Category Archives: Sul nuovo romanzo

L’epistolario – Mi amerai ancora?

Tel Aviv, febbraio 1950

Mio adorato. Nathan.

Sono tempi confusi, crudeli. Non crederai mica alle neonate utopie
rivoluzionarie?

La tua vita, le tue passioni disordinate, mi restituiscono qualcosa di
effimero, qualcosa che doveva appartenermi. Come quel corsetto di
satin madreperla o il mio abito di velluto nero lungo e con i merletti
che stringevano i fianchi. Vivevo a  Žižkov. Prima di Buchenwald.
Studiavo. Avevo un uomo, Petr. Non so che fine abbia fatto, dopo la
notte del ‘41. Sotto la collina di Vitkov, ho perso tutti. Puoi
tornarci? Puoi tornare a Královské Vinohrady? Cerca mio padre, ti
prego. Mia madre, mia sorella, erano a Buchenwald.

Mio padre?

Avrebbe amato te, le tue carte celesti, la tua scaltrezza persino.
Rideva guardandomi timida e smunta per la mia vocazione al dramma, ai
russi, per le mie frequentazioni compromesse. Max Brod. E’ qui, a Tel
Aviv. L’ho visto. Lui non mi ha riconosciuto, o farà finta di non
conoscermi. O sono così cambiata. Oh se lo sono. Leggevamo gli
esistenzialisti, Husserl, Heidegger.

Petr non poteva violarmi. Ero ancora vergine quando mi hanno infilato
nel postribolo di Buchenwald. Petr voleva diventare un avvocato.
Studiava giurisprudenza alla Carolina.

Petr voleva fare l’amore. Io lo rifiutavo, aspettiamo, il mio
desiderio era controllato. Non riesco a credere che tu mi abbia
posseduta quella notte e io ne abbia provato piacere.

Oggi sembra che a Praga siano tutti bolscevichi, dalle notizie che mi
giungono. Vorrei trovare mio padre.

Dovevi dirmi della tua vita, dovevi dirmi. Non farmi piuttosto la
ragione di un dolore per qualcun’altra. Non parlarmi delle donne che
hai avuto. Oppure fallo, ti perdonerò. Ti perdonerò perché me lo hai
chiesto. Lo farò.

E tu cosa riuscirai a fare per me?

Avrei ucciso quel greco che mi prese in una stalla polacca,
l’infermeria governata dai russi. Bastardo. Non avevo ancora i capelli
e un sacco schifoso mi vestita malamente. Non ero niente. Il mio
corsetto. Mio padre. La sua voce: Vera! Stella mia dorata! Sei così
timida, Vera del mio cuore!

Papà.

Mi manca, tutto, Nathan. Mio adorato Nathan. Confondimi, prendi ogni
barbaglio eppur gravoso di questa mia morte che agisce, che inganna,
suggerendo palpiti, ardimenti. Io vivo solo di allora: in quella notte
con te, ho aperto gli occhi, illuminati dal languore e da una luce
lontana, misteriosa, segreta. Arrivava da strade maestre il piacere
che mi sfiniva, sovrastava il terrore di brevi quadri di ignominia.

Gli uomini di Sonderbau. Mordevano la mia carne ancora tenera,
penetrandomi con bestialità, ordinandomi quel che non posso dirti. Non
potrò mai. Sono guastata, per sempre. Giumenta senza grembo. I miei
seni scarni, le mie gambe ossute. Fuori sentivo le fanfare, mentre
ovunque mani bocche mi perseguitavano, mi torturavano. Le fanfare, era
sera, allora.

Camminammo a lungo, nell’inverno del 45, steppe e foreste fino a
Sluzk. Il greco mi prese in una stalla, gemeva e gemeva. Sapevo cosa
fare.

Ero pur sempre una di Sonderbau.

No, Vera era un dettaglio fragile, era il nome sbagliato, l’inesattezza.

Il sacco mi vestiva male, ero il fantoccio nella marcia della
lagerstrasse. Ne rivedevo con disgustoso compiacimento l’esito,
vincente, non nella marcia, fuori, dalla finestra di un bordello. Ero
viva.

I miei piedi neri. Aspettavo di raccogliere le babbucce perse dalle
vecchie derelitte, quelle con i numeri più piccoli tatuati sulla pelle
cascante dell’avambraccio. Io facevo parte del convoglio di mezzo. Non
toccava a me. Piacevo a un detenuto politico e a un uomo di Himmler.

Dalla finestra di un bordello, mentre l’amico del gerarca si eccitava
sulla mia schiena, io guardavo fuori, oltre il crepuscolo gelato, le
cime dei faggi. Mi sembrava di udire un violino di Cajkovskij.

Mi amerai ancora?

Vera

(continua)

Copyright © Davide Brullo

Copyright © Veronica Tomassini

La lettera di Nathan la leggete qui: http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/?fbclid=IwAR2OgK1VOHlRa_ZtYdAXAqzZTkQz-qFxU1696zKMeYjbAqSICHJiI40SBP4

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Una lunga lettera (L’altro addio, sul quot La Croce)

di Elisabetta Cipriani

Da qualche parte, nell’Idiota di Dostoevskij, qualcuno chiede al principe Myskin:  “Ma fino a che punto dovrà spingersi la pietà, non è questa forse un’assurda esagerazione?”, e il principe sembra convenire per un attimo d’aver esagerato, ma poi non sa cambiare, perché cambiare non è nella sua natura, così votata alla mansueta immolazione e all’indulgenza verso il prossimo, senza limite. Questa stessa domanda viene da porsi – ma solo per un istante – leggendo il magnifico libro di Veronica Tomassini, “L’altro addio”; una lunga lettera d’amore, in fin dei conti, una rievocazione di tutte le stazioni di una passione totalizzante, un congedo e una dichiarazione di fedeltà assoluta a una storia che potrebbe sembrare romanzesca, epperò è vera: almeno quanto gli amori di Dostoevskij possono sembrare scandalosamente reali, epperò sono immaginati. Ma il punto qui non è affatto dove stia la verità e dove la trasfigurazione letteraria (la verità è per l’appunto quella trasfigurazione, è trasfigurando che la letteratura autentica fa emergere il vero): qui non ci sono infingimenti, c’è una storia d’amore vissuta al calor bianco e narrata con un rigore stilistico e insieme una sontuosità  abbacinanti, per cui ogni metafora è una stilettata, ogni aggettivo ha insieme la purezza del colore primario e la sottigliezza della sfumatura; tutto è oscenamente concreto pur ergendosi a una statura figurale. “Ci sono storie che devi raccontare per tutta una vita, mi tocca con te, dovrò raccontarti credo fino alla fine. Sei venuto in Europa con l’amico Mariusz di Kielce. La corriera attraversava le frontiere spavalda, i vostri passaporti infilati nelle tasche cucite dal di dentro in vecchi giubbotti di pelle”. BannerTomassiniQuesta è la storia di un ragazzo in fuga dalla Polonia degli anni ’90, un ragazzo della generazione perduta, la generazione del nulla, quella di chi non poteva credere nel comunismo ma, dopo il primo insulso miraggio, neppure nel capitalismo, nei centri commerciali “cattedrali pagane”, nelle città occidentali tentacolari e ciniche; questa è la storia di un ragazzo che fugge dalla malinconia innata dell’Est, dal fallimento di un sistema, di una generazione, di un mondo, portandosi dietro lo stigma di una nostalgia, di una vocazione alla tragedia, forse lo stigma dell’anaffettività come reazione al disamore patito, a un padre alcolista in un quartiere di alcolisti e a un’iniziazione alla vita che fu devianza. È la storia di un ragazzo che poi arriva in Italia e vive da barbone, ma è uno di quei barboni dell’est Europa dei primi anni ’90 che hanno una dignità ieratica pur nell’abbrutimento della dissolutezza- voi forse non ci crederete ma ce n’erano, e forse ce ne sono ancora. Vive d’accattonaggio, d’orge alcoliche e sensuali, ha trascorsi da ladro e da ricettatore. Eppure legge la sua Bibbia in polacco, in un passato non troppo remoto ha fatto il chierichetto e voleva diventare prete. È bello ed enigmatico come uno Stavrogin (sì, ancora Dostoevskij, e il paragone non è mio), forse crudele come lui. Perché la voce narrante se ne innamora? Che domande, perché sì. Semplicemente accade. E poi hanno un figlio. Ma lui non si può sistemare. L’abisso che si porta dentro non può essere normalizzato. È un uomo senza requie che parte, ritorna, ha nostalgia della Polonia in Italia e dell’Italia in Polonia (una Polonia tetra in cui tutto è desolazione), ha nostalgia di una patria che non è su questa terra e che non sa nominare, ha nostalgia tout court, ma è una nostalgia che divora.  È  un abisso che inghiotte e che trascina sotto, il suo. Lei invece aspetta sempre, aspetta e perdona. Lui è il suo amore, per cui ha un’indicibile pietà. Fino a che punto dovrà spingersi la pietà? Domande insensate in un universo dostoevskiano, l’universo della dismisura, quello che Veronica Tomassini abita. “Il mio amore era inutile, non saziava la tua rabbia. Ovvio, sì, è così. Arrivai tardi. Non saprei, ma ero lì per te e non mi hai riconosciuto. Nemmeno dopo, quando l’italiana aveva già aperto e sfidato le viscere della terra e orde di demoni per salvarti. E ti ha perso lo stesso, l’italiana”.  Amore stilnovistico e dannazione in un unico nodo. Da tempo non si scrivevano cose così. Da tempo forse non se ne vivevano. “Vede perfettamente onne salute, chi la mia donna tra le donne vede”, avrebbe potuto cantare l’inquieto polacco. Invece preferisce torcere il viso altrove, non riesce a far altro che torcere il viso altrove , quasi versione maschile d’Euridice risucchiata dal regno dei morti. Chi non vuol essere salvato non si può salvare, questa è un’eterna verità. Mai la salvezza s’impone contro il nostro libero arbitrio. Certo c’è qui l’impotente redenzione di Myskin, il suo mistero, la sua figura cristica: senza quel modello capire la Tomassini è impossibile. La si potrebbe apprezzare lo stesso, perché scrive  magnificamente, ma capire no. E serve ugualmente a capirla, l’esser capaci di sentire il fascino degli zingari di Kusturica: la loro folle libertà non imbrigliabile, la loro insanabile malinconia unita alla capacità d’esser felici con poco, d’esser maturi già da bambini –  quella precocità feroce che in loro non diventa mai adultità. Guai a dare dello zingaro a un polacco, beninteso:  questi sono errori e confusioni balorde che facciamo solo noi in Occidente. Ma riuscire a sentirne lo spirito è un’altra cosa.

Ho sempre pensato che la scrittura più autentica avesse il suo etimo nella lettera, nella voce epistolare che erompe per bisogno di dire cose essenziali, cose che non possono  più essere taciute. Questo libro è così, appartiene a quell’etimo spirituale. La Tomassini l’ha scritto in primo luogo per se stessa, ma poi per tutti noi, perché è questa la temperie dei grandi scrittori: da Dante in poi, il viaggio personale agli inferi è compiuto per “removere viventes in hac vita de statu miseriae”. Non so se l’autrice sia già uscita a riveder le stelle, ma è lo spazio siderale che richiama la sua scrittura pur così carnale.  Una scrittura in apparenza semplicemente paratattica, che coordinata dopo coordinata diventa invece un gorgo ipnotico, capace di suscitare inopinata poesia dall’abiezione. In questa lunga allocuzione al suo amore perduto, essa  ricostruisce alla perfezione certi angoli degli anni ’90 com’erano per loro e per noi, di qua e di là dalla macerie del Muro. Anche per questo le siamo grati. E se anche viene da chiedersi: “Fino a che punto dovrà giungere la pietà?”, sappiamo che suo compito è giungere fin dove può, mai di meno: perché ciò che pietà abbraccia comprende, e comprendere è la ragione per cui si scrive.

Veronica Tomassini, L’altro addio, Marsilio, 2017, euro 17.la croce

L’originale è uscito sulle pagine del quotidiano La Croce, martedì 8 gennaio 2019

 

elisabetta cipriani

Elisabetta Cipriani, vive a Pistoia, scrittrice, autrice di un intenso romanzo, colto e dalla scrittura matura e raffinata, “Memorie da una casa viva” (Besa editrice)

 

Giornata del contemporaneo a Siracusa

Pubblico volentieri – in via del tutto eccezionale – questo comunicato, appena ricevuto.

Inaugurazione: 13 ottobre 2018, h. 19.00,  SPAZIO AmMARE , via
Alagona n.39, Siracusa.
Il 13 ottobre alle ore 19, in occasione della quattordicesima Giornata del
Contemporaneo, indetta da AMACI, lo Spazio AmMare inaugurerà la sua seconda
mostra, dopo il successo di Giardino Globale, con nuovo allestimento e l’apertura
ufficiale del suo Temporary shop.
Lo spazio AmMare si trova in uno dei quartieri più dinamici dell’isola di Ortigia, il
ghetto ebraico, lungo la via dei bagni ebraici, si pensa che siano fra i primi
insediamenti in Europa. Lo spazio è di 80 mq disposto su strada
accanto a una delle fortezze spagnole, “Forte Vigliena”.

galleria

Spazio AmMare, foto di Walter Silvestrini

La direzione dello spazio è affidata a Salvatore Mauro e Anna Milano Carè.
Lo spazio è dedicato alla ricerca dei nuovi linguaggi della contemporaneità
e offre anche un ambito per il coworking ad altri creativi. E’ un luogo di produzione
culturale che ospita mostre, eventi, happening, presentazioni di libri e concerti, ma
la novità è l‘apertura ufficiale del Temporary shop che dialogherà con gli spazi
espositivi della galleria attraverso una sua linea di autori, coinvolti nell’arco
dell’anno. Quindi uno spazio versatile e modulabile, polifunzionale, che si avvale del contributo del Made Academy di Siracusa, sotto la direzione di Alessandro Montel.
Il nuovo allestimento vedrà, nelle due prime sale dello spazio, i Lightbox e le Cotell
Azioni di Salvatore Mauro, a seguire un vaso in legno di Saverio Magistri che darà
forma a tanti twitter, dialogheranno con le pitture dell’artista Anna Milano Carè, fino a entrare nel nuovo Temporary shop con un ventaglio di opere di tanti autori impegnati:

Emanuele Vittorioso, Salvatore Mauro, Waler Silvestrini, Giuseppe Piccione, Francesca Mirabile, Saverio Magistri, Anna Milano Carè, Francesco Lopes, Stefania Pennacchio, Made Accademy, Danilo Torre“.

Nello stesso giorno, in via Resalibera, alle 18.30, sarà inaugurato l’atelier di Benedetto Speranza, promotore e press agent del talento del pittore naif Salvatore Accolla.

UN BRANO DEL ROMANZO

(…)Ragazzo mio, ti implorava Crystina, slacciando la cinta dei tuoi pantaloni, sei la mia Polonia. Eppure non c’era autorevolezza neanche nel tedio e nella commozione. Crystina? La chiamasti, mentre lei beveva, all’ombra della magnolia del parco. Crystina, proseguisti, ricordi il ribes? La vodka di ribes? Crystina alzò il volto duro. Sì, tak, disse e abbassò gli occhi. Potresti giurare di aver sentito il suo respiro tradursi in un singhiozzo e stavolta era umano, non disumano, umano, pietoso. Cosa piangi, sciocca, imprecasti. Kurwa Crystina, nie placz. Non piangere. Crystina asciugava gli occhi con le mani luride, le labbra tumide di vino, bisbigliava qualcosa. Ragazzo mio, diceva Crystina quasi tra sé, tu pensi alla nostra Polonia? Le abbiamo voltato le spalle, oggi siamo niente, oggi rimane solo la pena e la tristezza, come per le sette ragazze di Albatros, e tu sei l’unica cantava Jacek Kaczmarski. E tirava su col naso. Il cartone di vino cadde sui piedi gonfi, era vuoto. Crystina si allungò sul prato, la pancia enorme. La guardavi, seduto sulla panca, cercando di mantenerti dignitoso, diritto con le spalle e con il capo, tentato di abbandonarti ad un sonno perenne. Ma guardavi Crystina piangere nella sua posa di cadavere, cantare Beata z Albatrosa.

Kurwa, Crystina urlasti, nie placz, non piangere. Lei cantava invece, per te era un singhiozzo protratto, un rimando spaventoso di tutte le nostalgie, di tutte le morti, le infamie. La donna dormiva, passando da uno stato di veglia delirante al sonno che trascinava nel nulla come auspicavi per te. Jaruzelski cadde, un tronco, sanguinava dal centro della nuca. Non si alzò, non era in grado. I tuoi occhi si chiudevano su Jaruzelski steso come un tronco ai piedi della panchina. E tutto intorno il sole brillava sugli uomini e le cose, risplendeva una vita amena, da cui rimaneste a parte ostinatamente a parte. Crystina andò via, in un punto non collocabile di un giorno di un mese di un anno. Era morta. Il suo corpo era la carcassa di una carogna. L’infermiera di Ostrowiec . Il tuo sentiero, lastricato di imperdonabili abbandoni, aggiungeva nuovi cumuli, nuovi ceri. Al parco litigavi come il peggiore degli ubriaconi, blateravi con Wojciech e il solito Jaruzelski. Suoneranno le campane anche per te, berciavi ora all’uno ora all’altro. Eri gonfio, cominciavi a perdere di umanità, come gli altri, non eri speciale. Ti rividi, andavi veloce, mani in tasca, attraversavi la piazza del Duomo con due polacchi appena arrivati da Strachowice. Erano le cinque del pomeriggio. Attraversaste la piazza del Duomo, tu e i due nuovi polacchi, ancora gagliardi. Erano giovanissimi, non erano stati provati col suggello, sorridevano, avevano spalle solide, gambe forti. Ti ricordasti la normalità, per un solo istante, tornasti a quegli anni, e c’erano tutti, ancora. Per un solo istante, sei tornato in Polonia. Immaginasti tuo padre, non ricordavi neanche più il suo volto. Lo immaginasti serio, ma senza rabbia. Serio perché triste, alla finestra del falansterio, nel quartiere popolare di Konskie. Lo vedesti fissare giù, verso il cortile scarno, oltre la pineta, dove tu e Mariusz andavate a sbronzarvi. Le strade grigie di Konskie finivano dentro un silenzio ottuso. La neve era sporca. Hai immaginato tuo padre, era serio e prossimo ad una conversione, espulso dal partito; e immaginasti certi sorrisi, mai raccolti. I sorrisi. “Mamma” ti sentisti pronunciare con un fil di voce. Mamma, io ti amo.

Dalla finestra tuo padre vedeva il mondo, finalmente senza rancore. Invocasti la pace della sua anima, tu che avevi smesso di pregare, che non ricordavi la ragione di una preghiera. E allora ti sei accorto che non era tuo padre alla finestra, dietro i vetri; eri tu. Eri tu che anelavi alla conversione, che smarrivi la rabbia, che dimenticavi le ignominie. Eri tu. La presenza di tua madre la ascoltavi alle tue spalle, il suo respiro calmo. Le promettevi un ritorno, il tuo maestoso ritorno. E quando accadde, lei moriva. Guardasti su al piano, c’era ancora la gabbia dell’usignolo messa lì da quando da bambino te ne regalarono uno. A tuo padre irritava moltissimo il cinguettio.  Pace all’anima sua. Il suo polacco gergale aveva sovente il suono di un insulto. Il tanfo di tabacco e di vodka anticipavano il suo arrivo, il suo passo pesante sul pianerottolo, l’esitazione, il trillo indisponente del campanello. L’usignolo era volato via, tu piangevi per questo. Tuo padre urlò: “ kurwa, nie placz”. Così urlasti a Crystina quel giorno, quel giorno eri tuo padre. Lei, invece, cantava.

(L’altro addio, Marsilio, pag.205)

La scrittura autobiografica

Estratto dalla Lezione tenuta presso la LUA – Libera università dell’autobiografia (Anghiari)

20 gennaio 2018

I generi autobiografici e la loro storia: la scrittura diaristica

Lezione in plenaria del Prof. Fabrizio Scrivano

Docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Perugia

 

(…)

Nel ‘700 il romanzo diventa il fenomeno di intrattenimento piano piano sempre più dominante rispetto agli altri generi letterari; le prime forme con le quali si manifesta è l’epistola. I romanzi di maggior successo, come ad esempio  “La Pamela “ di Richardson, adottano una forma epistolare. Anche Foscolo, quando si impone con questo fenomeno nuovo, o supposto tale, lo fa adottando la forma più comune del romanzo, cioè l’epistola. Ci si chiede, perché l’epistolario ? Perché scrivere una trama attraverso una successione di lettere? Lo aveva già fatto in precedenza Goethe con “I dolori del giovane Werther”: Foscolo, di fatto, assumeva un modello e poi lo rifaceva a modo suo. Per il classicista Foscolo, infatti, non esistono forme nuove, esistono soltanto variazioni del modello: egli non aveva nessuna difficoltà ad ammettere che si fosse richiamato ad un modello, affermando che anche Goethe aveva usato un modello che non era suo e che lui non lo aveva copiato, bensì si era limitato a prendere lo stesso modello, ma dandone una diversa versione. Il vero motivo per cui Foscolo sceglie le epistole è perché sapeva che tutti i suoi lettori scrivevano una lettera al giorno. Chiaramente questo innesta una serie di livelli comunicativi  con i lettori molto importanti. Possiamo affermare che la fortuna dei romanzi epistolari che si manifesta soprattutto alla fine del ‘700 (anche in Francia, Inghilterra e Germania), la fortuna del romanzo in forma autobiografica e di quello in forma diaristica, sono il segno che i letterati seguono e cercano di fare ciò che fanno i lettori. 

La stessa cosa accade anche in tempi moderni, basti pensare a Facebook: viene citato il caso di Giulio Mozzi, che raccoglie informazioni sui romanzi che negli ultimi 10/15 anni sono nati tramite l’esperienza dell’uso dei social. Questo a dimostrazione che gli scrittori fanno le stesse pratiche di scambio, di scritture e di comunicazione che vengono praticate dai loro stessi lettori; è proprio lì che vanno a cercare il materiale. Possiamo aspettarci, nei prossimi 15/20 anni, una stagione di romanzi che partirà dall’esperienza comunicativa e linguistica che si sta facendo nei social. Si tratta di un fenomeno nato già da 10 anni e un esempio concreto è dato da un’autrice siciliana, Veronica Tomassini, che ha scritto uno dei suoi ultimi romanzi tutto sui social. Ha cominciato scrivendo dei post su Facebook come se fosse un diario, raccontando quanto le era accaduto nel quotidiano e utilizzando una forma letteraria abbastanza curata e ricercata; la cosa che non è stata recepita nell’immediato è che questi post, che sembravano di natura personale, in realtà erano già romanzo costruito nell’arco di un anno. 365 post, un post al giorno.

Il meccanismo di narrazione tra scriventi e scrittori sembra replicarsi ogni volta che cambiano le modalità di comunicazione. Ci si potrebbe domandare se un romanzo epistolare avrebbe oggi un qualche successo. Siamo, da decenni, disabituati sia a scrivere delle lettere sia all’approccio temporale dell’epistola, prima a causa del telefono poi dei social. Oggi le lettere viaggiano molto veloci e, nell’ arco di qualche ora, possono già raggiungere il destinatario. Invece, la lettera che Leopardi scrisse a Stella, il suo editore milanese, il 14 marzo 1824, impiegò 7 giorni ad arrivare a Milano e quando Stella rispose, ci mise altri 7 giorni:  Leopardi, nel frattempo, aveva già cambiato idea! C’è stata un’epoca in cui, invece, l’epistola era l’unico strumento di comunicazione, si poteva raggiungere una persona lontana solo scrivendo una lettera. Il telefono ha abolito già da diversi anni questo modo di relazionarsi con l’altro e, quindi, oggi la lettera è diventata un oggetto desueto.

Uno degli ultimi epistolari di un certo interesse sono quelli dei prigionieri della seconda guerra mondiale, i quali hanno continuato a scrivere alle famiglie perché non c’era il telefono. Facendo degli studi su questi epistolari, è stato piuttosto sconcertante scoprire che la maggior parte delle lettere risultavano false, ovvero, non raccontavano cose vere. Chi è in prigione, scrive a casa che va tutto bene, che gli danno da mangiare, che non ha freddo, mentre invece, nel diario, scrive che non si mangia niente, che fa freddo, che lavora tutto il tempo … Da casa i parenti rispondono  “anche qui va tutto bene”. E’ un falso, sicuramente per necessità: nelle lettere si cerca di alleviare l’attesa degli altri edulcorando la realtà perché, invece, nessuno se la passa poi così bene.

(Rispetto a questa esperienza, il Prof. Scrivano racconta di un diario scritto da un semi-analfabeta umbro che, ad un certo punto, prende coraggio con se stesso e scrive nel suo diario, poche pagine sgrammaticate in dialetto, nda della trascrizione):

 

“Io continuo a scrivere le lettere, tanto so che tutto quello che scrivo è tutto finto, perché non c’è niente di vero di quello che scrivo a casa, ma non voglio dar preoccupazioni. Tanto lo so che anche da casa mi scrivono che va tutto bene ma che in realtà non va bene niente”.

 

Nel diario, quindi, c’è un momento di verità rispetto alla comunicazione; inoltre, esso filologicamente ci svela il rapporto che questo signore ha con la scrittura epistolare, con il ricordo di casa, con il tempo presente e anche con la scrittura di tale tempo.

Trascrizione conclusiva dell’intervento:

Ritornando al tema principale, il docente torna a sottolineare che gli scrittori cercano di lavorare letterariamente sulle forme che gli scriventi praticano con normalità. Questo ha avuto molte conseguenze e ci vorranno ancora degli anni per capire cosa sta succedendo o che succederà. La cosa molto importante è aver abolito, o, almeno, aver cercato di abolire, il diaframma tra la letteratura e la scrittura come due fenomeni nettamente separati. E’ una questione che ha a che fare con i critici e con l’istituzione di un canone rispetto a cosa vada ricordato: è l’idea quasi folle che ci debba essere qualcuno che, a seconda di determinati criteri, stabilisca ciò che va ricordato perché istituito nel canone e ciò che vada dimenticato e quindi messo in soffitta, nell’ipotesi più cauta. In relazione a quanto presentato, il Prof. Scrivano sottolinea cosa sia la cultura del diario,  ovvero, quali rapporti questa pratica intrattenga con il mondo della cultura, con l’idea che ogni volta che noi scriviamo il  diario ci collochiamo culturalmente nel mondo. Non lo scriviamo soltanto per noi, lo scriviamo per essere collegati, anche se non direttamente, ad una rete culturale che dà senso. Adottiamo un sistema interpersonale perché sappiamo che molti altri lo possono scegliere, usiamo una particolarità di linguaggio che è quella usata dagli altri e, pertanto, quando noi scriviamo il diario non facciamo un atto personale, ma, in un certo senso, aderiamo al nostro circondario, al nostro ambiente, al nostro contesto e, ancora più ambiziosamente, alla nostra storia, alla nostra lingua, alla nostra cultura. Nella realtà, per quanto si scriva spontaneamente, non si scrive mai ingenuamente. Tutti i rapporti di scrittura hanno una relazione immediata con l’uso del linguaggio e le lingue che noi  ricordiamo sono le lingue delle nostre letture, dei nostri ascolti. Ogni volta che le usiamo, replichiamo, attraverso la scrittura, dei modelli non personali, ma culturali, che elaboriamo personalmente e che, quindi, sappiamo appartenerci in maniera intima. Anche quando scriviamo le cose che sentiamo scegliendo le parole più adatte, stiamo mettendo dentro di noi qualcosa che appartiene al mondo, alla cultura generale, anche se non sappiamo da dove provengano con esattezza.

fabrizio scrivano

Fabrizio Scrivano

Un brano da “L’altro addio” (Marsilio)

BannerTomassini(…)La notte il vento scuoteva le bicocche, riproducendo spaventosi lamenti, le due coperte non erano sufficienti a scaldarti, la stufa alimentata a legna bisognava spegnerla a una certa ora, ci pensavano i volontari. Dai bagni proveniva la puzza di fogna e di ristagno acquoso. Ti svegliavi travolto dall’incubo che si ammantava di quegli afrori, i tuoi incubi erano deliri da desto. Eri arrivato. Non accusavi le crisi epilettiche, fosti salvo ancora una volta dall’ultimo stadio del bevitore. Avevi una buona stella. Riprendevi il sonno con fatica che forse era una veglia tormentata. La mattina eri intrattabile, tremavi e trattenevi i conati. Ti insaccavi nelle tue maglie slargate, nel giubbotto di piume rimediato in Caritas. Non rimpiangevi nulla. Attraversavi i sentieri boscosi, raggiungendo il centro della città abruzzese. Il gelo ti addormentava le mani, dimenticavi di recarti in Caritas per chiedere i guanti e il cappello. Lo avresti fatto, se l’oblio non sovveniva prima, con una sola bottiglia di birra. Al bar della piazza trovavi chi te ne offriva o un bicchiere d’amaro. Prendevi il bus, quindi, e riparavi in centro commerciale. Stendevi la mano e chiedevi, poi contavi i cent e compravi vino in busta, dividevi col gruppo – c’erano arabi e macedoni allora – oppure te lo finivi da solo in bagno. Perdevi i sensi, gli avventori allarmati chiamavano la sicurezza, ti trascinavano fuori dalla toilette per uomini, il mento sul collo, abbandonato simile a un fantoccio, poggiato alla parete con la bacheca e gli estintori. La gente erano gli altri, gli altri era una parola che non ti piaceva. Ti riprendevi, rimettevi  a posto i tuoi occhiali appena scivolati sul naso. Ti rimettevi in piedi, malconcio e virile, come sempre. Le donne ti guardavano colpite da una recondita ammirazione, eri forte e alticcio, virile malgrado tutto, bello, di una bellezza arrogante, lontana. Le baracche dovevano essere sgomberate, dovevi andartene, due casi di tubercolosi, tu la prendesti a Milano, mesi dopo. Volevi tornare nell’albergo degli sfollati, riprendetemi supplicasti il direttore. Il direttore fu irremovibile. Niente ubriaconi, ti eri scolato la dispensa di vini. Eri indifendibile. Nora, la vecchina di Ovindoli, ti aspettava alla finestra ogni pomeriggio, te lo disse Alina, la rumena della reception. C’era da rimediare un posto dove dormire. L’Aquila era fredda, non c’era da scherzare. Così ti mettesti in pullman per Pescara dove esisteva un centro di accoglienza con molti posti letto e una domanda minore. Erano luoghi per profughi e rifugiati, ci avresti provato lo stesso. Con i cent dell’elemosina comprasti una birra e il biglietto dell’autobus, tremavi , eri a rota, in crisi di astinenza. La birra ti calmava il tremore e i conati. Pescara era obnubilata da strane percezioni, le tue alterazioni visive la rendevano confusa, dentro tutte le partenze, le terre solcate e abbandonate, le frontiere e i volti che avevi amato. Il suo lungomare vacillava sotto il tuo sguardo, gli occhi una fessura. Tentavi di riconoscere un dettaglio che ti inducesse a qualcosa di famigliare. Ti illudevi di incontrami di nuovo, rivedere ancora una volta Crystina, Wojciech, i lerci, la tua casa. Immaginavi di vedermi oltre il verde di quel mare di inverno, rischiarato da una luce debole, incerta. Mi vedevi bianca, vestita di bianco come la vedova di Isaia, ed ero io, ancora. Le tue visioni mistiche erano profetiche. Un giorno mi hai chiesto: hai mai visto un angelo? Lo chiedesti mentre bruciavi all’inferno, nei tormenti alcolici, nella lurida retrovia di uomini intestini e indigesti al mondo, seduto sul ciglio dell’abisso, chiedevi udienza agli angeli. La nostalgia avanzava allora, avida più che mai, ma persa, incapace di riconoscere il senso e la ragione di una perdita. La nostalgia era solo il calco di un antico dolore, di cui non ricordavi nulla, un dolore senza connotati. Avanzavi a tentoni, molto lentamente, molto più che la nostalgia affamata, inutilmente vigile su remoti sussulti senza prestanza. Eppure non conoscevi rimpianto, non nutrivi sensi di colpa, non più del dovuto, infliggevi agli altri il tuo stesso castigo, la perdita e l’abbandono. Intuivi altra vita che non deteneva peculiarità nuove e non per questo te ne dolevi.

 

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Gli amori difficili di mademoiselle (Il fatto Quotidiano)

La primavera torna sempre. Sparissero pure tutte le rondini del cielo. Aveva scoperto un nuovo angolo da cui osservare qualcosa, l’indefinibile che l’afferrava simile a un conto in sospeso con l’incognita, l’incognita le era ostile, l’incognita era un giorno di dicembre, una mattina di pioggia, la porta che si chiude. L’uomo la saluta, va via. Non ritornerà. Lei, mademoiselle, apre il palmo della mano, fissa la banconota. La saluta con una banconota di piccolo taglio.

 

Mademoiselle ride. Ride mentre nutre la sua serpe. La nutrirà a lungo. Aspetterà il perdono. Perdonare è un verbo, no non lo è, è un viaggio, lunghissimo, faticoso, come la fede. Ride, mademoiselle. racconto il fatto

 

Era un giorno d’estate. C’era una spiaggia, alla fine del porto. I fenicotteri beccavano l’acqua poggiati su una zattera di legno. La zattera era una boa. Un giorno finirà tutto, mademoiselle. Chiuderai gli occhi e sarà finita. E il buon Dio asciugherà le tue lacrime, contate nella Sua sacra otre, come i tuoi passi, la tua schiena stanca non solleverà altri gioghi sotto cui arrendersi, la memoria provata. Dardi, uno sull’altro. Mademoiselle, non ti difendi.

 

Mademoiselle e i suoi amori. Era marzo. No, era un giorno d’estate. Seduta sulla roccia, come un tempo da ragazza, sulla rupe, i giorni della periferia. La polvere si radunava in vortici. Non c’era niente, precipitava tutte le volte. Precipitava nel vuoto.

 

La raggiungeva la salsedine e il vento umido proveniente da sud est. Ricordava un tale. Un tale di nome Andrea.

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensava  allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Aveva sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverebbe trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola.

 

Mademoiselle si svegliava certe mattine di sole con una gran voglia di vita addosso,  degradava tutte le volte nelle cose passate, nelle cose morte, che non sarebbero tornate più. Ecco che la domenica indossava i suoi soliti jeans, le scarpe comode, annodava i capelli sulla nuca, era pronta, usciva a metà mattina, andava in centro commerciale. Sorrideva o cantava o ammutoliva di colpo. Aspettava di rivedere qualcuno, di ritornare, dove? Dove mademoiselle?

 

C’era una via, voleva tornare nella medesima via. C’era una casa in quella via. Lascia perdere, mormorava tra sé. Lascia andare il tempo perduto o ti trascinerà. Mormorava.

Molti anni dopo scriveva al suo amore russo. Un amore fasullo. Orgogliosa di sé stessa, aveva finalmente dimenticato. Stava amando qualcuno di nuovo e quando sedeva al tempio guardava gli altri con una segreta felicità quasi a voler dire al suo immaginario pubblico di auditori: sapete, ho un nuovo amore.

 

Sergej portami a Parigi. Sergej era un amore fasullo su cui ridere o imprecare. Non valeva niente, solo qualche inutile parola per esercitarsi in una presunzione di eloquenza. In Rue de Poitiers. Andremo insieme. Fissava i ruderi dinanzi a sé. La gente vivere, come sempre, noiosamente, tenacemente, senza altro che quello, una piazza su cui affondare passi incerti, veloci, distratti, riluttanti.

E i giorni andavano.  Ed era estate. E l’estate torna sempre.

 

Mademoiselle fissava – sulla cima del poggio – il mare oltre la costa. E andando indietro negli anni, l’abitudine replicava la medesima postura, lei eretta sopra un poggio, una roccia, sul davanzale di una finestra, seduta, al piano basso di un condominio popolare, guardare qualcosa, oltre un limite, un recinto, a volte un orizzonte, ciò dipendeva da uno stato d’animo, da una felicità, da una tristezza. Una cima o uno strapiombo dove lanciarsi con destrezza, con viltà o in preda ai brividi. Lo strapiombo sulla rupe in quel ciglione, nella periferia. Avrebbe voluto dimenticare. Adesso fissava dal poggio il castello, oltre la costa. Lo vedeva. Ai suoi piedi si stendeva un piano di cemento, il parcheggio interrato di un centro commerciale. La vita si svolgeva domestica e tranquilla. A lei mancava, cercava di scorgerla ancora, trovarla. La voleva indietro. Scese dal colle, davanti le porte apribili di un centro commerciale, attese un po’, le porte si aprivano e si chiudevano, nella sincronia intercettava un volto, il suo. E dietro quello incuriosito o torvo o assente degli avventori.  Invidiali. No, non invidiarli, ammirali.

 

Mademoiselle aveva perduto ogni ragione. E in special modo la ragione morale della sua disfatta. Pensò alla Sagan, La disfatta di Lucile non era esattamente lo stesso. Lucile aveva una capacità nuova per lei di aggirare la questione. Sedurre, vivere, piacere, darlo, riceverlo.

 

Cosa significasse non era in grado di dire. Il piacere. Cos’era?

L’estate era sempre un’attesa. Stavolta smorzata, un’ebbrezza da far implodere, un’ebbrezza inutile. Le porte apribili del centro. Entrò. Lei un tempo era felice, giusto?  L’uomo le stava accanto. A volte sorrideva o fischiava. Per un istante le sembrò tutto reale. Sedette. C’era la panca, era lì, aspettava. La panca aspettava il suo sgomento. Premette la tempia con il palmo. Era tutto vero. E invece no. Si guardò intorno. No. Non c’era nessuno.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano edizione del 29 agosto 2018

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