infinito. Era la dedica di qualcuno, non era per lei. Apriva la pagina con il medesimo sussulto con cui avrebbe aperto la porta, un giorno di dicembre.  Sono io, urlò. Ascoltava la sua voce, era una voce giovane. Quanti anni aveva?

Tutto era rimasto immacolato. Una tavola apparecchiata, nella forma di un altare, di un tempio. Non si era più mossa da lì.

Il suo secretaire era un cimelio. Il residuato, l’antagonista. Aveva visto abbastanza, lei arrossire o quell’uomo prenderla senza riguardo. Ma a lei piaceva così.

A lei piaceva. Scrivere.

“Adesso siccome arriverà Natale, mi attraverserà da parte a parte la tentazione di un lutto, quel lutto che Amy cantava dedicato al suo Blake Civil Fielder. Oggi camminavo lungo il ponte, guardavo la città, giunta alla fine del corso, con le luci, l’albergo di infima categoria, gli zingari, gli ambulanti. Un tempo me ne andavo recuperando certi profumi, per riprendermi la vita che avevo, secondo me, e anche tutto il resto. Ed era comodo, quella specie di lutto mi faceva compagnia, come andare in centro commerciale, solo per ripetere quel tratto, la parte sul finale, io che compro i biscottini senza zucchero, lui che poi sarebbe sparito. La mia casa le tende. Ho trasformato tutti i dettagli in un tempio. Riproposto la stessa disposizione dei pochi mobili della mia camera da letto, in casa di mio padre, dove sono tornata. Ho chiuso la porta”. 

Scriveva moltissimo.

Passeranno gli anni, non se ne prenderà cura e sarà un errore. Passeranno gli anni. Così quell’autunno milanese sopraggiungerà trovandola appena tragica, pallida, seduta sulla panchina umida di un parco. Era una sentimentale. Desiderava essere amata, il grande gesto, che avrebbe superato le parole. I suoi fantasmi li costruiva con cura, se ne innamorava perdutamente. Aveva trovato lui. E lui era un’ombra.

Lo aspettava. Inutilmente. Era sicura che fosse un amore, un nuovo inizio, come cantava Riz Ortolani. Era autunno. Aveva percorso la passeggiata lungo i sentieri del bosco, aveva un paltò addosso, fuori moda, le foglie si avvitavano per il vento. C’era una musica che voleva sentire, come in certi film con Tony Musante. Era Ennio Morricone. Era molto commossa perché quella musica era esattamente come lui avrebbe dovuto essere. Ma lui era un’ombra. Aveva pensato mille volte ai passi che avrebbe governato per raggiungerlo, all’equilibrio che avrebbe dovuto mantenere, alle sue scarpe, di velluto viola. Lui avrebbe aspettato alla fine del viale. O immaginava la musica di Riz Ortolani, il verso che recitava: tutto può iniziare di nuovo, oh my love.

(continua)

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Questa è una storia d’amore

(…)Yurek sedeva sulla medesima panca del parco, all’ombra della magnolia. I vecchi indigeni facevano gruppo più in là e non badavano agli uomini delle panche, sembravano invincibili e sempre molto giovani, ma invecchiavano subito. Rinsecchivano come strani ratti, e anche le loro donne, belle eteree erano già perdute, di quella malattia che certi scrittori chiamano spaesamento. Yurek prometteva di smetterla un giorno o l’altro con le sbronze, serrando il suo stomaco con il braccio secco e tremolante. Accanto dormiva Gregorio di Konskie, era arrivato da pochi mesi in Italia.

L’Italia che conobbe fu una città di provincia, con le strade vuote, i vecchi sulla piazza. Ma l’Italia non entrava nei sentieri del parco dove rotolavano gli ubriachi (nessuno chiedeva loro il passaporto), dove i magrebini si azzuffavano per un quartino di roba tagliato male e le puttane italiane erano corpi informi che maledivano i pederasta, in una lingua oscura. Mentre le polacche del giovedì e la domenica al parco erano il solito sollazzo per i guardoni. Questa era la città che incontrarono Yurek e Gregorio, te, in quegli anni di passaggio. Gregorio era un uomo aitante e spavaldo, finì curvo come Yurek, nello spazio d’un mattino. Gregorio disapprovava Yurek perché beveva vino di cantina di pessima qualità, dormiva tra i rovi e non andava in Caritas per la doccia. E odiava l’inedia di Jaruzelski, ma Jaruzelski era andato oramai, addossato al tronco della magnolia, non camminava più.

Era la prospettiva dell’infermo con le gambe in cancrena, alla fine del viaggio o della notte, come scriveva Celine. Vidi Yurek piangere come un bambino inginocchiato al cospetto di Jaruzelski che era già andato, fu la pietà in terra la loro posa, la superbia annichilita in luogo dell’uomo nudo e misericordioso, l’uomo prossimo alla luce, ne ero certa, auspicavo, trepidavo la loro resurrezione. Jaruzelski desiderava le sue gambe forti come un tempo, senza chiedersi se quel tempo fosse mai accaduto, avesse mai scandito le ore di un uomo normale, ciò nonostante felice. Yurek si sollevò con le guance scavate dalle lacrime scure, che non ebbe cura di asciugare, allora vacillò, per ritornare curvo sulla solita panca.romanzo d repub

I semaforisti bevevano terribilmente. Un pomeriggio, mentre un tale Mietek si contorceva schiumando nella solita crisi di epilessia, e l’amico tentava di calmarlo ficcandogli l’accendino tra il palato e la lingua, Wojciech e quello che chiamavano Jaruzelski avevano ingaggiato una rissa usando bastoni e spranghe pescate chissà dove. Jaruzelski riemerse che era una maschera di sangue, pestato senza pietà, inciampando, tentava di uscire dall’erebo che era il parco, supplicava o blaterava in una lingua sconosciuta, i passanti erano atterriti, Jaruzelski era un golem, il più spaventoso essere sbucato dalla fogna che chiamavano giardini. Nel volto rugoso di Wojciech, come scriverebbe Marek Hlasko, si dipinse il dubbio, ché forse Jaruzelski era buono? Il figlio della malora era buono? Diceva un personaggio di Hlasko “non c’è disgrazia che spieghi la vodka, non c’è fortuna che la valga”.

(L’altro addio, Marsilio, 2017)

L’intervista su Crapula Club

Veronica Tomassini, scrittrice incollocabile. Un’intervista

Qui dialogo con Veronica Tomassini, scrittrice a suo dire incollocabile, a mio dire tra le maggiori delle ultime generazioni. Ne ho seguito e ne seguo l’opera: ne apprezzo oltremodo la capacità di fare “narrazione vera” senza ricorrere a quell’elemento che permette a molti di tenersi a distanza di sicurezza dalla verità che duole: il cinismo. Racconta le vite ai margini come se avesse baciato i lebbrosi, con pietà e senza pudore, e questo, per me, è qualcosa di raro; considero cioè raro essere pietosi e impudichi al cospetto del lato stigmatizzato del mondo, non da uomini, ma da scrittori e testimoni.

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Cominciamo dal libro pubblicato da poco, L’altro addio (Marsilio, 2017). Riprendi la storia di Sangue di cane (Laurana, 2010) spostando il focus da lei a lui, seppur in entrambi i libri chi narra sia lei, giovane giornalista innamorata di un clochard polacco dipendente dall’alcol.
Perché hai scelto, a distanza di anni, di tornare sulla stessa storia? Cosa sentivi di dover aggiungere a quanto già scritto?

In Sangue di cane mi sembrava di non aver detto abbastanza, di aver chiuso quel romanzo quasi sbrigativamente, nella fretta di raccontare quanto di straordinario avesse attraversato la mia vita. Il piano era essenzialmente sentimentale, ma in realtà dentro c’era molto altro, era un fenomeno epocale che stava accadendo o era appena accaduto, una specie di guerra intestina, con i suoi morti, di alcol, di solitudine, nello spregio condiviso di un mondo perbene che tutto sommato se ne fotteva. Avevo scoperchiato un tombino, ci ero finita dentro, forse non ne sarei uscita mai, se non raccontando. Dunque Sangue di cane non bastava, quell’elegia era parziale, il movimento di uomini proveniente dall’Est Europa, in special modo dopo la caduta del muro, aveva già assunto i connotati di una trasformazione antropologica e sociale. Riferivo di quegli anni e di un post ancora più interessante. Ma era una guerra, l’Occidente doveva espiare le sue colpe, la sua èpa molle, impigrita dal più spregiudicato capitalismo, era antitetica e insieme patetica e offensiva dinanzi al fallimento storico dell’ideologia e di tutte le millantate e franate rivoluzioni socialiste; il pingue Occidente avrebbe dovuto rispondere delle sue responsabilità distratte. Quindi dovevo chiudere (ma forse non riuscirò mai veramente?) una vicenda spaventosa: il senso apocalittico che ingeneravano quegli uomini barcollanti ne dava la misura. Io ero una testimone. Non so perché, anzi lo so, ed è una spiegazione cristiana. Io ero lì perché dovevo raccontare. Ero testimone di come e quanto il dolore fosse potente e trasformasse lo sguardo e lo restituisse all’altro sotto la forma della pietà. Ero lì per raccogliere le loro commoventi speranze, ottenebrate dall’alcol, queste sostentavano – simili a Medee – creature mostruose e pietose insieme, il tremendismo di quelle vite, come la più sporca delle risacche nelle nostre strade, nei nostri parchi, chiedeva ancora qualcosa, altre parole. Non era finita ancora.

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Torniamo indietro, al primo libro, Sangue di cane. Mi ha impressionato per l’incipit, crudo fino a essere quasi indigeribile, splendido per ritmo e stile. Il libro, poi, mantiene le premesse: uno stile a tratti lirico al servizio di un realismo potente e non facile da sostenere per il lettore, in cui credo convergano la tua esperienza di giornalista e anche la tua stessa vita.
Soprattutto, leggendolo, sentivo – come non mi capita quasi mai – di affrontare una storia vera, questo a prescindere di quanto di biografico ci fosse. Come se la storia o fosse realmente accaduta o comunque avesse altissime possibilità di accadere, in qualsiasi momento.
Ti chiedo: ci sono una necessità, un’urgenza dietro la scrittura di questo libro? Una storia del genere comporta anche costi emotivi? Dopo aver scritto un libro come questo, quanto occorre a trovare voglia e forza per scriverne un altro?

Scrivo solo quel che mi succede. Vorrei dire la verità. Raccontare solo la verità. Ma è il mio sguardo sul mondo, non la verità. O una parte di essa. Ho avuto una vita segnata dalla fragilità degli altri. Posso spiegarla così. Ho incontrato la fragilità dell’uomo, la sua miseria. In quel momento o a distanza di anni, ho realizzato quanto commovente e concreta fosse la risorsa dello spirito che risorge, ma risorge solo dopo la morte morale, la caduta appunto. Chiamiamola defezione, debolezza, empietà. Per me è stato un cammino di conversione ed è avvenuto in luoghi innominabili, non tra i banchi puliti di una chiesa; piuttosto seduta su una panca dietro cui un barbone dava di stomaco e magari quel barbone che strisciava come un verme era l’uomo che amavi. O che conoscevi e che sarebbe morto prima. Ho incontrato il misticismo nel fango, nell’innominabile, nelle retrovie dove la decenza si sarebbe fermata bruscamente e in tempo; tra gli uomini che tutti davano per spacciati, per i quali c’era solo il suono di campane, un Requiem. Nell’indecenza, nell’imperdonabile, ho incontrato il misticismo, una dimensione superiore a volte così forte e imprimente da procurarti le lacrime. Ho incontrato Dio, questo Padre dolcissimo e rivoluzionario, quel Padre avrebbe sollevato le braccia di un ubriaco sepolto dai suoi escrementi? Sì. Quindi il prezzo emotivo da pagare è alto, sì, certo è alto. Ma non mi è mai venuta meno la certezza che lo avrei fatto, che sarebbe stato così, che era già scritto, ogni lacrima raccolta nella grande otre, ogni nostro passo contato, biblicamente. Scrivere ancora sarebbe stato sopravvivervi. Era un modo per sopravvivere all’eccezionalità di un destino, il mio, anche se solo riflesso. La mia piccola storia precipitata dentro il magistero di una storia più grande.

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Dopo Sangue di caneChristiane deve morire (Gaffi, 2014). Cambia la storia – qui una donna sola di trent’anni si concentra sul lavoro da giornalista, e per lavoro si lascia coinvolgere dal mondo dei rom; emerge anche il suo passato in periferia tra ragazzi tossicodipendenti – ma verità e urgenza sono i medesimi. Resta forte l’impressione di una convergenza tra vita e finzione romanzesca.
Cosa rappresenta per te la periferia?

La periferia è la mia vita, ancora una volta. Metaforicamente, ma non solo. La periferia è stata la mia giovinezza. La giovinezza erano deserti, erano i casermoni, anonimi, un tripudio di ottusità, di bestialità; la periferia è una induzione preconcetta al suicidio. Il nuovo romanzo inedito racconta proprio quel tempo. Il tempo della giovinezza che coincide per me con la periferia, con gli amici che chiamavo compagni, perlopiù eroinomani. Sono indifendibile, ma è andata così, ho incontrato solo questo tipo di umanità, per una ragione o l’altra, gente sul filo, gente la cui esistenza era una scommessa, una promessa non mantenuta. Il mio abbecedario è quello del tossico, lo appresi dai libri e poi dalla vita e dalla periferia. Dovevano rinchiudermi, mi sarei salvata, invece mi sono salvata a modo mio: scrivendo. O era quella periferia, il mio personalissimo deserto, a essere già la scrittura che si metteva di traverso tra me e le cose. Il fallimento viene così nobilitato, la vita di un’imperdonabile assume il rigore elegiaco della trama di un libro. Altrimenti sarei stata una disadattata, sempre in cerca di guai suo malgrado.

In questi due libri affronti, con pietas e al contempo con una sorta di “sguardo denudante” (nel senso di sguardo che tutto vede, che non cede alla paura o al pudore), la dipendenza da sostanze devastanti (l’alcol, nel primo; l’eroina, nel secondo).
Cosa è per te questo male – la dipendenza – più comune di quanto si pensi (che poi il concetto, volendo, può essere allargato; in tutti i tuoi tre libri viene fuori anche la dipendenza emotiva)? Si può sopravvivere a una dipendenza?

La dipendenza è stato il fil rouge che ha governato ogni vicenda della mia vita, ha segnato la mia vita, nel bene e nel male. Si può sopravvivere “con” la dipendenza. Forse. Non ad essa.

Si crede che scrivere dell’amore sia insidioso, che il rischio di cadere nel melodramma sia sempre alle porte, eppure l’amore, alla fine, è il grande tema della tua opera.
Mi permetto di dire: c’è del sentimentalismo, nel senso di eccesso di sentimento, e anche qui uno “sguardo denudante” tende a mostrare tutto.
Non hai paura di scrivere d’amore? Non temi di volgerti troppo dalla parte del sentimento, come abbandonandoti a un sentire tardoromantico?

No, non ho paura di parlare d’amore. Cosa saremmo senza l’amore? L’amore guarisce, salva, io racconto l’amore, trovo in esso la mia identità, posso solo riconoscermi negli occhi di chi mi ama. Eppure sembrerebbe il contrario. Il sentimentalismo non ha una determinazione negativa. Io sono una sentimentale, non so quanto lo siano i miei libri (all’apparenza molto poco), nelle intenzioni però sono i libri di una sentimentale.

cartello

Ora vorrei volgermi al punto più discutibile/discusso della tua opera: il racconto dei marginali.
Ho l’impressione che un eccesso di empatia innanzitutto, e poi di certo qualcos’altro, spinga le donne protagoniste dei tuoi libri a “mimetizzarsi” nei luoghi ai margini (quello dei clochard, dei rom, dei tossicodipendenti). Una mimesi incompleta, perché riescono a mantenere quel minimo di distanza necessaria a non annegare, a non soccombere ai pericoli anche letali con cui si misurano.
È l’amore/passione a spingerle a oltrepassare i confini della società per “vivere” (e non “esperire”, come riescono a fare ad esempio giornalisti, o scienziati) i margini, le periferie, tra gli ultimi della terra.
Io ci vedo una “santità materna”, intesa come sentimento di pietà e volontà di salvezza o almeno di protezione, al di là del bene e del male (e qui c’è del religioso, del sentimento cristiano); tu che ne pensi? Cosa ti spinge a narrare gli ultimi? E come li narri?

