Category Archives: Sul nuovo romanzo

Giornata del contemporaneo a Siracusa

Pubblico volentieri – in via del tutto eccezionale – questo comunicato, appena ricevuto.

Inaugurazione: 13 ottobre 2018, h. 19.00,  SPAZIO AmMARE , via
Alagona n.39, Siracusa.
Il 13 ottobre alle ore 19, in occasione della quattordicesima Giornata del
Contemporaneo, indetta da AMACI, lo Spazio AmMare inaugurerà la sua seconda
mostra, dopo il successo di Giardino Globale, con nuovo allestimento e l’apertura
ufficiale del suo Temporary shop.
Lo spazio AmMare si trova in uno dei quartieri più dinamici dell’isola di Ortigia, il
ghetto ebraico, lungo la via dei bagni ebraici, si pensa che siano fra i primi
insediamenti in Europa. Lo spazio è di 80 mq disposto su strada
accanto a una delle fortezze spagnole, “Forte Vigliena”.

galleria

Spazio AmMare, foto di Walter Silvestrini

La direzione dello spazio è affidata a Salvatore Mauro e Anna Milano Carè.
Lo spazio è dedicato alla ricerca dei nuovi linguaggi della contemporaneità
e offre anche un ambito per il coworking ad altri creativi. E’ un luogo di produzione
culturale che ospita mostre, eventi, happening, presentazioni di libri e concerti, ma
la novità è l‘apertura ufficiale del Temporary shop che dialogherà con gli spazi
espositivi della galleria attraverso una sua linea di autori, coinvolti nell’arco
dell’anno. Quindi uno spazio versatile e modulabile, polifunzionale, che si avvale del contributo del Made Academy di Siracusa, sotto la direzione di Alessandro Montel.
Il nuovo allestimento vedrà, nelle due prime sale dello spazio, i Lightbox e le Cotell
Azioni di Salvatore Mauro, a seguire un vaso in legno di Saverio Magistri che darà
forma a tanti twitter, dialogheranno con le pitture dell’artista Anna Milano Carè, fino a entrare nel nuovo Temporary shop con un ventaglio di opere di tanti autori impegnati:

Emanuele Vittorioso, Salvatore Mauro, Waler Silvestrini, Giuseppe Piccione, Francesca Mirabile, Saverio Magistri, Anna Milano Carè, Francesco Lopes, Stefania Pennacchio, Made Accademy, Danilo Torre“.

Nello stesso giorno, in via Resalibera, alle 18.30, sarà inaugurato l’atelier di Benedetto Speranza, promotore e press agent del talento del pittore naif Salvatore Accolla.

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UN BRANO DEL ROMANZO

(…)Ragazzo mio, ti implorava Crystina, slacciando la cinta dei tuoi pantaloni, sei la mia Polonia. Eppure non c’era autorevolezza neanche nel tedio e nella commozione. Crystina? La chiamasti, mentre lei beveva, all’ombra della magnolia del parco. Crystina, proseguisti, ricordi il ribes? La vodka di ribes? Crystina alzò il volto duro. Sì, tak, disse e abbassò gli occhi. Potresti giurare di aver sentito il suo respiro tradursi in un singhiozzo e stavolta era umano, non disumano, umano, pietoso. Cosa piangi, sciocca, imprecasti. Kurwa Crystina, nie placz. Non piangere. Crystina asciugava gli occhi con le mani luride, le labbra tumide di vino, bisbigliava qualcosa. Ragazzo mio, diceva Crystina quasi tra sé, tu pensi alla nostra Polonia? Le abbiamo voltato le spalle, oggi siamo niente, oggi rimane solo la pena e la tristezza, come per le sette ragazze di Albatros, e tu sei l’unica cantava Jacek Kaczmarski. E tirava su col naso. Il cartone di vino cadde sui piedi gonfi, era vuoto. Crystina si allungò sul prato, la pancia enorme. La guardavi, seduto sulla panca, cercando di mantenerti dignitoso, diritto con le spalle e con il capo, tentato di abbandonarti ad un sonno perenne. Ma guardavi Crystina piangere nella sua posa di cadavere, cantare Beata z Albatrosa.

