Addio Monsieur

Mi sono congedata moralmente da un’idea. Era un pensiero piuttosto, un lume che ho tenuto acceso per un anno intero. Ieri mi sono congedata da monsieur, al quale non ho mai detto: ciao. Non ho mai stretto la sua mano. Avrei voluto. Pochi secondi o minuti e farli durare un anno. E’ la mia specialità. Ma ci sono riuscita. A monsieur avevo dedicato una parte del mio romanzo sentimentale, non si capisce nelle pagine se mademoiselle lo incontrerà. Deduco di no. Perché ieri mi sono congedata da lui, dall’idea di lui. cropped-verito1.jpg

Può una donna vivere senza essere innamorata? Sono rimasta sola molto giovane, troppo giovane. Non è naturale vivere così.  Quando stavo male, monsieur era un pensiero che mi consolava. I miei dolori insistenti estenuanti erano guariti in fondo da quel pensiero.

A monsieur avevo scritto una poesia, la mia prima poesia, in realtà erano versi per una canzone:

A volte è un castigo. L’amore. L’assedio regola il mio tempo, lì dove manca il vostro nome, io vi trovo, signore. Dove tutto tace, il vostro nome risuona, signore.

Curo la mia sete, pronunciando il vostro nome, correndo febbrilmente verso la lusinga, tenendomi desta per non precipitare nella mestizia, eppur succede, signore, di amare gli assenti;

ancor meglio che nella vittoria, mi perfeziono nel rimpianto. Amando gli assenti, nella costruzione perfetta, nel ricordo superbo di quel che non è, così non è mai franato.

Il mio destino si chiama attesa, Signore.

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Un brano da “L’altro addio” (Marsilio)

BannerTomassini(…)La notte il vento scuoteva le bicocche, riproducendo spaventosi lamenti, le due coperte non erano sufficienti a scaldarti, la stufa alimentata a legna bisognava spegnerla a una certa ora, ci pensavano i volontari. Dai bagni proveniva la puzza di fogna e di ristagno acquoso. Ti svegliavi travolto dall’incubo che si ammantava di quegli afrori, i tuoi incubi erano deliri da desto. Eri arrivato. Non accusavi le crisi epilettiche, fosti salvo ancora una volta dall’ultimo stadio del bevitore. Avevi una buona stella. Riprendevi il sonno con fatica che forse era una veglia tormentata. La mattina eri intrattabile, tremavi e trattenevi i conati. Ti insaccavi nelle tue maglie slargate, nel giubbotto di piume rimediato in Caritas. Non rimpiangevi nulla. Attraversavi i sentieri boscosi, raggiungendo il centro della città abruzzese. Il gelo ti addormentava le mani, dimenticavi di recarti in Caritas per chiedere i guanti e il cappello. Lo avresti fatto, se l’oblio non sovveniva prima, con una sola bottiglia di birra. Al bar della piazza trovavi chi te ne offriva o un bicchiere d’amaro. Prendevi il bus, quindi, e riparavi in centro commerciale. Stendevi la mano e chiedevi, poi contavi i cent e compravi vino in busta, dividevi col gruppo – c’erano arabi e macedoni allora – oppure te lo finivi da solo in bagno. Perdevi i sensi, gli avventori allarmati chiamavano la sicurezza, ti trascinavano fuori dalla toilette per uomini, il mento sul collo, abbandonato simile a un fantoccio, poggiato alla parete con la bacheca e gli estintori. La gente erano gli altri, gli altri era una parola che non ti piaceva. Ti riprendevi, rimettevi  a posto i tuoi occhiali appena scivolati sul naso. Ti rimettevi in piedi, malconcio e virile, come sempre. Le donne ti guardavano colpite da una recondita ammirazione, eri forte e alticcio, virile malgrado tutto, bello, di una bellezza arrogante, lontana. Le baracche dovevano essere sgomberate, dovevi andartene, due casi di tubercolosi, tu la prendesti a Milano, mesi dopo. Volevi tornare nell’albergo degli sfollati, riprendetemi supplicasti il direttore. Il direttore fu irremovibile. Niente ubriaconi, ti eri scolato la dispensa di vini. Eri indifendibile. Nora, la vecchina di Ovindoli, ti aspettava alla finestra ogni pomeriggio, te lo disse Alina, la rumena della reception. C’era da rimediare un posto dove dormire. L’Aquila era fredda, non c’era da scherzare. Così ti mettesti in pullman per Pescara dove esisteva un centro di accoglienza con molti posti letto e una domanda minore. Erano luoghi per profughi e rifugiati, ci avresti provato lo stesso. Con i cent dell’elemosina comprasti una birra e il biglietto dell’autobus, tremavi , eri a rota, in crisi di astinenza. La birra ti calmava il tremore e i conati. Pescara era obnubilata da strane percezioni, le tue alterazioni visive la rendevano confusa, dentro tutte le partenze, le terre solcate e abbandonate, le frontiere e i volti che avevi amato. Il suo lungomare vacillava sotto il tuo sguardo, gli occhi una fessura. Tentavi di riconoscere un dettaglio che ti inducesse a qualcosa di famigliare. Ti illudevi di incontrami di nuovo, rivedere ancora una volta Crystina, Wojciech, i lerci, la tua casa. Immaginavi di vedermi oltre il verde di quel mare di inverno, rischiarato da una luce debole, incerta. Mi vedevi bianca, vestita di bianco come la vedova di Isaia, ed ero io, ancora. Le tue visioni mistiche erano profetiche. Un giorno mi hai chiesto: hai mai visto un angelo? Lo chiedesti mentre bruciavi all’inferno, nei tormenti alcolici, nella lurida retrovia di uomini intestini e indigesti al mondo, seduto sul ciglio dell’abisso, chiedevi udienza agli angeli. La nostalgia avanzava allora, avida più che mai, ma persa, incapace di riconoscere il senso e la ragione di una perdita. La nostalgia era solo il calco di un antico dolore, di cui non ricordavi nulla, un dolore senza connotati. Avanzavi a tentoni, molto lentamente, molto più che la nostalgia affamata, inutilmente vigile su remoti sussulti senza prestanza. Eppure non conoscevi rimpianto, non nutrivi sensi di colpa, non più del dovuto, infliggevi agli altri il tuo stesso castigo, la perdita e l’abbandono. Intuivi altra vita che non deteneva peculiarità nuove e non per questo te ne dolevi.

 

http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172702/l-altro-addio

Gli amori difficili di mademoiselle (Il fatto Quotidiano)

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

 

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre la sua serpe. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Ride, mademoiselle. racconto il fatto

 

Era un giorno d’estate. C’era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

 

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. No, era un giorno d’estate. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

 

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensava  allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Aveva sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverebbe trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola.

 

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso,  degradava tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, andava in centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

 

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di sé stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore.

 

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé. La gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti.

E i giorni andavano.  Ed era estate. E l’estate torna sempre.

 

Mademoiselle fissava – sulla cima del poggio – il mare oltre la costa. E andando indietro negli anni, l’abitudine replicava la medesima postura, lei eretta sopra un poggio, una roccia, sul davanzale di una finestra, seduta, al piano basso di un condominio popolare, guardare qualcosa, oltre un limite, un recinto, a volte un orizzonte, ciò dipendeva da uno stato d’animo, da una felicità, da una tristezza. Una cima o uno strapiombo dove lanciarsi con destrezza, con viltà o in preda ai brividi. Lo strapiombo sulla rupe in quel ciglione, nella periferia. Avrebbe voluto dimenticare. Adesso fissava dal poggio il castello, oltre la costa. Lo vedeva. Ai suoi piedi si stendeva un piano di cemento, il parcheggio interrato di un centro commerciale. La vita si svolgeva domestica e tranquilla. A lei mancava, cercava di scorgerla ancora, trovarla. La voleva indietro. Scese dal colle, davanti le porte apribili di un centro commerciale, attese un po’, le porte si aprivano e si chiudevano, nella sincronia intercettava un volto, il suo. E dietro quello incuriosito o torvo o assente degli avventori.  Invidiali. No, non invidiarli, ammirali.

 

Mademoiselle aveva perduto ogni ragione. E in special modo la ragione morale della sua disfatta. Pensò alla Sagan, La disfatta di Lucile non era esattamente lo stesso. Lucile aveva una capacità nuova per lei di aggirare la questione. Sedurre, vivere, piacere, darlo, riceverlo.

 

Cosa significasse non era in grado di dire. Il piacere. Cos’era?

L’estate era sempre un’attesa. Stavolta smorzata, un’ebbrezza da far implodere, un’ebbrezza inutile. Le porte apribili del centro. Entrò. Lei un tempo era felice, giusto?  L’uomo le stava accanto. A volte sorrideva o fischiava. Per un istante le sembrò tutto reale. Sedette. C’era la panca, era lì, aspettava. La panca aspettava il suo sgomento. Premette la tempia con il palmo. Era tutto vero. E invece no. Si guardò intorno. No. Non c’era nessuno.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano edizione del 29 agosto 2018

il link qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/gli-amori-difficili-di-mademoiselle-affacciata-sul-mare/

 

 

 

 

diario

Sono dimagrita ancora. Stavolta me ne accorgo. Posso nutrirmi soltanto con un gesto d’amore. Non è un’indicazione terapeutica sentimentale. E’ una verità tremenda. Invece chi finisce dove sono finita io di solito si muove confusamente nell’incomprensione, nell’amore distratto nella migliore delle ipotesi. Ieri torno nel quartiere ebraico. Non cerco l’individuo, per il quale non sento un vero trasporto, piuttosto un segreto risentimento. Lo incontro lo stesso. Sono risentita per un milione di cose. E anche monsieur mi ha deluso, il francese. Ce l’ho anche con lui, con le sue promesse fasulle, che non gli avevo chiesto, per evitare che non le mantenesse. E non le ha mantenute.

Ieri ho indossato un vestito lungo, scucito ai fianchi. L’ho scucito io perché la pressione dell’elastico scatenava i soliti dolori. Uno di quei vestiti a sacco che odio, a cui mi costringe la cronicità, ogni mese. Sono senza tette. Le mie gambe sono lunghe e secche. Lunghe poi, si fa per dire. Che fortuna non aver partorito una figlia come me, sono una cambiale, portatrice di fastidi, apprensioni, amarezze. Lo penso con sincerità.

Chi si butta nel fuoco per me? Comincio a mangiare.  Smetto di regredire. Ieri siedo nel sagrato della chiesa. Non mi sento così carina, come a volte mi capita, quando i capelli stanno a posto e tutto suggerisce armonia. Si siede un padre un bambino con un cane, sono costretta a fargli posto. Il cane si accomoda ai miei piedi. Assurdo. Potremmo essere una famiglia, ma io non c’entro niente con loro.  Così arriva il quarto soggetto, quello giusto, la moglie, un po’ irritata, siede tra me e il figlio, ha la voce incrinata dall’irritazione sì. Come se non fosse stato il marito a chiedere di sedersi. Il marito. Se lo tenga, e stretto. Vanno via. Il marito gentilmente si congeda con un sorriso, lei stringe la borsa e tira dritto, neanche un saluto.

Bah.

Io provo a chiedere aiuto. Ma sono sola. Ho perso molti chili. Mi guardo allo specchio, il mio viso lo posso chiudere nella mano.

 

La Avallone come Dostoevskij?

Sulle pagine de Il Corriere pubblicano il romanzo a puntate di Silvia Avallone. E penso a Dostoevskij. Dostoevskij e Silvia Avallone. Parallelismo apocalittico. Quando uscì “Povera gente” il talento di questo giovane (ancor giovane) moscovita era motivo di spaventosa ammirazione. Esatto, spaventosa. Lo pubblicò a puntate, come la Avallone oggi (curioso) e con lei – mi avverte il mio amico scrittore di Canelli – molti autori Rizzoli, Veronesi e altri. Lo pubblicò sull’Almanacco pietroburghese, diretto dagli amici Nekrasov e Panaev. I pensatori moscoviti si divisero subito nella polemica che ingenerò il tema trattato, reazionari e progressisti.

Quale sarà l’argomento trattato dalla pensatrice Avallone? Quale dibattito scatenerà? O Veronesi? Non doveva salpare a bordo di una nave con il collega Saviano? Le loro rivoluzioni si zittiscono presto, dissidi di mestieranti della parola. L’impegno civile certo e letterario. Mi viene l’orticaria. Ogni tanto leggo la lettera di qualcuno che in quanto scrittore si prodiga sodale con il collega Saviano (squillo di tromba) per la medesima battaglia, chiamatela invettiva.

Sapeste quanta credibilità riescono a ispirarmi costoro. Indignazione inane a tonnellate. Partigianerie comode, giocate sulle spalle degli schiavi, dei poveri. Saviano l’eroe dovrebbe smetterla di pontificare, non sposta gli oceani, non più, non per me. Lo ha mai fatto?

E gli altri. Scrivessero i loro romanzoni a puntate, comprerò Il Corriere e ne seguirò interessata le gesta e le evoluzioni. L’evoluzione del personaggio. Di che parlerete? Interni da onanisti? Il riscatto di un nucleo operaio gabbato da una descrizione minuta e graziosa dei fatti. Magari racconterete una volta tanto il tempo che attraversiamo narratori contemporanei con i romanzoni da pubblicare a puntate. O piccoli romanzi, da appiccicarci addosso un premio, qualcosa. E lo vinceranno, statene certi.

diario: un incontro, vecchie storie, l’ebreo

Siedo al tempio. Ci sono le donne del quartiere. Osservo la povertà, i miei segreti esperimenti empirici sono falliti. Non provo curiosità. Vasco mi chiamerebbe: delusa.  Incontro l’amico ebreo. Sopporto a stento ogni dettaglio di una vita che mi ritorna insulsa, ingrata. Osservo la povertà che non mi appartiene, mi sovrasta un tempo dilatato e immobile simile a una macchia grigia estesa di un inchiostro sbiadito. Sediamo al tempio. Le donne del quartiere hanno una loro amena inspiegabile vitalità. Dal vicolo provengono suoni attutiti dal caldo, dall’aria ottusa di un giorno qualsiasi d’estate. Per me potrebbe essere l’ultimo. Dal vicolo proviene una giovane, è piena di roba addosso, eroina. E’ fatta di ero. Era il gergo che si usava alle case, quando la ragazza ero io. E i miei amici, ma non lo erano, erano tutti fatti di ero. Ha le braccia ferite dai buchi, il sangue vivo, le croste, le piste, le vene sollevate o fibrotiche. I pochi denti. Cerca soldi, è simile  a un animale in cattività. I piedi sono deformati, si buca sui talloni, non so, forse sul collo. O forse no. Quella era Christiane, nei luridi bagni di un sobborgo berlinese o al Sound, l’Haus der mitte di Gropiusstadt. Vecchie storie, risalgono tutte, residui di una sporca marea. Non si cancella niente, rimane addosso ogni macchia oltraggiosa, chiamatela esperienza. L’ebreo vuole salvarla. E’ malata. Le stringo la mano, sono quasi costretta, ne sono inorridita, temo un terribile contagio, di cosa non saprei.

Lei mi guarda. Dice all’amico ebreo: le faccio schifo.

Lui dice: no, no, è un’amica, tranquilla. E invece sì, mi fa ribrezzo, ho i battiti accelerati. Sono incubi, la città grezza torna misera, criminale, ignorante. E io ci vivo come il peggiore dei castighi. Dico all’amico ebreo che deve smetterla di salvare qualcuno. Tu lo hai fatto, dice lui. sunset-3087790__340

Per quale strana ragione siamo sopravvissuti, vorrei smettere anche di sopravvivere. Il mio destino è non avere pace, salvare senza volerlo, la solitudine e il silenzio. L’amico ebreo compra scatole di psicofarmaci per la giovane eroinomane. Così la salvi? Chiedo.

Tornano i miei incubi, me ne sono confezionati lungo tutta un’esistenza, ho pudore a riferirne, mi vergogno, non servono nemmeno ai miei romanzi. Romanzi inediti, ignorati. E tutto intorno un ambiente che mi è ostile. Non me ne faccio nulla di parole gloriose da conservare. Le parole non sono che suoni, le parole sono suoni inghiottiti dall’aria funesta e ottusa.

Vorrei tornare, non so quale sia la strada del ritorno, non c’è chi mi riconduce a casa. Rimane sempre lei, la scrittura, la sola. Vanno via tutti, non ci sono mai stati, fedifraghi, ingannatori, disonesti. Rimane lei.

L’intervista su Pangea

di Gianluca Barbera, scrittore, critico de Il giornale

Con Veronica Tomassini non si scherza. La scrittura è tatuata sulla sua pelle. Ogni parola che pronuncia risuona di un’eco antica e lacerante. In lei vita e letteratura quasi non si distinguono. Ne consegue una qualità speciale dell’arte, un frizzio nella circolazione sanguigna delle sue opere. Basta leggersi “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro addio” (Marsilio, 2017) per rendersene conto. Veronica è una scrittrice nata, lo si avverte in ogni riga che scrive. Niente di studiato, tutto vissuto e sofferto fino in fondo. Una sofferenza che si fa arte; perfino in un’intervista.vera-tom-1-1-400x400

Veronica, dopo la straordinaria accoglienza di “Sangue di cane” la tua carriera di scrittrice è decollata? O in questo Paese si resta sempre un po’ sospesi a mezz’aria? Puoi fare un bilancio?

Sì, è decollata, e si è fermata. “Sangue di cane” mi ha lasciato molti estimatori, lettori sparsi, qualche collaborazione. E nient’altro. Non ho comprato un attico nel centro di Roma. Al mio nome non salta nessuno sulla sedia, non mi stendono tappeti rossi nelle stanze dove si decidono i destini della letteratura.

Che cosa c’è che non va nell’editoria italiana?

L’editoria italiana soffre di insicurezza, ha bisogno di conformarsi. È fatta di numeri. Di copertine kitsch a volte, con una promozione molto facile tipo: “foto social di merda con accanto tazzine di merda” (cito lo scrittore Marco Drago). Non è per forza e sempre così, vorremmo sperare.

Già, Drago non le manda mai a dire. Ho intenzione di intervistarlo prossimamente. Qual è il genere di storie che ti piace raccontare e che vorresti raccontare in futuro? Certo, “Sangue di cane” e “L’altro addio” indicano una rotta precisa, ma vorrei che fossi tu a parlarne…

La mia narrazione devia spesso, come il mio sguardo, nei luoghi dove gli altri lo tolgono. Dove per gli altri cade l’ombra, spesso per me si rivela la luce. Una luce magnifica, eloquente. Amo i perdenti, per questo li racconto. Lo sono anch’io.Ma ammetto che è una lunga narrazione tristemente biografica, nel senso: non racconto che di quel che so, che ho vissuto. Dopo “L’altro addio”, ho finito un romanzo che ho definito “della giovinezza”, ancora inedito. Racconto gli anni ’80, la periferia, la piazza, l’eroina, e un gruppo di adolescenti vivere su cumuli di immondizia, dentro giorni chiamati deserti, in condomini popolari, abbaini con cani ringhiosi a latrare, vecchie auto carbonizzate, falansteri, con rampe buie e maleodoranti, cardi e agavi che si gettano verso il mare. Era la mia adolescenza.

Tomassini-Laltro-addioSo che stai scrivendo qualcosa di totalmente nuovo rispetto ai temi cui ci hai abituati. Puoi parlarcene?

Sto scrivendo un romanzo sull’amore, nel mio blog personale. La storia di un abbandono. Alla fine è il solito assedio, piccoli inferni vecchi e nuovi. Alla fine è sempre tranche de vie. Non so fare altro che raccontare la mia vita, mentendo. Negli ambienti editoriali, pare, che vada moltissimo questa storia del sentimentalismo. Autori che non mi dicono nulla ma che vendono centinaia di migliaia di copie. Allora qualcuno ti dice: buttati sul sentimento. Io dico: non ho fatto altro.

Esiste secondo te anche un problema di critica letteraria? Che opinione hai del fare critica oggi?

La critica oggi? Difficile domanda. I grandi critici come Giovanni Pacchiano o Angelo Guglielmi sono il mio solo riferimento. Ma è un problema mio credo, non frequento molto la critica più “giovane”. Però, ecco, mi viene in mente Gilda Policastro, brava e severa, la cito giù anche tra le scrittrici che sento prossime.

Sulla sua lapide Oriana Fallaci ha voluto che venisse inciso: “scrittore”, e non “scrittrice”. Che ne pensi? Non ritieni che a volte le donne si marginalizzino da sole? Nelle professioni io non ho mai distinto fra uomini e donne ma fra bravi e meno bravi e sinceramente una domanda simile non te la porrei nemmeno, se non fosse che ho l’impressione che spesso siano le donne a volersi differenziare…

La letteratura femminile: e subito penso a certe riviste da fotoromanzi, a qualcosa da ricamo e cucito. Una sottodimensione, un genere. Siamo scrittori. Sono d’accordo. Io preferirei – come Oriana Fallaci – definirmi uno scrittore. Non abbiamo sesso, uomini, donne, li conteniamo tutti, nella nostra memoria che deve aver viaggiato parecchio, quando ancora non ci chiamava per nome. Non un genere, o altrimenti come nelle declinazioni latine andrebbe bene un neutro. Noi siamo il mondo che raccontiamo.

Che persona sei, nel privato? E quanto il fatto di essere una scrittrice influisce sulla tua esistenza?

Credo di non essere una persona in riga, non so come dire. Sono una donna che cerca ancora qualcosa, non risolta. Non semplice. Molto sola. Non so come io sia così sola, perché. È una condizione giusta per scrivere. Non me ne compiaccio. Affatto. La noia è un problema per me. La noia è diventata forse anche la ragione della mia scrittura. La scrittura: la mia compagna; dove tutti abdicano, abbandonano, si arrendono, lei vince, dimora, resta. Nella mia vita non dico quasi mai (quando mi è possibile) cosa io faccia, quale sia il mio mestiere. Che poi scrivere è un mestiere? No, è uno status, un modo di guardare e raggiungere le cose. Non voglio essere sempre straniera, così nella mia controllata socialità, fatta di luoghi umili e una umanità vera e primitiva, io non dico nulla, voglio essere come gli altri, non diversa, straniera.

E la scrittura ti rende un po’ diversa, un po’ straniera.Da che cosa dipende il valore di un’opera letteraria secondo te? Dalla lingua? Dalle tematiche. Da cosa?

Da tutto questo insieme ma con un fattore ics: la potenza della parola. La parola deve risuonare come un’eco tremenda, persino dentro un’apparente innocuità.

Lo scrittore ha un qualche tipo di etica da rispettare o non ne ha nessuna?

L’etica è una consapevolezza morale. La moralità è un concetto ameno applicato alla scrittura.

Qual è la tua idea di letteratura e quali sono i cinque libri della tua vita?

La scrittura non deve normalizzare, consolare. La scrittura non è democratica. È la spada che rompe il ghiaccio. Deve inchiodarci alle nostre vulnerabilità. Nelle cose minime, deve intercettare l’inaudito. O il settimo cielo di cristallo. I miei cinque libri, profetici (non per forza i più amati): “I Demoni” di Dostoevskij (Dostoevskij e i russi li metterei tutti); “Il riposo del guerriero” di Christiane Rochefort; “Le ambizioni sbagliate”, Moravia; “L’ottavo giorno della settimana” di Marek Hlasko; “Tropico del cancro” di Henry Miller.

E gli scrittori italiano che ami di più? Di oggi e di ieri…

Buzzati, Pratolini, Moravia, Levi, Pavese. Il neorealismo. Oggi ce ne sono di bravi: Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Andrea Carraro, Gaetano Cappelli. Demetrio Paolin. Ivano Porpora. Ma sono anche amici, dunque non so. Tra le donne: Grazia Verasani, mi piace Loredana Lipperini (nel suo esordio), Alessandra Sarchi (metto in ordine sparso, non di importanza), Viola Di Grado. Yasmin Incretolli. Claudia Durastanti. Francesca Marzia Esposito. Gilda Policastro. Tiziana Cera Rosco (poetessa meravigliosa). Letizia Di Martino (vi invito a leggerla su Facebook, meriterebbe un grande romanzo). Cristina Caloni. Dimenticherò qualcuno senz’altro. Sono amici e scrittori che stimo, tutto insieme. (Ah, ci sei tu, Gianluca Barbera).vera scarp de tenis

Ne sono lusingato. Ti piace il cinema? I tuoi cinque film più significativi?

Sì, ma lo frequento poco. Dove vivo (una piccola città di provincia) ci sono solo multisale e produzioni americane. Amo i film francesi, da ragazza vedevo Truffaut, non sapevo chi fosse Truffaut, ma mi piaceva. Le atmosfere giallognole e intimiste dei film francesi. Dunque, direi i film di Truffaut intanto. “La signora della porta accanto”; “Bella di giorno” di Bunuel; “Anonimo Veneziano” di Enrico Maria Salerno; poi da sentimentale quale sono: “L’amante” di Annaud; “Lezioni di piano” di Jane Campion.

Da anni scrivi sul “Fatto Quotidiano”, un giornale molto connotato. Hai la più ampia libertà o devi rimanere all’interno di paletti ben precisi? E come è nata la tua collaborazione con “Il Fatto”?

Non conosco giornale più libero de “Il Fatto Quotidiano”. Ho lavorato molti anni in una redazione siciliana. Quando arrivai nella redazione de “Il Fatto”, non riuscivo a credere che potessi raccontare la verità, qualcosa di prossimo alla verità. I miei pezzi non vengono toccati di una virgola. Mi sono permessa di scrivere quel che non avrei mai immaginato di poter scrivere, senza alcuna genuflessione al potere, senza proteggere nessuno. E non ero abituata a questo. Ho cominciato a scrivere per “Il Fatto” con i Forconi, con la rivoluzione siciliana dei forconi, rivoluzione mancata. Ricevo una telefonata: era Marco Travaglio. Mi chiede: cosa ne dici di scriverci qualcosa? Così di punto in bianco. Ovviamente io ero nel pallone, ma ho risposto: sì, va bene, sarà fatto. Ed è cominciata una collaborazione bella e significativa che dura tutt’oggi. Sono stata gratificata da loro, spesso. Ricordo una telefonata di Antonio Padellaro, all’indomani di un pezzo che raccontava di sbarchi e immigrazione. Voleva omaggiarmi della sua stima. Per me era impensabile anche soltanto sognare una cosa del genere. E anche in questo caso, mi devo ripetere: non ero abituata.

Sei molto presente fu Facebook. Potresti farne a meno o come per molti è diventata una necessità, una parte imprescindibile della tua vita?

Sì, sono molto presente e, malgrado spesso non ne possa più, non potrei farne a meno, il mio lavoro è fatto anche di questo. Relazioni e comunicazione. Molte occasioni importanti sono arrivate attraverso Facebook. Mi contattano sui social, come se fossero le pagine bianche.

Sei di origini siciliane, ma quanto ti senti siciliana e quanto ti senti altro?

Mia madre è siciliana. Mio padre è umbro. Mia nonna era abruzzese. Mi sento senza radici, sempre fuori la porta. Oggi vorrei farne un vezzo. Essere a parte di tutto eppur fuori. Non sapere parlare il dialetto. Avere memoria di luoghi e epoche in cui non sono mai stata. Non perderci la ragione, magari.

Quanto per te la vita è fatica e sofferenza e quanto è serenità e felicità?

Serenità e felicità molto poca. Ma gioia segreta a brani, un anticipo di qualcosa che ispira consolazione. Qualcosa di molto dolce. Quando la incontro, alla fine di una disperazione. Alla fine di una disperazione si schiude un rinnovato significato. Una luce ti avverte: abbi pazienza, non ti è dato sapere del tutto. E intanto scrivo e mi nutro di questo. Mi nutro della nostalgia e scrivo. La scrittura è anche un affare di saprofagi. La nostalgia è già un lutto. Il requiem su un fatto, un’assenza. Lo scrittore è il risultato di molteplici assenze.

Cosa è per te il male e come si manifesta? E il bene? Secondo te sono così strettamente legati o uno potrebbe stare senza l’altro?

Il male si manifesta con la paura. Con le fobie, le paranoie, il pregiudizio. Tutte fragilità che si consumano come brace, ma su se stesse. Non producono, non seminano. Ripiegate, energie che muoiono senza santificare. Il male non lo devi guardare troppo a lungo, si dice così no? L’abisso: non lo guardare e lui non guarda te. Quando certe volte mi assalgono i pensieri che non sono miei, pensieri strani, ottenebrati, dico tra me: Dio trasformali in preghiera. Il bene è il luogo dove tendiamo tutti, santi e malfattori. Ci piaccia o meno. È lì che dobbiamo andare.

So che hai problemi col cibo. Da cosa dipende. Puoi parlarcene o non te la senti?

Dipende da molte cose, da una sindrome autoimmunitaria, da una vocazione adolescenziale, dalla paura, dalla solitudine. Solitudine a grappoli, da raccogliere, o covoni di pianto da trasformare in gioia, biblicamente. Quando leggo i passi delle Scritture realizzo che niente che ci appartenga non sia già stato annunciato nel libro della vita e ogni nostro passo contato, ogni lacrima conservata nella Sacra Otre. La difficoltà ad alimentarmi è il mio cruccio antichissimo, ho il terrore di perdere peso, lo perdo facilmente. Soffro di dolori cronici, la mia vita è condizionata da questo, anche la mia vita sociale (che praticamente non esiste). Devo imparare ad accettare, a viverci insieme con i miei mostri, renderli creature, disorientarli, arrivare persino ad amarli. Chiedere casomai talvolta: perché? Cosa vi ho fatto mai? Accettarli. E d’improvviso capisci che ognuno ha un compito assegnato, croci che ci spettano, che hanno un senso, il crogiolo del dolore, è Siracide. L’uomo provato dal crogiolo del dolore è un uomo benedetto.

Se dovessi fare un viaggio lungo un anno, che Paesi o continenti vorresti attraversare prima di ogni altro?

Andrei in Provenza, finirei lì – se potessi – i miei giorni, guardando oltre un davanzale il bluette e l’azzurro violaceo dei campi di lavanda al tramonto. Un cielo carta da zucchero, un uomo capace di amarmi, che mi perdoni, mi assolva e mi faccia dimenticare l’imperfezione, la stoltezza delle cose finite. Leggerei, scriverei, lavorerei le maglie, pregherei. Sarei amata da qualcuno.

Un’ultima domanda. Se dovessi dare una definizione di te come scrittrice con una frase lapidaria, come ti definiresti? E in quanto scrittrice come vorresti essere ricordata?

La lapide: qui dove finisce l’attesa e l’inganno. Per cosa vorrei essere ricordata? Non lo so, per le pietre di scarto che ho raccontato. Più che altro vorrei essere ricordata per loro, gli assenti che mi assediano, i bevitori, i profeti delle panchine, i legni storti. Gli imperdonabili. La vestale degli imperdonabili, andrebbe bene anche come lapide.

Be’, davvero una scrittrice forgiata nella carne e nel sangue. Ammetto che questa intervista mi ha lasciato il segno. E credo che sarà lo stesso per molti lettori. Non ho altro da aggiungere. Vi lascio alle vostre meditazioni. Alla prossima.

Gianluca Barbera

L’originale qui: http://www.pangea.news/non-risolta-non-semplice-molto-sola-la-condizione-ideale-per-scrivere-gianluca-barbera-dialoga-con-veronica-tomassini/