Potrei avere un paio di risposte, ma non sono sicura che siano le risposte. Qualcuno forse un giorno dovrà spiegarlo a me perché sia finita nei luoghi da cui gli altri tolgono lo sguardo. Il mio di sguardo vede la “luce” dove per molti ripara “ombra”. È uno sguardo che deraglia, indolente, guidato male. Una risposta potrebbe essere: il mio problema con la noia; non mi basta quel che vedo; mi disturba la ripetitività ossessiva, io che ne sono la perfetta esecutrice, come leggere le scritte dei treni all’infinito fino a perderne il significato: ne pas se pencher au dehorsnicht hinauslehnenit is dangerous to lean out e così via, un gioco che facevo da ragazzina, il mio modo per affrontare la noia dei lunghi viaggi in treno. La noia mi ha procurato un sacco di guai. Un giorno lessi una dedica su un libro, non era per me: “Accontentati di essere l’infinito”. La noia è il sintomo di una tentazione benevola: tornare al fulcro, da chi eravamo, da sempre, per sempre. Le letture fatte da bambina non mi hanno certo aiutato. Ho letto Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino a otto anni. Lo trovai in una libreria del centro storico di Terni, erano le vacanze di Natale, sfuggii alla mano di mio padre e mi infilai in questa libreria. Vidi la copertina gialla, in una vetrinetta girevole alla mia portata. C’era una ragazza, aveva un rossetto scuro, i capelli lisci lunghi, il chiodo nero, dietro il buio di un sottopassaggio. Era il Kurfürstendamm. Per me è cambiato tutto ovviamente da allora. Mi è calato sul viso il tedio di qualcosa che non mi apparteneva, una sofferenza estranea, le luci psichedeliche della Haus der Mitte, il sapore metallico dell’eroina e quello dolciastro di un succo di ciliegia per far calare il trip, un acido. Avevo solo otto anni. Ed ero già stata con la mia piccola testolina a Gropiusstadt. Avevo già la scimmia, conoscevo le piste, le dosi, i quartini, il prezzo di una stagnola di Sugar Brown, l’equivalente in marchi. Era troppo per una bambina, no? Indosso da sempre un rossetto scuro, come Christiane, ora che ci penso.

Torniamo all’ultimo libro, L’altro addio: qui, dopo Sangue di cane, percorri ulteriori passi verso la Polonia, uno Stato che nel Novecento ha patito vicissitudini storiche di vasta portata anche tragica. Cosa rappresenta la tua Polonia, cioè la Polonia filtrata da te – non è scontato precisarlo?

La Polonia filtrata da me sono solo le origini di mio figlio, un luogo letterario che ho amato leggendo Hłasko e il destino di qualcun altro, la nostalgia di qualcun altro. Un amore che mi è stato restituito perché lo tenessi al riparo per un po’, non ne ero la destinataria. Ma ho amato moltissimo i luoghi musicali, letterari, cinematografici, che arrivano da lì, tra il Baltico e i Balcani, già da ragazza, inspiegabilmente.

tomassini

Veronica Tomassini, da scrittrice, nel panorama letterario italiano, come si colloca?
Cosa vorresti riuscire a raccontare? Quale altra “periferia” narreresti a modo tuo, cioè immergendoti in esso fino all’estremo limite che ti consenta, poi, di riemergere? La scrittura, per te, è pericolosa?

Sono una incollocabile. Come un brano di lana che ho lavorato agli aghi di recente, troppo corto per essere una coperta, troppo lungo per essere una mantellina. Non so cosa io possa raccontare fino al punto di, devo essere trascinata, devo trovare il centro, il significato, un’invocazione, la sensazione del tutto che si completa, il vuoto che mi assedia comunque; i miei fantasmi sono sempre gli stessi. La scrittura può essere pericolosa perché è un destino.