Kurwa, Crystina urlasti, nie placz, non piangere. Lei cantava invece, per te era un singhiozzo protratto, un rimando spaventoso di tutte le nostalgie, di tutte le morti, le infamie. La donna dormiva, passando da uno stato di veglia delirante al sonno che trascinava nel nulla come auspicavi per te. Jaruzelski cadde, un tronco, sanguinava dal centro della nuca. Non si alzò, non era in grado. I tuoi occhi si chiudevano su Jaruzelski steso come un tronco ai piedi della panchina. E tutto intorno il sole brillava sugli uomini e le cose, risplendeva una vita amena, da cui rimaneste a parte ostinatamente a parte. Crystina andò via, in un punto non collocabile di un giorno di un mese di un anno. Era morta. Il suo corpo era la carcassa di una carogna. L’infermiera di Ostrowiec . Il tuo sentiero, lastricato di imperdonabili abbandoni, aggiungeva nuovi cumuli, nuovi ceri. Al parco litigavi come il peggiore degli ubriaconi, blateravi con Wojciech e il solito Jaruzelski. Suoneranno le campane anche per te, berciavi ora all’uno ora all’altro. Eri gonfio, cominciavi a perdere di umanità, come gli altri, non eri speciale. Ti rividi, andavi veloce, mani in tasca, attraversavi la piazza del Duomo con due polacchi appena arrivati da Strachowice. Erano le cinque del pomeriggio. Attraversaste la piazza del Duomo, tu e i due nuovi polacchi, ancora gagliardi. Erano giovanissimi, non erano stati provati col suggello, sorridevano, avevano spalle solide, gambe forti. Ti ricordasti la normalità, per un solo istante, tornasti a quegli anni, e c’erano tutti, ancora. Per un solo istante, sei tornato in Polonia. Immaginasti tuo padre, non ricordavi neanche più il suo volto. Lo immaginasti serio, ma senza rabbia. Serio perché triste, alla finestra del falansterio, nel quartiere popolare di Konskie. Lo vedesti fissare giù, verso il cortile scarno, oltre la pineta, dove tu e Mariusz andavate a sbronzarvi. Le strade grigie di Konskie finivano dentro un silenzio ottuso. La neve era sporca. Hai immaginato tuo padre, era serio e prossimo ad una conversione, espulso dal partito; e immaginasti certi sorrisi, mai raccolti. I sorrisi. “Mamma” ti sentisti pronunciare con un fil di voce. Mamma, io ti amo.

Dalla finestra tuo padre vedeva il mondo, finalmente senza rancore. Invocasti la pace della sua anima, tu che avevi smesso di pregare, che non ricordavi la ragione di una preghiera. E allora ti sei accorto che non era tuo padre alla finestra, dietro i vetri; eri tu. Eri tu che anelavi alla conversione, che smarrivi la rabbia, che dimenticavi le ignominie. Eri tu. La presenza di tua madre la ascoltavi alle tue spalle, il suo respiro calmo. Le promettevi un ritorno, il tuo maestoso ritorno. E quando accadde, lei moriva. Guardasti su al piano, c’era ancora la gabbia dell’usignolo messa lì da quando da bambino te ne regalarono uno. A tuo padre irritava moltissimo il cinguettio.  Pace all’anima sua. Il suo polacco gergale aveva sovente il suono di un insulto. Il tanfo di tabacco e di vodka anticipavano il suo arrivo, il suo passo pesante sul pianerottolo, l’esitazione, il trillo indisponente del campanello. L’usignolo era volato via, tu piangevi per questo. Tuo padre urlò: “ kurwa, nie placz”. Così urlasti a Crystina quel giorno, quel giorno eri tuo padre. Lei, invece, cantava.

(L’altro addio, Marsilio, pag.205)

La scrittura autobiografica

Estratto dalla Lezione tenuta presso la LUA – Libera università dell’autobiografia (Anghiari)

20 gennaio 2018

I generi autobiografici e la loro storia: la scrittura diaristica

Lezione in plenaria del Prof. Fabrizio Scrivano

Docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Perugia

 

(…)

Nel ‘700 il romanzo diventa il fenomeno di intrattenimento piano piano sempre più dominante rispetto agli altri generi letterari; le prime forme con le quali si manifesta è l’epistola. I romanzi di maggior successo, come ad esempio  “La Pamela “ di Richardson, adottano una forma epistolare. Anche Foscolo, quando si impone con questo fenomeno nuovo, o supposto tale, lo fa adottando la forma più comune del romanzo, cioè l’epistola. Ci si chiede, perché l’epistolario ? Perché scrivere una trama attraverso una successione di lettere? Lo aveva già fatto in precedenza Goethe con “I dolori del giovane Werther”: Foscolo, di fatto, assumeva un modello e poi lo rifaceva a modo suo. Per il classicista Foscolo, infatti, non esistono forme nuove, esistono soltanto variazioni del modello: egli non aveva nessuna difficoltà ad ammettere che si fosse richiamato ad un modello, affermando che anche Goethe aveva usato un modello che non era suo e che lui non lo aveva copiato, bensì si era limitato a prendere lo stesso modello, ma dandone una diversa versione. Il vero motivo per cui Foscolo sceglie le epistole è perché sapeva che tutti i suoi lettori scrivevano una lettera al giorno. Chiaramente questo innesta una serie di livelli comunicativi  con i lettori molto importanti. Possiamo affermare che la fortuna dei romanzi epistolari che si manifesta soprattutto alla fine del ‘700 (anche in Francia, Inghilterra e Germania), la fortuna del romanzo in forma autobiografica e di quello in forma diaristica, sono il segno che i letterati seguono e cercano di fare ciò che fanno i lettori. 

La stessa cosa accade anche in tempi moderni, basti pensare a Facebook: viene citato il caso di Giulio Mozzi, che raccoglie informazioni sui romanzi che negli ultimi 10/15 anni sono nati tramite l’esperienza dell’uso dei social. Questo a dimostrazione che gli scrittori fanno le stesse pratiche di scambio, di scritture e di comunicazione che vengono praticate dai loro stessi lettori; è proprio lì che vanno a cercare il materiale. Possiamo aspettarci, nei prossimi 15/20 anni, una stagione di romanzi che partirà dall’esperienza comunicativa e linguistica che si sta facendo nei social. Si tratta di un fenomeno nato già da 10 anni e un esempio concreto è dato da un’autrice siciliana, Veronica Tomassini, che ha scritto uno dei suoi ultimi romanzi tutto sui social. Ha cominciato scrivendo dei post su Facebook come se fosse un diario, raccontando quanto le era accaduto nel quotidiano e utilizzando una forma letteraria abbastanza curata e ricercata; la cosa che non è stata recepita nell’immediato è che questi post, che sembravano di natura personale, in realtà erano già romanzo costruito nell’arco di un anno. 365 post, un post al giorno.

Il meccanismo di narrazione tra scriventi e scrittori sembra replicarsi ogni volta che cambiano le modalità di comunicazione. Ci si potrebbe domandare se un romanzo epistolare avrebbe oggi un qualche successo. Siamo, da decenni, disabituati sia a scrivere delle lettere sia all’approccio temporale dell’epistola, prima a causa del telefono poi dei social. Oggi le lettere viaggiano molto veloci e, nell’ arco di qualche ora, possono già raggiungere il destinatario. Invece, la lettera che Leopardi scrisse a Stella, il suo editore milanese, il 14 marzo 1824, impiegò 7 giorni ad arrivare a Milano e quando Stella rispose, ci mise altri 7 giorni:  Leopardi, nel frattempo, aveva già cambiato idea! C’è stata un’epoca in cui, invece, l’epistola era l’unico strumento di comunicazione, si poteva raggiungere una persona lontana solo scrivendo una lettera. Il telefono ha abolito già da diversi anni questo modo di relazionarsi con l’altro e, quindi, oggi la lettera è diventata un oggetto desueto.

Uno degli ultimi epistolari di un certo interesse sono quelli dei prigionieri della seconda guerra mondiale, i quali hanno continuato a scrivere alle famiglie perché non c’era il telefono. Facendo degli studi su questi epistolari, è stato piuttosto sconcertante scoprire che la maggior parte delle lettere risultavano false, ovvero, non raccontavano cose vere. Chi è in prigione, scrive a casa che va tutto bene, che gli danno da mangiare, che non ha freddo, mentre invece, nel diario, scrive che non si mangia niente, che fa freddo, che lavora tutto il tempo … Da casa i parenti rispondono  “anche qui va tutto bene”. E’ un falso, sicuramente per necessità: nelle lettere si cerca di alleviare l’attesa degli altri edulcorando la realtà perché, invece, nessuno se la passa poi così bene.

(Rispetto a questa esperienza, il Prof. Scrivano racconta di un diario scritto da un semi-analfabeta umbro che, ad un certo punto, prende coraggio con se stesso e scrive nel suo diario, poche pagine sgrammaticate in dialetto, nda della trascrizione):

 

“Io continuo a scrivere le lettere, tanto so che tutto quello che scrivo è tutto finto, perché non c’è niente di vero di quello che scrivo a casa, ma non voglio dar preoccupazioni. Tanto lo so che anche da casa mi scrivono che va tutto bene ma che in realtà non va bene niente”.

 

Nel diario, quindi, c’è un momento di verità rispetto alla comunicazione; inoltre, esso filologicamente ci svela il rapporto che questo signore ha con la scrittura epistolare, con il ricordo di casa, con il tempo presente e anche con la scrittura di tale tempo.

Trascrizione conclusiva dell’intervento:

Ritornando al tema principale, il docente torna a sottolineare che gli scrittori cercano di lavorare letterariamente sulle forme che gli scriventi praticano con normalità. Questo ha avuto molte conseguenze e ci vorranno ancora degli anni per capire cosa sta succedendo o che succederà. La cosa molto importante è aver abolito, o, almeno, aver cercato di abolire, il diaframma tra la letteratura e la scrittura come due fenomeni nettamente separati. E’ una questione che ha a che fare con i critici e con l’istituzione di un canone rispetto a cosa vada ricordato: è l’idea quasi folle che ci debba essere qualcuno che, a seconda di determinati criteri, stabilisca ciò che va ricordato perché istituito nel canone e ciò che vada dimenticato e quindi messo in soffitta, nell’ipotesi più cauta. In relazione a quanto presentato, il Prof. Scrivano sottolinea cosa sia la cultura del diario,  ovvero, quali rapporti questa pratica intrattenga con il mondo della cultura, con l’idea che ogni volta che noi scriviamo il  diario ci collochiamo culturalmente nel mondo. Non lo scriviamo soltanto per noi, lo scriviamo per essere collegati, anche se non direttamente, ad una rete culturale che dà senso. Adottiamo un sistema interpersonale perché sappiamo che molti altri lo possono scegliere, usiamo una particolarità di linguaggio che è quella usata dagli altri e, pertanto, quando noi scriviamo il diario non facciamo un atto personale, ma, in un certo senso, aderiamo al nostro circondario, al nostro ambiente, al nostro contesto e, ancora più ambiziosamente, alla nostra storia, alla nostra lingua, alla nostra cultura. Nella realtà, per quanto si scriva spontaneamente, non si scrive mai ingenuamente. Tutti i rapporti di scrittura hanno una relazione immediata con l’uso del linguaggio e le lingue che noi  ricordiamo sono le lingue delle nostre letture, dei nostri ascolti. Ogni volta che le usiamo, replichiamo, attraverso la scrittura, dei modelli non personali, ma culturali, che elaboriamo personalmente e che, quindi, sappiamo appartenerci in maniera intima. Anche quando scriviamo le cose che sentiamo scegliendo le parole più adatte, stiamo mettendo dentro di noi qualcosa che appartiene al mondo, alla cultura generale, anche se non sappiamo da dove provengano con esattezza.

fabrizio scrivano

Fabrizio Scrivano

Un brano da “L’altro addio” (Marsilio)

BannerTomassini(…)La notte il vento scuoteva le bicocche, riproducendo spaventosi lamenti, le due coperte non erano sufficienti a scaldarti, la stufa alimentata a legna bisognava spegnerla a una certa ora, ci pensavano i volontari. Dai bagni proveniva la puzza di fogna e di ristagno acquoso. Ti svegliavi travolto dall’incubo che si ammantava di quegli afrori, i tuoi incubi erano deliri da desto. Eri arrivato. Non accusavi le crisi epilettiche, fosti salvo ancora una volta dall’ultimo stadio del bevitore. Avevi una buona stella. Riprendevi il sonno con fatica che forse era una veglia tormentata. La mattina eri intrattabile, tremavi e trattenevi i conati. Ti insaccavi nelle tue maglie slargate, nel giubbotto di piume rimediato in Caritas. Non rimpiangevi nulla. Attraversavi i sentieri boscosi, raggiungendo il centro della città abruzzese. Il gelo ti addormentava le mani, dimenticavi di recarti in Caritas per chiedere i guanti e il cappello. Lo avresti fatto, se l’oblio non sovveniva prima, con una sola bottiglia di birra. Al bar della piazza trovavi chi te ne offriva o un bicchiere d’amaro. Prendevi il bus, quindi, e riparavi in centro commerciale. Stendevi la mano e chiedevi, poi contavi i cent e compravi vino in busta, dividevi col gruppo – c’erano arabi e macedoni allora – oppure te lo finivi da solo in bagno. Perdevi i sensi, gli avventori allarmati chiamavano la sicurezza, ti trascinavano fuori dalla toilette per uomini, il mento sul collo, abbandonato simile a un fantoccio, poggiato alla parete con la bacheca e gli estintori. La gente erano gli altri, gli altri era una parola che non ti piaceva. Ti riprendevi, rimettevi  a posto i tuoi occhiali appena scivolati sul naso. Ti rimettevi in piedi, malconcio e virile, come sempre. Le donne ti guardavano colpite da una recondita ammirazione, eri forte e alticcio, virile malgrado tutto, bello, di una bellezza arrogante, lontana. Le baracche dovevano essere sgomberate, dovevi andartene, due casi di tubercolosi, tu la prendesti a Milano, mesi dopo. Volevi tornare nell’albergo degli sfollati, riprendetemi supplicasti il direttore. Il direttore fu irremovibile. Niente ubriaconi, ti eri scolato la dispensa di vini. Eri indifendibile. Nora, la vecchina di Ovindoli, ti aspettava alla finestra ogni pomeriggio, te lo disse Alina, la rumena della reception. C’era da rimediare un posto dove dormire. L’Aquila era fredda, non c’era da scherzare. Così ti mettesti in pullman per Pescara dove esisteva un centro di accoglienza con molti posti letto e una domanda minore. Erano luoghi per profughi e rifugiati, ci avresti provato lo stesso. Con i cent dell’elemosina comprasti una birra e il biglietto dell’autobus, tremavi , eri a rota, in crisi di astinenza. La birra ti calmava il tremore e i conati. Pescara era obnubilata da strane percezioni, le tue alterazioni visive la rendevano confusa, dentro tutte le partenze, le terre solcate e abbandonate, le frontiere e i volti che avevi amato. Il suo lungomare vacillava sotto il tuo sguardo, gli occhi una fessura. Tentavi di riconoscere un dettaglio che ti inducesse a qualcosa di famigliare. Ti illudevi di incontrami di nuovo, rivedere ancora una volta Crystina, Wojciech, i lerci, la tua casa. Immaginavi di vedermi oltre il verde di quel mare di inverno, rischiarato da una luce debole, incerta. Mi vedevi bianca, vestita di bianco come la vedova di Isaia, ed ero io, ancora. Le tue visioni mistiche erano profetiche. Un giorno mi hai chiesto: hai mai visto un angelo? Lo chiedesti mentre bruciavi all’inferno, nei tormenti alcolici, nella lurida retrovia di uomini intestini e indigesti al mondo, seduto sul ciglio dell’abisso, chiedevi udienza agli angeli. La nostalgia avanzava allora, avida più che mai, ma persa, incapace di riconoscere il senso e la ragione di una perdita. La nostalgia era solo il calco di un antico dolore, di cui non ricordavi nulla, un dolore senza connotati. Avanzavi a tentoni, molto lentamente, molto più che la nostalgia affamata, inutilmente vigile su remoti sussulti senza prestanza. Eppure non conoscevi rimpianto, non nutrivi sensi di colpa, non più del dovuto, infliggevi agli altri il tuo stesso castigo, la perdita e l’abbandono. Intuivi altra vita che non deteneva peculiarità nuove e non per questo te ne dolevi.

 

http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172702/l-altro-addio

Gli amori difficili di mademoiselle (Il fatto Quotidiano)

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

 

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre la sua serpe. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Ride, mademoiselle. racconto il fatto

 

Era un giorno d’estate. C’era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

 

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. No, era un giorno d’estate. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

 

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensava  allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Aveva sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverebbe trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola.

 

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso,  degradava tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, andava in centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

 

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di sé stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore.

 

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé. La gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti.

E i giorni andavano.  Ed era estate. E l’estate torna sempre.

 

Mademoiselle fissava – sulla cima del poggio – il mare oltre la costa. E andando indietro negli anni, l’abitudine replicava la medesima postura, lei eretta sopra un poggio, una roccia, sul davanzale di una finestra, seduta, al piano basso di un condominio popolare, guardare qualcosa, oltre un limite, un recinto, a volte un orizzonte, ciò dipendeva da uno stato d’animo, da una felicità, da una tristezza. Una cima o uno strapiombo dove lanciarsi con destrezza, con viltà o in preda ai brividi. Lo strapiombo sulla rupe in quel ciglione, nella periferia. Avrebbe voluto dimenticare. Adesso fissava dal poggio il castello, oltre la costa. Lo vedeva. Ai suoi piedi si stendeva un piano di cemento, il parcheggio interrato di un centro commerciale. La vita si svolgeva domestica e tranquilla. A lei mancava, cercava di scorgerla ancora, trovarla. La voleva indietro. Scese dal colle, davanti le porte apribili di un centro commerciale, attese un po’, le porte si aprivano e si chiudevano, nella sincronia intercettava un volto, il suo. E dietro quello incuriosito o torvo o assente degli avventori.  Invidiali. No, non invidiarli, ammirali.

 

Mademoiselle aveva perduto ogni ragione. E in special modo la ragione morale della sua disfatta. Pensò alla Sagan, La disfatta di Lucile non era esattamente lo stesso. Lucile aveva una capacità nuova per lei di aggirare la questione. Sedurre, vivere, piacere, darlo, riceverlo.

 

Cosa significasse non era in grado di dire. Il piacere. Cos’era?

L’estate era sempre un’attesa. Stavolta smorzata, un’ebbrezza da far implodere, un’ebbrezza inutile. Le porte apribili del centro. Entrò. Lei un tempo era felice, giusto?  L’uomo le stava accanto. A volte sorrideva o fischiava. Per un istante le sembrò tutto reale. Sedette. C’era la panca, era lì, aspettava. La panca aspettava il suo sgomento. Premette la tempia con il palmo. Era tutto vero. E invece no. Si guardò intorno. No. Non c’era nessuno.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano edizione del 29 agosto 2018

il link qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/gli-amori-difficili-di-mademoiselle-affacciata-sul-mare/

 

 

 

 

diario

Sono dimagrita ancora. Stavolta me ne accorgo. Posso nutrirmi soltanto con un gesto d’amore. Non è un’indicazione terapeutica sentimentale. E’ una verità tremenda. Invece chi finisce dove sono finita io di solito si muove confusamente nell’incomprensione, nell’amore distratto nella migliore delle ipotesi. Ieri torno nel quartiere ebraico. Non cerco l’individuo, per il quale non sento un vero trasporto, piuttosto un segreto risentimento. Lo incontro lo stesso. Sono risentita per un milione di cose. E anche monsieur mi ha deluso, il francese. Ce l’ho anche con lui, con le sue promesse fasulle, che non gli avevo chiesto, per evitare che non le mantenesse. E non le ha mantenute.

Ieri ho indossato un vestito lungo, scucito ai fianchi. L’ho scucito io perché la pressione dell’elastico scatenava i soliti dolori. Uno di quei vestiti a sacco che odio, a cui mi costringe la cronicità, ogni mese. Sono senza tette. Le mie gambe sono lunghe e secche. Lunghe poi, si fa per dire. Che fortuna non aver partorito una figlia come me, sono una cambiale, portatrice di fastidi, apprensioni, amarezze. Lo penso con sincerità.

