Monthly Archives: January 2014

La formazione della scrittrice

Ho un problema serio con la noia. La noia è tutto, sono le scritte in treno che ho imparato a memoria. It’s dangerous to lean out. Ne pas se pencher au dehors. Nicht Inauslehnen. La scrittura erano i viaggi in treno, dodici ore di tedio, spiando le bicocche dei mezzadri sopra colli estranei, la tristezza delle case cantoniere, i paesaggi che sfuggivano indolenti, miseri, luoghi inauditi, rivelati dal ritmo monotono delle rotaie, dall’odore che emana tutto intorno il viaggio, la pelle della carrozza, il brusio ottuso degli altri, la nausea. Le luci finte, le letture apprese, rubate dai grandi, i diari maledetti, Christiane Felscherinow, l’eroina, parole da grandi. Io non lo ero, però non lo sono diventata mai. Mi sembrava già da allora, avevo pochi anni, otto nove, che la vita mi si fosse presentata tutta intera, subito, con il suo afrore, i suoi cattivi maestri, le retrovie, i suoi indicibili camminanti, piccoli luridi uomini, indeboliti dalle passioni e dai vizi, che poi chiamai abiezioni e poi persino virtù neglette capaci di contagiare pulsioni grandiose o una certa nobiltà. Conoscevo le canzoni di De André a memoria. Oggi dico che quelle canzoni erano salmi, per questo precipitavo, non so come spiegare, erano abissi in cui gettarsi, abissi dello spirito. Cantavo la Ballata del Miché con lo zio, in auto, mentre raggiungevamo i nonni a Terni, tornando dai parenti nelle campagne di Lugnano. Anche il fuoco che crepitava, nel camino di zia Norina, il pranzo con la cacciagione, il ritorno con lo zio e il mangianastri con le canzoni di De André era la scrittura che si metteva di traverso tra me e le cose. Oppure cantavamo Roma Nuda o ascoltavamo assorti la storia del travestito di Califano, ridevamo alla fine dell’identica romanità dentro cui riconoscevo una qualche recondita somiglianza,  che forse apparteneva a mio padre, non saprei. Era una specie di ritorno a casa. Il  mio ritorno maestoso non si è ancora compiuto. Devo tornare a casa.

Christiane F. mi ha rovinato la vita. No, Christiane F. ha cambiato le carte in tavola, poteva lasciarle dov’erano. Sì, dov’erano? Avevo nove anni. Era Natale. A Natale succede sempre tutto, le conversioni a volte sono irrevocabili partenze, viaggi del pellegrino, lutti, gas di scarico, pullman carichi di valigie vuote e tradimenti. A Natale, lo spirito irrorato – dopo la sua ora – riesce a risorgere, nei suoi tempi, quando le stagioni lo accoglieranno, predestinate. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo, lo dico anch’io, l’ho scritto. Christiane l’ho incontrata in un diario, era il 1982. Avevo nove anni ed era Natale. E’ un passaggio che racconto nel mio prossimo romanzo. Sarà utile? Oppure: chissenfrega? Insomma, avevo nove anni, ero in centro, a Terni, con i miei genitori e lo zio con il quale cantavamo De André. La mia scrittura è stata De André e anche lo zio e tutte le sollecitazioni e la pazienza e il mio inglese perfetto di allora. Che ho giustamente dimenticato, fino a regredire ad un livello scolastico. Dovrei aggiungere una bella risata con quale ridicola emoticon scegliete voi, giacché nel frattempo il mondo è cambiato, e si comunica in formato balloon.  Tutte le volte che attraversavamo il centro, mi fermavo davanti la stessa vetrina, era una libreria. Fino a che non ci sono entrata, proprio quel giorno, sfuggendo al controllo di mio padre e di mia madre che vennero a cercarmi, pallidi, quindi acceriti, quindi abbastanza arrabbiati, trovandomi china, con un libricino giallo tra le mani. Era un diario per l’appunto. “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”. Piccole feritoie per l’inferno. Pagina dopo pagina, precipitavo ancora una volta, non dentro un salmo di De André. Quel diario l’ho imparato a memoria, letto e riletto negli anni, convinsi la mia prof di italiano durante le scuole medie perché potessi leggerlo alla classe, ai compagni. Qualcuno si addormentava sulla mia voce che era quella di Christiane. Alla mia amichetta R. piaceva moltissimo la mia voce.

R. è finita in un brutto giro, fu un’eroinomane. Non è morta. Non posso sentirmi responsabile, abbiate pazienza. Chi ha amato Christiane ha avuto una vita strana. La compagnetta di banco A. invece non si è fatta, ha conosciuto un tizio a vent’anni, le è morto di overdose tra le braccia. Su di me, lascerei perdere, sono indifendibile, è una storia lunga, davvero.

Ad ogni modo, leggevo Christiane  agli altri, mentre con mia cugina giocavo ai drogati, o agli zingari, avevo imparato non solo l’inglese, le canzoni di De André, adesso anche il gusto di avanzare contro, diversamente da, di infrangere, essere a parte o non esserlo affatto orgogliosamente. Tutti sinonimi della medesima passione: deregolamentare o altrimenti scrivere. Quest’ultima soluzione l’ho realizzata in seguito. Gli zingari erano un concetto ameno, legato alla paura che mi incutevano i giostrai, secondo me facevano una puzza terrificante, erano incubi, quella puzza era un incubo, per giunta mai verificata. Ho conosciuto i rom da adulta, non erano i giostrai della mia infanzia, sono entrata nelle loro baracche. I rom erano la mia scrittura e la paura degli zingari. Zingari è un termine che non piace ai rom: gli zingari non sono rom, non esistono. Ci sono rom sinti, caminanti, kalè, travellers, manouche, dashikané, khorakhanè, eccetera. Gli zingari non esistono. Quando qualcuno chiamava zingara la vecchia del campo, la bosniaca  malata di tisi, lei inveiva alzando il braccio: “cosa cazzo dire, te rompo culo, no parlato tu singara, te tagli faccia se tu parlato singara”.

Christian Felscherinow non è ancora morta. Mi ha insegnato il gergo della strada, una serpe covata in seno, sapevo tutto prima degli altri, spada, ero, pista, scimmia. E così arrivai preparata ai miei quindici anni, con la piazza, i compagni della valle, i morti di overdose. Sapevo tutto. Era la mia scrittura che procedeva mettendosi di traverso tra me e le cose. Sense of Doubt di David Bowie era il tedio mortale che permaneva nella mia vita di adolescente, i suoi abitanti erano compagni, non amici, compagni. I compagni della valle. La valle era un condominio di periferia attraversato da canaloni di fogna, i palazzoni erano falansteri, gli inferni descritti da Buzzati, le steppe erano infinite, sgorgavano con i loro reflui nel mare delle ciminiere. In quella valle si facevano tutti. La mia scrittura non riempiva le pagine, taceva, salvo i miei assurdi temi da liceale o qualche riga, pregna di sentimentalismo, nel diario personale aggiornato per un po’ o in quello di scuola dove perlopiù scrivevo e riscrivevo soltanto il nome dell’amato, che ovviamente non ricambiava. Ma è stata la vita a spingermi, il destino a darmi una titolarità. Tu signorina V. ostinatamente fuori dai giochi, dai gangheri all’occorrenza, sempre per vicende alterne, tu incapace di parlare in dialetto, forse poddarsi quantunque diventerai la signorina V., di indole ottusa e quiescente all’incirca, una scrittrice non di razza ma magari perché no? proprio come piace a te. E ora vai, affogati con il tuo smodato ego, profetessa delle panchine.

E’ andata così. E’ andata anche così.

Comunque vorrei rettificare, posso? Credo che abbiano deciso in gran parte le mie storie sentimentali. Sempre delle disfatte. Ne raccontai a Giulio Mozzi, raccontavo la mia storia d’amore, talmente bizzarra, nacque “Sangue di cane”. Perché in fondo non era la mia storia d’amore, macché, era un cambiamento epocale in cui trascinai i patetismi e i sospiri e le mie fragili gambe di ragazza, pensando di vivere una cosa come un’altra, e invece no, raccogliendo ancora dettagli, sospetti di un’umanità capovolta, del tutto simile ai personaggi di Cechov, quelli che avevano il riso con il suono del singhiozzo, quell’umanità che ci seppelliva nell’amarezza. Li conoscevo. Ho amato e pianto con loro. I miei maestri russi, i nostri maestri russi, ai quali tutto dobbiamo. La letteratura sta ai russi, come lo stigma della rivoluzione a Robespierre. Bè sì. Una mattina, qualche giorno fa, mi sono svegliata con un paio di assilli (uh, sai che novità): uno, l’amore o è scandaloso o non è. L’altro: gli scrittori sono saprofagi. Ci nutriamo di cadaveri, del passato, di qualcosa di compiuto, irrimediabilmente, un incipit una chiusa al capitolo.

Fino a che non scrissi a Giulio, erano le sette di sera, avevo la febbre, la spossatezza della febbre, o era sempre la solita tristezza; era inizio estate. Scrissi un’apologia breve di me stessa, ma da perdente. Non credevo che mi rispondesse. Non avevo allegato nulla, avevo solo racconti, non eccellenti, forse i pezzi che curavo per una rubrica su un quotidiano siciliano potevano valere qualcosa, non lo so, non li allegai comunque. Avrei perso anche quella volta, ne ero convinta.

Giulio mi rispose. Prese l’aereo e da Padova venne a Catania, ci incontrammo in piazza dell’Elefante. Da quel momento in poi ogni cosa che accadde aveva l’incanto del prodigio. Questa storia l’ho raccontata parecchie volte. L’ha raccontata Giulio anche (la riprendo qui nel mio blog https://veronicatomassini.wordpress.com/per-me-e-cominciata-cosi/). Questa storia l’ha raccontata Marco Travaglio (qui: https://veronicatomassini.wordpress.com/quando-ho-incontrato-marco-travaglio/). Per questo vi dico: quel che accade ha del prodigio. Ma procediamo con ordine, torniamo ai fatti. Giulio aveva ascoltato abbastanza, quel giorno in piazza dell’Elefante, e allora disse: scrivi quel che ti ostini a tacere. Buuum. E’ stata una specie di folgorazione. Giusto, perché ho mentito così a lungo perché? C’ho girato attorno per anni, perché? Ancora una volta mi tornarono in mente le parole di Dario Voltolini: in letteratura, per raccontare la verità, bisogna mentire. Giulio ripartì. Io cominciai a scrivere. Tre mesi dopo chiusi l’ultimo capitolo di “Sangue di cane”. Passarono due anni, per gli editori il testo era incollocabile, per una ragione o l’altra. Incollocabile è in fondo la mia cifra. Incollocabile come la strana sciarpina che sto lavorando ai ferri, secondo mia sorella ad esempio è troppo larga per essere una sciarpa ed è troppo stretta per essere una copertina, ma io continuo a lavorarla.

Un giorno scrissi a Marco Travaglio: caro Marco sai ho questo testo che mi piace, che piace a Giulio, sai Marco eccetera. Marco mi chiese di leggerlo. Gli ho spedito due capitoli. Li ha letti, una mattina trovai la sua mail: Sono bellissimi, scriveva. Così Marco ne parlò a Nando Dalla Chiesa che collaborava con Melampo (casa editrice specializzata in biografie e testi di impegno civile), il suo amministratore unico è tuttora Lillo Garlisi. Lillo Garlisi è diventato il mio editore. Il testo passò di mano in mano, da Nando Dalla Chiesa a Lillo Garlisi. In breve, Garlisi decise di fondare una nuova casa editrice: Laurana. “Sangue di cane” ne sarebbe diventato il primo titolo. Non perdevo più. Stavolta era tutto vero, era tutto accaduto davvero. Assolvevo Christiane, il suo diario maledetto, la gente di Mazzarruna, i compagni di periferia, i cadaveri dei falansteri di Buzzati, i morti di overdose, la mia tristezza. Era tutto accaduto davvero.

Vi chiederete quale storia tacevo fino a quel giorno in piazza dell’Elefante?

Era una storia di salvezza. E come tutte le storie di salvezza era anche una storia di dolore.

Il dolore. Vi assicuro che la letteratura non può ignorarlo, che almeno per me, nessuna bellezza ha potuto su di esso, nessuna bellezza che non ve ne fosse a parte. Il dolore del mondo sulle nostre fragili spalle. Abbiate cura di credere a questo assunto, il dolore ci salverà, prima ancora che la bellezza, il dolore che la bellezza genera. Non girate la testa di là, guardate me adesso, credetemi, abbiate la cura di credermi. Il dolore allarga i pioli della tenda della sventurata, della sposa bianca che non conosce il talamo coniugale, della sposa ripudiata, abbandonata nella sua giovinezza, dice Isaia.

Ecco come è andata.

L’articolo originale compare nel blog di Giulio Mozzi, per lui è stato scritto, nell’ambito di un esperimento felice che ha coinvolto altre autrici. Potete leggerlo quihttp://t.co/8n3N59kMeD

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Inedito

“(…)La vita non smetteva di coglierti, dentro i tuoi abissi,  veniva a prenderti, cosicché tu non rimanessi sopraffatto a lungo. E credo sia questo il segreto della salvezza, una salvezza perenne che custodirà le anime anche oltre, persino la tua. Sopravvivevi, ma era merito della vita che ti veniva a prendere tutte le volte perché i tuoi abissi durassero meno. I piccioni eseguivano figure perfette, la loro armonia ti incantava e finalmente non dovevi vergognarti di quel che provavi, del tuo ingenuo stupore, della tua segreta predilezione per la bellezza e l’innocenza(…) Ai giardini di Siracusa era un gran casino, di solito, risse e mignotte con clienti,  barboni a dare di stomaco. C’era sempre rumore, disarmonia, era tutto racimolato e sporco. E le facce di ognuno erano grigie, torve come certi orribili sobborghi da cui provenivano. E gli italiani dei giardini di Siracusa ispiravano pietà allo stesso modo, le loro pietose ciarle da fanfaluca ti rintronavano ancora nelle orecchie, mendicavano sesso da baldracche che ad andarci ci voleva fegato. E ne avevano, poi crepavano di qualche orrenda infezione(…) “.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Su vibrisse

“(…)Quel diario l’ho imparato a memoria, letto e riletto negli anni, convinsi la mia prof di italiano durante le scuole medie perché potessi leggerlo alla classe, ai compagni. Qualcuno si addormentava sulla mia voce che era quella di Christiane. Alla mia amichetta R. piaceva moltissimo la mia voce.

R. è finita in un brutto giro, fu un’eroinomane. Non è morta. Non posso sentirmi responsabile, abbiate pazienza. Chi ha amato Christiane ha avuto una vita strana. La compagnetta di banco A. invece non si è fatta, ha conosciuto un tizio a vent’anni, le è morto di overdose tra le braccia. Su di me, lascerei perdere, sono indifendibile, è una storia lunga, davvero(…)”.

Il resto del racconto potete leggerlo sul blog dello scrittore Giulio Mozzi, qui: http://vibrisse.wordpress.com/2014/01/20/la-formazione-della-scrittrice-2-veronica-tomassini/

quando andai alla Fiera Del Libro di Torino

(prosegue dal titolo) e cercavo questa eccellente giornalista, eccellente più o meno, ma tanto riferiva il mio editore di allora, piccolo editore del Meridione. Sai lei scrive qui e anche qui, ti ha già presentato il libro a Siracusa. Era una raccolta di articoli, contenuti all’interno di una rubrica che curavo per il maggiore quotidiano dell’isola (esperienza conclusa). Durante la presentazione – accadeva nel mese di maggio di qualche anno fa – non una volta questa signora mi ha chiamato in causa o guardato o sorriso. Di chi parlava?  Non mi ha chiesto niente neanche dopo, non mi ha guardato in faccia neanche dopo. Nulla. Soltanto brevemente ho intercettato una cosa del tipo: “il libro è come una barchetta”, alla fine della serata. Dice a me, forse?

Questo accadeva a Siracusa, la mia rubrica piaceva, raccontavo di esseri umani, non c’erano notizie salvo l’uomo, la sua miseria o la sua onestà. Era la mia terza inutile raccolta. Ma la scrittura dipende poco dai successi, ovvio. Comunque ero giovane e mi bastava, credo siano stati gli anni più belli, ricordo una luce immensa che inondava tutto, non c’erano inverni, non so come spiegare. L’editore mi convinse di partire per Torino, dai c’è la Fiera. Che vengo a fare, piattola in un mare di cicisbei, cioè di scarabei volevo dire. Scherzi? C’è lei che ti presenta il libro, entriamo nel circuito della Fiera, sei già nel programma, mi rassicurò con estrema enfasi l’editore siciliano. Così andammo, partimmo io e mio figlio. La signora eccellente giornalista e tanto altro non c’era. Il piccolo editore si informa, la giornalista ha amici importanti, non può lasciare. Rimanemmo io e mio figlio in uno stand minimo, spogliato di una qualche consona dignità, con due sedie di plastica e un tavolo da campeggio, con il mondo che ci urtava da una parte all’altra, tutti gli scarabei istruiti da una parte all’altra. Lacrime stupide colavano mischiate al mascara che peraltro non mi sta nemmeno bene. Ecco come è andata.

Ritorno a Mazzarruna

“Romina mi disprezzava perciò. “Che  vuoi tu?”. E non avevo mai risposte adeguate, se non una posa di timidezza che avevo in odio anch’io. Sedeva su cumuli di lamiera, aspettavo Massimo, Romina era molto arrabbiata, sputava ai suoi piedi, pensava a cose da grandi, desideravo conoscere le cose da grandi. Fumavamo guardando il mare, ed era un miracolo scorgerlo da lì. Fumare e guardare il mare: questa è la giovinezza, vero? Ed era un tentativo di felicità, bastava ad assolvere quella gente, quel rione disordinato, il fetore, il cattivo umore, gli uomini bestiali che lo frequentavano”.

Il resto puoi leggerlo nel mio blog su Il Fatto Quotidiano – qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/07/capodanno-ritorno-a-mazzarruna/833556/

Il Natale degli ultimi (Il Fatto Quotidiano)

In un dormitorio di Milano, la cena è stata servita come sempre, in confezioni sigillate, con la medesima fila, le stesse facce che si scrutavano con indolenza. Salvo per un vecchio rumeno ringalluzzito da un nuovo amore o dal giovane macedone, determinato a cambiare vita per la medesima ragione. Peccato che per entrambi nemmeno questo Natale ha sortito il prodigio di esaudire almeno un fatto: tornare uomini, normali, con tutte le pulsioni a posto, senza quel disordine da borderline in costrizione in cui si finisce irrimediabilmente, riparando per strada per un tempo infinito. Tanto che Luigi Binario Tredici per evitare l’umiliazione di riscoprirsi fuori dal mondo giusto è rimasto in stazione a Milano. “Che c’hai una sigaretta?” ha chiesto fino alla mezza, ai pochissimi viaggiatori, fino a che Natale non fosse esploso in un tripudio di auguri, per tutti, nelle case degli altri, a quel punto Luigi Binario Tredici ha spento il mozzicone schiacciandolo con la suola dei suoi scarponi da montanaro.

Un ragazzo rumeno in un dormitorio di Milano ha aspettato che una giovane italiana si accorgesse di lui, lei non lo farà mai, nel frattempo ha aspettato con pazienza, osservando la fila della mensa disposta per il cenone. E’ una cena, piccola cena, comunque c’erano il pollo e le cotolette tra i secondi piatti, e un cadeaux alla fine. Piccola cena, ma si chiama cenone lo stesso, perché è Natale.

Mentre ci sono grotte a Siracusa, nel centro della città, dove il Natale non ha asperso lumini, lucette, alberelli, ma un timido fuoco nel mezzo della notte. Lì ci morivano i barboni una volta, a Natale per giunta, mentre un gran clamore di auditori fissava  straniato il presepe vivente, una grotta più in là, certi barboni intendevano morire sul serio, sulla roccia delle Balze di Akradina, millenni di storia custodita dal vincolo paesaggistico, però che prestigio. A Natale i barboni rimediavano un posto nelle grotte, malgrado ci fosse già un presepe vivente voluto dal bene comune, dalla città, dai suoi zelanti amministratori, ed era tutto molto bello. Quest’anno hanno evitato di spirare in quei giorni: i barboni sono tali perché bevono, si dice, bevono e qui al sud sono in special modo stranieri, quindi nel qual caso la carità dovrebbe legittimamente procedere con molti se ragionati. Non sono morti anche perché alcune ordinanze hanno vietato categoricamente quanto sopra, nel senso che è stato intimato lo sgombero delle macerie dalle grotte, non diremmo mai macerie umane, ma insomma nelle intenzioni anche quelle. Ogni Natale a Siracusa, nelle grotte, due esattamente, nella balza di Akradina, bisognerebbe ricordare i caduti, Ewa e Miroslaw morti di freddo, a distanza di un anno l’uno dall’altra, a Natale, nella medesima grotta, mentre i passanti stralunati sbadigliavano qualche metro più in là. Invece niente, solo aste di beneficenza e tombolate e menù interetnici, molto di moda in effetti.

Ad ogni modo è davvero un evento morire assiderati a Siracusa, ma tanto è. In una modesta chiesa di Ortigia, in una sala disadorna, il Natale dei poveri è stato consumato in un tentativo di letizia. Le buone intenzioni salveranno il pianeta, e anche i poveri di Ortigia che così hanno mangiato. Ora gli anziani del quartiere mormorano tra i pochi denti che i poveri sono tutti neri, neri africani aggiungiamo. Sono loro che stanno ai semafori, sono loro  le ombre dietro le grate di un Cie, questo lo diciamo noi. Sono loro che chiedono in Chiesa o ai semafori, un tempo ci stavano i rom o gli slavi. Ora ci stanno i neri. E i neri ai vecchi di Ortigia fanno ancora paura. Indigeni irretiti da un nuovo mondo.

Chi sono costoro? Portatori maldestri o malmessi di sventure apocalittiche, certo può darsi. E adesso ci sono entrati in casa, mormorano gli stessi vecchi. Nel cenone di Natale, di chiesa in chiesa, in questa confusa città del sud, ce n’erano abbastanza da poter parlare già di contaminazione. E qui in questa città del sud è tutto sommato qualcosa, considerato che si viaggia con mezzo secolo di ritardo rispetto al resto. Qui il resto di solito fa specie, ancora. Comunque, buon Natale.

(tratto da Il Fatto Quotidiano, edizione cartacea del 3 gennaio 2014)