Monthly Archives: March 2017

L’avvocato dei poveri

Tratto da “La città racconta”, Emanuele Romeo Editore, 2008.

<<Questa è una storia grandiosa.

Tutto è cominciato a novembre. Un volo diretto da Casablanca. Chtia Anas ha cinque mesi e sta per morire. Azziz, il sarto di borgata, aspetta la sorella e il cognato, di Azziz ne parlammo a suo tempo, è preoccupato davvero, quel bambino, Chtia, è un dono del cielo, malato di una sindrome misteriosa. Ma in questa storia gli alfieri sono tanti. Per chi crede, sono tanti gli strumenti che il Buon Dio utilizzò per salvare la sua creatura. Li prese tutti per i capelli, li scelse con ponderatezza, “eccone uno, eccone un altro”. Bussò alla porta di un avvocato, tanto abile quanto idealista, non fu il caso, badate. L’avvocato si chiama Franco Greco, tenete a mente il nome. Non fu un caso perché in quello studio  ci siamo stati parecchie volte e non è uno studio d’avvocato e basta; affatto, è un luogo di pellegrinaggio, la casa del mendicante.

Oh, non amiamo la retorica, tuttavia serve, signori, adesso, per raccontare la verità. Il Buon Dio bussò alla porta di un avvocato di razza, estremamente malleabile alla Misericordia, suo malgrado, nel suo commovente agnosticismo. L’avvocato ha una commissione da eseguire, deve vedere Azziz, sì in quel preciso giorno di novembre, ha una giacca da sistemare, un orlo, una banalità del genere. Sicché mentre il Buon Dio auscultava i battiti del bambino, accarezzava le vertebre di ogni suo alfiere.

Franco-Greco-.Arceri-steven-Fai-3

Franco Greco

La sartoria di Azziz è a un tiro di schioppo. Da Azziz c’è la famiglia del Magreb. Il piccolo Chtia è avvolto in una coperta colorata, da cui spuntano manine esitanti e piedini inermi. E’ una strana atmosfera, la sartoria sembra più cupa che mai. Franco Greco entra proprio allora. Azziz è un amico, informa l’avvocato della sorte di Chtia. Chtia ha una malattia sconosciuta. Chtia sta morendo. L’avvocato non smette di fissare il bambino. Lui che di figli ne avrebbe voluti dieci venti, e invece la sua vita ha preso una strada e i suoi figli sono diventati il mondo. Il suo studio è un pretesto, ogni volta un uomo senza patria, un uomo senza nome, al quale hanno sottratto l’orgoglio e l’onore, chiede pietà, stende la mano, è una fatica rifiutare, e non lo fa, no, non lo ha ancora fatto, rifiutarsi, ovvio. Franco Greco compone un numero, ha in mente un medico, potrebbe occuparsi di Chtia.

Gli alfieri sono tanti in questa storia, dicevamo. Quest’altro si chiama Corrado Burlò.

L’intervento è rapido, non si perde tempo. Burlò formula la sua diagnosi: sospetta malattia metabolica. Prima consultazione e breve degenza all’Umberto Primo poi il Policlinico di Catania, Unità Operativa di Neurochirurgia diretta dal luminare Vincenzo Albanese.

Data del ricovero: 23 novembre.

Nome del paziente: Chtia Anas, di mesi cinque.

Diagnosi: sospetta sindrome di Terson Bilaterale. Chtia ha gli occhietti vispi, ma non vede quasi più.

Lo stesso giorno l’intervento delicato, lo stesso giorno il decorso regolare, la speranza. Finché arriva la certezza, la vita torna a prendersi cura di Chtia, Chtia è vivo, è salvo. Il Buon Dio sorridente torna ai suoi altari. Gli alfieri sono liberi adesso. L’avvocato alle prese con l’orlo di una manica che Azziz imbastirà velocemente come sempre; Burlò ai suoi pazienti con il consueto scrupolo. Vincenzo Albanese al suo entourage. Fatta.

Ci fu un volo da Casablanca che da lassù la Misericordia ha seguito con attenzione, un tratto di strada da uno studio d’avvocato a una sartoria; un pomeriggio di novembre in un gabinetto medico di Siracusa.

Per chi crede, abbiamo raccontato un miracolo, abbiamo avuto il privilegio di incontrare le trame di un Progetto invisibile, e abbiamo la contezza che siamo nulla e siamo tutto, ogni giorno, con la pioggia o con il sole.

Abbiamo chiesto udienza all’avvocato, volevamo informarlo che Chtia oggi avrà un nome ancora, Chtia Francesco del Magreb. L’avvocato sta ricevendo, ci dicono. Ci sono i soliti poveracci, sull’uscio, che verseranno le solite lacrime sul palmo della mano di un avvocato di razza.

Il Buon Dio ha ordinato ogni cosa, rimesso a posto i suoi alfieri, la vita alla vita. Questa è una storia di salvezza>>.

la città racconta 1

Advertisements

bye bye man

In cortile le ragazze urlavano e ridevano, acclamavano una star. Era solo il manzo della scuola con la sua coppa da finalista rimediata nella staffetta acquatica. Era proprio il manzo della scuola. Ridevo anch’io. Ilaria era febbricitante, tanto era l’emozione cagionata da quell’impresa, dal suo belloccio baluardo. Sapeva che ero tornata alle case senza avvertirla. Per qualche giorno rimase sulle sue, offesa ma non superba. Mite come sempre. Poi mi perdonò, era facile perdonarsi. Eravamo amiche. Il manzo della scuola non guardava nessuna, soltanto sé stesso, in una proiezione egolatra, e la sua coppa. Poi sparì oltre l’ambiente della palestra, su verso le scale, al primo piano, nella sua classe. Bye bye feci con la mano. Lui si girò allora e mi riconobbe tra le ragazze che applaudivano la star. E mi odiò con la crudeltà acerba di quegli anni, stupidi anni di tormenti e sussulti, di ormoni, di rivelazioni innocenti, come guardarsi allo specchio e scoprirsi uno sguardo nuovo, una morbidezza, la turgidità di un seno troppo piccolo ancora. Avevamo la lezione di letteratura italiana.vvvv Ero preparata, ero felice. Il mio caro professore. Avrebbe consegnato i compiti del secondo quadrimestre. Il mio tema aveva affrontato un assunto filosofico. Raccontavo semplicemente i miei dubbi, le domande a cui nessuno poteva dare la risposta che mi aspettavo. L’autodidatta, non amavo la filosofia. Usavo le tracce indicate forse per raccontare di me. Abitudine che non ho mai perso. Non che fossi poi così diversa dal manzo della scuola, la sua egolatria, la sua mania per le coppe da mostrare. La mia coppa era un trofeo di cui vergognarsi all’occorrenza, da trascinare semmai con segreto compiacimento. Un dolore antico, intraducibile. La solitudine e il deserto, una geografia di assenti perlustrati nel medesimo lembo di terra: Mazzarrona. Il caro professore distribuiva i temi, banco per banco, arrivando a me, sorridendo, mi mostrò il 9 scritto con il pennarello rosso. Brava, disse. Allora lo guardai contenta, la brava bambina e il suo caro professore. All’uscita di scuola, mi chiese cosa avessi deciso: “Andrai all’Università, continuerai gli studi?”.

mazz

Le case

Era una domanda che precedeva il mio silenzio, formulata sempre con la stessa ostinata certezza, qualunque cosa avessi fatto, la scrittura si sarebbe messa di traverso, sempre. Tra me e le cose e il resto e gli amori. Avrei dovuto aggiungere naturalmente, con un ragionamento logico e dedicato: mio caro professore, lei lo saprà meglio di me, sarò destinata alla solitudine. L’antico assillo sarà la mia pedante poetica, il riverbero sul mondo, gettato con spregio, resterò sola, e vergognata. Quella strana vergogna che provavo talvolta, con i vestiti sparsi in baracca, e io stesa sul tappeto di mondezza, lo sguardo di Massimo spento, opaco, poi acceso di colpo, mosso dal desiderio, il suo fragile sussulto sul mio corpo. La dolcezza che mi raggiungeva o qualcosa di più potente e primitivo. Piccole morti. Le chiamano così. Il caro professore mi osservava con interesse buono e pazienza. Avrei voluto aggrapparmi alla sua bontà. Stringerlo come un padre, confidargli i timori e piangere ammettendo i timori, sì, e le colpe. Sono così compromessa, e non sa nemmeno quanto. Sono arrivata, ho già visto, ho già sentito, il mare infrangersi, la coppia di amanti, Massimo, le baracche, Stefy. Gli altri. Sono sicura che mi avrebbe capito. Tenendomi le mani alle orecchie, avrebbero taciuto le voci di tutti, i profeti laici, i deregolamentati, sopra le bastite della loro follia. Finché non avrei visto lui, il mio amore, andare via per sempre, rigido sul colle di polvere e ignominia, la luce del sole caduta, franata sul suo tenero corpicino, improvvisamente breve e tenero.

Bye bye. Man.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

il cambiamento

Non mi abbandonai alla confessione plateale sulla mia magrezza e sulle assenze, sul perdono, sui poveracci in attesa alle baracche. Su argomenti noiosissimi. Quel tipo di intimismo va bene solo per la scrittura, è il pasto che gettiamo nelle fauci avidissime della scrittura. E’ una faccenda da adulti, ma colpiti da fulgidissime illuminazioni, vai a pensare che i casini sono la ragione di un’assenza. Mica ne parli con un’amica a un’età. Eravamo bestioline, incassavamo gli effetti di una causa nascosta, un tabù che non sapevamo chiamare per nome, che nemmeno cercavamo. Non è che una vita in pezzi aveva un colpevole che fosse fuori da noi. La mia non lo era in pezzi, non ancora. Era solo interrotta nel suo normale svolgimento. Eravamo tutti colpevoli di non esserci mentre avremmo dovuto, ma eravamo innocenti anche. Con Ilaria ci addentrammo lungo il sentiero che conduceva alla ferrovia, il più vicino al mare. Superammo il colle, sotto il sicomoro carezzai con gratitudine la ruvidezza dell’arbusto come se mi attendesse, sentivo la scabrosità così palpitante sotto le mia mani. Era lì per noi, stentoreo e vigile sulle nostre vite incapaci, la nostra consistenza nel mondo degli adulti era esigua, non esistevamo. Chi si occupava di noi? Massimo mi aveva guardato, ero lusingata. Ilaria disse che anche a lei era sembrato che mi guardasse. Forse ti ama ancora, disse. Raggiungemmo un tratto della costa quella che in prospettiva mostrava meglio la piccola isola frastagliata dove spesso riposava il fenicottero rosa. La luce era ancora desta, ma prossima al tramonto. Sarebbe stata l’ora dei colori cangianti in cielo. Per Ilaria era incomprensibile, quel recinto, quella gente, il mio stesso desiderio di rivederla. E infatti mi chiese: “Ma perché vieni qui? Cosa c’è qui per te? Io non ci verrei. Anche se tu dici di amare Massimo, non ci verrei nemmeno per lui”.

Cambiamo tutto, cambiamo vita! Esultò. E d’improvviso mi parve di aprirmi, di sgusciare, dal mostro che mi tratteneva. E il cambiamento fu la parola esatta in quel momento, intravedevo la possibilità. La possibilità aveva un nome allora, il cambiamento. Che poi è la svolta di ogni questione. Tornammo indietro. La vespa era ancora al pilone, nessuno l’aveva toccata. Era intatta. Bene, dissi, siamo state fortunate. I tossici erano andati via. Massimo non mi aveva aspettato. Certamente. Aveva un’altra. Non mi entrava nella testa. Salii in vespa e tornai a casa. Dovevamo studiare. Avevamo l’interrogazione entrambe. Ilaria era una ragazzina gioiosa. Le case non erano posto per lei e alle case non l’avrei ricondotta più. Glielo dissi con una certa solennità, sotto il portone, da me. La salutai con questa ridicola gravosità. Aveva un cappellino di lana in testa, le guance rosee per il freddo della sera che oramai era sopraggiunta. Disse con la sua vocina: “Sono così stanca che non ho voglia di studiare”. Era lo spirito cattivo di Mazzarrona, toglieva tutte le forze, succhiava le nostre vite. Avremmo ritrovato i nostri libri, ad attenderci. Eravamo le brave bambine. Avremmo indossato il pigiama, acceso la lucina sullo scrittoio e studiato fino a notte.ve-blog

Prima di dormire, pensai ancora una volta a Massimo. Girai la testa sul cuscino, i capelli erano umidi. Mi addormentai con in testa la faccia stravolta di Massimo. Era lui il mostro che mi tratteneva o era anche lo spirito cattivo di Mazzarrona. Ripassai a mente il brano di storia. Poi il sonno mi trascinò nel buio.

 

 

 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano