Monthly Archives: July 2014

il mio romanzo: è solo un altro viaggio

Mi sembra che Trieste sia davvero una piccola Vienna. In aeroporto ci raggiunge un uomo, ci accompagnerà in albergo. E’ un gigante, ma è persona affabile, è la prima volta che entro in una città di confine. La Slovenia svetta sopra le terre e oltre i boschi che finiscono a mare; il verde deborda sulle strade, il driver ci parla del ponte di Mostar, rifatto e lucido, dei giovani che si lanciano da lì per una manciata di euro. Dalla finestra del mio albergo, in piazza Barbacan, fotografo quel che vedo e l’arco di Riccardo, Riccardo non è un nome latino. L’Arco di Riccardo, forse in onore di quel Riccardo Cuor di Leone di ritorno dalla Terra Santa.

piazza Barbacan, Trieste

piazza Barbacan, Trieste

Le pinete che finiscono in mare introducono a antiche residenze nobiliari austriache. A Trieste piove sempre, le chiamano bombe di acqua, ma sono preludi, spesso molto brevi. Realizzo che in quella gente, persino in quell’omone al volante, che con gentilezza mi terrà compagnia durante il viaggio in auto, sopravvive ostinato il sentimento complesso di una storia identitaria di cui non sono a parte e che scoprirò appena. E’ tutto molto rapido. Il pomeriggio al parco, con l’editore Gaffi e i giovani editor della casa editrice, incontro Ugo Pierri, i suoi disegni terrificanti, pacifisti, ma spaventosi, grotteschi, inducono alla pietà. Mai visto niente del genere. Ecco cos’è un libro, comunque vada, è l’inizio di un viaggio, sono uomini nuovi che si avvicinano al mio piccolo mondo introverso, sono costretta a guardarvi dentro oppure oltre. Questo è un libro. Non importa quanti fossero in quel parco dedicato a Italo Svevo in quella città di confine, quante copie abbia firmato, cosa abbia detto. Era un nuovo viaggio, in una piccola Vienna.

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scrittori e libraie

Sono molto noiosa tutto sommato, sono prevedibile. I miei giri sono sempre gli stessi. Mi fermo da Stefano (Stefano Amato, scrittore per Transeuropa, nda), che lavora in libreria, bè avrebbe potuto insegnare, ma niente da fare, la sua passione sono i libri. Così mi fermo per salutarlo, da fuori, dò un’ occhiata alla vetrina. Lui di solito esce, scambiamo qualche parola. E’ uno che sa ascoltare, non è come me che parlo sempre. E infatti comincio a stancarmi. Allora lui mi dice: bella la copertina, brava, o cose così. Mi mette di buon umore. Proseguo, in piazza Archimede, siamo in Ortigia, prima però devo attraversare il tratto con i vagabondi cechi e i loro cani. E lì soffro moltissimo, per i loro cani, perché questi animaletti mi sembra soffrano loro moltissimo. E quindi tirò diritto, poi mi giro verso il ceco e lo guardo con una specie di rabbia, ma lui è troppo ubriaco e si limita a salutare: ciau. E tutte le volte guardandolo non ho pietà e penso: ti legherei io con quella cordaccia, e ti lascerei morto di sete e ti strattonerei con spregio, come fai tu con lui, che neanche può fare pipì. E tutte le volte mi vengono le lacrime agli occhi. E una fitta terribile, il desiderio di sparire o di liberare tutte le creature oppresse, ma sono deliri. E’ un mondo di merda, come dice un amico. Lo diciamo tutti, prima o dopo. In piazza Archimede, incontro Revista, la rom della Romania, spesso parliamo di cose alte, della nostra anima, del Buon Dio. Ci salutiamo, prendo in braccio il suo bambino con il pannolino inzuppato per un bacetto, dunque proseguo da Marilia, la mia amica libraria, in via delle Maestranze. Per inciso: andate lì, a Siracusa, se cercate il mio libro, lo ha già ordinato. Ritornando verso casa, al tempio saluto le vecchie se ci sono ancora, prendo in braccio Sad se è con la madre o lo zio, il bambino africano che ancora non parla ma fissa i miei occhi con i suoi sgranati, non so di quale paese sia. O mi siedo con la donna indiana che ha appena partorito: è una bambina e dorme nella culletta. Mi accorgo infine di un fatto: che in Ortigia sono per tutti Veronica, e mi chiamano o mi salutano, non li conosco nemmeno, e loro nulla sanno di me se non che mi chiamo Veronica e certe volte siedo sulla panca con le vecchie del quartiere. Che sono anche le nonne. E infatti a una la chiamo Nonna.

la vanità o il deserto

Gianluca Grignani sul palco durante il concerto di Omar Pedrini, leggo nella didascalia al video su youtube, è ubriaco. Mi prende lo stesso terrore, lo stesso deserto, mi sembra che non ho incontrato altro nella mia vita che gente barcollare, sopraffatta, non pietre di scarto, o forse dovrei chiamarle così? Con il medesimo senso evangelico? Mi viene in mente l’amatissima Amy Winehouse, il suo ultimo concerto a Belgrado, fatta da scoppiare, le sue palpebre pesanti, la sua voce rauca sedata dalla roba che aveva in corpo; l’abbiamo guardata tutti con curiosità, suggestionati, segretamente irritati o ammirati persino. E’ da stamattina che penso a Grignani (sì, non avevo di meglio), a me piaceva, cultura pop, possiamo definirla così, la sua musica, con qualche apprezzabile tentativo di intimismo filosofico, alla maniera spicciola, valido per tutti.  Sapeva evocare una nostalgia terrificante, qualcosa che atteneva alla perdizione, ha mantenuto il personaggio e spalato deserti. Coca e alcol, e immagino quale silenzio, quale terribile nulla, cagionato dal falò della vanità. La vanità (oggi chiamiamola ego,  facebook insegna) è il fianco dell’abisso, i prodromi del male sono la vanità, un cumulo di polvere alla fine, un falò rapido. Avete mai provato quel silenzio senza risorse, una parete di sale, non so come dire. Vanità e adulazione, sono i nostri nemici. Me ne accorgo ogni giorno, tutta presa da me, arrivo a odiarmi.

La storia che aspettavo

Ho un debole per un’etnia, per i rom, nella vita, come nella professione. E aspettavo che qualcuno ne raccontasse in narrativa, un gagò o gagè, uno che viene da fuori, nella loro lingua, con lo spirito esatto, intraducibile se non per pochi eletti. Così Gino Battaglia possiamo considerarlo tale, con il romanzo “La fortuna di Dragutin”, pubblicato da E/O, in libreria dall’11 luglio. Il romanzo è un’epica superba, contemporanea, di un patriarca, un sopravvissuto, prescelto dalla sorte, scampato ai rastrellamenti, condannato a scontare la sua fortuna, “La fortuna di Dragutin”, in un campo di una metropoli del nostro paese. Non verosimile, vero, e nello stesso tempo romanzo che mantiene le promesse, la migliore tradizione letteraria, la visionarietà e il climax di una vita sommaria eppure eroica, il senso di straniamento e la gioiosa miseria in fondo di un popolo, inafferrabile se non alla poesia, all’epos circense e felliniano, alla nostalgia di Milos Forman. Dentro troviamo un mondo, con le cerimonie, i passaggi, i suoi frequentatori, tutti connotati mirabilmente, tutti fedeli al paesaggio malinconico che ho incontrato nei film di Kusturica, drammatici e grotteschi, dove ho pianto e riso allo stesso tempo, con la medesima amarezza, il medesimo trasporto.

La fortuna di Dragutin, edizioni E/O

La fortuna di Dragutin, edizioni E/O

Aspettavo questo romanzo, una continuità di quella poetica che mi è così cara: lo spaesamento. I personaggi raccontati da Gino Battaglia sono antichi, e insieme prossimi a tutte le sciagure, li abbiamo visti un mucchio di volte, ignorati un mucchio di volte, nelle nostre città. Ora l’autore li inchioda uno per uno. Sono uomini antichi, patres perlopiù, e le donne morbide e docili, sono il sunto e le radici. Troviamo il colore inaudito di un popolo, le loro feste, il dramma conservato in ogni dettaglio, scandito da un bicchiere di slivovitz, un ghigno in onore della sorte. E dove c’è un campo chissà perché tuona di solito il cielo, frana la pioggia sulle baracche, i tram sferragliano da lontano. Era la storia che aspettavo e che vi invito a leggere.

 

L’autore: Gino Battaglia è nato a Roma nel 1954. Laureato in Filosofia, ha lavorato alla RAI, curando rubriche di carattere culturale e sociale, e ha svolto attività giornalistica per diversi periodici, occupandosi di temi sociali e religiosi. 1235389_526158310806015_2066520948_nHa viaggiato molto, soprattutto in Asia, svolgendovi anche studi e ricerche. Si è inoltre occupato di temi di marginalità sociale. Ha insegnato Storia dell’Asia presso l’Università per Stranieri di Perugia. Attualmente è docente del Master in scienza, filosofia e teologia delle religioni dell’Istituto Religioni e Teologia (ReTe) della Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano. Il suo precedente romanzo, Malabar, è stato selezionato nel 2011 fra i 12 del Premio Strega.

è tutto vero?

Siedo al tempio, è un bel momento, penso. Devo partire, sì partirò, lo stress e tutto il resto, va bene. Però il romanzo esce, siamo in una fase che mi piace, rullano i tamburi, ci si prepara a qualcosa, ogni sacrificio è compiuto e così via. E non mi chiederanno più è tutto vero? Non mi importerà rispondere: sì, oppure no. Perché non è tutto vero. Neanche per l’altro tutto sommato, o lo è sempre tutto vero, è una vecchia storia, raccontiamo di noi all’incirca sempre. E non mi vergognerò, non metterò i capelli sugli occhi  come ho fatto una volta davanti a quella platea in attesa che io ammettessi: sì, sono io questa qui. Sto pensando al nuovo romanzo, non temerò di restare nuda, ormai ho capito. Con Sangue di cane un altro po’ mi facevano le condoglianze, ehi ma sto a posto è soltanto un romanzo. Stavolta, con questo nuovo, non succederà, non mi faranno piangere, mi commuovo spesso, ma adesso ho capito come si ricacciano indietro le lacrime. E chi piange facilmente non ha mai una buona ragione per farlo.

lettera a D’Orrico: ce l’ha con i polli?

Comincio questa lettera con uno status preciso: la costernazione. Se avessi un’emoticon a disposizione adesso, userei Putnam, non so chi sia costui ma per intenderci è quella testa che i teorici del web hanno congetturato durante una pausa pranzo, serve per far capire a Antonio D’Orrico il male che mi ha cagionato (uso verbi molto severi, sono adatti alla circostanza), quando ha affermato che “gli scrittori sono polli d’allevamento a razzolare” e io che avevo capito ruzzolare, così siamo finiti a discutere con un signore su facebook. Ma quel signore non l’ho bannato, ho accettato la differenza, ruzzolare e razzolare, con un gran mal di testa. Usa my space? No immagino, è superato, lo so. E’ su facebook? Vorrei chiederle il contatto, potremmo diventare amici. Soltanto per dirle una cosa: ce l’ha con i polli?

Ad ogni modo, ci sono rimasta male, è un’ammissione di colpa forse. Forse è nauseato dal concetto stesso di autore in sé, ne preferisce qualcuno in particolar modo? Capisco la nausea, tonnellate di manoscritti, copie staffetta a vagonate, telefonate iperansiose, dall’altra parte noi – autoriscrittori – un ego sfatto, frantumato, la nostra faccia allo specchio, irriconoscibile, una fretta terribile di esserci, l’ostilità verso il mondo, supini o abietti di solito nelle corti sbagliate. Cosa cacchio dobbiamo fare di questo talento? Non la chiami rogna o fregola o sfiga.

Non so, mi fanno un gran pena i polli perché tutte le volte tocca a loro sostituire il termine infame di un paragone. Dannazione, che hanno fatto di male? Sa che i cigni sono, alla lunga, parecchio più fastidiosi? Ne conosco uno al lago di Bracciano che aveva un fiato mi creda, mi ha rincorso per decine di metri. Avevo solo nove anni. Mi è successo tutto a nove anni. Avevo letto Christinae F. E la chiudo qui, la mia poetica eccetera, non le mando nulla in posta.

p.s. Putnam perché è un uomo e si fa i cavoli suoi, difende la gente secondo me

Cordialmente,

veronica

 

Traiettorie meridionaliste

Leggo il libro di Peppe Voltarelli, per Stampa Alternativa; è stato il frontman e il fondatore de Il Parto delle Nuvole Pesanti. Lo chiamavo lupu, un tempo, anche suggestionata da un loro pezzo omonimo, in un dialetto duro e puro, vera lingua da rock. Peppe sul palco lo era un lupo, quel calabrese riusciva a strapparci il cuore dal petto, talento feroce direi. Presenterò il suo “Il caciocavallo di bronzo” a Noto con lui, il 25 luglio; irriverentissimo titolo, dalla comicità appena polemica com’è nel suo stile, se non ricordo male. voltarelliMi viene in mente allora la nostra medesima estrazione o disperazione, siamo cresciuti in luoghi affini, siamo meridionali, entrambi abbiamo frequentato il deserto, la scuola nei garage, nei quartieri popolari, di una terribile miseria. Entrambi disperavamo nella provincia auspicando che smettesse di essere un buco (rifletto mentre leggo, trovando mille assonanze), un tentativo di riscattarla, riuscito per entrambi? Per lui senz’altro, solista da un po’ di anni, ha collaborato con Claudio Lolli e Teresa De Sio; racconta in fondo l’evoluzione del migrante, ne ha fatto una poetica in giro per il mondo, cantando rock in calabrese, Canada, Germania, festa del primo maggio. Racconta lo spirito dei gastarbeiter.

Peppe Voltarelli

Siamo dentro traiettorie meridionaliste, esserci rende tutto molto più enfatico o malinconico. Mirto, Sibari, Bovalino, San Luca, le stazioni silenziose, il nonsense del cemento, la Locride, una lotta disumana, la bellezza e la bruttezza, “i paesi che par crescano la notte vergognandosi di loro”, la statale 106, i comizi nella piazza. I ricordi sono passaggi, Peppe scrive: il sentimento è il lungomare, le profonde tristezze di quei tramonti dove ci siamo ammazzati di desideri e voglia di scappare. Siamo meridionali, e ritrovando Peppe, che ho conosciuto in una estate palazzolese che sembra ieri (grazie al mio amico musicista Carlo Muratori), ho ritrovato l’autorevolezza di un fatto: il meridionalismo. E tutto cambia sotto la sua ombra. O è una luce? Leggevo e pensavo a quanta “raggia” serve per farcela. Peppe ce l’ha fatta. Ha lasciato quei deserti, preferendo le metropoli e la moltiplicazione delle solitudini. Siamo meridionali.