io e M. La nostra fame

Il pomeriggio al tempio siedo con M. Quando c’è, la vedo da lontano, la saluto. Lei viene a sedersi. Parliamo. Della nostra fame. Non è chiaro dove sia finita. E’ una specie di terapia. Non so quanto possa farci bene ad entrambe. Sono esperienze diverse, lei è arrivata sotto i 35 chili. Io da ragazza a 42.  Non volevo dimagrire, non amo la mia magrezza. Nessuna compiacenza, per carità. Qualcuno mi ha accusato di questo, flirtare con la malattia. Mi ha offeso terribilmente. Io combatto ogni giorno.  Sono stata anche bene. Ogni tanto ci rifinisco dentro. E’ un ibrido. Sono un caso anomalo. Da sette anni, questo terrore è tornato, a causa di dolori cronici. Sono stanca di soffrire e allora mangio di meno, pensando di soffrire di meno. Sono finita nella solita trappola. Sono stata una bambina inappetente, quando stavo dai nonni a Terni, però, rifiorivo. A diciotto anni è tornato l’incubo. Causa: stress da maturità liceale. Devo ringraziare un ex tossico, piuttosto. La larva che mi ha tolto l’adolescenza e tutta la voglia di vivere. Una larva. Ne sono uscita fuori. Io volevo mangiare, volevo essere carina. Ero tormentata dal terrore. Le ragazze erano tutte belle, sportive, audaci. Io ero un girino. Consumata. Piano piano, dall’indefinibile. Pensavano fossi malata di qualche orribile malattia o che mi facessi anch’io di eroina. Venivo derisa, per questo. Non parlatemi di compiacenza, non mi offendete, come qualcuna ha pensato bene di fare. Ne sono uscita fuori, risalgo la china, cioè i chili, mi fermo a 48. vero-blogDa sette anni ho ricominciato. Battaglia quotidiana. Pianti. I dolori mi sfiniscono. Ma devo mangiare. E così oggi scrivo qui, dopo il solito pianterello, procurato dalla sofferenza. Poi mi sento meglio. Con M. il pomeriggio al tempio parliamo di questo. Delle nostre strategie. M. mi sembra una bambina. Lo siamo restate. Siamo interrotte. Interrotte. Amiamo entrambe i gialli e la campagna inglese. Il film L’amante di J.J. Annaud  e sogniamo qualcuno ancora che ci salvi, che ci porti via. Hai mangiato? Chiedo. Lei dice sì. Annuisco anche io. Strategie da bambine interrotte. Le piccole pizzette. Sono buone sai? Dice lei. Io mangio le carote. Sono morbide e colorate, se le grattugi le ingoi. Mangio la pasta, il pane. Lei solo le fettine biscottate, ma anche l’uovo, la carne qualche volta. Io niente. Ne scrivo. La scrittura mi aiuta. Condivido. Fra venti minuti me ne pentirò? Non giudicate però. Non sareste in grado.

ho iniziato così

La scrittura è diventata una professione imprevedibilmente. Nonostante gli indizi rimediati lungo tutta una vita. Le letture. Ne ho parlato fino alla nausea. Avevo 25 anni. Non avevo idea nemmeno di chi fossi. Mi sentivo l’incarnazione di un errore. Esperimento mal riuscito. Ero proprio morta dentro. Vecchia. Non avevo passioni, zippate da qualche parte, avevo smarrito il luogo. Tutta colpa della gente che avevo voluto frequentare. Ignoranti. Di quell’ignoranza simile a un rutto, il disagio procurato simile alle risate coatte da Drive in.

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La redazione di allora

Faceva un po’ tutto ribrezzo. Fisicamente ero un mucchietto di ossa.  Un amico mi chiese un favore: sistemare l’archivio di una redazione. Quattro giorni a gattonare in uno stanzino, recuperando e sistemando in ordine cronologico migliaia di giornali. In quella redazione rimasi per anni. Le prime cose che scrissi erano pietose, il caporedattore depennava e stracciava, c’erano i preistorici menabò allora. Avevo una macchina da scrivere pesantissima, il caporedattore mi rimproverava l’uso degli avverbi e degli aggettivi. Urlava: sei solo una cronista, chi sei tu per usare in un pezzo “finalmente”? Chi lo dice “finalmente”? Perché? Urlava. E’ iniziata così. Mi occupavo di storie sociali. Era il titolo di una rubrica, “storie sociali”, pleonastico. Andavo in giro con una polaroid al collo. Mi infilavo in fondaci maleodoranti nei quartieri peggiori, per raccogliere le disgrazie degli altri. I miei pezzi grondavano pietismo. La notte frequentavo posti orribili, la mia vita privata era una roulette russa. Affinai l’arte del cinismo, della compiacenza e dell’opportunità di far della necessità virtù. Sacerdotessa dei perdenti e dei cosiddetti brutti ceffi, ieratica nella sfiga, avventurosa, innocua, patetica. Ero dentro la scrittura. Non pubblicavo romanzi, ma vivevo moltissimo. Guardate ci vuole il fisico, come si dice. Stress fisico e emotivo non indifferente e a vent’anni o poco più ce la puoi fare.

Il problema è che il nostro sguardo non deve volgersi altrove, ma lo facciamo continuamente, fissarsi un passetto in avanti e basta. E di tutta questa scrittura, di tutti questi anni, non si è costruito niente nella concretezza. Rimango una che non ha nulla, non può progettare nulla, una che ha vissuto di “sentimenti” e non può permettersi un week end al mare. Non ho la vocazione dell’attesa, malgrado non abbia fatto altro nella vita. Ho un ultimo romanzo da collocare poi si vedrà.

Su L’Estroverso

rubrica, parola d’autore

La scrittura immagino che sia un destino. Per me è andata così, si è annunciata in mille modi, senz’altro con la passione per i libri, la lettura. Con le scelte sbagliate, la solitudine, gli errori, il dolore. Oggi capisco che erano solo indizi, che dovevo incontrarla (la scrittura). Leggevo libri da grandi, per così dire, da ragazzina, amavo istintivamente tutto quello che era proibito, quello che non si doveva leggere.BannerTomassini Forse così è un po’ per tutti. Una forma di resistenza all’opportunismo e alla normalità che ammetto mi ha procurato un mucchio di guai in seguito. Vedi le scelte sbagliate, ma non lo erano. Ho cominciato a amare il censurabile. Lessi Henry Miler a dodici anni, ad esempio. Ma prima incontrai per un caso il diario di Christiane Felscherinow e mi cambiò la vita.  Più che altro mi prestò uno sguardo, uno sguardo che mi si appiccicò addosso, una specie di pietà che mi costringeva ad amare quello che non solo poteva essere censurabile e scandaloso, ma anche marginale, secluso. L’abiezione per me fu una tentazione continua, la tentazione di assolverla e di guarirla. Avevo solo otto anni. E non sono mai cambiata. La scrittura oggi so per certo che è stata il mio destino, la sola compagna che mi è rimasta, non è retorica. È effettivamente così. Cominciai a scrivere i diari, poi i temi al liceo, non ero consapevole tuttavia di quanto avrebbe potuto contare un giorno quel gesto: scrivere. Scrivere fino a diventare uno status. Oggi la scrittura ha preso tutto il mio tempo, a volte ho la sensazione che dove lei ha vinto, ha scalciato tutto il resto, il mondo degli umani. Il mondo vero non esiste quasi più, perché ha vinto lei. Dove lei vince, perde tutto il resto, o perlomeno io lo perdo. Cosa mi aspetto dalla scrittura? Non lo so. Non cambierò il mondo, presterò il mio sguardo a mia volta,  sapendo che di solito io vedo la luce dove per molti ripara l’ombra. Così la mia poetica è un po’ quella dei perdenti, dove in realtà ho intercettato mille risorse, il miracolo dell’uomo che risorge dal suo fallimento, perché mi interessa l’uomo nel momento della sua caduta, il momento in cui lo spirito risorge appunto, e risplende in risorse inaudite. “L’altro addio” racconta la storia di un giovane uomo dell’Est, finito in Italia, malato di alcol e di nostalgia. In Italia diventa un barbone, fugge dal padre, dirigente di partito, da una Polonia misera, disorientata,  svuotata dalla democrazia appena sopraggiunta, dopo la caduta del muro. È giovane, bello, coraggioso, ma è già compromesso dall’alcol e dalla violenza, appartiene alla cosiddetta Generacja nigdzie, generazione del nulla, nata sulle ceneri del muro. Lascia il suo Paese, insieme a una torba di uomini e donne che sognavano l’Europa (e, malgrado tutto, la Polonia non lo era ancora), e in Europa diventano ex qualcosa, ex impiegati, ex operai, ex padri, ex madri, diventano un numero, cadaveri nelle nostri stazioni, creature deformi nei nostri borghesissimi parchi. È anche la storia di un amore. Nello stesso tempo racconta tutte le solitudini, in luoghi innominabili, dove la decenza non si sognerebbe mai di entrare, retrovie di stazioni, dormitori, giardini pubblici, recinti per i dissoluti e gli abietti. Io li considero degli eroi, i miei eroi, il loro dolore epico è diventata la mia poetica. Non smetto di raccontarli, dal mio romanzo d’esordio “Sangue di cane” (Laurana, 2010) a “L’altro addio” (Marsilio).  Questo sguardo che devia continuamente me lo trascino dietro da quel lontano dicembre del 1982, quando a otto anni, in una libreria di Terni, ho aperto le pagine del diario di Christiane Felscherinow.

10 luglio 2017

 

L’originale qui: 

https://www.lestroverso.it/la-scrittura-un-destino/

Su L’Indice dei libri del mese

di Yasmin Incretolli

A dieci anni da Sangue di cane, Veronica Tomassini approfondisce con L’altro addio i motivi della sua ispirazione. Nel nuovo romanzo ripercorre la vita del polacco Slawek che, preda dell’alcol, vive volontariamente ai margini, in un’Italia sotterranea, fatta di ponti, metrò e parchi pubblici. Una vita, la sua, che attraversa e abita tante altre vite, di extracomunitari soprattutto, di spacciatori, di prostitute e di vagabondi. E ciò conferisce al romanzo un tono da invettiva contro un Occidente che “seduce e abbandona”.

Con la scrittura serratissima e l’intimo tu che contraddistinguono il suo stile, Tomassini fa emergere le viscere delle nostre città, portando alla luce ciò che preferiremmo non vedere, la spaventosa verità degli esclusi che incrociamo quotidianamente e dei quali non vogliamo sapere nulla né essere responsabili.

Slawek ripara in Italia nel 1996 da Konskie, un piccolo centro del voivodato della Santacroce, per sfuggire alle minacce del Mongolo, un boss al quale fa concorrenza nello spaccio. Percorre il paese da nord a sud, passando per dormitori e falansteri fatiscenti. In Sicilia incontra l’Italiana, con la quale avrà un figlio, Grzegorz. Ma il legame con il passato lo spingerà ad abbandonare la nuova famiglia e a tornare in Polonia. Niente, però, è più lo stesso. I suoi amici sono morti e il Mongolo continua a essere sulle sue tracce.Laltro addio Indice

Conosciamo questa epopea attraverso la donna straziata, l’Italiana. Inerme quanto noi lettori davanti all’autodistruzione dell’uomo, il suo è un amore rassegnato che sembra in qualche modo evocare quello di Didone per Enea. “Sono una slavofila, lo ammetto, ho pianto fino a rovinarmi gli occhi sulla fine di Perhan, il rom de Il tempo dei gitani” dice. Lei, famiglia borghese, prima segretaria poi giornalista, rimane catturata da Slawek quando è ancora una ragazzina. Si incontrano in un crocevia, sente già suo quel ragazzo, “spalle solide, struttura quadrata, polacco”. Lui le chiede una “zigaretta”. È sedotta, lotta per lui, per fargli ottenere la cittadinanza, per liberarlo dall’alcol. “Avevi bevuto per giorni e giorni, seduto al gelo, la neuropatia ti aveva consumato il movimento naturale degli arti inferiori, cominciavi allora a perdere l’uso dell’occhio destro. Mi chiamavi fuori di te. Sto morendo, farfugliavi, ho freddo, misiek, io muoio”.

Una lettura difficile, forte, che può cambiare il nostro sguardo verso le persone che incrociamo per strada, che offre una prospettiva nuova sulla città che attraversiamo e abitiamo. Solo la sensibilità illuminata di Tomassini verso il mondo ai margini poteva riuscire in questo difficile obiettivo.

 

12 luglio 2017 – L’Indice dei libri del mese

Un tentativo di salvezza

di Giuseppe Raudino, docente di lingua nell’Università di Groningen

L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio, 2017) è la lunga confessione di una voce narrante che si rivolge alla persona amata. Non tanto il ricordo dei rari momenti di felicità insieme, quanto il dolore e la disperazione per il distacco e la nostalgia sono al centro delle pagine di questo romanzo, che è scritto con un linguaggio tanto ricercato da rasentare talvolta il parossismo stilistico e un intreccio che si avviluppa su se stesso al limite della compulsione. I pensieri si sovrappongono, spariscono, poi si ripresentano con più prepotenza, rafforzandosi nelle ripetizioni ossessive, scintillando di luce diversa man mano che i salti temporali si alternano nel corso della narrazione. Il romanzo di Veronica Tomassini non vuole soffermarsi sull’intreccio degli avvenimenti, che tutto sommato è semplice, ma si protende verso le emozioni che attraversano i personaggi, con i loro atteggiamenti estremi, le loro miserie, le loro immancabili contraddizioni.

Sebbene un indizio molto sibillino sembri svelare il nome del protagonista, la voce narrante si rivolge all’uomo col solo vezzeggiativo di “misiek”, un termine polacco quasi intraducibile in italiano che dà l’idea di un uomo di grande corporatura che ispira tenerezza.

Ma chi è il protagonista? Senza dubbio è un “[p]ortatore di guai e di dolore nella vita altrui” (p. 132) capace di travolgere ogni persona che incroci il suo cammino – e questo vale soprattutto per le donne. Nato in una cittadina rurale della Polonia, ben presto sceglie la strada della criminalità (rapine, sfruttamento della prostituzione) pur di permettersi un alto tenore di vita. Il grande salto sarà quello di tentare fortuna in Italia, ma il viaggio si rivelerà una caduta nella disperazione, nella malattia, nel fallimento e nella sofferenza.

La parabola discendente di questo polacco si coglie, topologicamente, anche nella geografia dei luoghi: da Końskie a Varsavia, ovvero dalla misera giovinezza al lusso criminale, è uno spostamento verso Nord, verso l’alto; Siracusa, il miraggio della moda e della bella vita italiana, è invece uno scivolamento verso Sud, verso il basso. I rari momenti di felicità che il protagonista vive insieme a una donna siracusana, che è anche il narratore omodiegetico e intradiegetico del romanzo, lasciano il passo a una natura decadente e corrotta dal male che infligge e che si lascia infliggere. Eppure lui resta bellissimo agli occhi di chi lo ama, nonostante il suo abbruttimento fisico, l’andamento claudicante, nonostante certe inclinazioni che sporcano la sua moralità. L’andata a Milano, scappando dalle responsabilità di padre e marito, è un tentativo di rimettersi in piedi, di sollevarsi, di puntare nuovamente in alto nella topografia delle sue irragionevoli aspirazioni.

L’altro addio diventa, pertanto, un distacco duplice, il commiato dolorosissimo di chi si vede separato due volte – dalla fine di un amore e dalla fine di un’esistenza.

Il romanzo è intriso di forti contrasti, come le brume ghiacciate della Polonia e il sole accecante della Sicilia, come l’abbondanza di denaro e la miseria, come la morte ineluttabile e la guarigione sperata. Proprio il tema della guarigione si intensifica verso le ultime pagine, lasciando intendere al lettore che si tratta di una guarigione dello spirito piuttosto che del corpo, mentre appare chiaro che la sofferenza del protagonista aveva un significato puramente cristologico, di riscatto ed espiazione. Impossibile, in questo senso, non cogliere il parallelismo col Cristo nell’immagine del protagonista sdraiato in un letto di ospedale e “la fronte corrucciata di un medico chino sul […] [suo] costato” attraverso il quale si tentata di drenare ciò che si accumulava nei polmoni. Dunque la malattia fisica, per quanto vera, è solo la metafora di un altro male, come spiega la voce narrante: “[S]offrivi per il male oscuro e tenace, il male che ti scavava in petto: si chiamava nostalgia” (p. 202). La nostalgia, di fatto, è la vera nemica del protagonista, capace di torturarlo coi ricordi dell’adolescenza, con gli odori e i sapori della terra natale, con i fiumi, i monti, i boschi, le case e la gente della sua Polonia, sempre troppo lontana dall’Italia e tanto anelata. Naturalmente il male è anche presente nei ricordi, un male – sia ben chiaro – che non è malvagità ma incapacità di resistere alle tentazioni, ai soldi facili, all’alcol, alla sessualità a volte smodata e a volte egoistica, al bisogno di rivalsa dopo aver subito torti e violenze da un padre adottivo da cui il protagonista non ha mai ricevuto amore.

Ecco allora che la morte si adombra in ogni momento della vita, dal più intenso al più banale: l’orgasmo è rigorosamente appellato alla francese come “piccola morte”, così come la morte è presente nel falciare uno a uno tutti gli sciagurati compagni di bevute, dai parchi siracusani ai sottopassaggi milanesi. Effettivamente molti personaggi hanno già l’aspetto di un cadavere quando sono ancora in vita: persone che inspiegabilmente si muovono e respirano nonostante la loro condizione sia già segnata per i brutti giri che frequentano o per la disperazione che spesso si trasforma in suicidio – poco conta che sia istantaneo come il lanciarsi sotto le rotaie o lento, come l’abbandono all’alcolismo, alla trascuratezza, alla resa di fronte alla malattia. La morte si insinua come una maledizione, invade il corpo di qualcuna che viene amata e posseduta, oppure trasuda dall’inadeguatezza di chi non è pronto a sopportare la croce quotidiana e finisce per crepare a ridosso di un cassonetto o sgozzato in una campagna come un maiale nello scannatoio.BannerTomassini

In questo mondo frantumato e imperfetto, dove è soprattutto il dolore a contagiare chi sta bene, dove il male sparge il seme della disperazione, la donna impersonata dall’io narrante prova in tutti i modi a redimere e a salvare colui che ama, colui il quale non sa sottrarsi al richiamo della propria distruzione. Un tentativo, questo, che appare come lo sforzo titanico di privarsi di qualcosa pur di donare salvezza: “La nostra rinuncia avrebbe forse servito il mondo, cosa se ne faceva il mondo della nostra rinuncia?” (p. 175). C’è da dire che questo tentativo di salvezza passa anche attraverso lo spirito di sacrificio e di rinuncia penitenziale, chiaramente riflesso nell’anoressia del personaggio che dà voce alla storia, un’anoressia che è inappetenza per la delusione sentimentale ma anche la cifra di un digiuno ascetico. La salvezza, nell’accezione più religiosa del termine, diventa pertanto la meta verso cui protendono sia il protagonista che la narratrice, sebbene ciascuno dei due lo faccia con mezzi appena diversi. Questa tensione sarà anche il loro più autentico punto di incontro dopo le afflizioni e le ripetute separazioni.

Quello che resta dopo aver letto questo romanzo è un senso di pietas come devozione verso il sacro, verso gli affetti e verso la patria (il protagonista sente una commovente nostalgia per la Polonia). Già la primissima pagina del romanzo si apre con questa dichiarazione di intenti narrativi: “Sai cosa sia la pietà, dimmi?” (p. 11). Chi narra la storia ha questa domanda incalzante per l’interlocutore amato e perduto. E poi ancora: “Mi sovveniva la pietà, cera calda sulla ferita. La pietà. Non era difficile immaginarti stravolto, agitato” (p.121). La voce narrante, a un certo punto, dà anche la propria definizione di pietà, rispondendo alla domanda che poneva nell’incipit: “Io la chiamo pietà, l’espressione più nobile e segreta dell’amore. […] Ti dico pietà, ascolta pietà pietà, cioè amore amore. […] Chiusi gli occhi, e ti amai da lì e per sempre” (pp.85-86).

In mezzo a tanta umanità violentata dalla sfiducia e dalla miseria, descritta senza risparmiare immagini crude e rivoltanti, il romanzo di Veronica Tomassini punta l’attenzione sulla pietà come amore e sulla speranza quale dono soprannaturale che si nutre di fede e di preghiera. Lo stesso nome della persona amata si trasforma spesso in una giaculatoria, mentre le immagini sacre dei grani di un rosario o dell’icona di Wojtyla saranno presentati come i segni di un cambiamento profondo, di una salvezza sperata e creduta, voluta e raggiunta.

Groningen, domenica 9 luglio, 2017

 

L’originale qui:

https://pennetulipani.blogspot.it/2017/07/laltro-addio-recensione.html