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Un brano da “L’altro addio” (Marsilio)

BannerTomassini(…)La notte il vento scuoteva le bicocche, riproducendo spaventosi lamenti, le due coperte non erano sufficienti a scaldarti, la stufa alimentata a legna bisognava spegnerla a una certa ora, ci pensavano i volontari. Dai bagni proveniva la puzza di fogna e di ristagno acquoso. Ti svegliavi travolto dall’incubo che si ammantava di quegli afrori, i tuoi incubi erano deliri da desto. Eri arrivato. Non accusavi le crisi epilettiche, fosti salvo ancora una volta dall’ultimo stadio del bevitore. Avevi una buona stella. Riprendevi il sonno con fatica che forse era una veglia tormentata. La mattina eri intrattabile, tremavi e trattenevi i conati. Ti insaccavi nelle tue maglie slargate, nel giubbotto di piume rimediato in Caritas. Non rimpiangevi nulla. Attraversavi i sentieri boscosi, raggiungendo il centro della città abruzzese. Il gelo ti addormentava le mani, dimenticavi di recarti in Caritas per chiedere i guanti e il cappello. Lo avresti fatto, se l’oblio non sovveniva prima, con una sola bottiglia di birra. Al bar della piazza trovavi chi te ne offriva o un bicchiere d’amaro. Prendevi il bus, quindi, e riparavi in centro commerciale. Stendevi la mano e chiedevi, poi contavi i cent e compravi vino in busta, dividevi col gruppo – c’erano arabi e macedoni allora – oppure te lo finivi da solo in bagno. Perdevi i sensi, gli avventori allarmati chiamavano la sicurezza, ti trascinavano fuori dalla toilette per uomini, il mento sul collo, abbandonato simile a un fantoccio, poggiato alla parete con la bacheca e gli estintori. La gente erano gli altri, gli altri era una parola che non ti piaceva. Ti riprendevi, rimettevi  a posto i tuoi occhiali appena scivolati sul naso. Ti rimettevi in piedi, malconcio e virile, come sempre. Le donne ti guardavano colpite da una recondita ammirazione, eri forte e alticcio, virile malgrado tutto, bello, di una bellezza arrogante, lontana. Le baracche dovevano essere sgomberate, dovevi andartene, due casi di tubercolosi, tu la prendesti a Milano, mesi dopo. Volevi tornare nell’albergo degli sfollati, riprendetemi supplicasti il direttore. Il direttore fu irremovibile. Niente ubriaconi, ti eri scolato la dispensa di vini. Eri indifendibile. Nora, la vecchina di Ovindoli, ti aspettava alla finestra ogni pomeriggio, te lo disse Alina, la rumena della reception. C’era da rimediare un posto dove dormire. L’Aquila era fredda, non c’era da scherzare. Così ti mettesti in pullman per Pescara dove esisteva un centro di accoglienza con molti posti letto e una domanda minore. Erano luoghi per profughi e rifugiati, ci avresti provato lo stesso. Con i cent dell’elemosina comprasti una birra e il biglietto dell’autobus, tremavi , eri a rota, in crisi di astinenza. La birra ti calmava il tremore e i conati. Pescara era obnubilata da strane percezioni, le tue alterazioni visive la rendevano confusa, dentro tutte le partenze, le terre solcate e abbandonate, le frontiere e i volti che avevi amato. Il suo lungomare vacillava sotto il tuo sguardo, gli occhi una fessura. Tentavi di riconoscere un dettaglio che ti inducesse a qualcosa di famigliare. Ti illudevi di incontrami di nuovo, rivedere ancora una volta Crystina, Wojciech, i lerci, la tua casa. Immaginavi di vedermi oltre il verde di quel mare di inverno, rischiarato da una luce debole, incerta. Mi vedevi bianca, vestita di bianco come la vedova di Isaia, ed ero io, ancora. Le tue visioni mistiche erano profetiche. Un giorno mi hai chiesto: hai mai visto un angelo? Lo chiedesti mentre bruciavi all’inferno, nei tormenti alcolici, nella lurida retrovia di uomini intestini e indigesti al mondo, seduto sul ciglio dell’abisso, chiedevi udienza agli angeli. La nostalgia avanzava allora, avida più che mai, ma persa, incapace di riconoscere il senso e la ragione di una perdita. La nostalgia era solo il calco di un antico dolore, di cui non ricordavi nulla, un dolore senza connotati. Avanzavi a tentoni, molto lentamente, molto più che la nostalgia affamata, inutilmente vigile su remoti sussulti senza prestanza. Eppure non conoscevi rimpianto, non nutrivi sensi di colpa, non più del dovuto, infliggevi agli altri il tuo stesso castigo, la perdita e l’abbandono. Intuivi altra vita che non deteneva peculiarità nuove e non per questo te ne dolevi.

 

http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172702/l-altro-addio

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Gli amori difficili di mademoiselle (Il fatto Quotidiano)

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

 

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre la sua serpe. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Ride, mademoiselle. racconto il fatto

 

Era un giorno d’estate. C’era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

 

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. No, era un giorno d’estate. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

 

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensava  allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Aveva sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverebbe trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola.

 

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso,  degradava tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, andava in centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

 

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di sé stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore.

 

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé. La gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti.

E i giorni andavano.  Ed era estate. E l’estate torna sempre.

 

Mademoiselle fissava – sulla cima del poggio – il mare oltre la costa. E andando indietro negli anni, l’abitudine replicava la medesima postura, lei eretta sopra un poggio, una roccia, sul davanzale di una finestra, seduta, al piano basso di un condominio popolare, guardare qualcosa, oltre un limite, un recinto, a volte un orizzonte, ciò dipendeva da uno stato d’animo, da una felicità, da una tristezza. Una cima o uno strapiombo dove lanciarsi con destrezza, con viltà o in preda ai brividi. Lo strapiombo sulla rupe in quel ciglione, nella periferia. Avrebbe voluto dimenticare. Adesso fissava dal poggio il castello, oltre la costa. Lo vedeva. Ai suoi piedi si stendeva un piano di cemento, il parcheggio interrato di un centro commerciale. La vita si svolgeva domestica e tranquilla. A lei mancava, cercava di scorgerla ancora, trovarla. La voleva indietro. Scese dal colle, davanti le porte apribili di un centro commerciale, attese un po’, le porte si aprivano e si chiudevano, nella sincronia intercettava un volto, il suo. E dietro quello incuriosito o torvo o assente degli avventori.  Invidiali. No, non invidiarli, ammirali.

 

Mademoiselle aveva perduto ogni ragione. E in special modo la ragione morale della sua disfatta. Pensò alla Sagan, La disfatta di Lucile non era esattamente lo stesso. Lucile aveva una capacità nuova per lei di aggirare la questione. Sedurre, vivere, piacere, darlo, riceverlo.

 

Cosa significasse non era in grado di dire. Il piacere. Cos’era?

L’estate era sempre un’attesa. Stavolta smorzata, un’ebbrezza da far implodere, un’ebbrezza inutile. Le porte apribili del centro. Entrò. Lei un tempo era felice, giusto?  L’uomo le stava accanto. A volte sorrideva o fischiava. Per un istante le sembrò tutto reale. Sedette. C’era la panca, era lì, aspettava. La panca aspettava il suo sgomento. Premette la tempia con il palmo. Era tutto vero. E invece no. Si guardò intorno. No. Non c’era nessuno.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano edizione del 29 agosto 2018

il link qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/gli-amori-difficili-di-mademoiselle-affacciata-sul-mare/

 

 

 

 

diario

Sono dimagrita ancora. Stavolta me ne accorgo. Posso nutrirmi soltanto con un gesto d’amore. Non è un’indicazione terapeutica sentimentale. E’ una verità tremenda. Invece chi finisce dove sono finita io di solito si muove confusamente nell’incomprensione, nell’amore distratto nella migliore delle ipotesi. Ieri torno nel quartiere ebraico. Non cerco l’individuo, per il quale non sento un vero trasporto, piuttosto un segreto risentimento. Lo incontro lo stesso. Sono risentita per un milione di cose. E anche monsieur mi ha deluso, il francese. Ce l’ho anche con lui, con le sue promesse fasulle, che non gli avevo chiesto, per evitare che non le mantenesse. E non le ha mantenute.

Ieri ho indossato un vestito lungo, scucito ai fianchi. L’ho scucito io perché la pressione dell’elastico scatenava i soliti dolori. Uno di quei vestiti a sacco che odio, a cui mi costringe la cronicità, ogni mese. Sono senza tette. Le mie gambe sono lunghe e secche. Lunghe poi, si fa per dire. Che fortuna non aver partorito una figlia come me, sono una cambiale, portatrice di fastidi, apprensioni, amarezze. Lo penso con sincerità.

Chi si butta nel fuoco per me? Comincio a mangiare.  Smetto di regredire. Ieri siedo nel sagrato della chiesa. Non mi sento così carina, come a volte mi capita, quando i capelli stanno a posto e tutto suggerisce armonia. Si siede un padre un bambino con un cane, sono costretta a fargli posto. Il cane si accomoda ai miei piedi. Assurdo. Potremmo essere una famiglia, ma io non c’entro niente con loro.  Così arriva il quarto soggetto, quello giusto, la moglie, un po’ irritata, siede tra me e il figlio, ha la voce incrinata dall’irritazione sì. Come se non fosse stato il marito a chiedere di sedersi. Il marito. Se lo tenga, e stretto. Vanno via. Il marito gentilmente si congeda con un sorriso, lei stringe la borsa e tira dritto, neanche un saluto.

Bah.

Io provo a chiedere aiuto. Ma sono sola. Ho perso molti chili. Mi guardo allo specchio, il mio viso lo posso chiudere nella mano.

 

Romanzo Amore 76 (l’upupa)

Sarebbe arrivata fino in cima sulla rupe. Avrebbe guardato la baia e concentrato tutte le amarezze in un punto preciso del mare dove sprofondava di più nel margine delle correnti.

Erano passati anni. Aveva incontrato l’inganno. E poi c’era stata Milano, il parco, lei che aspettava lui, le sue scarpe di velluto, le foglie gialle lungo il sentiero. Ora era tutto di nuovo placido, di una placidità che tradiva, non inondava di letizia, non restituiva qualcosa in cambio. E mademoiselle si aspettava di solito qualcosa, dopo aver patito. Era di nuovo lei, lei soltanto, lei e l’upupa sul muro di pietra, mentre buganvillee maestose  precipitavano dal declivio fino alla tenera insenatura. Selvaggia e ardimentosa era la costa e tutto intorno, residui di una vita sconosciuta, che l’aveva contagiata di una certa viltà o tristezza. Le vennero in mente molte cose del passato, persino le più inutili. La compagnetta del mare, il suo fidanzatino, i quattordici anni, la casa mesta sulla vetta del promontorio. Le bambine. Quattordicenni, lei e l’amica, tuffarsi nobilmente come ondine.

Guardava giù. Monsieur sarebbe stata l’ultima prospettiva fasulla. Era tutto finito. Sentiva l’upupa alle sue spalle. Aveva una piccola cresta. La stava osservando, così le parve. Si voltò lentamente per non spaventarla. L’upupa era lì. Col suo buffo becco. Le venne da sorridere, per la tenerezza. E la tenerezza era uno sguardo prestato e potente. Era l’indulgenza che prendeva forma nelle cose. L’upupa muoveva il becco, pestava semini, eseguiva uno strano movimento. E in ogni dettaglio mademoiselle scopriva l’Eternità, il cuore segreto che pulsava dagli antipodi e prima ancora.vestitoveri

Doveva tornare al tempio e salutare tutti. Congedarsi, come le sue vecchie. L’ebreo, Dario l’eroinomane, il pederasta. Tutti. Le avevano tenuto compagnia, ascoltata, protetta. Doveva salutarli, prima di congedarsi.

Il crepuscolo era grigio, il blu cobalto si raggrumava con una nebbia di salsedine lungo la trazzera. Aveva raggiunto la cima, superato i casermoni. Le campagne, i rovi di more, i fiori selvatici. Non aveva altro da aggiungere, mademoiselle.

Il bambino. Era a casa. Faceva i compiti. I pensierini della giornata da trascrivere nel quadernetto. I bambini parlano usando molti vezzeggiativi, ripeté con un sussurro. Il suo bambino anche.

Cosa fare? Non sei sola, mademoiselle. Torna a casa. O guarda pure la baia sotto di te, il bene regale che ti appartiene, la dolcezza di un’upupa. Quanti anni sono passati? Si chiedeva.

Guardava giù. Indossava una tuta bianca, intera, larga. Aderiva al suo esile corpicino.

Era stanca della sua identità incerta. Era stanca di non ricevere o di non capire quando accadeva di ricevere. Il mare si avvitava nei gorghi delle correnti. Era blu cobalto che sembrava il cielo e quando il gabbiano sfiorò entrambi ebbe la certezza di assistere a un miracolo.

Le ragioni inesplicabili l’avevano tormentata e forse in quel mentre perdevano la sostanza del loro mistero. Se mademoiselle avesse accettato le brevi spade conficcate nel fragile ventre smetteva di tormentarsi.

L’upupa emetteva un suono ipnotico. La nebbia era blu cobalto e lei si lasciava andare.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 75 (verso la fine)

Percorreva a passo spedito la mulattiera bianca e polverosa, conduceva sulla punta della costa, irta e sconnessa. Ai fianchi, gli steccati recingevano il mare. Il mare si gonfiava dentro il vento di scirocco, le ricordava un mondo di trapassati. Il suo cimitero. La sua giovinezza. Proseguiva decisa come se dovesse incontrarsi – o tenere udienza – con qualcuno di molto speciale. La sua magrezza era spaventosa, raccoglieva l’ilarità sommessa di chi la incontrava per via, questo la offendeva profondamente, anzi la indignava e considerava il resto dell’universo abitato da imperdonabile volgarità se fossero stati l’unico metro di misura i corpi confezionati di carne e ossa che la sfioravano, attraversando la stessa trazzera.

Aveva smesso di agitarsi per gli amori perduti ed era spaventoso dimorare nella mancanza. Cosa rimane di un’anima disabitata, tolto il sentimento, cosa rimane di un corpo pulsante sangue e immemore? Domande che si davano il turno, sempre uguali, mentre ancora la mulattiera era indefinita, si allungava verso un punto sospeso dove ritrovare l’umanità svilita della sua giovinezza e già ne individuava le cime, i palazzoni brulicanti, panni stesi al vento, tetti frananti, eretti di parabole, urla seppellite nella valle.

Aveva realizzato infine che non sarebbero tornati da lei i rimpianti vestiti di promesse. Non sarebbe tornato più nessuno. E monsieur? Era stato ancora una volta il dispetto di un destino ostile? Perché con lei lo era?

E intanto procedeva e la sua figura si distingueva scura e sottile lontano dagli altri, la civiltà, i suoi frequentatori. Lei desiderava così sparire, insulsamente, come insulsamente aveva praticato quel mondo, la vita medesima, senza incidere, senza portare a compimento le tappe normali della condizione esistenziale che tutto sommato doveva riguardarla, cioè era una donna. E non lo era. Poteva essere un giunco, un cardo, un ramo di agave. Una pietra. Non ispirava altro che compassione, a volte pietà, a volte stupore, un soggetto bizzarro da osservare con curiosità.veronicatom

Procedeva lungo la via, bianca e polverosa, fino alla fine. La campagna si gettava verso il blu, il cielo era attraversato da rondinelle e gruppi di storni. Il mare era ingovernabile nella cala sotto il dirupo.

Da ragazza guardava verso il dirupo, mentre il treno della vecchia ferrovia sfrecciava alle sue spalle, inducendo a lontananze migliori. Da ragazza era vecchia, era morta.  E adesso era tutto in procinto di concludersi e dispiegarsi in direzione di una destinazione adeguata. A ognuno il suo destino. Lo ripeteva mille volte. Il suo destino la osservava con una mite indulgenza. Cosa voleva dirle?

Cosa devo fare ancora? Si chiedeva.

Una motoretta rompeva il silenzio, calpestando le giunture dei cardi, rombando dentro la steppa insolentemente. La polvere si raggrumava in vortice.

Fissava qualcuno, ma erano ombre, era il caldo che si infrangeva sull’asfalto poco più in là. Aveva in mente una canzone, la libertà, la bellezza.

Procedeva.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

Romanzo Amore 74 (la follia?)

Sarebbe tornata al tempio. Tornava al tempio per guardare la pietra diroccarsi oltre il leggio didascalico sul rudere che le stava di fronte. Così non succedeva nulla ed è quanto a lei importava, affinché nulla succedesse, sedeva al tempio. Osservava l’aria infilarsi nelle fessure delle rocce, attraversare i visi ordinari, gli occhi sbigottiti di un vecchio, la falda dell’amico ebreo compiere il suo giro filantropico. L’amico ebreo la fissava, no, non la fissava, la osservava piuttosto con comprensione. Non disperare mia cara, la esortava. E lei non disperava, qualche volta.

Qualche volta, sì, disperava. Perché non succedeva mai nulla e la sua solitudine era sempre più severa, era il mostro che digrignava i denti, aveva sempre fame, la sua solitudine la scarnificava. Nel suo destino l’amore non si sarebbe compiuto, non sarebbe stato la rivelazione, il riscatto, mai. Soltanto l’inganno, non c’era altro. Andate via, lasciatemi in pace, urlava. L’amico ebreo le tendeva la mano, dai, piano piano, calma, su, aspetta, shhhh. Andate via, urlava. Seduta sulla panca, pigiava le dita sulle guance, le guance senza rotondità, lei nella sua interezza non aveva rotondità, spigoli, da farsi male, ossa. Respingeva la bellezza e l’amore, il suo corpo scavato non era nulla, non era luce, non era nulla.elide

Andate via.

L’ebreo al tempio aveva la mano aperta verso di lei. Sorrideva, ma aveva le lacrime. Lei vigilava adesso in piedi sulla panca. La donna rom passava allora, si conoscevano. Signora, signora, la chiamava. Andate via, urlava, mademoiselle.  La gente del tempio era povera e curiosa e le si accalorava intorno, borbottando, bisbigliando. Non aveva mai veduto un tale intarsio smerigliato notato – mentre urlava – sul rosone dell’edificio dentro la via. Il mondo le girava intorno con tutte le stoltezze, confondeva i pochi visi che avrebbe portato con sé fino alla morte, non le procuravano dolore o gioia, appena un po’ di nostalgia. La nostalgia è un lutto. Non è un bel sentimento, nemmeno se a coltivarlo poi puoi tirarci fuori qualcosa, pensava, forse un romanzo.

Mademoiselle scriveva. E d’improvviso si guardò allo specchio – ma era nella sua testa, lo specchio era antico, con certi baluardi di legno da far venire i brividi per la vetustà –  indossava una camicetta colorata, bianca con ombre fucsia che inseguivano disegni concettuali. Non le era mai piaciuta così tanto in fondo. O si vedeva seduta sulle panche di una chiesa in periferia, bianca bianca, con la luce primordiale di un giorno di giugno provenire dal mare azzurro.

Non aveva bisogno di amare un uomo e viceversa. Era il desiderio di tutti, ma oramai non aveva l’età, a lei interessava la giovinezza più che altro, un sentore di libertà e rivoluzione. Quale rivoluzione, mademoiselle? Scendi da quella panca, mademoiselle.

Scese dalla panca, l’ebreo la sorreggeva. L’accompagnava, col suo bastone, claudicante e malandato, eppur sorridente, tranquillo. Era un uomo di Dio. Lei era avvelenata. La rabbia cieca le impediva di ragionare, di quel mondo odiava tutto, tutti gli inganni. E le veniva voglia di urlare perché non aveva coraggio, perché avrebbe finito di patire, dolersi, l’avrebbe fatto quel gesto, l’avrebbe fatto.

Era un giorno qualunque, di tanti anni dopo, un pianto uguale, fedele. Albe e tramonti. Ed era un giorno qualunque. Non le era più concesso altro e tutto le sembrava cedere, la radice marcia restare e ogni cosa divelta. E non aveva altro che un giorno qualunque davanti.

Le sua braccia strette e dure, il corpo incurvato, non suggerivano bellezza o armonia.

Ed era già sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.

 

Romanzo Amore 73 (vi perdono)

Mademoiselle voleva perdonare tutti, ora che aveva incontrato monsieur. Vi perdono, avrebbe pontificato, grata all’universo mondo, lanciando petali di rose e gelsomini, coriandoli e confetti, indossando un abito di drappi e ornamenti. Retoricamente avrebbe indugiato sulla scena, allungandosi con il busto come fosse un ringraziamento. Il destino le aveva concesso una pausa. Riposati, adesso, le aveva concesso il destino.

Monsieur era l’uomo che aspettava. Però doveva essere lui. Non era propensa a trattare con il destino. Le promesse si mantengono. E’ lui. Sorrideva. Ma lui non lo sa. Lui ha solo detto: mademoiselle, io ricorderò sempre i suoi occhi.

Mademoiselle odiava le frasi sentimentali che sembravano lapidi sulla sua tomba, note a margine di un lascito testamentario. Monsieur: si ricorda i miei occhi? Li può rivedere ancora. Siamo vivi.

Eccola la solita lusinga, frasi degne di un’effigie, niente di più. Niente di più. Parole abbandonate sul bordo di un’opportunità distratta, mai colta. Mademoiselle era sfinita, piccoli pensieri battevano sulle tempie simili al crepitio dalla pioggia sottile sul davanzale della finestra. Una strana pioggia estiva, esitante.

Nei suoi esercizi di stile immaginava quadretti di vita domestica, dove in luogo dell’uomo di prima c’era stavolta monsieur. Eppur era certa che non sarebbe stato nient’altro, una lunga e infinita proiezione e che esattamente nella sua giovinezza aveva – senza sapere forse, senza volere – posato il suo olocausto sull’altare preparato per lei, perché non fosse troppo, non fosse oltre la misura. Non lo era. Difatti mademoiselle era riuscita a posare il suo olocausto, così salvando il mondo, fogliolina per fogliolina. Monsieur viveva lontano. Viveva dove mademoiselle avrebbe desiderato finire i suoi giorni. Era soltanto un caso. Mademoiselle non chiamarlo destino. Non chiamarlo destino.

Quando leggeva Dostoevskij si commuoveva fino alle lacrime, vere, lacrime generose scenderle lungo le guance. Makar chiamava Varvara: piccolo angelo.

Come tradurlo in francese? Petit ange.

Chi l’avrebbe chiamata così? Ancora? Oh no, nessuno. La giovinezza le era sfuggita oramai. Consumata senza piacere. Piccolo angelo. verat

Ci vorrebbe un bell’addio. Ma no, monsieur, a lei non dirò addio. La sua idea, l’idea della sua persona mi tiene in vita. E’ un lumicino, l’idea della sua persona, a volte lontanissimo, non mi riscalda. Però lo vedo, riesco ancora a vederlo. Quando si spegnerà, io sarò morta. Makar, conoscete? L’uomo anonimo che dalla sua finestra ama la dirimpettaia Varvara, discretamente, con gentilezza. Makar e “il disordine temporaneo” della vita minuta mi costringe ad ammettere che il corso delle cose non sia all’incirca che miserevole. Lo è, monsieur. Senza l’idea della sua persona, sarei già sulla rupe, sotto il faro, guardando giù verso la baietta, fissando le onde feroci rompersi nella cala. Fisserei il vuoto, in un lungo balenio di provocazioni, lampi malevoli, echi di porpora, velluti perduti fin nelle profondità, nelle lontananze; pensieri come velluti violenti. Riesce a capirmi, monsieur?

Lei non conosceva il mio nome, io non conoscevo il suo. 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini.