Monthly Archives: April 2016

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Torno a scrivere, ad ogni disfacimento. Il disfacimento della persona, a vantaggio dell’autore. Forse, ma non fidatevi mai della nobiltà di quest’ultimo, non c’entra mai e quasi per nulla con l’uomo. Siamo portatori di fallimenti insanabili, qualcosa di definitivo che toglie all’uomo per restituire all’autore. Siamo dei disastri. E io torno a scrivere. Siamo portatori di infelicità. Non domandate mai le origini della scrittura, si va all’origine del proprio fuoco. Non è nobile, non è elevato, lo sarà per qualcun’altro, se hai talento.

Ma siamo stati utili? Esecutori di cosa? Il non senso è giustificato in uno spreco di vocaboli. Non è superfluo? E più perdo, più scrivo con ostinazione, la rabbia invece si lascia nutrire da sé, rimesta vigliaccamente. La scrittura non è un mestiere. E’ un destino. Quasi mai felice.

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Ritorno a Mazzarruna: Romina

Romina era scura in volto. Guardava oltre il recinto verso il mare. Sul recinto si abbarbicavano cespugli di ginestre, più in là sporgevano aiuole di acacie e agrifogli. Mazzarruna non era solo un deserto allora. Però lo era lo stesso. Era buia come la sera quando scendeva, opprimendo le case, quando i cani latravano dagli abbaini, i bambini strepitavano e qualcuno le prendeva o le dava.

Mazzarruna costa

Mazzarruna, la costa

L’assenza di qualcosa tormentava quella gente, Romina ne avvertiva l’ingiustizia, era un’assenza senza nome, senza contenuto, non sapevo trovarne, eccetto il tedio il male annunciato in alcune canzoni che ascoltavamo in macchina, nella Renault di Massimo. Sense of doubt di Bowie aveva spinto persino qualcuno a finirla davvero l’insulsa tragedia della propria vita. E c’era una ferrovia che attraversava i rovi: era lì che finivano le insulse vite della gente di Mazzarruna. Romina guardava il mare, era poco più alta di me, dura nel corpo, a suo modo bella, sembrava ridere del mondo, era solo uno sguardo in fondo, una piega del mento, una breve cicatrice da angolo a angolo. Teneva i lunghi capelli neri legati con una pinza al centro della nuca, non si truccava mai, indossava pantaloni da ragazzo. veri casaAveva chiuso con uno, le dicevo: è un buzzurro, hai fatto bene. E lei mi rideva in faccia, perché usavo parole difficili, ridicole tutto sommato. Aveva ragione. A Mazzarruna non servivano tante parole, piuttosto brevi, gergali, bisognava imparare un codice, usare il silenzio anche, nel metodo conosciuto a pochi, con l’atteggiamento di piccoli sfrontati criminali. L’ambizione era imitarli. Il tipo si bucava, stavano insieme da qualche mese. Era nero, segaligno, sembrava un ramo secco, uno di quei ceppi che ardeva nei falò nel cortile delle case. Cosa ci troverai mai? Le chiedevo sinceramente interessata. Romina non ci trovava nulla, come non c’era nulla da intercettare, nessun segreto che fosse meraviglia d’appresso o intorno alle case. Ci stava e basta. Cos’era l’amore in quel tempo? Ne eravamo disperatamente attratti, lo cercavamo, con vergogna. Io avevo Massimo, lui non mi amava, lo avrebbe fatto troppo tardi. Ma era il suo castigo, arrivare dopo qualcosa di bello, capirlo dopo, perderlo. Quando Romina guardava il mare così cupa, la sua ombra si allungava ancora di più verso le rocce e lei sembra grande immensa, lei sapeva tutto, non aveva paura. Ed era ancora più bella.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

quel che resta di Melilli (da Il fatto Quot.)

Per arrivare a Melilli attraversiamo i ventricoli di una comunità sepolta, quella che viveva sul lungomare. Attraversiamo scheletri paurosi, impianti dismessi, silos di idrocarburi circondati da muri di contenimento. Torrette, ciminiere, pontili e il mare assurdamente primitivo, la penisola di Magnisi a uno sputo dalle petroliere, con i fenicotteri stentorei sulla punta della roccia.  Eppure ogni dettaglio è oramai irreparabile, quel mare è guasto per sempre, difficile quantificare anche solo il tempo (crediamo da calcolare in secoli) che occorrerebbe per  salvarlo. L’aria è pregna di cattivi odori, ma sono oramai un fatto da assolvere, il castigo rimediato sempiterno, vecchio di almeno sessant’anni.

Melilli

Melilli

La gente, a Melilli, muore di cancro, come ad Augusta, e i numeri si sovrappongono. Ma la gente, come ad Augusta, dice: “meglio morire di cancro, che di fame”. Solo che è una grossa balla, cioè il ricatto occupazionale, a Melilli come ad Augusta, è una grossa balla. Così la gente muore di cancro in attesa di vedere almeno un figlio o un nipote entrare in fabbrica, ma questo non accade più. La dismissione è il passo successivo, il polo petrolchimico in buona parte è passato in mano ai russi. Il paese è sempre più vecchio, i giovani sono quasi tutti emigrati. Il paese non ha artigiani, non ha una vita commerciale, eccetto qualche bar. Sorge sulle colline degli Iblei, quando arriva il grecale il veleno distribuisce il suo terrore, dalle torrette fin dentro le case, non sempre si intercetta, malgrado si infranga nelle mura del feudo e il veleno soggiaccia per questo sopra il destino di ognuno. Il veleno, a Melilli, si chiama vento. Le fabbriche sono lì, basta affacciarsi dal terrazzamento della villa comunale, da nord a sud, fumano, dietro sovrasta il vulcano, qualche volta si intuiscono persino i contorni della Calabria. Non c’è un leader della protesta come don Palmiro Prisutto ad Augusta,  il prete pensa alla festa del paese, c’è chi sostiene che le multinazionali ne siano grandi sponsor. Il prete dice no, soltanto per poche cose, il presepe, il grest estivo dei ragazzini.  Mentre a Priolo, qualche chilometro prima di Melilli, le multinazionali sì, dice il prete, sostengono le feste patronali e le manifestazioni sportive. Il prete non vuole essere menzionato. C’è piuttosto una ricercatrice in biologia marina che è la sola resistenza in paese, Mara Nicotra, assessore all’ambiente per appena tre mesi, da maggio ad agosto, nel 2015, poi la notifica del sindaco (Pippo Cannata, nda), la revoca dell’incarico. Perché? “Perché voleva gente competente” dice la donna. Chi meglio di lei? Appunto.

mara nicotra

Mara Nicotra

Mara Nicotra aveva già concluso più di uno studio costiero sulle acque e sui sedimenti marini di Melilli e dell’intera rada di Augusta dove il paese insiste, studi che verificavano l’apocalisse in corso. Verifiche iniziate nel 2003 proprio per conto del Comune di Melilli, oggi finite in pubblicazioni scientifiche e in un libro. Il monitoraggio evidenziava la malformazione di specie ittiche di largo consumo (esempio: paganelli con la colonna vertebrale a esse, ricciole, dentici, con la gobba e così via), inquinate da metalli pesanti come il cadmio, il piombo, il mercurio (in quantità 22 volte maggiore del limite di legge), sostanze tutte persistenti e non biodegradabili che dunque erano già entrate nella catena alimentare.

 

 A Mara Nicotra è morto il padre per un cancro al pancreas, 40 anni di fabbrica. I numeri di mortalità – dicevamo – sono sovrapponibili ai numeri di Augusta. Prima di essere esonerata dall’incarico di assessore, la ricercatrice aveva predisposto la bonifica del lungomare di Marina di Melilli dove non ci sono punti di balneabilità. Bisognava difatti chiudere lo scarico dell’Isab, non autorizzato dal Comune di Melilli. Uno scarico non collettato al depuratore di Priolo e che riversava in mare acque di raffreddamento delle torri (prima interrate), acido solfidrico, acque di Taf.  Era una bestemmia vera e propria contro il mondo, non solo contro una comunità di dodicimila abitanti.

pesci malformati 2

lisca di Palamita con spina bifida

La Nicotra scoprì molto altro,  ma era sola, i consiglieri in comune per la maggior parte erano impiegati nelle fabbriche, quale dialettica avrebbe potuto sortire un qualsiasi contrordine? Eppure il nemico uccideva sempre e comunque, il benzene, silenzioso, inodore. Le emissioni alle centraline erano incontrollate o adulterate, dal 2003 al 2009, a basso impatto odorigeno, con picchi orari di 800 microgrammi per metro cubo, contro un limite di legge annuo di 5 microgrammi per metro cubo.  Mara Nicotra assicura che oggi i dati di emissione superano i parametri tanto quanto, che il sistema insomma è sempre il medesimo. A Melilli, le nascite sono veramente rare, dice la Nicotra, o altrimenti nascono creature anomale, come quei pesci con la spina a forma di esse.

 

 

(L’articolo originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione di domenica 17 aprile 2016: “Malati di cancro e pesci con la gobba. Melilli ostaggio dei veleni del petrolchimico” ).

