cose minute

Questi sono giorni di attesa. Aspetto che esca il romanzo e da una parte ho il terrore che passi così, senza lasciare traccia.  Poi mi dico: vada come deve andare. Lo considero il “mio” romanzo, qualcosa di quasi definitivo, magari fra un mese non la penserò più così. E’ un romanzo slavo. Lo definisco slavo, in questi giorni in special modo, in cui mi trovo al centro di un’accusa assurda, parossistica, che mi sembra racconti l’identità di un’altra e non la mia. Dunque sarei una razzista slavofoba. Torna questo odioso malinteso, ieri ne sento parlare finanche a Radio Radicale, grazie all’articolo di un tale Matteo Zola (secondo il quale e per tutta la durata del suo indignatissimo articolo sarei la slavofoba razzista nazista di cui si diceva sopra); articolo che sta girando da settimane, subito dopo il mio pezzo letterario su Igor, pubblicato sulle pagine de Il Fatto Quotidiano (ho rimediato accuse, minacce e un metodo criminale di trolleraggio pedissequo). Un’ostinazione che mi appare maliziosamente concepita per danneggiarmi. Il romanzo che uscirà sconfessa ogni cosa, ogni accusa, le ambientazioni, i personaggi, le retrovie terribili, gli afrori, restituiscono il dramma e la tragicità di uomini provenienti da una precisa area geografica, l’Est Europa. Ne ho vissuto le ansietà, le solitudini infinite per anni, ne racconterò, in questo clima ostile, considerato tutto. copertina Marsilio

Senza illudermi, con molta trepidazione, sapendo di aver dato moltissimo di me, fino a sentirmi esposta come non mai, ho dato in questo romanzo ogni sussulto, segreto, tormento, ogni fallimento. Non potevo di più che restare senza pelle. Come sempre.

Letizia

Un giorno le ho detto: “Quel che tarda giungerà e accadrà”. Letizia ha detto: sì. E sembra una bambina, la immagino nella sua innocenza, straordinaria innocenza, mentre con le sue mani di mamma, che battono sulla tastiera, risponde al mio messaggio. Ed è una donna adulta invece, con figli grandi e tutta una vita dietro di sé. E credo, molto dolore anche. Ma son sicura che il dolore non arrivi a caso nelle nostre tiepide esistenze, se non per risorgere in qualcos’altro, restituire qualcosa ad altri. Così succede anche per Letizia Di Martino, che scopro ogni giorno come una specie di regalo nella mia quotidianità, leggendo i suoi post su Facebook. Mi innamoro raramente, eppure la sua scrittura è riuscita in questo, e non sono l’unica mi sembra. Racconta di una vita spesso chiusa dentro le stanze di case che raccolgono gli anni, i giardini, oltre le siepi il mare la costa. I viaggi, l’Italia di un tempo, scandita persino da certi film d’autore, dai viaggi in macchina, quando l’Italia era un paese di colli, case cantoniere, traversate in traghetto. Non so come spiegarvi, quando vorrei lasciarvi intendere il potere della parola che Letizia restituisce piena di candore innocenza verità. E i suoi pensieri: quanta consolazione, in grado di coprirci, salvarci, come fa il dolore quando diventa dolce, smette il suo terrore, si rivela ai pochi agli audaci, sconfessa quel terrore, esso è consolazione, salvezza, resurrezione.

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Letizia Di Martino

Ho scritto di Letizia altre volte, mi sembrava qualcosa di talmente prodigioso, il suo talento perlomeno, e altrettanto incomprensibile che non avesse il pubblico che meritava. E in special modo un editore disposto a pubblicarla. Come possono quelle parole restare circostanziate, dedicate a pochi? Se in definitiva ne abbiamo bisogno tutti. Quando la leggo, mi sembra di aver vissuto tutte le vite, di aver recuperato qualcosa. Non smetto di sperare che un editore si accorga di lei, come merita. Il video che allego è la colonna sonora di un film che Letizia ha amato molto quando era ragazza, e anche io, questo film è una delle tante cose che ci accomuna.

Leggetela.

provo a spiegarmi

Non servirà a molto spiegare, tentare di spiegare l’intenzione dell’articolo su Igor. Lo faccio comunque. Molti di quelli che stanno commentando ancora, troveranno senz’altro e ancora la malafede e un motivo in più per ricoprirmi di insulti. Ad ogni modo provo a spiegare. Non era un contributo storico, non era un saggio sui Balcani, sulle identità di un’area geografica ampia, complessa, piena di contraddizioni. Ho soltanto lavorato sull’immaginario, restituendo la ricchezza di uno spirito che vi appartiene e proviene da lì, da quei luoghi che, prima di essere geopolitici, sono letterari, per me. Il mio articolo non vi inchiodava alla crudeltà tout court (questa è una comunicazione sbagliata, perniciosa, in malafede, passata con l’accusa di Fulvio Grimaldi, in prima istanza, quando mi ha definito razzista, ha parlato alla vostra pancia, vi ha aizzato irresponsabilmente contro di me). Non è così, non sono razzista, antislava, antibalcanica. E’ l’esatto contrario. Lo spirito che vi accomuna di quei luoghi, distinti per vicende storiche, dolorose e di conflitti, è uno spirito di eccezionalità, nel bene e nel male. La grande letteratura, il cinema d’autore, la musica, viene da lì, la nostra cultura occidentale impigrita, ripiegata su stessa, vi deve tutto, l’irruenza, il genio, la passione, il dolore antico, una nostalgia intraducibile, la vostra peculiarità. Ero convinta che questo messaggio fosse passato comunque, anche perché tutto quel che scrivo è una celebrazione del vostro spirito antico, l’anima comune che vi appartiene, malgrado i confini su cui avete lasciato lutti, memorie, privazioni. Dicevo di Igor (allora ancora era il serbo per tutti), lo pensavo così, calato in questa verosimiglianza, tanto da farmi affermare: persino nella crudeltà siete peculiari, la vostra capacità di sopravvivere a lutti immani affiora persino nella crudeltà. E questo è genetico, questo intendevo per gene. Il vostro ammirabile superomismo. Persino nella crudeltà. E “persino” è il confine tra bene e male. Perché è lì che la comunicazione si è inceppata, in questo termine usato “gene“. Dostoevskij ha reso personaggi indimenticabili, corrotti nel male, ma capaci di restituire il sommo altissimo significato della pietas. E la pietas è il vostro carattere, la nostalgia che vi contraddistingue. Il realismo russo era un modo per raccontare la speciale eco che governa il vostro destino. ve-blogNon procedo per confini, non sono in grado, non ho gli strumenti. Ho riferito del cinema di Kusturica, per intendere una poetica del dolore che mi sembra molto prossima al destino di cui vi parlavo. Non vi commiserate, il vostro è un dolore coraggioso, non vi battete il petto con compiacimento come le nostre pie greche o siciliane o occidentali, voi andate avanti, con ardimento, con un orgoglio vostro solo vostro. Questo intendevo. E tanto vi accomuna tutti, e siccome parlavo di Igor, il pretesto era anche per dire: “Persino nel male. Persino. Siete peculiari”. Non perché noi occidentali siamo migliori. Il nostro male è pigro, non ha nessuna ragione, se non una ragione sazia, inutile. Il vostro no. Non so quanti di voi saranno in grado o disposti a capire. Ma il mio sguardo era uno sguardo di pietà, di segreta ammirazione. E non vi dico di leggere le cose che scrivo per averne conferma, non vi dico che mio figlio ha origini slave, o altro, no, perché so che i più maliziosi offenderebbero anche questa forma mia di devozione onesta e innocente. Vi hanno strumentalizzato, questa è stata la vera disonestà. Non sono sicura di essere riuscita nel mio intento. Ho provato a spiegare. Non avete capito il mio sguardo sul vostro mondo, sul vostro spirito inveterato coraggioso, nel bene e nel male, leggendario nel bene e nel male, fino a far rientrare Igor nella tradizione degli indimenticabili personaggi del realismo russo. Leggevo un bellissimo saggio sul male e Dostoevskij di Luigi Pareyson ed era una suggestione commovente che mi coglieva incantata. E ancora Kusturica e la traduzione di un dolore laconico, come lo troviamo in Cechov, restituito attraverso il riso che ha il suono del singhiozzo e che seppellisce il lettore o l’auditore o noi di qua (in Occidente) nell’amarezza e nello sconforto. Facevo riferimento a una precisa nostalgia slava (e di una parte d’Europa), che contiene tutto, molte radici. Avete scambiato il mio amore per una boutade ideologica disseminata da un ateo comunista che non ha capito molto, oppure no, peggio, ha capito strumentalizzando quello che volevo dire. Il mio sguardo era di pietà, amore, ammirazione, onestà, sgomento. E invece mi avete insultata minacciata derisa.

l’intervista su Vertigine

 

Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

 

 

L’originale qui: https://vertigine.wordpress.com/2011/01/11/veronica-tomassini-sangue-di-cane-laurana-editore-2010-intervista/

appunti in attesa di maggio

Nella vita non ho fatto altro che aspettare. E’ anche per voi così? E’ una regola? Aspetto maggio, come ho aspettato molte altre cose. A Maggio uscirà il romanzo per Marsilio, leggetemi. Per favore. Vorrei che questo romanzo rimanesse. Tutti gli autori lo pensano ogni volta. Nel frattempo ho finito l’altro, ambientato nella periferia di Siracusa. Ma è diventato un luogo letterario che non esiste.

Il romanzo che uscirà a maggio è nato sotto gli auspici di più persone, Giulio Mozzi, una cara lettrice del mio blog (appassionata di libri, colta, attenta). Ecco senza Giulio Mozzi questo romanzo non sarebbe uscito. Come fu per “Sangue di cane”, ha girato così tanto. E poi è arrivato Giulio ed è stata una scommessa, ancora una volta. Una specie di sfida, come se Giulio avesse detto ai lettori: fidatevi anche stavolta.

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Giulio Mozzi, scrittore, talent scout, consulente editoriale per Marsilio

E poi ancora, il mio direttore, Marco Travaglio, anche lui, come è stato in “Sangue di cane”, partecipa in qualche maniera a questo “secondo” esordio, consentitemi il termine. Sono le stesse persone che non mi hanno mai abbandonato in questi anni, e sono passati tanti anni. Ne conosco il valore, la coerenza e la generosità. Oh quella, così rara. Ma io l’ho incontrata. Il romanzo che uscirà traduce il mio amore per una parte di Europa, per la sua musica, la sua anima. L’amore per Kusturica, gli autori russi, la Polonia. Il personaggio principale, dannato e insieme mite, coraggioso e spregiudicato, riassume i personaggi che ho amato in fondo nella grande tradizione del realismo russo.

Ma è tranche de vie. Non scrivo altro che tranche de vie. A presto, allora.

Igor: alla radice del male

C’è una crudeltà slava o balcanica che è intraducibile. Può essere restituita solo andando alla radice di uno spirito nazionalista o di un gene persino. L’addestramento dei militari serbi – giovani imberbi che avrebbero imparato presto la dissoluzione cieca e l’esaltazione del delitto – durante la guerra nella ex Iugoslavia, consisteva  nell’ uccidere una colomba a morsi, tenendola ferma per il collo. Mordendola nel collo fremente, fino a sentirne la carne palpitare, fremere di paura, il liquido rovinare tra i denti, in bocca. Prove di attraversamento, la follia di un nazionalismo inveterato, issato con esultanza, che deborda ora in un inno popolare e sontuoso ora nella capacità di infilzarsi gli intestini, nel nome di un pauroso umanesimo. Una crudeltà quasi favolistica. La crudeltà di Igor, la fiera braccata, un esercito lanciato dentro campi brumosi, solo per lui. La crudeltà slava chiosa con una smorfia, si prende gioco – perdendo infine – del suo esatto contrario, la pietà. Una tempra sopra la media e la maledizione di saper sopravvivere. E’ il destino di Igor: riassume il gene, il castigo, la maledizione appunto di saper sopravvivere. Così prossimo al nichilismo dell’antieroe russo di Dostoevskij, Stavrogin, il demoniaco, demiurgo del male totalizzante che inneggia “alla distruzione per la distruzione”.

++ Guardia provinciale uccisa, forse omicida Budrio ++

Igor Vaclavic

Stavrogin muore suicida, è l’empio compimento dei professatori di una crudeltà con una precisa fisionomia, irrinunciabile, dove finanche la morte ripara nei funerali priva di commiserazione, è un bicchiere di vodka alzato, uno schiocco di piatti. Non troveremo in essa la ragione dei pianti delle nostre pie. La nostra è una morte occidentale, la nostra è una pigra crudeltà da occidentali, smarrisce il senso ultimo di una idea avvelenata usata fino a consumare l’esaltazione del crimine. Crimine vuoto, ai limiti della stupidità, per eccesso di ostentazione. Qualcosa possiamo intercettare nei film di Kusturica, ambientati sulle colline di una rediviva Sarajevo, qualcosa di circense, abbastanza da sgomentare tanto quanto l’efferatezza laconica che nutre sé stessa, la colomba che muore sotto i morsi di un giovane imberbe nelle fila di un addestramento militare. Il serbo Igor, capace di addentare l’animella che palpita, fino a sentirne il sangue precipitare in gola. Non è una consolazione, non scagiona nessuno ritrovare l’umanità degradata di Igor il serbo nella grande tradizione del realismo russo, da Smerdiakov dei frateli Karamazov, a Stavrogin e Petr Verchovenskij de I Demoni. Igor viene da lì nel luogo e nel tempo del sacrilegio e della profanazione.

 

L’originale qui:

 http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-maledizione-di-saper-sopravvivere/

L’avvocato dei poveri

Tratto da “La città racconta”, Emanuele Romeo Editore, 2008.

<<Questa è una storia grandiosa.

Tutto è cominciato a novembre. Un volo diretto da Casablanca. Chtia Anas ha cinque mesi e sta per morire. Azziz, il sarto di borgata, aspetta la sorella e il cognato, di Azziz ne parlammo a suo tempo, è preoccupato davvero, quel bambino, Chtia, è un dono del cielo, malato di una sindrome misteriosa. Ma in questa storia gli alfieri sono tanti. Per chi crede, sono tanti gli strumenti che il Buon Dio utilizzò per salvare la sua creatura. Li prese tutti per i capelli, li scelse con ponderatezza, “eccone uno, eccone un altro”. Bussò alla porta di un avvocato, tanto abile quanto idealista, non fu il caso, badate. L’avvocato si chiama Franco Greco, tenete a mente il nome. Non fu un caso perché in quello studio  ci siamo stati parecchie volte e non è uno studio d’avvocato e basta; affatto, è un luogo di pellegrinaggio, la casa del mendicante.

Oh, non amiamo la retorica, tuttavia serve, signori, adesso, per raccontare la verità. Il Buon Dio bussò alla porta di un avvocato di razza, estremamente malleabile alla Misericordia, suo malgrado, nel suo commovente agnosticismo. L’avvocato ha una commissione da eseguire, deve vedere Azziz, sì in quel preciso giorno di novembre, ha una giacca da sistemare, un orlo, una banalità del genere. Sicché mentre il Buon Dio auscultava i battiti del bambino, accarezzava le vertebre di ogni suo alfiere.

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Franco Greco

La sartoria di Azziz è a un tiro di schioppo. Da Azziz c’è la famiglia del Magreb. Il piccolo Chtia è avvolto in una coperta colorata, da cui spuntano manine esitanti e piedini inermi. E’ una strana atmosfera, la sartoria sembra più cupa che mai. Franco Greco entra proprio allora. Azziz è un amico, informa l’avvocato della sorte di Chtia. Chtia ha una malattia sconosciuta. Chtia sta morendo. L’avvocato non smette di fissare il bambino. Lui che di figli ne avrebbe voluti dieci venti, e invece la sua vita ha preso una strada e i suoi figli sono diventati il mondo. Il suo studio è un pretesto, ogni volta un uomo senza patria, un uomo senza nome, al quale hanno sottratto l’orgoglio e l’onore, chiede pietà, stende la mano, è una fatica rifiutare, e non lo fa, no, non lo ha ancora fatto, rifiutarsi, ovvio. Franco Greco compone un numero, ha in mente un medico, potrebbe occuparsi di Chtia.

Gli alfieri sono tanti in questa storia, dicevamo. Quest’altro si chiama Corrado Burlò.

L’intervento è rapido, non si perde tempo. Burlò formula la sua diagnosi: sospetta malattia metabolica. Prima consultazione e breve degenza all’Umberto Primo poi il Policlinico di Catania, Unità Operativa di Neurochirurgia diretta dal luminare Vincenzo Albanese.

Data del ricovero: 23 novembre.

Nome del paziente: Chtia Anas, di mesi cinque.

Diagnosi: sospetta sindrome di Terson Bilaterale. Chtia ha gli occhietti vispi, ma non vede quasi più.

Lo stesso giorno l’intervento delicato, lo stesso giorno il decorso regolare, la speranza. Finché arriva la certezza, la vita torna a prendersi cura di Chtia, Chtia è vivo, è salvo. Il Buon Dio sorridente torna ai suoi altari. Gli alfieri sono liberi adesso. L’avvocato alle prese con l’orlo di una manica che Azziz imbastirà velocemente come sempre; Burlò ai suoi pazienti con il consueto scrupolo. Vincenzo Albanese al suo entourage. Fatta.

Ci fu un volo da Casablanca che da lassù la Misericordia ha seguito con attenzione, un tratto di strada da uno studio d’avvocato a una sartoria; un pomeriggio di novembre in un gabinetto medico di Siracusa.

Per chi crede, abbiamo raccontato un miracolo, abbiamo avuto il privilegio di incontrare le trame di un Progetto invisibile, e abbiamo la contezza che siamo nulla e siamo tutto, ogni giorno, con la pioggia o con il sole.

Abbiamo chiesto udienza all’avvocato, volevamo informarlo che Chtia oggi avrà un nome ancora, Chtia Francesco del Magreb. L’avvocato sta ricevendo, ci dicono. Ci sono i soliti poveracci, sull’uscio, che verseranno le solite lacrime sul palmo della mano di un avvocato di razza.

Il Buon Dio ha ordinato ogni cosa, rimesso a posto i suoi alfieri, la vita alla vita. Questa è una storia di salvezza>>.

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