L’epistolario – Questo è l’amore?

Tel Aviv, febbraio 1950

Leggo quel che mi suggerisci su Max Brod. Sono tentata di eseguire l’ordine. Perché vuoi essere crudele? Vuoi che mi dia a quell’uomo? Pensi che cambierebbe qualcosa? Perderei qualcosa, guadagnerei? Pensi che mi importi dibattermi? Non scrivo più, solo per Irina o Magda o Magoska, scrivo per consolarle. Max Brod era una specie di mentore. Mi importa darmi all’uno o all’altro quanto la pedante successione di piccoli passi, mossi con indolenza in direzione di inutili sentieri; fino a augurarmi di smettere di respirare, con la naturalezza della cicogna che viene a nidificare nei presidi lacustri del parco di Tel Aviv o sulla riva del fiume Yarkon. Ti sei riparato nel mio identico precipizio. E quel che è accaduto è semplicemente spaventoso.

Hai sfilato le mie calze. Prima, mi hai fatto sedere sulla sponda del letto. Hai baciato le mie gambe. E io ho lasciato che tu in ginocchio esaudissi il nuovo terrore.

Questo è l’amore?

Ero tornata a Praga, nel quartiere di mio padre. Non volevo incontrare un nuovo terrore. Sei tu. Non trovai nessuno. Guardai su al piano, riconobbi la famigliarità dei fregi, la sontuosità aristocratica così simile al nobile palazzo di Černín. Poi ti incontrai. Prosegui tu. Raccontami tu questo nuovo terrore. Lo chiamano amore. E allora Petr cos’era?

Mi hai lasciato tremare. Seduta sulla sponda del letto. Non avevo freddo. Provavo vergogna. Una nuova vergogna. Tutto era nuovo e spregiudicato. Non era la vergogna che provai la prima notte a Sonderbau. Non era quel terrore che mi faceva sanguinare, la colpa e il castigo, vibrava nei rivoli di sangue, colavano dalle povere sguarnite membra. Dove tu baciavi me quella notte. Lì proprio lì.

Il terrore ci raggiunse, me e te quella notte. Non avevo potere, come nel Sonderbau, lì il potere era urlato, infilava la carne nauseabonda, in fondo non eravamo che creature cineree, lo saremmo diventate, belle finché le nostre sguarnite membra avessero sopportato, bisognava imparare presto l’astuzia, soccombere allo strazio, farselo amico, il gerarca il boia, accogliere l’inumano. Il potere esercitato a Praga, nella piccola dimora, era peggiore, era esercitato da te, con remissione. E aspettavi che io ne morissi di una morte nuova – ed è tutto nuovo – o che ti supplicassi. E l’ho fatto. Ti prego, continua.

Max Brod. Nei caffè del centro, io e lui, discutevamo con gli amici poeti, al Caffè Louvre. Noi eravamo superiori in un certo qual senso, la superiorità ingenerata dal privilegio e dal vizio nel qual caso. Era tutto molto fasullo, compromesso e con ambizioni progressiste. Fino alla notte del ’41.  Lo incontro lungo il boulevard, tutte le mattine, il suo completo bianco, inverno o estate, è immacolato, soltanto una volta ho notato una macchia di grasso sul bavero. Indossa una guarnacca con un pellicciotto di argan al collo.

Guardo fuori, in cortile. È freddo, ma la luce di Tel Aviv permette di dimenticare le albe livide europee, i pomeriggi adamantini. Mi mancano. E te lo scrivo puntualmente, in una coazione sciagurata. Scrivo solo per Irina, così smette di piangere, urlare la notte, laida nella sua insopportabile ostinazione. La laidezza morale è non rassegnarsi. Alla mancanza. Alla perdita. Io perdo sempre.

Perderò anche te.

Vera

 

La lettera di Nathan qui: http://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/?fbclid=IwAR3Tpxr7Lp7NXJIkAihrxz48X5jXSML1RWijfdx9V731C2oBmlhXyqtMCpE

Copyright © Davide Brullo

Copyright © Veronica Tomassini

 

 

 

 

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L’epistolario – Mi amerai ancora?

Tel Aviv, febbraio 1950

Mio adorato. Nathan.

Sono tempi confusi, crudeli. Non crederai mica alle neonate utopie
rivoluzionarie?

La tua vita, le tue passioni disordinate, mi restituiscono qualcosa di
effimero, qualcosa che doveva appartenermi. Come quel corsetto di
satin madreperla o il mio abito di velluto nero lungo e con i merletti
che stringevano i fianchi. Vivevo a  Žižkov. Prima di Buchenwald.
Studiavo. Avevo un uomo, Petr. Non so che fine abbia fatto, dopo la
notte del ‘41. Sotto la collina di Vitkov, ho perso tutti. Puoi
tornarci? Puoi tornare a Královské Vinohrady? Cerca mio padre, ti
prego. Mia madre, mia sorella, erano a Buchenwald.

Mio padre?

Avrebbe amato te, le tue carte celesti, la tua scaltrezza persino.
Rideva guardandomi timida e smunta per la mia vocazione al dramma, ai
russi, per le mie frequentazioni compromesse. Max Brod. E’ qui, a Tel
Aviv. L’ho visto. Lui non mi ha riconosciuto, o farà finta di non
conoscermi. O sono così cambiata. Oh se lo sono. Leggevamo gli
esistenzialisti, Husserl, Heidegger.

Petr non poteva violarmi. Ero ancora vergine quando mi hanno infilato
nel postribolo di Buchenwald. Petr voleva diventare un avvocato.
Studiava giurisprudenza alla Carolina.

Petr voleva fare l’amore. Io lo rifiutavo, aspettiamo, il mio
desiderio era controllato. Non riesco a credere che tu mi abbia
posseduta quella notte e io ne abbia provato piacere.

Oggi sembra che a Praga siano tutti bolscevichi, dalle notizie che mi
giungono. Vorrei trovare mio padre.

Dovevi dirmi della tua vita, dovevi dirmi. Non farmi piuttosto la
ragione di un dolore per qualcun’altra. Non parlarmi delle donne che
hai avuto. Oppure fallo, ti perdonerò. Ti perdonerò perché me lo hai
chiesto. Lo farò.

E tu cosa riuscirai a fare per me?

Avrei ucciso quel greco che mi prese in una stalla polacca,
l’infermeria governata dai russi. Bastardo. Non avevo ancora i capelli
e un sacco schifoso mi vestita malamente. Non ero niente. Il mio
corsetto. Mio padre. La sua voce: Vera! Stella mia dorata! Sei così
timida, Vera del mio cuore!

Papà.

Mi manca, tutto, Nathan. Mio adorato Nathan. Confondimi, prendi ogni
barbaglio eppur gravoso di questa mia morte che agisce, che inganna,
suggerendo palpiti, ardimenti. Io vivo solo di allora: in quella notte
con te, ho aperto gli occhi, illuminati dal languore e da una luce
lontana, misteriosa, segreta. Arrivava da strade maestre il piacere
che mi sfiniva, sovrastava il terrore di brevi quadri di ignominia.

Gli uomini di Sonderbau. Mordevano la mia carne ancora tenera,
penetrandomi con bestialità, ordinandomi quel che non posso dirti. Non
potrò mai. Sono guastata, per sempre. Giumenta senza grembo. I miei
seni scarni, le mie gambe ossute. Fuori sentivo le fanfare, mentre
ovunque mani bocche mi perseguitavano, mi torturavano. Le fanfare, era
sera, allora.

Camminammo a lungo, nell’inverno del 45, steppe e foreste fino a
Sluzk. Il greco mi prese in una stalla, gemeva e gemeva. Sapevo cosa
fare.

Ero pur sempre una di Sonderbau.

No, Vera era un dettaglio fragile, era il nome sbagliato, l’inesattezza.

Il sacco mi vestiva male, ero il fantoccio nella marcia della
lagerstrasse. Ne rivedevo con disgustoso compiacimento l’esito,
vincente, non nella marcia, fuori, dalla finestra di un bordello. Ero
viva.

I miei piedi neri. Aspettavo di raccogliere le babbucce perse dalle
vecchie derelitte, quelle con i numeri più piccoli tatuati sulla pelle
cascante dell’avambraccio. Io facevo parte del convoglio di mezzo. Non
toccava a me. Piacevo a un detenuto politico e a un uomo di Himmler.

Dalla finestra di un bordello, mentre l’amico del gerarca si eccitava
sulla mia schiena, io guardavo fuori, oltre il crepuscolo gelato, le
cime dei faggi. Mi sembrava di udire un violino di Cajkovskij.

Mi amerai ancora?

Vera

(continua)

Copyright © Davide Brullo

Copyright © Veronica Tomassini

La lettera di Nathan la leggete qui: http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/?fbclid=IwAR2OgK1VOHlRa_ZtYdAXAqzZTkQz-qFxU1696zKMeYjbAqSICHJiI40SBP4

L’epistolario. Nathan, per – dono

Tel Aviv, 15 gennaio 1950

Mi guardavo davanti lo specchio dell’armadio bruno che avevo coperto con una tenda di Damasco. Ero appena arrivata. Indossavo un prendisole. Sorridevo forse? Era primavera? Non è mai primavera.

Quanti mesi sono passati? Fuori dal campo, dopo te. Praga.

Ho letto di Anna. Ho tirato via la tenda. Mi guardo. Ho tolto i vestiti, riposti sul letto inospitale. Oggi nevica. È una strana neve. Le donne fuori si agitano convulsamente, corrono da un canto all’altro, guardano in direzione dell’orizzonte. Poi entrano in casa, chiudono l’uscio. Tutto è frenetico, ridicolo. Veloce. Adesso rido. Non ci sono piroscafi. Sciocche. Non dovrebbero aspettare un tempo inutile.

Scriverò una storia dedicata al marito di Irina, disperso durante la spedizione del ‘43, nella foresta, a 15 chilometri da Kirov. Le foreste e le brume, le nuche imbiancate dei morti. No no. La neve si scioglierà. Lo troveranno. Irina non smette di pregare. Lo troveranno.

La sera le leggerò qualcosa, ad Irina intendo. Qualcosa della storia che scriverò. Lei ci crederà, smetterà di premersi il ventre, piegarsi, urlare oscure giaculatorie. Sederò accanto a lei, nel canapè duro e ruvido dove dorme rincantucciata. È un corpo grondante miseria, la pelle le frana su un ricordo vago di fulgore e morbidezza.

Ho letto di Anna. Ho pensato alle tue mani: stringono le sue? Lei è bella, hai detto. Cioè hai detto che detiene la bellezza dei folli.

Il tempo mi investe, non ho nulla addosso. Nulla. Tu non mi vedrai. Non sono bella. Sono sciupata. Una giumenta senza grembo. Il mio biancore è una provocazione esanime. Non ho memoria. Non toccarla. Non dimenticarmi. Copro i miei seni.

Dove sono finita? Come accoglierti ancora?

Non so. Di colpo, non ho memoria. Riesco a ridere con le altre, quando qualcuna punge il polpastrello nell’imbastitura della stoffa e impreca in una lingua confusa. Bulgaro? Ceco? Polacco?

Siamo salve. E ridiamo. E di colpo zittisco. Di colpo tace la vita. Mi investe il tempo, una mannaia che non fende, vorrei soggiacervi. È un golem. Creatura mostruosa, l’anima rubata dal rabbino. La mia indomita non la riconosco. Accendo le candele, un venerdì, fuori il buio non mi raggiunge. La mia anima indomita era il vanto e la resistenza. Quel venerdì ho realizzato di averla ceduta. L’anima al rabbino. Prima del ‘41. Le fanfare. La squadriglia di fantocci ossuti, le righe che si infilano in tramati di delirio, fissi nell’iride vitrea di un senza nome, la iuta, le grida. Wstawać.

È entrata Magoska, mi ha sorpresa davanti lo specchio, nuda, gelata. Piangi. Sì, Magoska, piango. Mi ha messo su il cappottino che avevo gettato sul letto. Non lo avevo piegato. La gonna e la maglia sì, piegate bene, sul guanciale. Una sopra l’altra. Con il cappotto sulle spalle sono uscita fuori, in cortile. Ero scalza. Magda mi corre dietro. Io cerco te. Sono divorata da te, dalle tue parole, sono divorata. Le tue mani.

Cosa farmene di questo vuoto, lo sciacallo che morde le mie viscere, non teme la mia pazienza.

Nevica. Non è mai successo da quando son qui. Oh la neve. Sono in ginocchio, i capelli sono umidi, serpi sulla mia schiena. Non li lego. Non voglio. Magda mi aiuta ad alzarmi. Coraggio. Io piango ancora. Dovresti ripetermi adesso il tuo nome. Finire il tuo lavoro. Avere tutto di me. Prendere tutto di me. Non lasciare altro. Nulla. Non avere pietà.

Andiamo, dice Magda. Mi prende la mano. Entriamo. Mi veste come farebbe con una bambina. Sono seduta sul letto, mi veste con gli abiti della notte. Non so che ore siano. Chiude la porta. Accende la radiolina.

Mi giro su un fianco. Forse dormirò.

***

Zwycięstwo, 30 gennaio 1950

Quando ti avrò raggiunta, non esisterò più, sarò piccolo come un ago, sottile come una corda, potrai inchiodarmi al muro, potrai spezzarmi, potrai legare i tuoi vestiti, usandomi come un nastro, come un laccio, potrai ucciderti.

Ho visto la tua nudità – senza di me non sei nuda davvero, solo io ho competenza sul tuo biancore – mi chiamo Nathan, che significa donato, sono un dono, un dono definitivo, per te. Ma devo donarmi a te come una cosa nuova, inaudita. Una settimana fa ho lasciato mia moglie – l’ho lasciata con una lascivia perentoria – ho ammirato il suo pianto, in cucina, così cristallino, mi sorprende sempre che qualcuno possa amarmi fino a scavare il suo corpo – il corpo è cera e le lacrime lo lacerano come fiamme dispari –, ed era mia, capisci, qualcosa che con indifferenza avrei potuto modellare per un altro, per un’altra vita. Ciò che mi irritava, in quell’istante, mentre la luce, sulle finestre, sembrava un prato, piuttosto, era che una ragazza, si chiama Vera, se non sbaglio, come te, ha scritto di non volermi più vedere, con mortificante spavalderia. Ho sposato mia moglie perché era primo violino al Conservatorio di Parigi, poi ha cominciato a dare lezioni private, a Praga, fornendo materia carnale alle mie seduzioni. Quando amo, amo interamente, come un internato, e non ammetto clausole, non cedo all’abbandono. Non mi ha piegato neppure il pianto – a comando – di mia figlia, Rebecca. Le ho detto, così sarò indimenticabile, la causa del tuo tormento, d’altronde una donna non cerca che una causa eccellente per lamentarsi lungo le ambiguità della vita.

Scappa da me. Per essere nuovo, un dono, devi perdonarmi, continuamente. Giustificazione – così dice il mio amico Peter, luterano, che ha un negozio di coltelli vicino alla sinagoga. C’è affinità nell’esercizio di limare le lame e nel giudicare, penso, la stessa che c’è tra la parola ‘decalogo’ e ‘dissanguare’ – in ogni caso, Vera, sei tu la causa della mia rovina. Bisogna perdersi, morire, capitolare, sentirsi soli al mondo, per conoscere l’amore. Tu sei giunta come uno schianto – ho trame di te sotto le unghie della mano sinistra – poi sei scappata – ti inseguo, per finirmi. Giustificazione vuol dire che i nostri gesti sono un fallimento, sbilanciano il creato, sono colpi di zappa nella gola di Dio, recano agnelli alla sua vittoria – l’uomo si massacra perché Dio lo premi.

Piuttosto, è insopportabile il refluo dei pianti, una piantagione di accuse e di ricatti… incaricarsi di un uomo è più difficile che interpretare i sensi sovrapposti, intrepidi di un versetto biblico. Tu racconti storie alle infelici, per educare alla perdita, per rammendare il rammarico – io lacero la storia, non è strano? Quando mi vedrai, sarai tu a raccontarmi, a dirmi chi sono. Ma cosa te ne farai di un uomo senza destino? La notte scorsa, per puro agonismo – non te l’ho detto: non amo le cose inconcluse, le forme imperfette, ciò che non ha risposta in un aldilà del credo – sono andato a casa di quella ragazza, Vera, avrà vent’anni, è una ventata di gioia, di gioviale stupidità. C’era la madre – la fortuna le è stata benevola, penso, guardando la casa, in una via centrale di Praga, con superdotate ricchezze, un lusso barbaro. Il marito ha una industria tessile, durante la guerra si è piegato a tessere le divise dei soldati tedeschi – il vizio è stato redditizio, la viltà lo ha scagionato. Le ho parlato convincendola che non sono un mondano, mi sono fatto offrire la mano, l’ho letta, mescolando arguzia, astrologia, superstizione. Ha sorriso. E ha gradito il resto.

Devo sporcarmi perché tu mi scopra, Vera.

*

Di notte

Ti scrivo dal confine polacco, da Zwycięstwo, che significa “Vittoria”, è uno dei tanti, piccoli villaggi costruiti dai soldati russi come una pattuglia, dopo la guerra. I soldati hanno deciso di fermarsi qui – per ordine del cuore o del partito?, è lo stesso – tra campi di scalmanati papaveri, dove l’odore del bosco ha vigore di gas. I russi si sono uniti alle vedove dei militari polacchi, hanno figliato, producendo una generazione nata dalla vigliaccheria. Mi piace questo luogo perché qui il tradimento diventa vita, la tratta della codardia, perché qui la rottura dei patti nuziali sancisce legami sotterranei, vili, ma letali: penso che l’amore possa stabilirsi soltanto tra uomini che abbiano vissuto molte vite, stagionate, almeno sei.

Nella piazza di Zwycięstwo, totalmente ricostruita, c’è il negozio di Bruno, uno scaltro antiquario. Mi ospita nel magazzino del negozio – gli ho comprato una carta celeste stampata nel 1727 a Parigi. Non è particolarmente pregiata, è particolare chi l’ha posseduta. La mappa è stata acquistata nel marzo del 1751 da Giuseppe Maria Buonaparte, il nonno di Napoleone, poi è passata al futuro imperatore. Napoleone amava studiare le stelle, ha conquistato la terra sperando di aggiogare i cieli, si muoveva, dicono i suoi consiglieri, seguendo i moti della Lince, la costellazione che sentiva propria: “oggi cavalco la Lince”, urlava, prima di inaugurare battaglia. La debolezza di un re che tempra la propria fragilità misurandosi con le stelle, inguainato di sogni celesti, inguaiato tra le sottane dei potenti, mi affascina. Dicono che Napoleone portasse sempre con sé la carta celeste ereditata dal nonno: per questo la voglio. Bruno mi ha fatto un buon prezzo – in questo tratto d’Europa si è ricchi con poco – potrò rivendere la carta decuplicando la cifra – poi verrò da te, con occhi svuotati dalla luce. Bruno è polacco, ha cinquant’anni, e con viziata gioia mi mostra la moglie, ne avrà diciotto, penso, è incinta, “l’esito delle mie contrattazioni con i russi”, mi dice, ammiccando a qualcosa che ignoro. Capisco che è disposto a offrirmela – viso tondo, capelli da bambola, la mistificazione dell’innocenza – ma l’ho rifiutata. Eppure… tu devi sapere che svendo, sempre, ciò che amo fino all’atrocità. Ciò che tocco si disfa, Vera, ciò che adoro matura in disastro, sono l’uomo che porta dolore ovunque.

Questa notte ho inghiottito una delle mie tigri di vetro – piccola, come l’unghia del mignolo – è una tigre azzurra – i cinesi dicono che appare una volta sola nell’arco di un secolo, entra nella stanza dell’imperatore, se ne nutre. La tigre azzurra appare per sconvolgere la Storia, per deviarne i cardini e i capi: l’ho inghiottita per capovolgere Israele, per ridurlo a un bicchiere, per berti. Dicono che la tigre azzurra sappia prendere la forma della sua preda. Ora mi sentirai addosso, Vera – ti stringo come la paura, come il virus che corrode, con amata lentezza, il tuo corpo.

Scrivimi, perché le tue parole misurano la tattica del mio destino.

Nathan

 

(continua)

 

Copyright © Davide Brullo

Copyright © Veronica Tomassini

L’originale sul sito Pangea: http://www.pangea.news/quando-amo-amo-interamente-come-un-internato-un-progetto-letterario-di-tomassini-brullo-senza-gestire-lignoto-seconda-puntata/?fbclid=IwAR0Hrb3mXIAgA_XZ4xTfTxmVtgItmAO4STdyVziwYMlMvh5mmkKZKqYFCAg

davide brullo

Davide Brullo, Riccione.  Ha scritto, tra l’altro, “Annali” (2004), “L’era del ferro” (2007), “Il lupo” (2009) e “Abbecedario antartico” (2017). “Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro” (2018) e “Un alfabeto nella neve” (2018) sono gli ultimi due libri del Ciclo del Tradimento. Ha tradotto i Salmi.

 

 

 

 

 

Senza gestire l’ignoto – L’epistolario

Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le risponde da Praga, e mostra cani, tigri di vetro, monaci defraudati. Cosa significa riconoscersi e amare senza riconoscenza, nell’incondizionato? Cosa vuol dire oltraggiare le memorie, scandire quell’unico viso – appena desunto dal caso – come un amuleto, contro tutto? “La mia idea ossessiva dell’amore, di un’assenza, o un assedio. La mia ossessione sull’impossibilità, e dunque la lettera. L’epistolario. Ecco, un epistolario sentimentale. Il coraggio di parlare d’amore, passione, desiderio”, così Veronica Tomassini giustifica questa sfida. “Una forma verbale che sconfigga tutte le altre – senza limiti. Senza gestire l’ignoto”, le ho risposto. In due momenti settimanali, Veronica Tomassini scriverà sul suo blog (qui) le lettere di Vera, io risponderò come Nathan da Pangea. Un esperimento letterario. Un feuilleton che proviene dal futuro. Senza destinazione. Di certo, non sappiamo cosa accadrà, cosa faremo, cosa scriveremo, che metri di carne saremo disposti a sacrificare – perché la letteratura è così, si misura in rinuncia e disciplina. Leggeteci. (d.b.)

***

Tel Aviv, 2 gennaio 1950

Io mi chiamo Vera, sai? Me lo hai chiesto? Ti ho visto andare via. Avresti cacciato in testa un colbacco, fremente, il passo algido distinto, in una qualsiasi capitale della vecchia Europa. Gennaio è un mese crudele.

No, piuttosto avanzavi con un borsalino di feltro, l’abito chiaro. La lana leggera. Eri così mesto, eppure consono al biancore della città estranea. Lo saremo ancora estranei, qui. Vorrei sperare, non l’un per l’altro.

Così ho fatto un sogno. Eravamo in un camerino, breve e buio. L’uno di fronte all’altra. C’era una branda, adagiata sulla parete bassa la karolinka vibrava un triste brano di Monteverdi, accanto alla porta del disimpegno c’era un pappagallo di legno che ondeggiava sul filo di metallo, assurdo patetico funambolo, e c’era lo scrittoio e la finestrella aperta. Era freddo, sai? Eravamo a Praga. Poi esplodeva come un’onda sanguigna, accecante, un fuoco che era inspiegabile, irreparabile in misteriose sorgenti che lo nutrivano senza requie, e ci avvinceva. Era custodito dentro un otre. Ti guardavo. E tu pronunciavi il mio nome.

Mi chiamo Vera.

Era buio, il ponte sfuggiva al nostro sguardo, lontano, dentro le luci, eppur si infittiva di nuove ombre, quindi incontrando i timidi bagliori della città antica. Mi manca. Nel sogno non ti facevo parte del noioso assedio. Ascoltavo il suono funesto, sembravano cormorani cacciati dalle gelate del fiume, folaghe morette. Oh, era un tripudio.

Era un sogno.

Tu non mi hai detto il tuo nome. Una volta soltanto, non basta. Devi ripeterlo perché non desti il languore di averlo trovato, evocato. È un sussulto, nella notte. Penso alle notti praghesi.

Mi manca tutto.

Io sono Vera.

Tu mi hai riconosciuto? Ricordi qualcosa di me?

Gli ippocastani sui pendii dentro i fianchi docili e maestri della collina di Petrin. Puoi consolarmi?

Io lo faccio con le donne di qui. I loro mariti non torneranno più. Tu sai che io cucio i vestiti delle donne di qui. Loro aspettano. Noi qui, con le donne di qui, cuciamo le vesti, non splenderanno, nel porpora e vermiglio, o nello sfavillio di un qualsiasi azzurro. Sceglilo per me. Lo indosserò.

Non torneranno più gli uomini per le donne di qui. Siamo vigili. Non dormiremo se occorrerà.

Tu, ritornerai?

*

Praga, 10 gennaio 1950

Questo sarà un inseguimento. Di questo sono certo. Le parole fanno paura, creano una generazione di fuggiaschi – resiste chi ne sopporta il richiamo. E sai anche questo. Che questo sarà un inseguimento, non una lettera, non letteratura.

Il giorno dopo ho percorso Praga, oltre la periferia, dilatata dalle grida dei cani, aperta a Est come un occhio senza palpebra. Lui si chiama Joseph e alleva una particolare specie di cani, li chiama tutti ‘Achille’. Li usano in guerra, mi dice, in questa nuova guerra fatta di vendette, di vedette, rancori, tardive ammissioni d’orrore. Turbe di cani che escono dalla mascella dei camion si disperdono sulla piana, individuano le spie e le sentinelle, non hanno paura dei proiettili, hanno sviluppato un micidiale senso del bene e del male. Che una incauta teologia della giustizia sia più sviluppata nei cani che negli uomini sembra orribile. Qualcuno maligna che Joseph combini unioni barbariche tra i cani e sua figlia – ha la bellezza dei folli, la veste troppo sottile, e mangia a quattro zampe, sotto il tavolo della cucina, gettandosi in una ciotola. A volte il padre la tiene al guinzaglio – una volta, mi dice, si è staccata a morsi un pezzo di lingua – una volta ha assalito un cane e gli ha strappato l’orecchio. In quella casa lei è una specie di Madonna furibonda, nessuno osa menarla o morderla: ha la levigatezza di un editto. Avrei voluto tenerla con me, e chiamarla con il tuo nome, Vera, illudendomi che se so curare lei, tu tornerai da me, in questa città estranea, come scrivi, estrapolata dal nulla, il sogno congiunto partorito nello stesso istante da un astrologo e da un principe sanguinario.

I cani mi ronzavano intorno, Joseph parlava guardando il vento, sua figlia correva, a piedi nudi, ma la terra è un deserto gelato, e io sono andato laggiù con un compito. Il freddo distilla in me una sicurezza moltiplicata, un desiderio stupefacente. Ho tolto dalla tasca la tigre di vetro – mi sta sul palmo – appena la ha vista la figlia di Joseph, Anna, si chiama, è scattata, “sposami, sposami, sposami!”, urla, e non c’è modo di calmarla, e i cani saltano intorno a noi come cherubini, come i testimoni di uno sposalizio infernale.

Alla fine, Anna mi ha aiutato. Le ho promesso di portarla a Praga, farò finta di essere suo marito, appena tornato dal fronte. Lei si aggrappa ame come a una corda – ma sono io a precipitare. Il rifugio dove Joseph ospita e alleva i cani era un monastero. Lo hanno fondato nel XII secolo, poi è affondato durante l’assedio di Praga del 1742, quando i monaci hanno preferito una dimora più stabile, nelle viscere della città. Qui un monaco, Ambrogio di Vars, ha scritto la Dissertazione sul nome di Dio, seguita dalla Diagnosi della morte di Gesù. Quel monaco, parecchi secoli fa, si faceva vanto di aver scoperto la reale ragione – medica, carnale, veritiera – della morte di Gesù e contestualmente contestava la traduzione del nome di Dio nella Bibbia latina di Girolamo. Diceva di conoscere tutti i nomi segreti di Dio, diceva di poter curare i moribondi ungendoli con le lettere che compongono il nome di Dio. Mi è sembrato un buon posto dove interrare la mia tigre di vetro. Anna mi ha aiutato a scavare. Questa donna ha mani che conoscono la tenerezza della terra, che ne ammorbidiscono l’indolente crudeltà. Mani diverse dalle tue, Vera, di cui porto il ricordo sul petto, come un amuleto. Alcuni cani scattavano nella scabra pianura con l’agilità di cervi. Vera è un nome che elude il vero, che contempla la menzogna. Joseph ammirava i muscoli dei cani come fossero scritture sacre. Anna sa che basta un verbo ben temprato per portare un cane a credersi corvo.

Tu non ricordi. Mi hai sussurrato il nome con la cattiveria di un addio. Durante quella notte che abbiamo rubato al tempo, a Dio, agli dèi e al dicastero dei morti, ho seguito il contorno del tuo corpo con la tigre di vetro. L’ho trovata molti anni fa, nel vortice della guerra, nell’appartamento abbandonato di un ebreo, a Parigi. Era editore – non chiedermi il suo nome, significherebbe evocare un perduto senza sapergli impartire la redenzione. Una tigre affusolata, lunga quanto il mio dito indice, con la coda spezzata – questo, forse, la rende letale, improntata al perdono. Se non ne hai il coraggio, sarò io il crudele, ti ho detto – ma infine tu sei partita e io sotterro una tigre di vetro sperando di incatenarti per sempre a quella notte, sperando che la mia tigre faccia razzia di ogni altra memoria e che della tua vita non resti altro che il mio viso, il mio corpo, trasfigurato, come una formula magica, di salvezza e di abbandono. Che tu conosca il mio nome, ora, importa poco.

*

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini

Copyright © Davide Brullo

Potete leggerlo anche qui: http://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/?fbclid=IwAR3KZTcTQ9oj9aChHJY1ujKlMunnhcYifkAGRqv7vnegGiVyA27BKGMqTeo

davide brulloDavide Brullo ha scritto, tra l’altro, “Annali” (2004), “L’era del ferro” (2007), “Il lupo” (2009) e “Abbecedario antartico” (2017). “Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro” (2018) e “Un alfabeto nella neve” (2018) sono gli ultimi due libri del Ciclo del Tradimento. Ha tradotto i Salmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una lunga lettera (L’altro addio, sul quot La Croce)

di Elisabetta Cipriani

Da qualche parte, nell’Idiota di Dostoevskij, qualcuno chiede al principe Myskin:  “Ma fino a che punto dovrà spingersi la pietà, non è questa forse un’assurda esagerazione?”, e il principe sembra convenire per un attimo d’aver esagerato, ma poi non sa cambiare, perché cambiare non è nella sua natura, così votata alla mansueta immolazione e all’indulgenza verso il prossimo, senza limite. Questa stessa domanda viene da porsi – ma solo per un istante – leggendo il magnifico libro di Veronica Tomassini, “L’altro addio”; una lunga lettera d’amore, in fin dei conti, una rievocazione di tutte le stazioni di una passione totalizzante, un congedo e una dichiarazione di fedeltà assoluta a una storia che potrebbe sembrare romanzesca, epperò è vera: almeno quanto gli amori di Dostoevskij possono sembrare scandalosamente reali, epperò sono immaginati. Ma il punto qui non è affatto dove stia la verità e dove la trasfigurazione letteraria (la verità è per l’appunto quella trasfigurazione, è trasfigurando che la letteratura autentica fa emergere il vero): qui non ci sono infingimenti, c’è una storia d’amore vissuta al calor bianco e narrata con un rigore stilistico e insieme una sontuosità  abbacinanti, per cui ogni metafora è una stilettata, ogni aggettivo ha insieme la purezza del colore primario e la sottigliezza della sfumatura; tutto è oscenamente concreto pur ergendosi a una statura figurale. “Ci sono storie che devi raccontare per tutta una vita, mi tocca con te, dovrò raccontarti credo fino alla fine. Sei venuto in Europa con l’amico Mariusz di Kielce. La corriera attraversava le frontiere spavalda, i vostri passaporti infilati nelle tasche cucite dal di dentro in vecchi giubbotti di pelle”. BannerTomassiniQuesta è la storia di un ragazzo in fuga dalla Polonia degli anni ’90, un ragazzo della generazione perduta, la generazione del nulla, quella di chi non poteva credere nel comunismo ma, dopo il primo insulso miraggio, neppure nel capitalismo, nei centri commerciali “cattedrali pagane”, nelle città occidentali tentacolari e ciniche; questa è la storia di un ragazzo che fugge dalla malinconia innata dell’Est, dal fallimento di un sistema, di una generazione, di un mondo, portandosi dietro lo stigma di una nostalgia, di una vocazione alla tragedia, forse lo stigma dell’anaffettività come reazione al disamore patito, a un padre alcolista in un quartiere di alcolisti e a un’iniziazione alla vita che fu devianza. È la storia di un ragazzo che poi arriva in Italia e vive da barbone, ma è uno di quei barboni dell’est Europa dei primi anni ’90 che hanno una dignità ieratica pur nell’abbrutimento della dissolutezza- voi forse non ci crederete ma ce n’erano, e forse ce ne sono ancora. Vive d’accattonaggio, d’orge alcoliche e sensuali, ha trascorsi da ladro e da ricettatore. Eppure legge la sua Bibbia in polacco, in un passato non troppo remoto ha fatto il chierichetto e voleva diventare prete. È bello ed enigmatico come uno Stavrogin (sì, ancora Dostoevskij, e il paragone non è mio), forse crudele come lui. Perché la voce narrante se ne innamora? Che domande, perché sì. Semplicemente accade. E poi hanno un figlio. Ma lui non si può sistemare. L’abisso che si porta dentro non può essere normalizzato. È un uomo senza requie che parte, ritorna, ha nostalgia della Polonia in Italia e dell’Italia in Polonia (una Polonia tetra in cui tutto è desolazione), ha nostalgia di una patria che non è su questa terra e che non sa nominare, ha nostalgia tout court, ma è una nostalgia che divora.  È  un abisso che inghiotte e che trascina sotto, il suo. Lei invece aspetta sempre, aspetta e perdona. Lui è il suo amore, per cui ha un’indicibile pietà. Fino a che punto dovrà spingersi la pietà? Domande insensate in un universo dostoevskiano, l’universo della dismisura, quello che Veronica Tomassini abita. “Il mio amore era inutile, non saziava la tua rabbia. Ovvio, sì, è così. Arrivai tardi. Non saprei, ma ero lì per te e non mi hai riconosciuto. Nemmeno dopo, quando l’italiana aveva già aperto e sfidato le viscere della terra e orde di demoni per salvarti. E ti ha perso lo stesso, l’italiana”.  Amore stilnovistico e dannazione in un unico nodo. Da tempo non si scrivevano cose così. Da tempo forse non se ne vivevano. “Vede perfettamente onne salute, chi la mia donna tra le donne vede”, avrebbe potuto cantare l’inquieto polacco. Invece preferisce torcere il viso altrove, non riesce a far altro che torcere il viso altrove , quasi versione maschile d’Euridice risucchiata dal regno dei morti. Chi non vuol essere salvato non si può salvare, questa è un’eterna verità. Mai la salvezza s’impone contro il nostro libero arbitrio. Certo c’è qui l’impotente redenzione di Myskin, il suo mistero, la sua figura cristica: senza quel modello capire la Tomassini è impossibile. La si potrebbe apprezzare lo stesso, perché scrive  magnificamente, ma capire no. E serve ugualmente a capirla, l’esser capaci di sentire il fascino degli zingari di Kusturica: la loro folle libertà non imbrigliabile, la loro insanabile malinconia unita alla capacità d’esser felici con poco, d’esser maturi già da bambini –  quella precocità feroce che in loro non diventa mai adultità. Guai a dare dello zingaro a un polacco, beninteso:  questi sono errori e confusioni balorde che facciamo solo noi in Occidente. Ma riuscire a sentirne lo spirito è un’altra cosa.

Ho sempre pensato che la scrittura più autentica avesse il suo etimo nella lettera, nella voce epistolare che erompe per bisogno di dire cose essenziali, cose che non possono  più essere taciute. Questo libro è così, appartiene a quell’etimo spirituale. La Tomassini l’ha scritto in primo luogo per se stessa, ma poi per tutti noi, perché è questa la temperie dei grandi scrittori: da Dante in poi, il viaggio personale agli inferi è compiuto per “removere viventes in hac vita de statu miseriae”. Non so se l’autrice sia già uscita a riveder le stelle, ma è lo spazio siderale che richiama la sua scrittura pur così carnale.  Una scrittura in apparenza semplicemente paratattica, che coordinata dopo coordinata diventa invece un gorgo ipnotico, capace di suscitare inopinata poesia dall’abiezione. In questa lunga allocuzione al suo amore perduto, essa  ricostruisce alla perfezione certi angoli degli anni ’90 com’erano per loro e per noi, di qua e di là dalla macerie del Muro. Anche per questo le siamo grati. E se anche viene da chiedersi: “Fino a che punto dovrà giungere la pietà?”, sappiamo che suo compito è giungere fin dove può, mai di meno: perché ciò che pietà abbraccia comprende, e comprendere è la ragione per cui si scrive.

Veronica Tomassini, L’altro addio, Marsilio, 2017, euro 17.la croce

L’originale è uscito sulle pagine del quotidiano La Croce, martedì 8 gennaio 2019

 

elisabetta cipriani

Elisabetta Cipriani, vive a Pistoia, scrittrice, autrice di un intenso romanzo, colto e dalla scrittura matura e raffinata, “Memorie da una casa viva” (Besa editrice)

 

La poesia di Simone Sanseverinati

LAPIDE NEL DESERTO

 

A forza di parlare di ciò che non c’è,

abbiamo iniziato a desistere

a snervare bulbi oculari

a parlare di gite domestiche,

glutei flaccidi propagano insufficienza,

criticano

e alimentano destrieri con ortaggi amari

come le menzogne che rispecchiano negli zoccoli.

A furia d’arrabbiarsi, le parole

si sono cosparse di una sconfitta

rapinata dal fango, anche le mie, senza speranza,

il pietrisco degli sguardi s’è sedimentato

nella melma putrida e nel panno sporco.

C’è vergogna, la leggo nel calco tradito

dagli occhi di ciascuno,

la pece della diffidenza sta corrodendo

le nostre cortecce, siamo arbusti secchi

senza saggezza e spessore,

ci piegheremo e spezzeremo

ai piedi di una trappola congegnata

con grande accesso e nessun ritorno.

Oppure, sbaglio, magari s’avverasse il sogno

della lapide nel deserto,

che con una lacrima si ricongiungerà

al suo decorso.

Simonsis

 

simone sanseverinatiSimone Sanseverinati ha 26 anni. Laurea in Lettere nell’Università degli Studi di Macerata. Suoi testi sono apparsi su Poetarum Silva, Arcipelago Itaca blo-mag, Carteggi Letterari e il laboratorio di Grenouille. A febbraio 2019 sarà ospite del poeta Andrea De Alberti nell’Osteria delle Carceri.

Nel marzo 2017 ha pubblicato la raccolta ‘Interviste’ (Memoranda) e a dicembre dello stesso anno è uscita la raccolta ‘45 battiti di cuore’(Le Mezzelane editore).

Di settembre 2018 è l’uscita di  ‘Dentikit’, una novella edita Santelli Editore.

La Sicilia nel nuovo romanzo

Per la prima volta, con questo nuovo romanzo che uscirà, la Sicilia attraverserà la mia scrittura. Non lo ha mai fatto prima. Spesso – erroneamente – ho sentito e letto definirmi scrittrice siciliana, scrittrice con un “romanzo siciliano”, niente di più sbagliato, niente di più lontano dalla sicilianità o sicilianitudine dei miei romanzi. Romanzi piuttosto dove affiora in tutta evidenza una devozione slava. Per una fortuita contingenza o geolocalizzazione del caso, ambientati in un pezzo di terra che le carte chiamano Sicilia. Fondamentalmente perché io non ho radici, o comunque ne ho almeno tre (abruzzesi-umbre-siciliane). Non ho ancora imparato a parlare il dialetto. Il paesaggio della terra in cui vivo è violento, abbacinante, feroce. La mia terra mi agita, la terra in cui vivo, a volte mi sfinisce, mi toglie ogni energia. Io non la capisco, questa terra. Ci vivo come chi – turista di passaggio – vi trovi sollievo per un breve ristoro, parandosi gli occhi dal sole in una giornata crudele di caldo insolente. La mia terra è anche altro. E’ l’aria tiepida a febbraio, i mandorli già fioriti allora, la luce di azzurro che irrora le foglie di agavi, sì è anche questo, i gigli selvatici nutriti da dune di rena rossastra. Le rocce, il tumulto dei gorghi verso l’orizzonte. E tanto emergerà di questa Sicilia nel nuovo romanzo. La Sicilia recondita e primitiva che si perdeva alla fine della campagna, il cemento, le fabbriche, le ombre dell’ignoranza concepita anzitempo e dolosamente perché diventasse un’arma, una complicità, insieme con un progetto di istigazione al suicidio che qualcuno vergognosamente chiama periferia. Racconto di questa Sicilia, o la attraverso, mio malgrado, nel peggiore dei luoghi possibili, nella noia primordiale che replica tutte le sepolture, gli amori, i lutti, gli amari risvegli, le albe perpetue. Sono stata costretta a lasciarmi attraversare da questa Sicilia, nel romanzo che uscirà, la ragione di molte tristezze, di insondabili paure, o terrori, non so. Tornarvi e sentirsi ogni volta muta, anzi, inane, nuda. Impaurita.

In questo romanzo trovo le più belle collaborazioni: la scrittrice Francesca Marzia Esposito, lo scrittore Dario Voltolini; il mio agente Patrizio Zurru; l’editore e la redazione di Miraggi edizioni.

Aspettatemi, leggetemi, sostenete questa grandiosa idea di riscattare un terrore lontano e trasformarlo in un giorno nuovo.