Monthly Archives: October 2013

odiare se stessi

Come dicevo,  bisogna imparare ad ammettere – quando non si ha più niente da dire – di non aver più niente da dire. Se è arrivato il momento, non sono sicura, altrimenti vorrei evitare certi piagnistei, perché è quel che mi riesce meglio. Cosa dovrei raccontare ancora? Sui social network ho appreso come si arriva a aborrire persino il genere umano, a volte mi sembra soltanto carne che pulsa, arrogante nella migliore delle ipotesi. O semplicemente sto odiando la mia proiezione, cioè me stessa. Scrivo l’ennesimo post, mi inganno così bene che son sicura (stavolta sì) che sia dettato da un anestetico modo di riflettere, dalla rabbia che mi ha sfinito (non userò una sola volta la parola dolore). Sono cinica e annoiata, vero o falso che sia, mi sto parlando addosso. Immagino già il commento dell’arpia o del polemista con diploma a farlo, la rabbia ingovernabile che mi procura l’assenza degli altri. Tutte queste parole, un tizio mi rimproverava un tempo – idiota – di usarne troppe e troppo lunghe. Da qualche parte ho letto che basta un abbraccio nel momento del black out, vi è mai successo, dico un black out della ragione? Per il resto, di tutte queste parole non so più che farmene.

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ancora Adam e quelle sere

Adam cenava con noi. Così non beveva, salvo la domenica o il giovedì, quando rivedeva alcuni amici, polacchi suoi connazionali. Sono passati millenni, era un’altra vita. Deprecavi quel genere di abiezione, come se non l’avessi praticata anche tu. Bevono come bestie, dicevi. Ma quasi con rimpianto, una promessa in sospeso, un cattivo presagio a cui avevi giurato fedeltà. Non ci badavo, mettevo su la musica di una radio, finendo di lavare i piatti o sistemare la tavola. Avevo tutto il tempo ancora, ne ero convinta, senza sapere che nello spazio di un mattino avrei cercato la tua figura stesa al fianco e non l’avrei trovata mai più. Questo racconterò, ne ho scritto, gli eventi mi hanno tradito, anche dopo, abbiamo perso tutto di nuovo, per guadagnare altro forse, per accettare il dolore ancora una volta, considerandolo l’otre di tutte le verità, riscoprendovi persino una strana dolcezza, la porta verso un abisso di cui non temo le profondità. Adam morì di tubercolosi. E molte cose finirono, il nostro piccolo mondo, i discorsi, le risate con il professore in casa della creaturina, non ci sono più nemmeno loro. Nostro è il tradimento che fu di Cristo, il nostro  piccolo calvario, la nostra piccola Croce, la nostra Resurrezione.

Quel conto infinito dei cadaveri – Il Fatto Quot.

“(…)Lampedusa non ha mai conosciuto l’Europa, è la feritoia che attraversa un continente, non è un’isola Lampedusa, dovremmo avvertire la Malstrom. E nelle spiagge di Siracusa o Portopalo o Sampieri l’Europa non ha mai battuto bandiera, l’Europa non ci conosce, non è venuta a Lampedusa o a Cassibile o nella terra di nessuno a togliere i pioli dalle tende degli africani. Non sappiamo cosa farcene di questi uomini, ammettiamolo, ma  li abbiamo noi, vivi o morti, sono nostri, adesso sorridono persino nelle nostre strade siciliane, sembrano liberi, non tutti lo sono. Siracusa oramai è nera ad esempio. Gli uomini liberi attraversano le nostre piazze, gli altri sussultano dietro le grate di un Cie, nei mausolei eretti per contenere la portata di un gigantesco nonsense. L’Europa non conosce certi bivacchi, sono feretri, nei poderi di Cassibile, dove vivono i migranti per sempre, quelli che da un Cie non usciranno mai e allora vi riparano a ridosso, così accade nelle terre di nessuno in via Gela, dietro il mausoleo autorizzato dalla prefettura; o nei ruderi dei caporali, dove si nascondono i migranti per sempre sì, appena invisi agli indigeni che hanno dimenticato il castigo dello spaesamento, il cilicio dell’alienazione perenne; certe volte li chiamiamo braccianti, quelli che crepano sotto il sole d’agosto perché gli scoppia il cuore dalla fatica, come fu per quel ghanese che esalò su un campo di patate, a Siracusa. Sono passati dieci giorni dai trecento morti, ne conteremo altri, abbiamo cominciato stanotte. Barroso ci ha promesso l’Europa. Signor Barroso cosa vuol dire Europa? Lo spieghi a noi, che da qui, a uno sputo dall’Africa, dormiamo con i morti. Abbiamo perso il sonno, signor Barroso”.

(L’articolo per intero è nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano -12 ottobre 2013)

l’amore

La vecchia al tempio mi parlava del nipote ai domiciliari. Sì sì, annuivo, povero ragazzo, e mentre parlavo, pensavo ad altro, alle maledette assenze, chè quelle contano di più. Così passava l’ebreo e io fingevo di non vederlo, la vecchia parlava ancora, udii una specie di sussurro fastidioso, la vecchia pronunciava quasi covandolo: amore, chistu è amuri. Non che io sia fatta per il dialetto, ma era davvero antico tutto ciò, persino l’idea che stavo perdendo tutto, i miei amici – possiamo dire –  erano abbastanza stanchi di procedere oltre con le medesime meschinità che poi chiamiamo fatti della vita. I miei amici, il professore e l’ebreo, avevano deciso di metterci un punto, bevevano, rivendicando oscure ragioni all’inedia. Ridicolo. Non sono in grado di raccontare fedelmente le cose, adesso ho un certo pudore, almeno da queste parti evitano di insultarmi però. Ma è ridicolo che si sia dato al bere persino l’ebreo, lui sapeva da quale razza di storia venivo fuori, era proprio un dispetto. Lo è. E non ho nessuna colpa, l’amore ci coglie così dove stiamo, non perché siamo più buoni, non perché siamo più cattivi. Non possiamo fare altro che essere crudeli.

(continua)

http://youtu.be/rRbyZ3eD-9M

la signora L.

La signora L. siede al tavolo, beve il suo caffè. Le faccio un sacco di domande, a volte stringe gli occhi perché non capisce, dove vuoi arrivare sembra che mi dica. Com’è successo del figlio che le ha levato casa da sotto per venderla al tipo con la roba, chiedo. Erano case popolari, la signora L. aveva il suo salotto buono, sempre lucido, i ricordi del marito, morto a Maranello. Il figlio viveva con lei, si faceva da quando era ragazzino, è morto. Faccio domande strane, dice la signora L. seduta al tavolo. Che significa: sintomi? Vorrei spiegarmi. Sintomi della roba. Lascio perdere. Al bar siede accanto a noi una coppia di tedeschi ben vestita, lui ce l’ho di fronte, fuma e beve del vino bianco. La signora L. nel frattempo cerca nella borsa, mi mostra le foto del marito e dei figli. E’ autunno, un po’ piove, un po’ vedo qualcuno in giro, piccole famiglie. Siamo vedove entrambe. Sono la vedova di Isaia. La tristezza mi coglie a tratti, ma regolarmente. La signora L. dice che non avrebbe mai cercato ancora, non so, un amore, dopo il marito, così bello, così perfetto. Certi giorni sono meschini. Accompagno la signora L. verso casa, incontro la chiesa, il suo immenso rosone con al centro la decorazione di un Santo, splendida nella luce e nei colori. E’ sempre quasi sera in certi giorni d’autunno così meschini.