Chi si butta nel fuoco per me? Comincio a mangiare.  Smetto di regredire. Ieri siedo nel sagrato della chiesa. Non mi sento così carina, come a volte mi capita, quando i capelli stanno a posto e tutto suggerisce armonia. Si siede un padre un bambino con un cane, sono costretta a fargli posto. Il cane si accomoda ai miei piedi. Assurdo. Potremmo essere una famiglia, ma io non c’entro niente con loro.  Così arriva il quarto soggetto, quello giusto, la moglie, un po’ irritata, siede tra me e il figlio, ha la voce incrinata dall’irritazione sì. Come se non fosse stato il marito a chiedere di sedersi. Il marito. Se lo tenga, e stretto. Vanno via. Il marito gentilmente si congeda con un sorriso, lei stringe la borsa e tira dritto, neanche un saluto.

Bah.

Io provo a chiedere aiuto. Ma sono sola. Ho perso molti chili. Mi guardo allo specchio, il mio viso lo posso chiudere nella mano.

 

Romanzo Amore 76 (l’upupa)

Sarebbe arrivata fino in cima sulla rupe. Avrebbe guardato la baia e concentrato tutte le amarezze in un punto preciso del mare dove sprofondava di più nel margine delle correnti.

Erano passati anni. Aveva incontrato l’inganno. E poi c’era stata Milano, il parco, lei che aspettava lui, le sue scarpe di velluto, le foglie gialle lungo il sentiero. Ora era tutto di nuovo placido, di una placidità che tradiva, non inondava di letizia, non restituiva qualcosa in cambio. E mademoiselle si aspettava di solito qualcosa, dopo aver patito. Era di nuovo lei, lei soltanto, lei e l’upupa sul muro di pietra, mentre buganvillee maestose  precipitavano dal declivio fino alla tenera insenatura. Selvaggia e ardimentosa era la costa e tutto intorno, residui di una vita sconosciuta, che l’aveva contagiata di una certa viltà o tristezza. Le vennero in mente molte cose del passato, persino le più inutili. La compagnetta del mare, il suo fidanzatino, i quattordici anni, la casa mesta sulla vetta del promontorio. Le bambine. Quattordicenni, lei e l’amica, tuffarsi nobilmente come ondine.

Guardava giù. Monsieur sarebbe stata l’ultima prospettiva fasulla. Era tutto finito. Sentiva l’upupa alle sue spalle. Aveva una piccola cresta. La stava osservando, così le parve. Si voltò lentamente per non spaventarla. L’upupa era lì. Col suo buffo becco. Le venne da sorridere, per la tenerezza. E la tenerezza era uno sguardo prestato e potente. Era l’indulgenza che prendeva forma nelle cose. L’upupa muoveva il becco, pestava semini, eseguiva uno strano movimento. E in ogni dettaglio mademoiselle scopriva l’Eternità, il cuore segreto che pulsava dagli antipodi e prima ancora.vestitoveri

Doveva tornare al tempio e salutare tutti. Congedarsi, come le sue vecchie. L’ebreo, Dario l’eroinomane, il pederasta. Tutti. Le avevano tenuto compagnia, ascoltata, protetta. Doveva salutarli, prima di congedarsi.

Il crepuscolo era grigio, il blu cobalto si raggrumava con una nebbia di salsedine lungo la trazzera. Aveva raggiunto la cima, superato i casermoni. Le campagne, i rovi di more, i fiori selvatici. Non aveva altro da aggiungere, mademoiselle.

Il bambino. Era a casa. Faceva i compiti. I pensierini della giornata da trascrivere nel quadernetto. I bambini parlano usando molti vezzeggiativi, ripeté con un sussurro. Il suo bambino anche.

Cosa fare? Non sei sola, mademoiselle. Torna a casa. O guarda pure la baia sotto di te, il bene regale che ti appartiene, la dolcezza di un’upupa. Quanti anni sono passati? Si chiedeva.

Guardava giù. Indossava una tuta bianca, intera, larga. Aderiva al suo esile corpicino.

Era stanca della sua identità incerta. Era stanca di non ricevere o di non capire quando accadeva di ricevere. Il mare si avvitava nei gorghi delle correnti. Era blu cobalto che sembrava il cielo e quando il gabbiano sfiorò entrambi ebbe la certezza di assistere a un miracolo.

Le ragioni inesplicabili l’avevano tormentata e forse in quel mentre perdevano la sostanza del loro mistero. Se mademoiselle avesse accettato le brevi spade conficcate nel fragile ventre smetteva di tormentarsi.

L’upupa emetteva un suono ipnotico. La nebbia era blu cobalto e lei si lasciava andare.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini.