La dolcezza carismatica di Giusy. Tivoli, il viaggio.

Quando sono partita, mi sentivo sul filo. Mi sembrava di crollare. Ora per una ragione, ora per un’altra. La morte di Bibi. Il congedo da un uomo che volevo amare. Così stavo per crollare, di nuovo. Traduco i segni, oramai.

Giusy la incontro a febbraio, in una libreria romana, presentavo il mio romanzo, lei era lì. Ci conoscevamo in fondo, ci siamo scritte anziempo.  Ricordo uno scambio di messaggi su Isaia, due anni fa. Ero ad Alvito, in un festival, era un pomeriggio caldissimo. Isaia ci attraversò, una speranza che condividemmo. Versi tondeggianti per la speranza, nella certezza di un risveglio, di una guarigione comunque. Non moriremo mai, veramente. E su questa terra, niente ci tratterrà alla caduta se non il lasso che permette il nostro Misericordioso Creatore.

Chiamo Giusy un pomeriggio di fine settembre. Le dico: Giusy sto male. Lei mi dice: vieni da me.

Così parto. Giusy vive a Tivoli. Mi viene a prendere in aeroporto. E’ splendida. Riconosco in lei una dolcezza carismatica. E da subito per me lei è: Giusy dalla dolcezza carismatica.

Giusy

Giusy D’Alessandro

Tivoli è verde, profumata, sono vicoli di sampietrini, angiporti, stradine in salite, inerpicate dentro cime dignitose. Noto la Croce sulla vetta di un poggio. La casa di Giusy è nel centro storico. Via del Piloro 17. Imparerò presto a non perdermi. E’ una casa per turisti. La coorte, la pergola, le felci abbarbicate sui tetti. Lei, Giusy. Così materna, così capace di sentire l’altro, curarlo. Proprio lei che – apprenderò dopo – proviene da un deserto, più spaventoso del mio, più sconnesso del mio, parzialmente ingiusto forse. Capiremo che non lo è ingiusto, troveremo nei giorni a seguire il significato in ogni stoltezza e nelle cose che non vanno mai come devono andare.

 

Uno scorcio del cortile

La casa vacanze di Giusy D’Alessandro, a Tivoli

 

E’ una casa-vacanze: non ho mai visto tanta devozione organizzata nelle stanze linde, con i drappi, i pavimenti lucidi, lo splendore delle pareti che riflette ovunque; non ho mai visto tanta devozione prodiga e destinata alla felicità altrui. Una casa vacanze concepita così. I soffitti sono alti, autorevoli e depositari di memorie amatissime. Lo vedo ovunque questo amore di Giusy, persino nei libri che ordina in alcuni delicati angoli della casa. Le poesie di Anna Achmatova, leggo nella copertina di uno di questi, disposto in una scatola ai piedi del letto, con le lenzuola di lino profumate di bucato.

Giusy lascia tutto questo per me. Lascia che sia io a cercarla. Mi lascia alla mia solitudine, intuisce la mia selvaticatezza, eppure lei è sempre lì. E infatti la trovo. E con lei parliamo o passeggiamo, l’una assorta nelle considerazioni dell’altra. La trovo. E lei mi dà tutto, gratuitamente. Devo aggiungere: Giusy scrive. Ho il privilegio di incontrare donne di eccezionale bellezza, intelligenza, seducenti. Oh sì. Giusy, lo è.

Sediamo nella piazza del paese, un pomeriggio. Le fronde sulle nostre teste. La piazza delle Fontane, la chiamano. Di fronte ci sono le fortezze, un torrione, un promontorio di verde, l’Umbria sull’orizzonte a ovest.

Parliamo di noi. Della scrittura, del deserto da cui entrambe proveniamo. Sopravvissute. Lei di più.

Deve finire un romanzo. Lo finirà.

Il senso delle dipartite, di ogni separazione, dei giorni che diventano mesi e anni e tutto ti par inutile, la terra dura, da cui non cavare nemmeno la gramigna, qual è il senso?  Se tutto questo deve averne una qualche specie, allora lo scriveremo. Forse ci siamo dette questo.

Salvare il mondo è un po’ quello che ha fatto Giusy. Il mondo nel qual caso è una sconosciuta, si salva così il mondo, salvando una sconosciuta.

Oggi mi manda il link di una canzone albanese, mi scrive: ho pensato a noi. Non sa che quella canzone non faccio che ascoltarla, la uso per scrivere.

Conoscere Giusy è il viaggio, è un viaggio.

La sua casa vacanze è questa: https://www.airbnb.it/rooms/25499973?s=67&shared_item_type=1&virality_entry_point=1

La canzone albanese invece è questa:

“Mazzarrona” è il romanzo di Christiane

Questa è una seconda lettera, è per te. Sono adulta. Per te ho scritto fino alla fine e intorno all’incomprensibile salto nel vuoto, il buio del tuo flash. Non riesco ancora  a capire. Ammetto che ho incontrato la cricca di derelitti anni dopo aver incontrato te,  era una forma di devozione, scoprendomi superbamente idonea e contigua alla sventura di essere fuori sempre da qualcosa. Ero una bambina e il tuo diario nelle mie mani avrebbe cambiato tutto il corso degli eventi. Non so stabilire se sia stato il mio viatico di elezione. Sono entrata e uscita da tutte le disperazioni, ho conosciuto i luoghi del dolore e della coercizione dell’uomo, la strada, la periferia, gli ospedali. L’eroina. L’alcol. Le forme della perdizione tradotte in castigo e solo in virtù di una perfezione ultima.

Christiane Felscherinow. Il tuo nome è entrato nella mia vita. E da allora il mio sguardo ha intercettato una direzione, finiva dentro le cose sbagliate.  Ho scritto di te da adulta, quando hai pubblicato il tuo secondo libro, che era la tua seconda vita. Non sei mai uscita dall’eroina. E’ così? Sei ancora viva. Sì?chr

Nel frattempo ho avuto il coraggio di scrivere il mio primitivo bahnhof zoo. L’evoluzione del tuo diario, su misura nella mia adolescenza. Non siamo a Berlino. Non c’è l’Haus der Mitte a pompare musica ipnotica buona giusto per calarsi un trip. Non è Gropiusstadt.  E’ un sud lontanissimo, torvo, abitato da figuri senza volto, risentiti dall’ignoranza e da un orizzonte che non guarda oltre i fumi delle fabbriche. Non abbiamo mai visto Bowie in concerto. Morrissey era l’idolo colto. Lo capivano in pochi. Minimalista, scarnificato, piaceva al mio amore di allora. cop mazzarrona

Questo romanzo avrei dovuto dedicartelo. Tutto procedeva secondo le istruzioni apprese nel tuo diario.

Entrare e uscire dalle disperazioni altrui: sono stati giorni consumati? Non posso fare altro che accettare l’idea. Non mi scagiona e io perciò non perdono. Chi dovrei perdonare? In seguito l’ho fatto ancora, buttare giorni perché diventassero pagine. E la mia vita mi accorgo è stata inghiottita dal dolore, per molti anni.

E mi domando: qual è questo dolore? La sua misteriosissima origine?

E l’origine di questo pianto?

A nove anni leggo il tuo diario. Da allora la compulsione oscilla, da una parte voglio salvare tutti, ho pietà di tutti, i miei genitori mi trascinano, mi fermo a ogni lercio gettato per strada sul suo vomito. Ho pietà di tutti.

Dall’altra voglio imitarli, voglio entrare nelle loro vite. Voglio capire. Cerco la verità. E forse tu mi hai contagiata o mi hai suggerito (tuo malgrado) un assillo testardo: salvare qualcuno. Salvare sempre qualcuno.

In definitiva avrei dovuto salvare l’universo intero e non sono riuscita a costruirmi il mio.

Una che non ha nemmeno una casa sua, vuole costruirne ad altri simbolicamente. Amare gli altri quando ha in avversione persino le strade della sua città.

Sai, io non ho mai visto Berlino.

La scrittura, un’attenzionatissima follia

di Margherita Ingoglia

Intervista a Veronica Tomassini, autrice dello splendido romanzo “Mazzarrona“: “Ho tentato di seppellire il deserto della mia giovinezza. La periferia che ho raccontato è il manifesto esatto di un Sud deteriore, realistico, non da plaquette folcloristica, non un Sud inno fasullo alle varie Marianna Ucrìa, Bocchemurate e così via. Nell’infimo ho intercettato il suo esatto contrario, nella finitezza delle cose, l’inspiegabilità dell’Assoluto”

articolo pubblicato su Lucia Libri.it

 

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Veronica Tomassini

Una seconda pelle, questa è la scrittura per Veronica Tomassini e come tale si impregna di ogni violazione, oltraggio, emozione, lode. Mazzarrona (ne abbiamo scritto qui), pubblicato da Miraggi edizioni, ultimo bellissimo e abbacinante romanzo della scrittrice siciliana, candidato per poco al Premio Strega, è ambientato nell’omonimo quartiere di periferia, a Siracusa. Il mondo raccontato è quello acre degli emarginati, delle «creature esangui», dei tossici. Al centro della narrazione, la voce di una adolescente innamorata di Massimo, un eroinomane anaffettivo. A Mazzarrona, fra quelle campagne spettrali, il cemento e le lamiere e le carcasse di pneumatico, lontano dalla cortesia borghese, si consuma l’adolescenza di Romina l’amica «che sa fare a botte»; Stefy, «bruttina, ma ricca da fare schifo», Mary dalle «grandi tette», Massimo. E la sua. In questa umanità scarnificata aleggia il fiato infetto d’una regina storpia che soffia su quei corpi, cuce le vite con filo spinato e fabbrica corone per ognuno di loro: l’eroina. Il fluido invade e seduce tutti loro; tutti, tranne lei. La ragazzina adolescente, timida e introversa che si rifugia nei libri, si salva. E, anni dopo, da ragazzina divenuta donna, torna a quel tempo e in quei luoghi e, con una scrittura sofistica, crudele e poetica, straordinariamente musicale, Veronica Tomassini li racconta, senza risparmiare colpi.

 

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Mazzarrona, per Veronica Tomassini, è uno spazio ancora in movimento o un ricordo lontano?

«È un deserto, che non ha voluto nemmeno la mia memoria. Ho tentato di seppellirlo quel deserto, quel deserto si chiama: giovinezza. La mia l’ho tradita. Morta lì, pensavo. In un albume periferico, inutile, oltraggioso. E invece ecco che risorge – imprevedibilmente come l’Araba Fenice – e diventa qualcos’altro e non saprei neanche io definire cosa».

Il romanzo della periferia, il buio del perbenismo, il romanzo dei palazzi di cemento, dello sgretolio della civiltà, dei luoghi disperati e assopiti da un sonno torbido in cui l’eroina consuma e illude, distrugge e fa morire. Era la primitività di quei luoghi e di quella gente ad avermi fatto ammalare, un male cupo dello spirito, sordo ad ogni guarigione. Una voce, quella che esce da Mazzarrona – titolo del tuo libro che prende il nome dal quartiere di Siracusa – capace di scavare tra quei luoghi. Una voce elegantemente disperata che si fa spazio tra carcasse di pneumatici e storie violente. La periferia, appunto, umana e urbana, un tema che ricorre spesso nei tuoi romanzi. Che luoghi sono quelli del suo libro?

«Sono i luoghi di una vergogna, l’infamia collettiva che oggi traduco in disimpegno, criminosa distrazione della collettività, di qualsiasi tipo di militanza, che arretrava come ogni altra forma di legalità dinanzi a una brutalità tale, evidente, bastava allora come oggi pronunciare un numero civico soltanto. Il numero dello spaccio, dei derelitti, dell’ignoranza più primordiale. Il colore di un condominio: giallo. Erano le case dell’eroina. Toponimo tout court della deviazione. I luoghi della mia adolescenza hanno scelto Mazzarrona che è il manifesto esatto di un Sud deteriore, realistico, non da plaquette folcloristica, come magari vorrebbe certa editoria. Non un Sud inno fasullo alle varie Marianna Ucrìa, Bocchemurate e così via. No affatto. Dove persino il dialetto non è connotato. Un imbastardimento fuori da ogni cliché, completamente disonesto di solito».

La voce narrante è quella di un’adolescente introversa, pensierosa, di un’osservatrice inadeguata per quei sottosuoli. Una giovane donna abituata a stare in penombra, agli altri e a sé stessa. Un’adolescente che frequenta le periferie e ama i libri, veste di nero, digiuna e si innamora di Massimo, un giovane anaffettivo, eroinomane sentimentalmente esangue. Lei sa che, quello con Massimo, è un amore impossibile, eppure lo ama. Mi chiedo: il rendersi piccola, la necessità di stare al margine, frequentare delle amiche così diverse da lei, amare un uomo che sta per morire, digiunare… Perché questa vita in trasparenza?

«Ah. Questa è la grande domanda: perché? Lo ripeto, oggi, fino a esaurire la sillabazione. Non lo so. C’è un’inquietudine. C’è l’assenza primordiale, non so, l’ombra dell’amore, un calco che mi ripara addosso, ancora adesso, cerco l’origine. La luce primigenia, nell’ombra che mi ha lasciato. Dove sei? Lo chiedo io, la faccio io la domanda: dove sei? Perché? Sono due le domande. Non ho risposte. Perché ho letto Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino a nove anni. Perché? Ecco, un’altra domanda. È una follia. La mia vita da allora è stata stravolta. È cambiato il mio sguardo, indugiava dove lo toglievano gli altri. Cercavo una verità nella penombra. Nel soggetto capace di ingenerare indignazione, io cercavo una qualche forma di nobiltà, ero certa che la detenesse, nell’inesplicabile paradosso dei contrasti. Quando sono assoluti, sono depositari di soluzioni filosofiche insospettabili. Sei così marcio fuori che dentro risplenderai come una folgore. E questa è l’umanità che ho incontrato. L’amore è la ragione di tutte le mie solitudini, al plurale, solitudini, moltiplicate, avvitate attorno all’identico perno dell’impossibilità».

Amore, sesso e morte. Cos’era l’amore a quel tempo? Ne eravamo disperatamente attratti, lo cercavamo, con vergogna. Che amore è, appunto, quello a Mazzarrona?

«L’amore doveva ancora raggiungerci. L’amore è una spada conficcata nel fianco. In quel tempo? Non lo conoscevamo e non lo abbiamo guadagnato, vorrei aggiungere meritato. Sull’amore ho una mia considerazione, la recito con una piega amara sul viso, mi immagino così, amara e disillusa: l’amore è la pazienza nel sopportare la spada conficcata nel fianco, che non sai strapparti, in un gesto estremo e coraggioso. La lasci lì, allora, lasci che sanguini tutto intorno. Tutto intorno gronda l’assedio di quel che si è perso, spazi vuoti. L’amore è uno spazio vuoto. Può diventare glorioso se lo trasformi nella saetta luminosa e bruciante, a patto che non se ne abbia paura, che non se ne rivendichi la reciprocità, il vero castigo».

La protagonista prova a non farsi sedurre dai tentacoli dell’eroina anzi, al contrario, decide di voler salvare i suoi amici. È una necessità, un obiettivo, l’unico modo. Ma salvare gli altri per salvare sé stessi, o l’unica maledizione per resistere?

«Salvare. Il verbo è entrato nella mia vita per disturbarmi. Mi sembra di non aver desiderato che questo, sfinendomi. Non salvi nessuno. Oppure sì. Può darsi. Ne salvi uno, non sai come. Anzi lo sai, sei solo uno strumento. Ti domandi ancora una volta: perché? Giri di retorica. Magari hai una vita in pezzi. E salvare salvare, non ti ha assicurato una mostrina sul petto, l’indennità da noie esistenziali o crudeltà esistenziali come la solitudine e l’abbandono. Binomio molto caro al mio destino. Non so cosa dire. Ho avuto una vita avventurosa, o piuttosto fuori dalle righe, sono finita in luoghi indicibili, ho visto l’errore dell’essere umano tradursi in risurrezioni moltiplicate (come le mie solitudini, le nostre). Nell’infimo ho intercettato il suo esatto contrario, nella finitezza delle cose, l’inspiegabilità dell’Assoluto. C’è da perdersi, non tutto ci è stato rivelato, non saremmo in grado di sopportare la profondità della dolcezza eterna, la compenetrazione misericordiosa perenne, sovrumana. Adesso, qui. Limitiamoci alle cose terrene. All’infinita solitudine da trasformare in qualcosa. Per me è la scrittura. Il risultato che dilania gli abissi continuamente e io ci finisco dentro. Continuamente».

La scrittura di Veronica Tomassini è seducente, poetica. Uno stile abbacinante e dolorosamente sincero, che ammalia e stravolge, letteralmente, il lettore, creando con esso un’empatia straordinaria. Quanto costa emotivamente scrivere un romanzo così pieno di emozione/i?

«Costa tantissimo. Alla fine di ogni pagina, che scrivo, imponendomi una disciplina quotidiana, dopo ho bisogno di un po’ di tempo per ritornare su. Ho bisogno di stendermi, spesso mi ritrovo gli occhi bagnati di lacrime e sono copiosissime. È un abbandono che non riesco a sopportare più. Non ho alternativa, tuttavia. È una specie di morte. Eppure mi risollevo. Non so come».

Eravamo tutti colpevoli di non esserci mentre avremmo dovuto, ma eravamo innocenti.Comprendere quindi, che serve un’attenuante alla colpa, uno sguardo diverso, un’intelligenza sensibile per raccontare quel bestiario umano con parole diverse. È il perdono il valore che dimentichiamo di aggiungere nelle nostre storie quotidiane?

La colpa ci suggerisce l’indulgenza. Dunque se vogliamo la nostra defezione è una grande opportunità. Il giudizio piuttosto è la tentazione. Sono pochi quelli che, sfuggendole, passano la cruna dell’ago. Il perdono è un concetto enorme. È un universo che soppianta la guerra, ma prima ti costringe a combatterla. Non lo so. Il perdono. Certo. Ho perdonato, quando è accaduto non mi interrogavo sul fatto e non davo un nome all’avvenimento: se lo chiamo perdono già è una inibizione, significa che non sei dentro, c’è una distanza ancora tra te e la successione delle cose, dei fatti. Quando non lo chiami per nome, allora sei dentro, lo stai facendo, stai perdonando. Non domandartelo però. Lo sguardo diverso è la condizione della scrittura. Il nostro male, male di chi scrive, intendo. Il nostro feed verso una attenzionatissima follia. Bisogna vigilare, non debordare del tutto, tenersi sul filo.

Sto disseppellendo la mia vergogna: ditemi brava. È anche questo Mazzarrona, espiazione?

A vederla oggi sì, mi consolerebbe l’idea. Almeno è valso a qualcosa. Quel non essere è valso a qualcosa?

Premio Strega: è stata candidata e sappiamo il seguito. Che avrebbe significato vincere il Premio?

«Nulla. Un riscatto, sciocco, ma brevissimo. Un fuoco che sarebbe bruciato all’istante. Nulla. Il Premio sarebbe stato un ponte, un attraversamento (forse, mi illudo), per collocarmi stanzialmente nelle cosiddette patrie lettere. Sì, e dopo? Avrei scritto ancora?»

A cosa stai lavorando adesso?

«Ho appena finito una collaborazione letteraria con lo scrittore e poeta Davide Brullo. Era un epistolario sentimentale, un’esperienza molto forte, ho scoperto un’affinità potentissima con la scrittura di Davide. Nel frattempo ho iniziato un nuovo romanzo, apparentemente sotto la forma dell’epistola anch’esso. Lei scrive a lei. Ed è la stessa persona, che racconta anni inenarrabili, fine anni ’90. Li chiamo gli anni “polacchi”. Gli anni che hanno cambiato tutto, tutto quel che c’era prima lo avrebbero sterminato. Ambientati in una deriva alcolica di vagabondi dell’est. Ed è anche questo un romanzo che mi sfinirà, perché ogni mia parola è tranche de vie. Ogni volta lo è».

Vestirsi da Samara ed è subito imbecillità (da Il fatto Quotid.)

Oggi vi scriverò di deficienza umana. L’unica capace di replicarsi e diventare virale nei social, un bubbone di cui nemmeno la peste rivendicherebbe la paternità, a scanso di equivoci. Deficienti umani hanno deciso quanto segue: vestirsi da Samara Morgan – personaggio horror del film “The Ring” di Gore Verbinski – girare per i vicoli delle città, di notte, e udite udite: spaventare i passanti. Applauso.

Allora il fenomeno deficiente si presenta a Catania, in queste notti, poi via via in giro per l’Italia: Palermo, Nola, Napoli, Afragola. Eccetera.

La deficienza umana è un crimine, confina con l’idiozia, produce ebeti efferati, come i subumani dei cavalcavia, quelli che lanciavano sassi e uccidevano le persone. Di notte, questo soggetto di pochi neuroni deambulante, vestito da Samara Morgan, è equiparabile a un’arma usata maldestramente, da incapaci, che non sanno nemmeno sparare, ma è un’arma e spara. Immaginate questa idiota vestita da rediviva disseppellita mostrarsi a un pover’uomo magari malato di cuore. Posto che la paura (o l’effetto sorpresa) può ingenerare reazioni non governabili, in chiunque. Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Chi vi scrive, non avrebbe alcuna voglia ad esempio di morire a causa di un soggetto portatore di neuroni scarsi, vestito più che dalla terrificante bambina del film horror, da una stupidità onnicomprensiva, dentro e fuori. Morire per un ammasso di carne con gli occhi che si chiama soggetto umano. No, grazie.Vestirsi da Samara, l’ultima moda dei deficienti

Spaventiamoci di questo più che del fantasma cinematografico. A Catania una tizia vestita di bianco e con un fantoccio tra le mani, lunghi e ispidi capelli neri, peregrina per Librino e San Berillo, zone periferiche. Sembra una emoticon, riuscita male per giunta, qualche foto inzacchera i social, in allegato un paio di video dei soliti affezionati del torbido, nel qual caso il torbido è filmare una deficiente. A che scopo propagare il bubbone da cui persino la peste prenderebbe le distanze?  E’ una aspirante Samara, con qualche chilo di troppo, rischia un linciaggio, a Catania, bastava solo suggerirle meno carboidrati a pranzo e lunghe passeggiate, piuttosto che estemporanee installazioni, con rotolini debordanti. L’estetica nella deficienza. Ogni disciplina ha un suo parametro. Samara è un fantasma, stiamo nel topic e nei chili giusti. Deficienti per deficienti a questo punto. Ad Afragola, altre imbecillità. Una tizia – secondo la tendenza virale – si veste da Samara, si aggira per le stradine del rione Salicelle, ci sta proprio nel ruolo, accidenti, da far prendere un colpo – se non è lei Samara, e che diamine – ; ecco la tizia viene più o meno simbolicamente massacrata di botte da un gruppo di ragazzini. Però, chi l’avrebbe immaginato? Anche l’altra cima a Catania ha rischiato un destino simile, il destino da: “Volevi la bicicletta?”. Le imbecillità prossime alle deficienze confinanti con le idiozie sono tutte concentrate in queste modeste donne, con qualche neurone sparso, vestite da Samara. Al cervellone che ha lanciato per primo l’ideona bisognerebbe riconoscere un qualche incentivo, del tipo disseppellire gli escrementi nel water del vicino di casa. In fondo l’ideona non era altro che questo, tradurre i tanti sinonimi dell’azione di cui sopra, disseppellire quel che siamo veramente. L’ideona del cervellone ha evidenziato ingiustamente e parzialmente tanto: siamo equiparabili a escrementi, quel che resta di noi. No, non sempre. Non è che tutti abbiamo un vestito da Samara con cui girare la notte a spaventare la gente, con 40 gradi di minima, in Sicilia, per dire. No. Altrimenti lo faremmo.

 

L’originale “Vestirsi da Samara, l’ultima moda dei deficienti” è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano edizione 3 settembre 2019

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/03/vestirsi-da-samara-lultima-moda-dei-deficienti/5426235/

Lettere. Un sole cieco.

In casa della creaturina i poveri aspettavano nell’andito. Il professore borbottava, mentre preparava il caffè. La camera della creaturina era nella penombra pacifica. Sul davanzale la colomba aveva nidificato.

Sofia sedeva sul divano, Pietro riposava in poltrona; Oscar, gli altri, attendevano nei sussurri, fuori la porta. Gli altri – così amati – erano lo specchio del vostro autismo, del tuo orgoglioso procedere contro, avversamente. Le tue inutili resistenze, partigianerie miserrime e nobilissimi slanci utili davvero? Rispondi.

La creaturina leggeva i Salmi. Potevi dormire dentro quella pace. Sofia smetteva di mormorare, riponeva il coltellaccio nel tascone della gonna. Pietro apriva gli occhi, ridestato, gli occhi lucidi sembravano allora lieti, umidi di letizia, di gratitudine. cropped-tomassini1.jpg

La creaturina leggeva i Salmi.

L’Eterno fermerà il braccio dell’empio. Lo hai ripetuto, nei giorni funesti. L’Eterno ha fermato il braccio dell’empio.

In casa della creaturina, ti aspettavano. Il professore guardava giù in cortile, sporto dal ballatoio, e informava la sorella: non c’è, non viene neanche oggi.

E il silenzio ripiombava nella mestizia, nella penombra, ed era la pace, finanche nell’attesa. L’attesa. Nove mesi. Per intero. E il bambino veniva al mondo. Consegnavi al mondo il suo vagito. Nel tuo mondo capovolto e senza alcuna colpa. Lo era capovolto, il mondo degli spostati, mascheroni grondanti correità, l’un con l’altro o l’un contro l’altro, mascheroni che ridono, il ghigno che ha il suono del singhiozzo. Dentro la pozzanghera, la città sottosopra mostra i visi stralunati, lacrime epiche scivolano, nere, di pece, e poi esplodono come fuochi o si gonfiano come palloni di azoto ed è un tripudio, il coraggioso e imprevedibile riscatto. Mascheroni insozzati di inettitudine, guardano fissi i loro volti in una pozzanghera che scagiona il fango in ruscelli improvvisati. Ed ecco li vedi bianchi, immacolati, liberi. Detentori di membra livide, prossimi al trapasso, adesso li vedi liberi. Loro hanno attraversato le spire prima di te, con maggior terrore, loro sono stati la tua redenzione.

Tu hai provato a fermare ogni deportazione. Un fuscello, vestito di velluto, un basco sulla testa, la lampada dentro una sacca tenuta in spalla. Il breve pancino. Hai provato. Li hai visti uscire. Una torma mogia. Hai pensato a Solzenicyn, lui è tornato dal confino, un giorno, è tornato, non esultò alla parola “glasnost”.

La torma mogia di inibiti. Come chiamarli? Ai preclusi della vita altrui, qualora divenisse giusta e propizia. A loro era preclusa, a loro toccava demarcare la distanza, la distanza nel castigo, si chiama: separazione o confino. Esilio. Terre infinite, il bianco siberiano senza orizzonti, purgatori glaciali, malinconie perduranti fino alla follia, contagiano l’umanità smarrita fino a strafarsi di vodka di scarto e crepare nella solitudine di un sole cieco. Lontano, lontanissimo.

Il siberiano ti vede ancor prima che tutto franasse, con una portiera blindata sbattuta e chiusa. E’ il bastardo di un riformatorio, il ladruncolo che ruba nelle metropolitane, che fuma nei sobborghi, si ubriaca nelle fogne di una periferia moscovita. Ti guarda con gli stessi occhi di un teppistello. Lo riconosci. Sono tua madre. Realizzi.

Sua madre è morta. Morte violenta. Allora sei arrivata tu. Capisci?

Non sai spiegare.

Il siberiano ti vede ancor prima che il mondo finisse seppellito nella consolatoria consuetudine degli altri. E gli altri è una parola che non puoi declinare nel bene o nel male. Gli altri è un balzello, come la vodka, lo si usa all’occorrenza. Il siberiano ti vede. Stavolta senza vodka addosso. Niente. Soltanto il lutto della reiterazione di un crimine. Il divario stabilito dagli uomini. Era un rastrellamento. Era una deportazione.

Ma tu sei molto brava a dire addio. Lo hai fatto tre volte. Moltiplica la tua attitudine.

Vanno via.

Al parco rimane Jan. Il rivoluzionario. L’upupa sarà il suono dell’estate. Un Requiem. Non lo sentirai più. Non tornerai più al parco.

Ma un giorno lo racconterai ancora.

Lucia prende il suo Tomek per le orecchie, quando beve. Così si fa, ti dice.

Un giorno lo racconterai di nuovo.

“Vorrei tutti quanti chiamarvi per nome” prometteva Anna Achmatova. Erano i repressi. Li andava a riprendere. Inforcarli. Nome per nome.

Quando il bambino è nato, l’ostetrica non credeva ai suoi occhi. Era un gran bel bambino. E tu minuscola e inadatta persino a essere madre. Ti disse l’ostetrica. Sembri troppo piccola per esserlo.

Lo racconterai un giorno. Fino alla fine. Il terzo addio. Moltiplicato per tutti gli assenti.

Il terzo addio.

(fine)

Copyright © Veronica Tomassini

Tutti i diritti trattati da Agenzia Stradescritte

 

 

Lettere. Un angelo.

“Ci andrai domani laggiù”, leggi nelle pagine di Marek  Hlasko. E’ morto di alcol? Kuba beveva maledettamente, questo straordinario personaggio, immolato all’ubriachezza come a un fatto di eroismo. Il battaglione e il fronte. Perdevano tutti. Scolorava il suo incarnato dinanzi al demone che si presentava dentro sogni sferzanti, simili a certe albe a Targowek. Quartieri infami, dirai. Venivano da lì, i bevitori del parco, da quartieri infami, dalla periferia di San Pietroburgo, gli spostati criminali, che hai letto ovunque, Carrère, Limonov, Dostoevskij. Più o meno hai incrociato i tuoi amati bevitori nei libri che leggevi. v6

Kuba sarebbe morto di alcol, per deduzione. Una corda al collo. E finalmente è finita. Figura letteraria drammatica. Dentro un racconto, Nodo scorsoio, esaurisce la lusinga. Ricordi Moffet? Moffet ex ubriacone, riferisce ne Il diavolo e la sua coda. Ed era l’alcol ancora. Erano combattimenti, dissidi. Kuba si appese a una fune. Il telefono squillava. Era una donna. Avesse aspettato ancora. Quella donna lo amava. Kuba non bere. Ma c’erano tentazioni ovunque, sogni simili a ghigni. Crocchi di viandanti che incitavano: bevi, Kuba! Bevi, Kuba!

Poliziotti rovinavano lungo la via, sbronzi. Kuba socchiudeva le palpebre schifando la vita disgustosa. Targowek. La periferia. Gli spostati. Strade fangose. Pozzanghere torbide dove sorprendere la faccia di uno sconosciuto, la sua aria trasognata sfumare nel sorriso di un guitto. Kuba era un Golem. Preferiva morire che vedere la sua faccia mostruosa dentro una pozzanghera di terra, in una via di Targowek.

Il tuo l’avevi perso. Il tuo bastardo, teppistello di una periferia moscovita. L’avevi perso. Andava via.

Per sempre?

No, non per sempre. E’ un combattimento, capisci? Il senso era: combattere. Sei in una guerra. Lo eri, voglio dire.

L’hai persa. No, no, aspetta. Non è morto. Non è morto.

La corriera sussulta, ogni tanto. Ferma a un semaforo. Sgrani gli occhi. La città è dentro una sera autunnale. La lampada la tieni stretta a te. Non troppo, devi proteggere il bambino. E’ tutto quel che hai. Il bambino e la sua lampada. E’ azzurra. E quando ripeti in mente “è azzurra”, sorridi come se in quel breve lasso vi attraversasse un angelo, cantando sommessamente, in un sorriso sicuro della gloria. Sorridi.

Tieni conservati i tuoi segreti. Fino a quando potrai. Fino a quando potrai, ostacolerai tutte le deportazioni. Sei tragica. Buffa. Eppure saresti disposta a farti calpestare da un carro blindato. Ma c’è il bambino. Li devi fermare però, i deportati verso i loro gulag, infamie personalissime, coercizioni ridondanti i vecchi errori. L’errore induce all’indulgenza, al massimo alla cattiveria che diventa commiserazione altrui. Hai la mano sul vetro. Con un dito scrivi il tuo nome. Il tuo diminutivo. Sotto scrivi: amore.

Sei una ragazza sentimentale. Non hai commesso un crimine. Hai solo amato qualcuno.

Ogni volta che amerai qualcuno, ti si spezzerà il cuore. Vorresti aggiungere tu: la fine, un destino, la sventura, una specie di elezione, una sfiga aristocratica.

Il siberiano un giorno ti disse: sei un angelo.

Era ubriaco. Come sempre. O forse non molto. Era gonfio, irriconoscibile. Il suo viso era enorme, come gommoso. Litri di vodka. Il resto erano ossa, solo ossa. Era un golem. Pensasti a Kuba, appeso con una fune al collo. Targowek era un posto infernale. Ma era un libro, un racconto. Hai chiuso quel libro. Nodo scorsoio, era il titolo del racconto.

Fuori pioveva, la gente camminava frettolosamente, tenendosi qualcosa sul capo, un ombrello, un cappuccio, una borsa. La gente vibrava di vita normale. La vita che deve attrezzarsi. Una vita, insomma. Sì.

E la tua?

Il professore in casa della creaturina ti interrogò, sinceramente interessato: “Perché, ragazza mia?”.

Già. Perché.

(continua)

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