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Pagine – Davide –

Un giorno di gennaio ti ho scritto. Davide. Avevo freddo, ho sempre freddo. Perché gennaio è un mese lunghissimo e crudele e ogni cosa per me finisce a gennaio. A gennaio ho in mente una canzone ebraica, di Jacob Jacobs, parla di una casetta, l’infanzia, il paesello, qualcosa di perduto. Ohi Belz, mein schtetele belz. A gennaio devo leggere Primo Levi. Aprono i cancelli, aspetto. Sono sulla lagerstrasse. Forse è Auschwitz. Sì, senz’altro. Nel sogno, rotolano bambole senza occhi, sulla lagerstrasse, è un pendio, scivola, verso giù, prossimo al binario; intorno vibra una luce lattiginosa e grigia. Ci sono molte donne che avanzano verso di me, noto le trecce bionde, piccoli poggi, residui spaventosi di una umanità trapassata. Cerco di ricordare. Ricordo male. Ho fatto questo sogno tantissimi anni fa. In quella vita fa, io non so chi fossi, ma credo che lì io sia veramente esistita. Ero una donna. Ero una madre. C’era qualcuno che mi chiamava con affettuosi vezzeggiativi: misek.

Davide.

Ti ho scritto quel giorno. Non ti conoscevo. Non ti conosco. Quel giorno ti ho chiesto: vuoi scrivermi delle lettere d’amore? E tu hai detto: sì.cropped-tomassini1.jpg

 

Non è andata esattamente così, ma un po’ è andata così. Non avevo idea di chi avessi davanti. Solo un uomo, un poeta, uno scrittore. Potevi essere chiunque? Mi domando. Sarebbe stato lo stesso? Non lo so. Volevo essere amata. Nella finzione. Ma non da chiunque. Non so perché dovessi essere tu. Nella finzione. Dovevi amarmi. L’epistolario era una mia vecchia idea, proposta a un paio di scrittori. Tuttavia non erano loro i destinatari di questa follia. Infatti l’esito fu un rifiuto, una trascuratezza, un non procedere. C’era una condizione intima che non si sarebbe potuta realizzare. Perché dovevi arrivare tu. Malgrado io non ti conosca.

Non sono felice. Mi hai tolto la felicità, riparo nel buio, nel disordine, da qualche giorno. Da quando hai deciso di interrompere l’epistolario tra Vera e Nathan.

E adesso dobbiamo raccontare di noi. Non abbiamo fatto altro, io e te. Senza saperlo. Perché adesso incontrandoci dobbiamo disseppellire le medesime vergogne, il terrore, quel che fa di noi la nostra solitudine. Se una donna che non conosci – senza riguardo – ti chiede la finzione di un amore, domandati da quale miseria costei provenga.  L’unica scena girata mille volte per anni, adesso, dovrei riproporla qui a te e presentarmi di nuovo: ecco, vedi io sono questa donna seduta su una sedia davanti alla finestra. Una porta finestra. Le tende si sollevano, c’è un vento leggero di primavera, ma è ancora gennaio. Fuori non c’è il glicine, ma c’è un preludio alle felicità altrui. Vedo una rosa dentro un vasetto di ceramica. Un albero di Natale. Non è Natale.

Volevo che tu mi amassi, in un modo o nell’altro. E se fosse stato uno qualsiasi, lo avrei amato lo stesso?

Vera. Non mi chiama nessuno così. Soltanto un compagno di liceo. Solo lui. Il mio vezzeggiativo è un altro. Nessuno mi chiama Vera. Vera è la scritta di un writer che leggo sempre sulle pareti di un antico edificio, tornando a casa: Vera sei speciale.

Vera è il personaggio del romanzo di un bielorusso. Uno pluritradotto. Bravo, davvero. Gli dissi. Ha il miglior agente in circolazione, diceva. Chiedeva del mio. Quanto scrivi? Chiedeva. My little girl. Non si alzava prima di mezzogiorno. La sua vita era segnata da inimmaginabili atrocità. Lui diceva che Vera, del suo romanzo, quella Vera, ero io. Vera era morta. Aveva un marito alcolizzato. Molto geloso. Vera voleva salvarlo, fino alla fine. Poi Vera è morta uccisa dalle mani del suo stesso amore che voleva salvare. Vera ero io.

Io non voglio salvare nessuno. “Signora, non possiamo salvarli tutti” mi ha detto il custode di un dormitorio, stazione di Milano. Non li può salvare, signora, disse, guardando verso le brande dove dormivano sagome informi, vegliavano, imprecavano, sussurravano lontanissime giaculatorie. “Signora, non salverà nessuno”. Interrompevo la conversazione. Asciugavo gli occhi. Il mio pianto perenne, lo nascondo al mondo. Il salmo biblico, i passi della Scrittura: le mie lacrime nell’otre Tuo raccogli; non sono forse scritte nel Tuo libro?

Solo tu puoi capirmi. Sei così fuori dal mondo che solo tu avresti potuto amarmi dentro o fuori la finzione, eccetto le mille vite fa. Lo hai fatto. Poi mi hai tolto la felicità. Il mio epistolario. Nathan mi avrebbe amato, divorato. E tu adesso che farai? Mi costringerai a un dolore inutile.

Olga Ivanovna cercava i grandi uomini, non li trovava e tornava a cercare. Leggevo in un racconto di Cechov, La saltabecca. Da ragazza avevo questa idea sontuosa della passione, dell’amore, appresa dalla tendenza alla tragicità tipicamente russa, o dalla sregolatezza di madame Rochefort.

Nathan mi avrebbe amato così. La vita di solito è molto meno.

E tu?

(continua)

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il diario di Davide lo leggete qui: http://www.pangea.news/davide-brullo-veronica-tomassini-senza-gestire-lignoto-2/?fbclid=IwAR07Qi3WsFmreQRY6DmIq6DQgd4_cjvwRFr5hp4HsMsYmkO46-wydi2GakI

Riflessioni

Mi sveglio la notte con un pensiero. Dipende dall’urgenza del giorno precedente. Stanotte il mio pensiero è un omaggio, un piccolo cadeau, solo per me. Ho capito – stanotte – l’origine di ogni romanzo (sì, figuriamoci, sai la novità) e soprattutto la pratica che ho messo in campo negli ultimi anni – forse sull’onda emotiva che mi ispira Jane Eyre (visto ieri in sera, in parte, poi ho spento la tv, incapace di concentrarmi su qualsiasi cosa che riguardi l’animo umano e che non sia Dio a consolarlo). Ad ogni romanzo, dedico la replica pedante della medesima scena, un’inquadratura emotiva, la stessa. La replico all’infinito, cambiano i personaggi, soltanto nel raggio d’azione più recente. Una volta è Monsieur, incontrato in un aeroporto, una volta è l’amore della giovinezza, morto di overdose (non è morto di overdose). E prima ancora l’epica polacca. Oggi le lettere a Nathan.

Mi rivolgo ai fantasmi. E’ chiaro, lo fanno tutti gli scrittori, mi direte.  Ad ogni modo, è successo questo, a un certo punto, dopo l’oltraggio immane e determinante, ho aperto una stanza, mi ci sono infilata dentro, non ne sono più uscita. Così credo di aver passato gli ultimi anni. Prima predisponendo come un tempio l’ordine esatto delle cose precedenti, poi esaurito quel delirio, ricostruendo una casa nella casa, modesta, tirata su senza partecipazione. La preghiera. Le mie maglie a uncinetto. I libri che non leggo, che ordino e riordino. O che leggo e invece non leggo. I testi che mi danno la pazienza, il coraggio, forse la forza (nel significato abusato che ne diamo oggi), i testi sacri. Soprattutto la Bibbia. Ma oggi vedo male, anche con gli occhiali, e la sera non riesco a leggere niente, neanche le Confessioni di Sant’Agostino, che erano sempre rivelazioni. Il carattere è troppo chiaro e minuscolo, la luce è bassa, confortevole, ma bassa. E ogni giorno di questi anni ho coltivato una specie di sentiero lastricato di fantasmi, coltivato di fiori inesistenti, specie introvabili.

Tornai da Milano, dopo un mese di solitudine, ho sancito l’ultima desolazione, cioè la sconsolata considerazione che ancora una volta la mia vita fosse la riproduzione di un trompe l’oeil. Uomini fantasma, come Monsieur e persino Nathan. O prima Massimo che morirà di overdose (ma non è morto di overdose), o il primo abbandono, nel bel mezzo della mia vita migliore. Ecco, a saperlo.

Tornai da Milano, allora, e scrissi in pochissimo tempo il romanzo sull’amore – i giorni dell’abbandono (ma  è un titolo già usato, lo prendo in prestito per far capire brevemente). Ed è tutto qui. Fondamentalmente la vita è questa, raccontarla, consumarla senza saperlo – per taluni – e raccontarla. Chi non la può raccontare però ha la fortuna di viverla.

Poi certo ci sono domande inqualificabili, tipo: quanti anno ho?

 

L’epistolario – Il perdono

***

 

Tel Aviv, settembre 1950

 

Non merito il perdono, no, Nathan. Sono una creatura destinata a istigare il fallimento, altrui e mio. Sono una donna che ingenera compassione. Sono deplorevole. Sai, quei legni storti che ti ostini a abbellire, organizzandone i rami spogli come bacheche su cui poggiare preziosi monili, adornarli in una bella casa, perché sono rami storti destinati solo al fuoco. Non perdonarmi Nathan. Non lo merito.

Sono andata a Hatikva. È un quartiere poverissimo, arabo. È pieno di arabi. Hanno uno sguardo insolente o febbrile come certe tue lettere. Ti fissano, Nathan, come se fossi un trancio da divorare. I lori occhi brillano, sono sacrificati e insieme scaltri. Sono arabi. Percorro strade sconnesse, strette e pregne di spezie, di odori di domestico o di oscenità. Cerco Irina. Non è vero. Non la cerco. La odio. È finita con quel giovane, sono giorni che si vedono in gran segreto. Lei vorrebbe mentire, non è capace, è troppo stupida, abituata all’onestà del suo dolore, non sa mentire. Si vedono a Hatikva. Attraverso le vie lastricate di laidezza, qui la vita è clandestina, sento i sussurri o immagino anche. Non faccio altro. Odio Irina, perché sta prendendo quel che non dovrebbe, con la sfrontatezza della vita quando esordisce con lusinghe pericolose. Irina è eccitata perciò. Ne noto i segni sulla pelle, esplode, non so come spiegarti, splende (riluce) grata alle carezze. Le sue labbra sono umide del rossetto che indossa e della sua stessa indecenza. Lui, quel giovane, glielo toglierà, a furia di baciarla, i baci di quell’uomo le strapperanno ogni pudore. Irina smetterà di lagnarsi. Lo ha già fatto. La vedo curarsi ogni mattina, amarsi ancor prima, stendendo morbide creme di aloe lungo le sue gambe turgide perfette. Le sue gambe hanno preso vigore.

Io la guardo dalla porta, non entro. La guardo davanti la toilette, sistemarsi i bei capelli biondi, lucidi, giovani. Sono forti, non posso entrare nel tempio della fortezza, della vita, dell’amore, del desiderio, quando tutto si avvera. Io resto fuori. Nel mio destino dedicato all’attesa, all’attesa che diventa rabbia o inquietudine e mi spinge a liberarmi della mia indole oscura e ribelle. Io sono il legno storto.

Questo giovane si chiama Aadil.

Cerco lui, devo parlargli. O forse cerco Irina. Le case sono basse. Le mura franano, alle finestre si gonfiano per il vento da est le tende ruvide simili a tele grezze e dai colori cupi, pesanti. Arrivo a Kerem HaTeimanim, è opprimente, il suk emana afrori lugubri, yemeniti ovunque. Li riconosco. Cerco Irina, Aadil, tra i volti foschi, diffidenti. Busso alla porta, è una piccola dimora, dimessa e buia. Viene ad aprire Aadil. È lui. È Aadil. Rimango in silenzio, sono a disagio, non parlo, non chiedo. Aspetto ancora una volta. Guardo le mie scarpe, rovinate. Vorrei morire per la vergogna e la propensione al tradimento che mi investe. Non è il calco rassicurante di un errore altrui, la nobile ragione di una colpa che mi è finita addosso, il riparo di memorie mortali, il Sonderbau. No. Sono io e basta. Io.

Aadil. Mi alza il viso con le sue mani abituate al sacrificio, a dare il piacere o a prenderselo.

Oltre le sue spalle, noto una donna con il seno scoperto, su una specie di canapè. Accanto un uomo fuma il narghilè. Aadil non smette di guardarmi. Forse sorride, si prende gioco di me. Mi faccio coraggio. Chiedo di Irina. Lui non capisce. Dice qualcosa, un suono che confonde. Mi libero dalle sue mani, non avrei voluto. E sono andata via. E sono andata via, Nathan. Non perdonarmi più. Non lo merito.

Sono tornata a casa. Mi sono chiusa in stanza. Magda bussava alla porta con impazienza. Mi irritava finanche la sua voce. Il mio corpo era sudato, percorso da un fremito, qualcosa di incompiuto.

Vorrei morire. Il tempo mi sfugge. Non ho la giovinezza di Irina. Nel mio viso stanco scopro nuovi segni. Non sono bella, non più. Devo prendermi adesso quel che resta. Non posso aspettare. Poi raggiungerò la cima di quella roccia che vedo ogni mattina quando mi reco a Eilat. E da lì finirò nella dimenticanza, lascerò che tutto venga dimenticato, e io non avrò altro da patire o da temere.

Non ho i miei libri, qui. Non ho niente che mi ricordi di me un tempo. Chi ero allora?  Ma sai, non credo io sia mai stata la creatura virginea che Petr o mio padre credeva di conoscere. No, non lo sono stata mai. Altrimenti il mio destino sarebbe stato diverso. Io sarei morta. Io non sarei la sopravvissuta, no, sarei morta.

I miei vestiti candidi. Chiari, ricamati. Che ipocrisia. Il vaso di balsamina sul davanzale, le tenere mani di mamma che raccoglievano le fragili foglioline sparse sul piano di terra, il tepore della decenza, la normalità delle cose buone, che non subiscono l’ira degli avvenimenti futuri. Non ancora. Era la mia vita. Nathan. La mia vita mentiva anche allora.

Ricordo le mie amate letture quando sono abbastanza lucida da non soccombervi come al richiamo che induce al terrore, stabilendo la prossimità tra i fatti, prima e dopo quella notte. Ma tutto oramai è terrore. Il passato o la memoria è tutto quel che abbiamo? È una faccenda che compete ai saprofagi. O agli scrittori.

Ai poeti.

Agli amici noiosi del caffè Paris.

Makar Alekseevic di Povera gente scriveva alla sua Varvara con l’amore tiepido e affettuoso che rischia di durare per sempre. Varvara era simile a un uccellino donato dal Buon Dio per la consolazione degli uomini.

La mia rabbia e la mia inquietudine confina con l’avidità di un rapace. Non di un’aquila che vola sola, di un corvo, di una civetta, del più misero e ambizioso dei rapaci.

 

Non riuscirò a perdonarmi, Nathan. Malgrado tutto,

ancora tua

Vera.

(continua)

La lettera di Nathan qui: http://www.pangea.news/veronica-tomassini-davide-brullo-progetto-letterario/?fbclid=IwAR24KIzWCRmJ_C6xar_gDaJIA26WVPYO-J5O7hzMYrvi2VzDNfmgEIer5rA

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L’epistolario – La collina di Petřín

***

Tel Aviv, agosto 1950

Stanotte ho sognato come quando ero una ragazza. Nathan. Era un sogno e non un incubo. Mi sembra di avvertire un anticipo di guarigione. Eravamo insieme. Era un miracolo. Io e te insieme. Sedevamo all’ombra di una quercia. Tutto intorno il sole splendeva sulle cime dei virgulti. Sai dove eravamo? Eravamo sulla collina di Petřín , nel giardino delle rose, oltre la torre svettava il castello di Praga. Abbiamo superato il fossato, la passeggiata degli amanti, vedo corone di peonie. Noi sediamo sotto l’ombra di una quercia. Tu poggi il tuo capo sul mio grembo. Non dormi. Ma sei in pace, perché sei con me. Poggio la mia mano sulla tua guancia.

Era un bel sogno.

Oggi sei più stanco che mai, vero? Ma la vita, la vita ti travalica, propone i suoi componimenti, arbitrari ma non privi di una sottomessa e armonica libertà. Tu scegli, non arrangiarti a seguire l’arroganza delle vicissitudini. Quelle sono margini che spariranno, alla fine di tutto, affiora il progetto reale, noi, io e te. Lo troveremo, ne faremo parte, smetteremo di dibatterci, finanche realizzando che l’antico componimento non preveda te e me, insieme.

Non possiamo sapere. Ma esiste una quercia sulla collina di Petřín? Non ricordo più.

La vita ci supera. L’ho scoperto ieri pomeriggio. Era caldissimo, un pomeriggio agitato da venti torridi. Eravamo in spiaggia, c’erano Irina, Magda, Magoska. Abbiamo dei costumi da bagno nuovi, li ho comprati con i soldi dell’ebreo. Sì, Nathan. Sono spregevole. E questa è la vita, Nathan, persino la mia spregevolezza.

Eravamo in spiaggia. Io sedevo sulla rena calda così da percuotermi la pelle. Avevo i brividi che mi assalivano, come da bambina, nel contatto sprezzante tra freddo e caldo, il Baltico è molto più gelido però, la sabbia soffice e bruciante, mi pareva anche allora, alla stessa maniera. E c’era mamma che rideva come una matta, papà le urlava dietro le raccomandazioni, “stai attenta, non allontanarti troppo!”. Lei rideva. Agota leggeva un libro noioso. Era fatta così, severa, e tuttavia magnanima, il gran cuore della mia buona sorella.

Non temere, Nathan, la vita ci supera. Nel nostro buio, lei divampa, a modo suo. Quando non vuoi, quando non credi.

Ci sono stati giorni in cui il desiderio di non essere mai esistita era la più feroce delle consolazioni. E ci sono stati giorni in cui essere nata era l’arcano prodigioso che mi avrebbe promesso te, il tuo amore. La notte in cui io e te eravamo qualcosa fu come raggiungere il nodo di tutti i misteri.

Capisci? Dimmi, allora, cos’è la vita? Cosa vuoi preferire? Eppure, non dura niente per sempre. Si avvicenderanno comunque, a dispetto di noi, le aurore e i crepuscoli, le albe e il torpore della notte. E sui rami, nel buio, udiremmo comunque il fruscio tormentato delle foglie o delle creature che a seconda del nostro spirito, provato o glorioso, tradurranno il lamento degli assenti o il loro rimprovero, bisbigli o singulti o sorrisi dentro mormorii benevoli.

Ci ameremo o meno. Nel tuo buio o nella tua luce, esisteremo in ogni caso. Il tempo ci supererà, la vita. Sì. Ed è terribile a volte. A volte, no.

Il buio è sempre il risultato di un’assenza.

Possiamo illuderci di difenderci da essa, io e te. Io voglio difenderti. Non credo di riuscirci, siamo così lontani. È una promessa che non manterremo, forse, il nostro amore. È il nostro destino, può darsi.

La vita ci supera, l’ho capito in spiaggia, Nathan. C’era questo giovane palestinese. Irina, vedessi, Irina quella che tormentava le sue viscere con il pianto, lo stridore pedissequo per il suo Il’ja. L’avessi vista, Irina, con questo giovane palestinese. Ci avrei giurato, distante da com’ero, che gli occhi di Irina brillassero di una gioia violenta e repentina e che il suo desiderio fosse irriconoscente e immemore. Dov’era Il’ja?

Li ho veduti andare insieme, Irina e quel giovane arabo. Vibrava qualcosa in me, allora. Vibrava qualcosa che mi bruciava, stringevo le gambe, una sull’altra. Sì, Nathan. Sono spregevole.

Questa è la vita. Vedi, Nathan? Funziona così la vita.

Io non ho capito niente di questa vita.

Li ho veduti andare via. Sparire. Oh lei sarebbe ritornata, sola. Certo, sì. Soccombeva al suo momento di diletto. Avrebbe gemuto finalmente. Avrebbe smesso di lamentarsi, sotto il vigore di braccia nuove e nuovi ardori.

E dimenticare. È un obiettivo. Voglio dimenticare.

Magda e Magoska giocavano come ragazzine in acqua. La loro pelle delicata, bianca, era infuocata, color porpora per il sole furioso di quel pomeriggio. Ridevano, come sciocche. Ridevo anche io. A tratti mi adombravo, invidiando Irina.

Perché sono spregevole.

La mia vedovanza mi sfinisce. Non ne posso più.

Torno l’impaziente studentessa di un tempo. Non la giovinetta noiosa, quella che frenava le mani indecenti di Petr.vestitoveri

Papà sapeva di me che lo ero, incostante e capricciosa, non umile, ma altezzosa. Io che nelle mie più nobili aspirazioni avrei tanto voluto somigliare alla Varvara Alekseevna di Povera gente. Come sono soavi le donne di Dostoevskij, o anche volitive, ferine, come Lizaveta Nicolaevna che amava Stavrogin, crudele e bellissimo. Infelice, carnefice. Ero talmente confusa dalle mie letture che immaginavo consessi febbrili, con i miei inesistenti amanti. Guardavo verso il davanzale, dal mio comodo letto, ricoperto di stoffe pregiate, ricamate dalla pazienza affettuosa di mamma. Trepidavo in un sogno facile e desto. Accendevo la radiolina. Sorridevo al pensiero di felicità da aspettare. Al cospetto delle quali prepararmi, indossando il mio abito più bello, sistemando i capelli con nastri di raso e stendendo sul viso la cipria chiara di polvere di riso.

E adesso?

Sono sola. Sono sola, da morire. E devo consolarti. Invece, lo so. Devo devo. Nathan. Abbi cura di te.

Tua

Vera.

(continua)

La lettera di Nathan qui: http://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/

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Copyright © Veronica Tomassini

 

 

 

 

 

 

L’epistolario – Mi amerai ancora?

Tel Aviv, febbraio 1950

Mio adorato. Nathan.

Sono tempi confusi, crudeli. Non crederai mica alle neonate utopie
rivoluzionarie?

La tua vita, le tue passioni disordinate, mi restituiscono qualcosa di
effimero, qualcosa che doveva appartenermi. Come quel corsetto di
satin madreperla o il mio abito di velluto nero lungo e con i merletti
che stringevano i fianchi. Vivevo a  Žižkov. Prima di Buchenwald.
Studiavo. Avevo un uomo, Petr. Non so che fine abbia fatto, dopo la
notte del ‘41. Sotto la collina di Vitkov, ho perso tutti. Puoi
tornarci? Puoi tornare a Královské Vinohrady? Cerca mio padre, ti
prego. Mia madre, mia sorella, erano a Buchenwald.

Mio padre?

Avrebbe amato te, le tue carte celesti, la tua scaltrezza persino.
Rideva guardandomi timida e smunta per la mia vocazione al dramma, ai
russi, per le mie frequentazioni compromesse. Max Brod. E’ qui, a Tel
Aviv. L’ho visto. Lui non mi ha riconosciuto, o farà finta di non
conoscermi. O sono così cambiata. Oh se lo sono. Leggevamo gli
esistenzialisti, Husserl, Heidegger.

Petr non poteva violarmi. Ero ancora vergine quando mi hanno infilato
nel postribolo di Buchenwald. Petr voleva diventare un avvocato.
Studiava giurisprudenza alla Carolina.

Petr voleva fare l’amore. Io lo rifiutavo, aspettiamo, il mio
desiderio era controllato. Non riesco a credere che tu mi abbia
posseduta quella notte e io ne abbia provato piacere.

Oggi sembra che a Praga siano tutti bolscevichi, dalle notizie che mi
giungono. Vorrei trovare mio padre.

Dovevi dirmi della tua vita, dovevi dirmi. Non farmi piuttosto la
ragione di un dolore per qualcun’altra. Non parlarmi delle donne che
hai avuto. Oppure fallo, ti perdonerò. Ti perdonerò perché me lo hai
chiesto. Lo farò.

E tu cosa riuscirai a fare per me?

Avrei ucciso quel greco che mi prese in una stalla polacca,
l’infermeria governata dai russi. Bastardo. Non avevo ancora i capelli
e un sacco schifoso mi vestita malamente. Non ero niente. Il mio
corsetto. Mio padre. La sua voce: Vera! Stella mia dorata! Sei così
timida, Vera del mio cuore!

Papà.

Mi manca, tutto, Nathan. Mio adorato Nathan. Confondimi, prendi ogni
barbaglio eppur gravoso di questa mia morte che agisce, che inganna,
suggerendo palpiti, ardimenti. Io vivo solo di allora: in quella notte
con te, ho aperto gli occhi, illuminati dal languore e da una luce
lontana, misteriosa, segreta. Arrivava da strade maestre il piacere
che mi sfiniva, sovrastava il terrore di brevi quadri di ignominia.

Gli uomini di Sonderbau. Mordevano la mia carne ancora tenera,
penetrandomi con bestialità, ordinandomi quel che non posso dirti. Non
potrò mai. Sono guastata, per sempre. Giumenta senza grembo. I miei
seni scarni, le mie gambe ossute. Fuori sentivo le fanfare, mentre
ovunque mani bocche mi perseguitavano, mi torturavano. Le fanfare, era
sera, allora.

Camminammo a lungo, nell’inverno del 45, steppe e foreste fino a
Sluzk. Il greco mi prese in una stalla, gemeva e gemeva. Sapevo cosa
fare.

Ero pur sempre una di Sonderbau.

No, Vera era un dettaglio fragile, era il nome sbagliato, l’inesattezza.

Il sacco mi vestiva male, ero il fantoccio nella marcia della
lagerstrasse. Ne rivedevo con disgustoso compiacimento l’esito,
vincente, non nella marcia, fuori, dalla finestra di un bordello. Ero
viva.

I miei piedi neri. Aspettavo di raccogliere le babbucce perse dalle
vecchie derelitte, quelle con i numeri più piccoli tatuati sulla pelle
cascante dell’avambraccio. Io facevo parte del convoglio di mezzo. Non
toccava a me. Piacevo a un detenuto politico e a un uomo di Himmler.

Dalla finestra di un bordello, mentre l’amico del gerarca si eccitava
sulla mia schiena, io guardavo fuori, oltre il crepuscolo gelato, le
cime dei faggi. Mi sembrava di udire un violino di Cajkovskij.

Mi amerai ancora?

Vera

(continua)

Copyright © Davide Brullo

Copyright © Veronica Tomassini

La lettera di Nathan la leggete qui: http://www.pangea.news/che-cose-lamore-se-non-il-crinale-della-crudelta-lepistolario-tra-nathan-e-vera-il-folle-feuilleton-di-davide-brullo-veronica-tomassini/?fbclid=IwAR2OgK1VOHlRa_ZtYdAXAqzZTkQz-qFxU1696zKMeYjbAqSICHJiI40SBP4

Una lunga lettera (L’altro addio, sul quot La Croce)

di Elisabetta Cipriani

Da qualche parte, nell’Idiota di Dostoevskij, qualcuno chiede al principe Myskin:  “Ma fino a che punto dovrà spingersi la pietà, non è questa forse un’assurda esagerazione?”, e il principe sembra convenire per un attimo d’aver esagerato, ma poi non sa cambiare, perché cambiare non è nella sua natura, così votata alla mansueta immolazione e all’indulgenza verso il prossimo, senza limite. Questa stessa domanda viene da porsi – ma solo per un istante – leggendo il magnifico libro di Veronica Tomassini, “L’altro addio”; una lunga lettera d’amore, in fin dei conti, una rievocazione di tutte le stazioni di una passione totalizzante, un congedo e una dichiarazione di fedeltà assoluta a una storia che potrebbe sembrare romanzesca, epperò è vera: almeno quanto gli amori di Dostoevskij possono sembrare scandalosamente reali, epperò sono immaginati. Ma il punto qui non è affatto dove stia la verità e dove la trasfigurazione letteraria (la verità è per l’appunto quella trasfigurazione, è trasfigurando che la letteratura autentica fa emergere il vero): qui non ci sono infingimenti, c’è una storia d’amore vissuta al calor bianco e narrata con un rigore stilistico e insieme una sontuosità  abbacinanti, per cui ogni metafora è una stilettata, ogni aggettivo ha insieme la purezza del colore primario e la sottigliezza della sfumatura; tutto è oscenamente concreto pur ergendosi a una statura figurale. “Ci sono storie che devi raccontare per tutta una vita, mi tocca con te, dovrò raccontarti credo fino alla fine. Sei venuto in Europa con l’amico Mariusz di Kielce. La corriera attraversava le frontiere spavalda, i vostri passaporti infilati nelle tasche cucite dal di dentro in vecchi giubbotti di pelle”. BannerTomassiniQuesta è la storia di un ragazzo in fuga dalla Polonia degli anni ’90, un ragazzo della generazione perduta, la generazione del nulla, quella di chi non poteva credere nel comunismo ma, dopo il primo insulso miraggio, neppure nel capitalismo, nei centri commerciali “cattedrali pagane”, nelle città occidentali tentacolari e ciniche; questa è la storia di un ragazzo che fugge dalla malinconia innata dell’Est, dal fallimento di un sistema, di una generazione, di un mondo, portandosi dietro lo stigma di una nostalgia, di una vocazione alla tragedia, forse lo stigma dell’anaffettività come reazione al disamore patito, a un padre alcolista in un quartiere di alcolisti e a un’iniziazione alla vita che fu devianza. È la storia di un ragazzo che poi arriva in Italia e vive da barbone, ma è uno di quei barboni dell’est Europa dei primi anni ’90 che hanno una dignità ieratica pur nell’abbrutimento della dissolutezza- voi forse non ci crederete ma ce n’erano, e forse ce ne sono ancora. Vive d’accattonaggio, d’orge alcoliche e sensuali, ha trascorsi da ladro e da ricettatore. Eppure legge la sua Bibbia in polacco, in un passato non troppo remoto ha fatto il chierichetto e voleva diventare prete. È bello ed enigmatico come uno Stavrogin (sì, ancora Dostoevskij, e il paragone non è mio), forse crudele come lui. Perché la voce narrante se ne innamora? Che domande, perché sì. Semplicemente accade. E poi hanno un figlio. Ma lui non si può sistemare. L’abisso che si porta dentro non può essere normalizzato. È un uomo senza requie che parte, ritorna, ha nostalgia della Polonia in Italia e dell’Italia in Polonia (una Polonia tetra in cui tutto è desolazione), ha nostalgia di una patria che non è su questa terra e che non sa nominare, ha nostalgia tout court, ma è una nostalgia che divora.  È  un abisso che inghiotte e che trascina sotto, il suo. Lei invece aspetta sempre, aspetta e perdona. Lui è il suo amore, per cui ha un’indicibile pietà. Fino a che punto dovrà spingersi la pietà? Domande insensate in un universo dostoevskiano, l’universo della dismisura, quello che Veronica Tomassini abita. “Il mio amore era inutile, non saziava la tua rabbia. Ovvio, sì, è così. Arrivai tardi. Non saprei, ma ero lì per te e non mi hai riconosciuto. Nemmeno dopo, quando l’italiana aveva già aperto e sfidato le viscere della terra e orde di demoni per salvarti. E ti ha perso lo stesso, l’italiana”.  Amore stilnovistico e dannazione in un unico nodo. Da tempo non si scrivevano cose così. Da tempo forse non se ne vivevano. “Vede perfettamente onne salute, chi la mia donna tra le donne vede”, avrebbe potuto cantare l’inquieto polacco. Invece preferisce torcere il viso altrove, non riesce a far altro che torcere il viso altrove , quasi versione maschile d’Euridice risucchiata dal regno dei morti. Chi non vuol essere salvato non si può salvare, questa è un’eterna verità. Mai la salvezza s’impone contro il nostro libero arbitrio. Certo c’è qui l’impotente redenzione di Myskin, il suo mistero, la sua figura cristica: senza quel modello capire la Tomassini è impossibile. La si potrebbe apprezzare lo stesso, perché scrive  magnificamente, ma capire no. E serve ugualmente a capirla, l’esser capaci di sentire il fascino degli zingari di Kusturica: la loro folle libertà non imbrigliabile, la loro insanabile malinconia unita alla capacità d’esser felici con poco, d’esser maturi già da bambini –  quella precocità feroce che in loro non diventa mai adultità. Guai a dare dello zingaro a un polacco, beninteso:  questi sono errori e confusioni balorde che facciamo solo noi in Occidente. Ma riuscire a sentirne lo spirito è un’altra cosa.

Ho sempre pensato che la scrittura più autentica avesse il suo etimo nella lettera, nella voce epistolare che erompe per bisogno di dire cose essenziali, cose che non possono  più essere taciute. Questo libro è così, appartiene a quell’etimo spirituale. La Tomassini l’ha scritto in primo luogo per se stessa, ma poi per tutti noi, perché è questa la temperie dei grandi scrittori: da Dante in poi, il viaggio personale agli inferi è compiuto per “removere viventes in hac vita de statu miseriae”. Non so se l’autrice sia già uscita a riveder le stelle, ma è lo spazio siderale che richiama la sua scrittura pur così carnale.  Una scrittura in apparenza semplicemente paratattica, che coordinata dopo coordinata diventa invece un gorgo ipnotico, capace di suscitare inopinata poesia dall’abiezione. In questa lunga allocuzione al suo amore perduto, essa  ricostruisce alla perfezione certi angoli degli anni ’90 com’erano per loro e per noi, di qua e di là dalla macerie del Muro. Anche per questo le siamo grati. E se anche viene da chiedersi: “Fino a che punto dovrà giungere la pietà?”, sappiamo che suo compito è giungere fin dove può, mai di meno: perché ciò che pietà abbraccia comprende, e comprendere è la ragione per cui si scrive.

Veronica Tomassini, L’altro addio, Marsilio, 2017, euro 17.la croce

L’originale è uscito sulle pagine del quotidiano La Croce, martedì 8 gennaio 2019

 

elisabetta cipriani

Elisabetta Cipriani, vive a Pistoia, scrittrice, autrice di un intenso romanzo, colto e dalla scrittura matura e raffinata, “Memorie da una casa viva” (Besa editrice)

 

Giornata del contemporaneo a Siracusa

Pubblico volentieri – in via del tutto eccezionale – questo comunicato, appena ricevuto.

Inaugurazione: 13 ottobre 2018, h. 19.00,  SPAZIO AmMARE , via
Alagona n.39, Siracusa.
Il 13 ottobre alle ore 19, in occasione della quattordicesima Giornata del
Contemporaneo, indetta da AMACI, lo Spazio AmMare inaugurerà la sua seconda
mostra, dopo il successo di Giardino Globale, con nuovo allestimento e l’apertura
ufficiale del suo Temporary shop.
Lo spazio AmMare si trova in uno dei quartieri più dinamici dell’isola di Ortigia, il
ghetto ebraico, lungo la via dei bagni ebraici, si pensa che siano fra i primi
insediamenti in Europa. Lo spazio è di 80 mq disposto su strada
accanto a una delle fortezze spagnole, “Forte Vigliena”.

galleria

Spazio AmMare, foto di Walter Silvestrini

La direzione dello spazio è affidata a Salvatore Mauro e Anna Milano Carè.
Lo spazio è dedicato alla ricerca dei nuovi linguaggi della contemporaneità
e offre anche un ambito per il coworking ad altri creativi. E’ un luogo di produzione
culturale che ospita mostre, eventi, happening, presentazioni di libri e concerti, ma
la novità è l‘apertura ufficiale del Temporary shop che dialogherà con gli spazi
espositivi della galleria attraverso una sua linea di autori, coinvolti nell’arco
dell’anno. Quindi uno spazio versatile e modulabile, polifunzionale, che si avvale del contributo del Made Academy di Siracusa, sotto la direzione di Alessandro Montel.
Il nuovo allestimento vedrà, nelle due prime sale dello spazio, i Lightbox e le Cotell
Azioni di Salvatore Mauro, a seguire un vaso in legno di Saverio Magistri che darà
forma a tanti twitter, dialogheranno con le pitture dell’artista Anna Milano Carè, fino a entrare nel nuovo Temporary shop con un ventaglio di opere di tanti autori impegnati:

Emanuele Vittorioso, Salvatore Mauro, Waler Silvestrini, Giuseppe Piccione, Francesca Mirabile, Saverio Magistri, Anna Milano Carè, Francesco Lopes, Stefania Pennacchio, Made Accademy, Danilo Torre“.

Nello stesso giorno, in via Resalibera, alle 18.30, sarà inaugurato l’atelier di Benedetto Speranza, promotore e press agent del talento del pittore naif Salvatore Accolla.