Ritorno a Mazzarruna: Massimo

Il sole picchiava così forte, sopra le lastre di metallo gettate nella campagna, da impedirci di oltrepassare l’orizzonte dello steccato a qualche metro da noi; rifletteva sui nostri visi, sorpresi dalla pochezza del medesimo paesaggio. Ogni giorno non smetteva di deluderci, ma non conoscevamo altro. Nel retro della motoape c’era il solito ubriacone che vendeva fumo ai ragazzini, su cassette di verdura andata e arance marce. Sotto i portici frugava il movimento sempre uguale dei tossici in attesa, lento ipnotico. Lo scambio, la stagnola passata da palmo a palmo, i ricetta, la polvere dell’asfalto che bruciava i nostri occhi chiusi.

mazzarrona

La fissità dolorosa dello stesso paesaggio coglieva il nostro sguardo vuoto o deluso. Massimo teneva le camicie fissate ai polsi, anche d’estate, per coprire le piste sul braccio e per lo stesso motivo usava stivali di cuoio  per nascondere i buchi sulle caviglie. Vestiva bene, usava  foulard di seta al collo, dove diavolo comprava quella roba. Massimo veniva dalle case popolari, non quelle dello spaccio, gialle, le case dei mao mao le chiamavano, dove la gente era più brutta e più sporca.  “Le tue spalle bianche mi dicono che qui non è posto per te”, riteneva e il suo sorriso era pieno di comprensione. Le mie spalle bianche. Preferivo la durezza della pelle di Romina, la sua voce da donna, saperci fare a letto, come Cetty, del quinto piano. Non crescevo mai, o ero già vecchia, di una vecchiezza diversa però, priva della sostanza della vita. Massimo era curato, pettinato, amavo il suo profumo qualcosa di simile al vetiver, mi piaceva; non come gli altri tossici. Massimo non doveva morire. Tutti finivano in overdose e certi morivano, speravo che lui non morisse mai. Lo baciai d’improvviso, un pomeriggio alle case, sedevamo in cortile, Romina ascoltava la radio in cuffia. Lo baciai. Continuava a guardarmi dentro quello stupido sonno, mi parve felice. Sì, felice. Romina non si accorse di nulla. Massimo non lo so, volli credere di averlo destato del suo sonno uggioso, il sonno della roba.

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dal nuovo romanzo (Mazzarruna)

I pomeriggi alle case, il caldo o il freddo era più cattivo che negli altri rioni. La mattina le ombre rapivano i falansteri del quartiere simile a un anomalo crepuscolo calato anzitempo e Mazzarruna spariva tetramente nel buio degli angiporti al riparo l’uno sull’altro. Il sole fremeva sopra lastre di metallo gettate nella campagna che rovinava in splendidi abissi verso il mare. O se c’era la pioggia franava dalle grondaie  con un tempo ripetuto e noioso, lì dove il silenzio come il clamore di quella gente primitiva non tollerava altro che la replica ottusa dei giorni. Sedevamo con Romina sopra montagne di polvere e blocchi di cemento, distanti da noi fumavano falò di gomme bruciate e residui di quella umanità negletta. Romina si alzò di scatto, con il suo consueto fare urtato, da dura,  urlando verso il tizio chino che procedeva di spalle lontano lungo la strada con i recinti di legno in prossimità della scogliera da cui d’estate i ragazzini di Mazzarruna gioiosi andavano a tuffarsi. Capii che era Massimo, chino come sempre, magro sbilenco, eppure pensavo di amarlo. Romina gli urlava di fermarsi, doveva parlargli, Massimo alzò il suo braccio secco con la camicia fissata al polso. Massimo era sempre in ritardo, perché si faceva. Che vuoi da lui? Le chiesi. Ma immaginavo si trattasse di soldi, con Massimo era una questione di soldi prestati e roba da restituire. “E’ un ladro” rispose Romina. Fissammo il giovane avanzare lentamente in direzione delle capanne col tetto di amianto. Una specie di dark room per i tossici del rione. Non temevo di entrarvi. Con Romina o sola, spiavo i movimenti dei suoi frequentatori tutte le volte con raccapriccio. E in fondo, segretamente, desiderando il medesimo castigo.vera blog

La città oltre Mazzarruna era un affare di luci e possibilità, di uomini migliori, secondo la nostra nostalgia, dei compagni della valle, di Mazzarruna, una nostalgia pigra e sfuggente che non era in grado di cogliere il resto, di intenderne la via. Non era possibile uscirne vivi? E invece ne siamo usciti. Ma Mazzarruna rimane ancora desta con i suoi languori esangui, desta e crudele come un incubo, oggi e allora.

(continua)

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Eccetto la vita. Quella dovevi saperla.

Le sere di inverno ascoltavamo la radio nella Renault 4 di Massimo. Qualche volta c’era Romina delle case. E altre volte eravamo solo io e lui. Massimo amava Morrissey, io volevo che amasse me. Non è successo, se non tempo dopo – e non posso giurarci –  quando ci eravamo persi oramai, noi che mai ci eravamo incontrati negli anni delle case gialle, mai veramente, nemmeno in quell’abitacolo dove io ascoltavo lui, e lui Morrissey. Massimo era sempre poco più in là.vent'anni

Vestivo di nero, mi piaceva avere un’aria minimalista e crepuscolare, andava di moda il punk colto dei Cure, e ovviamente noi ragazzine delle case tentavamo di imitarlo, malgrado ne sconoscessimo del tutto la ragione, malgrado alle case dimorasse l’ignoranza come il più autorevole dei vessilli. Eccetto la vita. Quella dovevi saperla. E questo mi rendeva insicura, ero fuori la porta, la vita la vita. Cosa vuol dire sapere la vita? Ogni tanto qualcuno me lo urlava in faccia, Romina perlopiù: tu non sai vivere. Era così. Annuivo. Romina era adulta sempre, io no. Io non crescevo mai, nemmeno fisicamente solo in altezza al limite. Rispondevo con tutto il veleno che preferivo non vivere piuttosto che andare in giro a raccontare sciocchezze, mentendo. Era una questione di dignità. Romina rideva come gli adulti ridono, con la volgarità di chi ha imparato dall’esperienza, da chi ha capito che se non altro è una fregatura il mondo, prenderlo e basta. Il mondo, concetto generico, dove far confluire i fallimenti personali. Il mondo: erano le case.

Massimo si faceva, ma non era un verme come quel tale che aveva tentato il suicidio, eppur non era morto. In macchina ci stringevamo ai maglioni, il freddo di Massimo era il freddo della rota. Accendeva la Marlboro e mi guardava perplesso, non era una posa, era uno sguardo, non c’erano intenzioni. Aspettava il tizio con la roba. Era tutto molto ovvio. Cos’altro poteva essere il mondo se non la fogna nei canaloni di Mazzarruna, le steppe con i cardi irti spinosi, il cielo di metallo e i fumi neri delle fabbriche, le nostre palpebre pesanti.

(continua)

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ritorno a Mazzarruna

Alle case gialle si spacciava solo la roba, perciò chi le frequentava aveva il sigillo di tossico, anni in cui lo erano più o meno tutti, perlomeno tutti i compagni della valle lo erano e quel mondo minimo era il solo che conoscessi. A me apparteneva la virtù della temperanza, l’incapacità di far uso di una qualsiasi forma di piacere eccetto che con moderazione. Ero troppo timida per vivere, malgrado ne avessi diritto a un’età – una stagione – che non chiedeva altro. Mazzarruna però induceva al castigo di ogni pallido rifiorire, persino i sentieri che conducevano alle case, con la costa argillosa al di sotto dove franava il mare impotente rimestandosi in gorghi disperati e precisi, non si ridestavano con aiuole fiorite, ma solo nei cardi, irti, ostili come crudeli occhi di drago. cropped-veronica-santa-margherita-b-e-n.jpgDicevo era la primitività di quei luoghi e di quella gente ad avermi fatto ammalare, ero nel crepuscolo dello spirito, sordo a ogni guarigione. I pomeriggi finivano sotto i portici delle case, i soliti commerci, carta stagnola coperta dalla polvere, i flaconcini, la luce che filtrava appena, tra i piloni tirati su con il medesimo spregio ignorante che aveva ordito un deserto come Mazzarruna. Sedevo con gli altri. Parlavano da beoti perché erano strafatti e avevano voglia di parlare e il mondo era pacifico. Ero fortunata, la mia temperanza mi teneva fuori dagli impicci, mi sono salvata dalle retate e dalle sberle degli sbirri della speciale, troppo innocua per motivare sospetti. E non è nemmeno esatto questo, perché nessuno dei compagni lo era di meno. Il mio male cospirava, apparteneva al mio spirito in ombra, ne avevo cucito ogni crespatura. Non so spiegarmi la ragione. Avrei forse dovuto temere la mia curiosità, un mostro con mille teste, o almeno due a farsi la guerra: le due nature esattamente in conflitto, la mia provenienza borghese e la mia noia ingovernabile o il desiderio di deregolamentare o l’inappropriatezza. O cosa ancora?

I compagni parlavano il dialetto. Romina era un’adolescente con la voce da adulta. Non si è mai ragazze o lo si è per sempre.  Sembri una damina, mi diceva, e rideva. Eravamo amiche, qualunque fosse il significato di quel valore allora.

(continua)

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