Un brano

“(…)Il centro di accoglienza sorgeva in centro, ultimo piano di un palazzo di nuova costruzione. Il portiere sorvegliava chi entrava e chi usciva con uno zelo sospettoso. Nella bacheca della guardiola c’era scritto su un foglietto adesivo: non oltre le ventuno. Ti fece un po’ ridere tutto quel che regnava sotto quel “non oltre”. Non oltre le ventuno: smettere di fare casino, di bere, di essere barbaro e solo, di sputare in terra, di professare la nostalgia criminale, la solita nostalgia, il verme che nutrivi in corpo, la serpe. Salisti, terzo e ultimo piano, scale pulite, brillanti, odore di buono, di normalità. Le pareti bianche ti accolsero, un paio di africani uscivano in quel mentre, ti salutarono con allegria. Rispondesti cupo. Non ti piacevano gli altri, era un fatto. Non ti piacevano più. Il volontario ti disse di accomodarti, che avrebbe controllato il registro, il numero di posti ancora disponibili, che lo aveva chiamato la suora dalla Caritas de L’Aquila, che c’era da vedere, non era facile, troppa gente, quanti siete, e non vi si sfama mai mai. Era nervoso, ti parve, no era avvilito, era avvilito ché a stare coi lerci si perdeva la pazienza e si cominciava a puzzare, e si era carogne d’un colpo; tu che andavi in giro con i vestiti cuciti dal sarto, in taxi con le tue puttane da night, le tasche piene di zloty, tu puzzavi come i lerci.  Sedesti sul divano di finta pelle, le gambe larghe, guardavi i pavimenti, le venature del marmo che incrociavano strane strade, strane complicità con altre venature ed era un intrigo che ti affascinava, inducendoti al sonno. Eri ubriaco. L’altro ti guardava, gli altri ti piacevano sempre meno. L’altro ti diceva qualcosa, vediamo, sì forse, una notte amico, una però, niente alcol amico, diceva l’altro. L’altro indossava una polo fucsia e un blazer scuro, viso stanco, anonimo, un viso anonimo e stanco. Dormivi da ubriaco, ma eri anche desto in un certo qual senso, recepivi tutto, eri sempre nei guai nella tua sottopercezione, e lì in quell’infimo segreto di coscienza pativi il danno, l’affronto, lì in quell’infimo segreto eri senza pelle. “Ok, amico. Fatto. Stasera entro le ventuno, altrimenti rimani fuori”. Entro le ventuno, le ventuno, i suoni detonavano, le parole, già udite, sempre le stesse, le ventuno, ridevi, ma non ridevi, ridevi nel tuo sonno da ubriaco, nella tua disperata resa, le ventuno era un messaggio in codice, entro, oltre, parole nuove e sempre uguali, Italia, questa è Italia amico, apristi gli occhi. Di nuovo le pareti bianche, fisse, ti tendevano al riparo, provasti ad alzarti, barcollavi, ma eccoti diritto. Il volontario ti guardava in tralice, fingendo di apporre firme nel registro che aveva davanti. “Posso andare a letto, amico?”. No, rispose l’altro. No stasera, entro le ventuno. Dormire finalmente,  e che sia la morte, ti auguravi. Così dormivi, dormivi. Sono stanco amico. L’altro scuoteva il capo. Amico fammi dormire. Il volontario segue certe regole. Il terzo piano è un dormitorio, non un centro di permanenza, il centro di permanenza è al secondo, lì ci vuole lo status di rifugiato sennò non entri. Facesti un cenno col capo, era un saluto, una imprecazione al tizio col viso stravolto, tutto impegnato a tenere in ordine il registro delle entrate e delle uscite. In tasca avevi ancora qualche euro, potevi pagarti un paio di birre. “Saluto amico”, la tua voce roca emanò giù per le scale. Pescara era fredda. In strada ritrovasti le luci del giorno ancora più mogie, ed era una fortuna, la testa ti faceva male, non eri abbastanza ubriaco. Ti offrì da bere un rumeno di Sibiu, scuro come un rom. Beveste fino al tramonto, seduti sotto un cavalcavia appena fuori dalla città. Era un luogo di bivacco per molti stranieri, riconoscesti anche qualche polacco, ma tu con i polacchi avevi chiuso, i polacchi in Italia portavano guai. Ardeva un piccolo fuoco, i polacchi cocevano le loro brodaglie e bevevano vino di quart’ordine, c’erano arabi e africani sdraiati su vecchi materassi a fumare le pipe di crack. Ti sembrò davvero la fine, il luogo peggiore che avevi mai visto, peggio della casa occupata con Wojciech e Jaruzelski, peggio del parco di Siracusa e del vagone in cui certe volte dormivi con Crystina e altri barboni. man-618344_960_720Erano le facce a suggestionarti, facce vitree forse cattive su cui la vita si adombrava, non c’era vita in quelle facce o c’era solo la più violenta. Il rumeno di Sibiu parlava della sua famiglia, del suo viaggio per l’Italia, le solite cose, le frontiere, i dollari cuciti all’interno del giubbotto. Viveva in un povero sobborgo rurale, aveva un pezzo di terra e tre mucche. Il rumeno raccontava delle tre mucche e gli venivano le lacrime. Si incazzava quando parlava della moglie che lo aveva tradito e ora stava con un vedovo di Valea Seaca. I figli erano finiti in orfanotrofio, poi taceva. Il rumeno taceva su uno di loro, su Florin. Florin si era impiccato, aveva undici anni,  si era impiccato per la nostalgia, la tua stessa criminale nostalgia, Florin si era impiccato. Salì su una sedia, prima tolse gli occhiali che gli cadevano sul naso, le candele accese sul tavolo della misera cucina della nonna. Scalciò la sedia. Pensavi al figlio della Polonia, quello che aveva diciotto anni oramai. Non c’era molto da fare. E il ragazzino italiano, il figlio italiano. Bevevi per questo, che menzogna. Bevevi e basta, eri un barbone, bevevi. Tornasti in dormitorio entro le ventuno. Ripetevi entro le ventuno, un mantra, ma ridevi ridevi. Soltanto l’ubriachezza ti dava la misura di quanto tormento covassi. E l’ubriachezza lasciava che il danno corresse, fuggisse oltre. Entro le ventuno varcasti la porta del dormitorio, il volontario non era quello della mattina con la polo fucsia e il blazer scuro. Ti guardò. Non sono ubriaco, biascicasti. Giocasti troppo d’anticipo. Allora lo sei, amico, disse l’altro. Oh, gli altri non ti piacevano.  Fammi dormire, amico, implorasti. Non era tua abitudine implorare, elemosinare, non implorare, chiedere senza emotività, non implorare. Via, per favore, insisteva con fermezza l’altro. Amico, ti prego. Entrarono gli africani, salutarono con allegria. Ti stavano sullo stomaco gli altri, gli africani, quelli che salutavano, il volontario con il blazer e questo con la barba incolta e i capelli lunghi. Non amavi le risse, non dovevano provocarti. Amico, fammi dormire berciasti. L’amico scosse la testa e digitò i tasti sul suo cellulare. Se qualcuno andava di matto, bastava un secondo e intervenivano le forze dell’ordine, ci voleva poco. Il tizio ti fece saltare i nervi. Cazzo, ho sonno urlasti, kurwa, jestem zmęczony. Ti agguantarono dalle spalle, coraggio, andiamo, ti disse l’agente, mentre  il collega ti marcava stretto. Da dove erano sbucati? Maledetta Italia, imprecavi nella tua lingua. Italia, dove  sta cuore buono di Italia?  Nel delirio incespicava persino il tuo italiano quasi perfetto. Coraggio coraggio, esortava l’agente.  Faceva freddo, ti condussero in caserma, per le impronte e le procedure che conoscevi bene, niente foglio di via stavolta, eri un regolare. In gazzella guardavi le luci della città e delle fabbriche. Ti addormentasti, speravi per sempre. Un sonno perenne, che fosse la morte non ti fregava granché(…)”.

copertina Marsilio