dal romanzo in progress

Dalla finestra di Romina, era bello guardare il giorno verso sud, giù verso il mare, oltre la palizzata, dove i gorghi di schiuma si avvitavano maestosi, tra due archi di roccia. Era blu quasi viola o si addensava in un verde brillante. Romina mi porgeva la tazzina di caffè. Aveva smesso di lavorare, a causa del buzzurro con il quale si frequentava da qualche mese. Io e Massimo stavamo insieme, ma non era mai regolare niente tra di noi, niente di decisivo, un sì che fosse un sì deciso. Massimo era un anaffettivo. Un eroinomane sentimentalmente esangue. Romina voleva che lo lasciassi. In fondo lo eravamo già, lo eravamo anche. Stavamo insieme ed eravamo talvolta come turisti di passaggio, compagni di viaggi a metà del cammino, impervio e cieco.

In cortile aspettava il tipo con la roba. Era un ragazzino, viveva alle case gialle, orfano, madre e padre in galera per reati da poveracci, ricettazione, rapina, spaccio di fumo. Fischiava. C’era uno strano silenzio in cortile. L’asfalto vibrava  nella luce, sembrava tremolare in rigagnoli umidi. Romina voleva partire. Un giorno. Lavorare in una grande città o partire per la Svizzera o la Germania dove aveva alcuni parenti, operai di fabbrica. Anch’io volevo andare via. E quella promessa “andare via” era la nostra arma segreta, una rivendicazione futura, che avremmo usato cogliendo l’un l’altro di sorpresa. Avremmo esultato. Io ce l’avrei fatta forse un giorno a uscire da lì, dalle campagne di Mazzarruna.

Romina mi guardava  come se mi nascondesse una qualche terribile verità. Poi disse: Cetty ci ha provato di nuovo. L’hanno presa per i capelli. Domandai: come? Roipnol, disse.

Accesi un’altra sigaretta, il tipo in cortile d’un tratto alzò il suo bel viso verso la finestra di Romina. Incontrò il mio. Era carino.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

il fascino pericoloso dell’est (da Il Fatto quotidiano)

Non faccio nessuna morale. Racconto le storie. E sono vere. Voi dite luoghi comuni? Cosa vuol dire? E’ la vita. Meschina e ridicola molto spesso. Questo è il pezzo uscito oggi sulle pagine de Il fatto Quotidiano.

<<In alcune piazze del Sud, troverete ancora uomini temprati da almeno una guerra, ma li troverete a battersi il petto in mutande all’incirca, senza mostrine da reduci di nulla, dietro il gas di scarico di certi pullman in viaggio verso le frontiere dell’Est.  Beata ingenuità. Però ringalluzziti, resettati  come un sistema operativo che riprende alla grande. Inutilmente, perché alla fine è sempre la stessa storia. A Milano, l’imprenditore meneghino che si perde la moglie ucraina, a luglio, e  se la ritrova a settembre su Instagram, a New York, con un altro tipo, non ha scuse. Hai sposato una miss, da quei posti lì arrivano valchirie che nemmeno i servizi segreti riescono a fregare. Figuriamoci, l’amore. Macchine belliche, tutto qui. Non lapidate chi vi scrive. Siamo onesti. Anche il milanese si batteva il petto.  Bravo, tua moglie, l’ucraina, ti dice: ho caldo, è luglio. Tu le credi e dici: ok, esci. Lei esce e adieu. Non la vedi più. A Palazzolo anni fa ci fu la rivolta di un paese, avete presente l’ ”Aria del Continente” di Martoglio? Peggio.

Non erano ballerine del tabarin. Erano russe, polacche, romene. Donne dell’est insomma. Fu un gran caos. Avevano tutti perso la testa forse. Il giovedì e la domenica nella piazza del Municipio per i signorotti del posto era un piacere nuovo passeggiare e ossequiare di qua e di là. Le badanti erano in giro. Con la vocina intinta di virtù, bionde e cerulee, salutavano molto timide, molto discrete o esortavano con  remissività: “Lui signore molto buono con me, siedi con me signore”. E il pomeriggio assumeva il crepuscolo romantico di taluni romanzi delle sorelle Bronte. O i colori della steppa. Così drammatico e affascinante il rendez vous. E veniva quasi voglia di cambiarsi i connotati, a entrare nei pensieri dei signorotti del paese, coniugati immancabilmente con donnette al confronto, così doveva sembrare a costoro, la sera, chiusa la parentesi esterofila, tornando a casa. Cambiarsi i connotati: toupet rossicci invece che spaghi radi e bui o mustacchi da caballero. Seduti al tavolo con l’altra, cioè la meschina verità: la moglie. Scura e pelosetta e anche rachitica al confronto,  proiezioni sbagliate e ingiuste.

Le donne del paese, le mogli, un bel giorno, si sono proprio arrabbiate. Immaginate la piazza del municipio, le donne e non donnette, attraversarla imperiosamente, riparare imperiosamente nell’unica caserma dei Carabinieri e denunciare. Sissignore, denunciarle tutte: romene, polacche, russe, chiunque  pronunciasse un qualsivoglia tak in luogo di un sì, chiunque indossasse trine platinate e facesse la badante con qualche problema a comunicare in dialetto. Una taglia sulla testa. Sei straniera: crepa. Simbolicamente intendiamo. Vi fu questa specie di rastrellamento.  E non sappiamo se alla stazione “andarono tutti dal commissario al sacrestano (cit.)”. O se la beghina, non potendo dare più il cattivo esempio, avesse in soldoni azzeccato il consiglio giusto. Cioè i mariti poi sono tornati a casa? Finito di aspettare che la corriera tornasse indietro? Corriera che non è più tornata indietro.  Oh l’amore>>.

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edizione 20 settembre 2016

non mi hai mai guardato

Cetty poteva sparire per giorni. Tornava scarmigliata, graffiata, sopravvissuta a qualcosa. Erano giorni di inquietudine per tutti, anche se sapevamo molto bene che Cetty era in giro a cercare la roba, finita in qualche pasticcio, da cui riusciva sempre a cavarsela. Quando finiva i soldi, Cetty spariva. Dicevano che era abituata a farlo, che poi aveva fatto la vita come la madre. La sera ci vedevamo nel solito pub dove il giovedì passavano musica jazz. Massimo era un vero appassionato di musica jazz. Io odiavo il jazz. Cetty era ricomparsa, come un fiore al suo risveglio, un abito bluette, le ballerine ai piedi, i capelli luci e neri. Massimo ascoltava il pezzo di jazz, concentrato dentro i pigri gorghi di fumo che salivano al soffitto. Era autunno, forse. E comunque era sempre crepuscolo se avessi dato retta ai miei stati d’animo e anche a quelli degli altri. Così quando fuori Massimo dava di stomaco, alle sue spalle osservandolo delusa, gli dissi: <<Tu non mi hai mai guardato, allora sai le cose che non vengono guardate, poi muoiono>>.

Le cose.

Ripetei una frase che affiorò in sogno, appena la notte prima, simile a un narciso in uno stagno schiacciato nell’abisso. Mettevo un mai o un sempre di troppo di traverso tra me e i compagni della valle, era abbastanza sciocco provare tutte le volte la soluzione della compassione. Presi le chiavi della Renault 4 di Massimo, salii in macchina, accesi lo stereo, erano gli Smiths. Massimo ora si era ripreso, poggiato alla parete del pub, fumava. La ressa nel pub si intuiva dalla luce opaca giallastra che calava sui volti bruni, in ombra. Chiusi gli occhi, con la voce di Morrissey, immaginai riconciliazioni piene di passione, un abbraccio primordiale capace di cancellare ogni sussulto pauroso. Ero piena di paure, ma era un segreto che non avrei confidato a nessuno, mai. Sentivo le lacrime scendere e ingoiavo il fumo della Marlboro con una timida gratificazione. Sognavo ancora il grande amore. Aprii gli occhi e vidi Massimo, alla parete, guardava me? Sai Massimo devi guardarmi, se no le cose muoiono.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

Questa non è una recensione.

di Giuseppe Casa

Questa non è una recensione.

“Togliere la vita è potere. È la purezza, è l’essenza del potere” si legge quasi a fine libro (pag. 80),  La voce dell’acqua, (e-book e libro) edito da Clown Bianco, neonata casa editrice di Ravenna. L’autore Stefano Mazzese mi ha fatto ricordare Jean Genet, che si è conquistato il titolo di “santo” in un saggio, a lui dedicato, (Saint-Genet)  nientemeno che da Jean Paul Sartre. Lì si parlava di un’idea di sovranità o di regalità nell’esperienza del Male, un concetto difficile, che Genet aveva studiato dai bambini, poi leitmotiv della sua intera opera. Non faccio paragoni. Anche in Kafka, nella raccolta La Muraglia Cinese c’è un racconto dal titolo: “Bimbi sulla strada maestra”, dove il piccolo Franz simula dei tic al viso per “costringere la sventura a verificarsi”. Persino Freud parla di “onnipotenza del bambino”. I bimbi di Mazzese hanno quindici anni, vestono sempre di nero, indossano catene e borchie, ascoltano musica black metal e sentono la voce dell’acqua. La trama si può rintracciare online.copertina-stefano-mazzesi

A me il “santo” interessa, non il santo della chiesa, sui piedistalli, inutile. A me interessa il santo in lotta, non l’artista, non il talentato nei capelli, come diceva qualcuno.

Saint-Mazzese ama il tradimento. Saint-Mazzese, forse senza esserne consapevole, ha tradito tutti i suoi colleghi italiani, autori di gialli seriali assurdamente innamorati di marescialli, investigatori, tenenti, commissari, capitani di vascello compromessi con il Bene. C’è evidentemente, in Mazzese, una necessità poetica oppure un… regolamento di conti con lo spirito di passività dilagante. Si tratta di un racconto contro la Storia come il piccolo Davide contro un Golia invertito, che di grande ha solo il culo. La letteratura autentica è sempre “prometeica”, perché mette in discussione le norme delle convenzioni e i principi della prudenza. Questo lo dice Bataille. Stefano Mazzese con La voce dell’acqua, con disinvoltura, con l’aria da niente, manda affanculo cinquant’anni di “benemerita” narrativa (di Stato) poliziesca italiana.

Io ho scritto queste righe per dirgli grazie.

(La voce dell’acquaStefano Mazzesi, Clown Bianco, pag.82, Euro 6.50)

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Giuseppe Casa, scrittore, vive a Milano, il suo romanzo più recente è “Metamorph”, edito da Foschi nel 2013

scrittori coraggiosi

Leggevo il commento dello scrittore Paolo Di Paolo in merito a una specie di tramonto del romanzo in grado di dividere, ingenerare opinioni, scandalizzare. Finita la mistica dello storytelling, osservava Di Paolo nel suo preciso intervento, il romanzo è molto di più. Non è nemmeno afferrabile dentro uno spazio dove contenerlo, il genere, lo stile.

Non esiste il tramonto del romanzo, forse per certi versi è in progress il tramonto di un’editoria coraggiosa che produca scrittori coraggiosi o viceversa, anzi meglio viceversa. Scrittori coraggiosi che producono romanzi coraggiosi. Non è che un autore ci debba raccontare dei suoi minuti onanismi e noi  gridare al capolavoro. La letteratura ha bisogno anche di operai o mestieranti, come in una redazione con i fedelissimi votati alle veline filogovernative? La letteratura deve rimanere antidemocratica.

Gli scrittori devono essere coraggiosi, sporcarsi le mani, raccontarci l’inaudito, pagare un prezzo sempre, l’isolamento, l’energia avversa dei fuori le righe. Lo scrittore vive in questo status. Non è il caso umano che ogni tanto ci vogliono proporre in alternativa alla terribile uggia. Franz Krauspenhaar:  lo considero uno scrittore coraggioso ad esempio. E non perché abbia – a mio modesto avviso – subito un isolamento immeritato (non che ci sia qualcuno che possa meritarlo o perché no). Fuori dal giro. A lui non frega niente dell’approvazione da conventicola. Ingestibile. Come ogni vocazione geniale. Sta alla finestra e se ne fotte abbastanza di quel che accade. Nel senso: la letteratura, non è un mio problema. Dice. Ne parlerò meglio, in seguito. E’ uscito di recente con il romanzo per Neo Edizioni, “Grandi momenti”. Ogni parola di Franz gronda sangue. Ed è una condizione essenziale perché abbia ancora senso parlare di arte, talento, bellezza. scrittoriblog

O prendiamo Houellebecq. Provate ad addomesticarlo? Provateci.

Scrittori, non vicini di casa, non dilettanti domenicali con il pallino della Lettera 32. Mausolei con il senso della naftalina. Il mainstream della medietà ha cagionato danni spaventosi, cancellato il gusto dell’estraneità che suggerisce la grazia, un prodigio. Non tutti devono scrivere. E chiamarsi scrittori. Sbadiglieremo fino a morire su pagine tediose di minuti onanismi. In una visione meschina e parziale del genio, daremmo ragione all’inutilità di questo vivere. Cos’è la bellezza, senza il genio, il dolore che pulsa ad ogni parola, il terrore, la gloria?