Monthly Archives: February 2017

alla fine del mondo

Da adulta, un giorno un uomo disse a un altro: lasciala scrivere. Così quell’uomo aveva riassunto il significato indiscusso degli anni delle case.

Dallo strapiombo alla baia, in cima alla campagna, franavano fiori selvatici, bianchi, un miracolo nella steppa. Lungo i sentieri, attraverso la campagna, raggiungevamo la punta estrema della costa. Lì sparivano le fabbriche. Ci guardavamo con Romina raggianti perché avevamo trovato qualcosa di nuovo, l’innocenza. Le onde si infrangevano con schiume vorticose in piccole isole frastagliate. Alla fine del mondo ci sembrò di vedere un fenicottero rosa. Era poggiato sulla cima della roccia in mezzo al mare. Alla fine del mondo. Di quel mondo che volgevamo alle spalle,  con il nero astioso della ferrovia che sfuggiva oltre, il nero torvo degli androni e del tossico suicida. Nero come l’umanità trascurata che si dibatteva in luridi anditi.

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Le case

Non potevo spiegare a Ilaria le miserie. L’avrei spaventata, la vita disdicevole delle case era una possibilità, a lei non sarebbe toccata. Ma non ne ero così sicura. Ilaria e Romina erano diverse eppure traducevano l’identica idea che mi ero fatta dell’amicizia, da una parte o dall’altra occorreva che si stabilisse il principio della subordinazione. Ilaria era l’ultima arrivata, dipendeva da me. Io da Romina. La miseria non guastava la vita che conducevo lontano dalle case. La miseria condizionava solo la vita dei compagni delle case. A Ilaria piaceva il manzo della scuola. E quando lo chiamavo manzo lei si offendeva un po’. Era timida, così l’abbracciavo, sentendo la tenera carne delle sue spalle. La subordinazione nel qual caso sperimentava la tenerezza.

All’ora di ricreazione guardavamo con fierezza e distanza le ragazze delle altre classi, il gruppo delle stronze era sempre compatto e giulivo a trepidare rinnovate nullità, ad esempio il nuovo numero della rivista musicale per teen ager. Ilaria si accucciava come un gattino, sullo stesso gradone in cui io fumavo assorta, con una posa da disincanto. Ogni tanto le parlavo di Romina. “Lei sa sempre cosa fare, in ogni situazione”. Ilaria era incantata da tanto autocontrollo, coraggio e incosciente ardimento. “Quando andremo?” chiedeva.

 

Il manzo la faceva soffrire. “Non chiamarlo manzo” piagnucolava. Usciva con le stronze giulive, indifferentemente, con una bionda, con una bruna, bastava che indossassero un certo tipo esatto di jeans. “Cosa te ne fai?” ribattevo caustica. E lei piagnucolava sempre: io lo amo. Lo amo. Io amavo Massimo. Ancora una volta realizzavo che bisognava sperimentare la medesima subordinazione. L’amore, l’amicizia. Quanto conta l’amore nella tua vita? chiese Ilaria.

Le rispondo oggi seduta sotto la finestra, come allora: l’amore è tutto, Ilaria. E’ una vita in pezzi, l’amore. Ilaria.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

la rabbia

Quel nero finito sotto a un treno sembrava un becchino. Ogni tanto ci pensavo, malgrado alle case non andassi da settimane e i compagni fossero fantasmi, lo scarto di un sogno, qualcosa da seppellire per sempre. Mi sentivo ripulita, come Christiane quando non si  faceva più e tornava bambina. Però talvolta pensavo a quel tossico nero come la pece, così torvo. Si era ammazzato. Pensavo: era cresciuto nella volgarità. C’è una mancanza di gentilezza che può istigare un suicidio, pur di non vedere  tanta brutalità forse si preferisce tacere per sempre. Dormire. O farsi di roba. Non si lavavano nemmeno le mani prima di sedersi a tavola, in casa di quel nero. Oppure ruttavano come caproni. Facevano ribrezzo certuni in casa di quel nero. Ero stizzita, sedevo davanti al mio scrittoio stizzita. Ero nauseata da quella umanità. Era colpa loro se a Mazzarrona il mondo faceva più schifo che altrove, colpa dei caproni che non si lavavano le mani prima di sedersi a tavola, capaci solo di ruminare banalità. Romina sapeva calmarmi di solito. Con il suo modo tranquillo, mi calmava. Io ero accecata invece, ero piena di rabbia. Saliva di colpo. Perdevo il controllo di me, ma non ero aggressiva, la rabbia mi vestiva come il gelo. Restavo immobile, era il terrore, la rabbia, così succedeva la notte, quando mi svegliavo e avevo sognato i mostri che rantolavano alle baracche.

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Le baracche

Non c’era una remissione definitiva del male, il male furono quegli anni, non c’era remissione per quegli anni. Ho aspettato, non cercavo un riscatto, cercavo la purificazione, l’abdicazione della memoria in luogo di qualcosa che sarebbe stato migliore. In classe avevo trovato la compagna di banco. Una ragazzina paffutella, esclusa dal solito gruppo di stronze perbeniste. All’uscita di scuola giravamo con la sua vespa 50, bianca come quella di Massimo. Era sempre molto curiosa, aveva le manine di una bambina, piccole e tonde.

“Ce l’hai il ragazzo?”, “L’hai già fatto?”. Oh, mi sentivo adulta, una donna che aveva navigato molti mari. In confronto a lei lo ero. “Sì, l’ho già fatto. Avevo un ragazzo, l’ho lasciato”. Con la vespa giravamo in certi giorni di sole, la città era bianca, il profumo dei boccioli di zagara mi arrivava alle narici come una sferza. L’aria era leggera, tutto era migliore, lontano da Mazzarrona. In vespa, faceva sempre tante domande. Si chiamava Ilaria. “Era carino il tuo ragazzo?”. Era carino. Capelli bruni, viso lungo e magro, bianco, sai proprio come Morrissey. Lei non conosceva Morrissey, due giorni dopo aveva già imparato le canzoni dell’ultimo disco degli Smiths.

Finché non ci fermavamo in un bel posto, cercavamo il mare. Il nostro spirito cercava il mare. Andavamo al porto. Sedevamo sotto il sole, sdraiate sulla panchina, fumavamo e ridevamo, scoprendo nuove affinità.

“Ilaria”.

Con la sua voce da bimba rispondeva: sì?

“Un giorno ti porto in un posto, ma devi essere forte”.

Lei non rispondeva, ma avrei giurato che sarebbe stata felice di seguirmi, lo avrebbe fatto, forse era quello il mondo dei grandi per lei. Lei si aspettava l’avventura e la sregolatezza da me. Alzavo il capo dalla panca, spostavo gli occhiali scuri, lei era sdraiata più in là, tonda e piccola. Era timida. Presi le cuffie tenute in borsa, c’erano gli Smiths. Cantavamo insieme, Bigmought strikes again. Sapete cos’è la giovinezza?

(continua)

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noioso e perfetto

Le voci confuse delle ragazze lasciavano intendere qualcosa di bello.

Era il ballo di primavera? Parlavano tra loro, bisbigliavano, ridevano, si spingevano l’un l’altra con aria complice e gaia. A me non restava niente. Alle ragazze del liceo piaceva moltissimo stabilire le distanze, competere. Ancor meglio: escludere. Erano tutte piene nei fianchi, il seno giovane e prominente, le invidiavo per questo, erano in salute, morbide, pronte a diventare donne, alle prese con nuove curiosità. L’amore e così via. veroniAl ballo di primavera non sarei andata, non avrei saputo con chi andare, Romina lavorava e comunque l’avrebbero bloccata all’entrata, come mandrie, capre da somigliarsi tutte, guai a beccarne una con la macchia sul dorso, o altrimenti il confino. Non avrei avuto il vestito adatto per di più. C’era chi se lo faceva confezionare apposta. Frequentavano noiosissime feste le ragazze del liceo, a loro piaceva lo sportivo della scuola, il campione di nuoto. Lo sportivo per eccellenza, perché difatti eccelleva. A me sembrava piuttosto un pupazzo, non so un giocattolo, non avrei saputo che farmene del campione della scuola. Belloccio, occhi vuoti da manzo. Una mattina lo incontrai in corridoio, diretti in bagno entrambi, avevo già acceso la sigaretta. Lui teneva il passo, finché prese coraggio (coraggio) e mi chiese di uscire, una sera, “scegli tu”. Potevo scegliere e le mie quotazioni salivano, potevo così sfoggiare il trofeo, guadagnarmi l’approvazione del comitato di consorelle giulive che trepidava per il ballo di primavera o per un paio di scarpe della nota stilista austriaca. Lo guardai con curiosità, forse nascondeva una qualche non riconoscibile attrattiva, non so lo spazio tra i denti, un tic, qualcosa? Era perfetto. Noioso e perfetto. Feci un tiro e lo sbuffai in faccia, nella sua bella faccia da sportivo. Mi disse: stronza. Risposi che era un piacere. Esserlo, aggiunsi, mi accorsi che stavo sorridendo, pensai che ero indifendibile. Pensai che mi sarei innamorata sempre della persona sbagliata. Ma siamo noi a decidere? Non è casomai il destino che ci approva le scelte? O che le scelte ci consegna? Non è il destino a venirci incontro? Quanto facile sarebbe stato innamorarmi del manzo della scuola. Quando ripetei “manzo” al telefono a Romina non la finiva di ridere. “Manzo?” e rideva da non riuscire a parlare. “Oh, una volta che hai trovato quello giusto! E dai, scema, esci con questo come si chiama: manzo”. E rideva rideva. La sua bella risata rauca. “Di cosa parliamo?”. Romina disse: “Perché con Massimo di cosa parli?”. Con Massimo non serviva parlare, certe volte guardavamo un punto o il mare o sdraiati sul colle ammiravamo i colori che sfuggivano nelle ore vicine al tramonto, il passaggio delle nuvole, i fiocchi che diventavano creature animate. Con Massimo c’era il sentimento della fuggevolezza a unirci, un abisso come i mondi ostili tra me e Romina.

Sono fatta per superare i graticci, saltarli, oltrepassare i valli. La buona battaglia. Mi dico: è stata la tua buona battaglia. Sì, ma per dove? O perché? Lasciate che io mi chieda: perché? Oggi mi siedo sotto la finestra, non sono una ragazza, e con la mano, come allora, tengo il mento. Guardo lo stesso cielo, violaceo, verso sera, gli storni, e il mio colore di capelli è ancora bruno come allora.

(continua)

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gli uomini come Tony Musante

La sera qualche volta chiamavo Romina, quando sapevo che era casa e non al lavoro. “Ciao, stai bene?”. “Sì e tu? Sei tornata a scuola? Mi raccomando, picciridda”.  Sì, sono tornata a scuola, rispondevo, sorridendo, appena commossa di risentire il tono ruvido della mia cara amica. Mi mancava. Dopo aver studiato, sedevo sotto la finestra, la mano teneva il mento, guardavo fuori. Le giornate si allungavano e in cielo ricominciavano i voli degli storni. Il cielo era rosa violaceo, prossimo al tramonto. Avevo studiato Dante, Kant, tradotto la versione di latino. Una brava bambina. Ero proprio una brava bambina. Come mi chiamava Romina, picciridda. E anche a Massimo chiamavano così, alle case. La divisa che indossavo per recarmi alle case era piegata sulla sedia. Jeans logori e cuciti sulle gambe magrissime, maglione nero, giubbotto di pelle. Gli stivali gettati in un angolo. Mi vestivo come Christiane quando andava al Bahnhof Zoo. E quando restava a casa, tornava la bambina che giocava in riva al fiume con le amichette nella brughiera di un paese della Sassonia. In classe ero la più attenta, non scendevo nemmeno in cortile per la ricreazione. Consideravo i miei coetanei liceali incompatibili, immaturi, viziati. Cercavo la vita, chi l’avesse provata, precocemente. L’abitudine mi aveva procurato solo guai. vNon mi è mai entrato in testa che le cose possano anche restare placide, immobili. Cercavo la vita, nella mia distorta proiezione della stessa, contagiata dallo sguardo di Truffaut del quale conoscevo la filmografia per intero. Era morto troppo giovane. Nei pomeriggi a casa, mi esercitavo maldestramente con il francese, usando parole inapplicabili, ritengo perlomeno che sarebbe stato difficile per una adolescente usare termini come: sodomisant. Oppure mi sedevo in poltrona nel soggiornino, prendevo uno dei libri di mio padre, “La cosa buffa” di Giuseppe Berto, leggendo alla fine delle pagine la sceneggiatura di Anonimo Veneziano. O leggevo La livella di Totò. Esercitavo il francese, il mio tono di voce, occupavo le ore. Avevo dimenticato i compagni. Mi mancavano sempre meno. E man mano passavano i giorni, le case e quel mondo mi apparivano sempre più paurosi. Leggevo la sceneggiatura, con i dialoghi che nel film erano tra Tony Musante e Florinda Bolkan. Tony Musante era il genere  di uomo che immaginavo in quanto uomo maturo, adulto. Dunque gli uomini adulti sarebbero stati come lui, superata la fase sciocca degli adolescenti impacciati e asessuati del mio liceo. I ragazzi delle case non erano un genere, non potevano rappresentare una media. Insomma erano tutti tossici. Sarebbero diventati adulti?

Gli uomini come Tony Musante o liberi e solidi e amanti della vita come mio padre. Uomini che avrebbero indossato un pull nero, in autogrill, bevuto un caffè in attesa di un aereo magari. Ed era veramente eccitante pensare alla mia vita da adulta. Questo accadeva soltanto lontano dalle case. Un giorno avrei incontrato un tipo così. Avrei raccolto i capelli sulla nuca come Florinda Bolkan, indossato enormi occhiali da sole, l’impermeabile chiaro. Mi piaceva pensarlo, chiudevo gli occhi. Sarei diventata bellissima. Bellissima.

(continua)

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adolescenza

Certe mattine il mare a Mazzarrona era opaco per la caligine che proveniva dai fumi delle fabbriche. Scendevamo giù fino alla baia anche di inverno, quando la rena era fredda e grumosa. Scoprivamo coppie di amanti che sceglievano quella intimità disturbata soltanto da altri frequentatori in cerca di discrezione. Mi incantava quella passione così impudica, disinibita. Esiste, mi domandavo, esiste veramente, la passione che ti strappa il cuore dal petto? Allora Romina mi tirava da una parte, dai vieni, mi diceva.

In primavera la luce era accecante. Si posava sulle cose risplendendo con abbagli che mi parevano di un altro mondo, angelici. Stefy era tornata a casa, promise di non scappare più, i genitori l’avrebbero spedita in una comunità. Alla fine si è salvata, ma da adulta, che aveva già un figlio. Continuava a venire alle case tra una comunità e l’altra, scappava dalla comunità o da casa. Fuggiva da qualcosa per tornare al fulcro del suo veleno. Io ero tornata a scuola con regolarità invece. Il pomeriggio studiavo ed evitavo le case. Romina lavorava al bar. Massimo stava con una tipa che si faceva e aveva sempre la roba. Non mi aveva avvertito nemmeno, idiota. Doveva dirmi: ci stiamo lasciando. Per lui non stavamo nemmeno insieme. Era molto semplice lasciarmi, perché quando tornava, mi trovava ancora. Venivano alle baracche, con la vespa di lui. Ci soffrivo, poi riuscii a non badarci più. Il mio destino con gli uomini non si è mai sconfessato, si sono sempre accorti di me dopo, quando era tardi, quando non mi interessava più la questione. Non c’è stata mai una concordanza sui tempi. Concordanze sballate. Peccato, sono sicura di essermi persa qualcosa. Mi dedicai ai libri, allo studio, mi riconobbi finalmente nella ragazzina giudiziosa che conseguiva buoni voti. Ero quella ragazzina, lo ero stata fino a prima degli anni del liceo. Poi non so cosa era accaduto, l’adolescenza ecco cosa era accaduto. Le mie letture erano diventate segreti insostenibili, graticci che mi dividevano dal resto, dagli altri, portatori di parole nuove, che nessuno capiva. I libri mi isolavano.veri reportage

Nei giorni che non andavo più alle case, anche il mio aspetto modificava, vestivo di chiaro, indossavo il cerchietto per tenermi i capelli lontano dal viso. Sembravo ancora più infantile di quanto non lo fossi realmente. E lo ero. Lo sono rimasta. Non sono mai cresciuta. Mi sono fermata a un certo punto, malgrado le cose che scriva a volte mi sembrano restituire la voce di un altro, non la mia. Da dove vengono le parole? Dove finiscono quando non le usiamo più? Ci sono parole che non uso più. Ad esempio: ti prego, resta per sempre. Per sempre.  Non ho più usato supplicare nessuno. Quando è successo avevo la ragione dell’età dalla mia parte, c’era tempo. Un tempo disilluso ma non cattivo, che mi ha insegnato ad accogliere l’irrimediabile svolgimento dei destini. Ognuno con il suo. Ogni libro mi ha mentito, annunciandomi quel che non sarebbe successo, ma lasciandomi l’attesa fino alla fine. Eppure i libri sono stati anche profetici, hanno promesso non del tutto. E’ il non del tutto che bisogna imparare ad accettare. L’ho capito, oggi posso finalmente dire che ho capito. Non del tutto.

(continua)

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Stefy

Il tipo che stava con Cetty veniva a prendersi la roba alle baracche. Usava la coca. Un ragazzino delle case gialle aveva la migliore, non era tagliata e costava meno che in altre piazze. Cetty non si faceva vedere, il tipo le portava il quartino a casa, così Cetty non veniva alle baracche. Era un uomo alto, di una certa età, adulto rispetto a noi, cupo, lo sguardo basso o sospettoso. Posteggiava la sua auto scura fuori il recinto, oltre i portici. Massimo era in debito con tutti, un giorno lo avrebbero ammazzato, temevo. Si era venduto qualsiasi cosa. Restava la vespa, ma quella no, quella non l’avrebbe venduta mai.  Davanti la baracche capitava sempre un accidenti. Futili liti, meschine discussioni tra tossici. O c’era chi finiva in overdose. Come Stefy, una ragazza di buona famiglia, andava in giro molto curata. Ma la chiamavano “la perduta”, si faceva di eroina, solo di eroina. Ed era lei lunga stesa davanti l’uscio delle baracche, gli altri tossici la guardavano, la scuotevano con fastidio.vero-blog Alle baracche non ci arrivava nemmeno la polizia, le retate si svolgevano fuori da lì, caricavano tutti in camionetta e facevano gli sgomberi a modo loro. Stefy aveva perso ogni decoro, andava con chiunque, pur di comprarsi la roba, i soldi non le bastavano mai. Ma lei era ricca. Una ragazzina ricca e viziata. Esattamente il genere che non piaceva né a me né a Romina. Ma era rovinata, era un’eccezione adatta per stare alle case. Tuttavia veniva poco alle case, frequentava locali notturni esclusivi, quelli dove io e Romina non potevamo mettere piede. Locali per cocainomani, i figli della alta borghesia. Loggia di pervertiti nullafacenti, che guidavano fuoriserie e indossavano il Rolex e i gemelli d’oro ai polsini. Era un provincialismo snob a cui non ambivo. Nemmeno Romina, lei aveva progetti concreti per la vita, lavorava sodo, tutte le mattine all’alba, a piedi raggiungeva il bar della periferia e si spezzava la schiena fino alla sera tardi. Aveva ripreso a lavorare. Aveva ripreso a uscire con un tale, brutto e secco. Aveva lasciato il fidanzato cafone. Nessuno la meritava. Stefy si prostituiva o spacciava o si sbatteva tutto il giorno per rimediare i soldi. Una ragazzina ricca e viziata comunque. Alle baracche i tossici la guardavano mentre lei sembrava prossima al trapasso, solo un paio tentarono di sollevarla. Aveva esagerato. La roba era buona, forse era troppo buona, le era salita al cervello, il cuore pompava impazzito. Aveva mischiato tutto, ero e coca. Aveva preso anche la coca. Forse voleva ammazzarsi. No no. Diceva Romina. “Minacciano di farla finita, – diceva Romina con freddezza – ma non lo fanno mai”. E forse si riferiva anche a Cetty, alle volte che aveva urlato dal balcone di casa frasi insensate, manifestando il desiderio di morire. Succedeva con regolarità, cioè che Cetty manifestasse il desiderio di morire. E anche Stefy era stanca di aver visto tutto. Una sera in discoteca la trovammo in bagno. Piangeva, seduta sul water, la porta aperta, le gambe scoperte, le calze rotte. “Che hai fatto?” chiesi. Romina era dietro di me che imprecava. A lei non piaceva Stefy.

“Che ho fatto, che ho fatto” ripeteva e piangeva. Sul piano del lavabo c’era ancora la stagnola. Romina era proprio arrabbiata. “Ma basta, basta, cazzo. Sei nella merda, guardati Stefy, sei nella merda!”. Le diedi la mano, Stefy la strinse forte, mi guardava con i suoi occhioni scuri pieni di terrore, invetriati dalle sostanze che aveva addosso, cerchiati dal mascara sbavato. Mi supplicava. Oggi penso di sì, mi chiedeva aiuto, una compassione che poteva guarirla. Si alzò dal water e si aggrappò alle mie spalle, abbracciandomi, così piccola d’improvviso. Avevamo tutti paura. Non eravamo sicuri, padroni del mondo. E lo meritavamo il mondo, persino più degli altri. Il mondo era indegno di noi, noi eravamo in cattività, bestioline in cattività.

(continua)

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Bêtise

Dalla mia camera di ragazza guardavo il cortile del condominio e provavo di solito il medesimo sentimento di estraneità. C’era una crudeltà acerba e perciò più feroce di tutte le altre che riguardava i ragazzini organizzati in gruppo, quelli che disturbavano in cortile, e che erano diventati adulti. Ottusi e irrigiditi o confusi dalla pochezza delle mode di quegli anni. Eravamo cresciuti prendendo le distanze gli uni dagli altri, divisi da assurdi confini, attenti a non debordare. Indizi di pregiudizio, molto comune, molto banale, applicabile di caso in caso. In quel condominio fare gruppo era una sciocca questione elitaria, come al liceo. Non riuscivo a stabilire legami, tendevo all’anaffettività, ma era semplicemente l’abitudine a stare sola, giocare sola, far tutto da sola. Romina è stata l’unica amica, cioè l’unica persona di sesso femminile che sono riuscita ad amare, come si conviene tra sorelle o tra coetanee. Era il fosso che ci divideva ad unirci. Le nostre differenze, i nostri mondi così distanti, ad unirci. Avevo bisogno di sussulti in grado di scuotermi, altrimenti la noia inghiottiva ogni cosa. Ed ero come morta. Dovevo provare qualcosa di molto forte sempre. Era piuttosto pericoloso mantenere uno standard. L’antefatto era lei: la noia. Mi pareva di sapere già, aver visto già, aver provato, sentito. Il professore di italiano mi esortava a sorprendermi della vita che mi esplodeva intorno, e usava questo verbo: esplodere. Io la vita la sentivo esplodere certo. Esplodere? Ad esempio non capivo le persone che ridevano per ogni sciocchezza. Quelle belle risate. Ma perché? Di cosa si ride? Si ride vedendo qualcuno, salutando qualcuno? Riuscivo a perdermi in tali considerazioni, diventavano il centro del mondo. Questioni piccole come  Bêtise.  

MazzarrunaDa bambini litigavamo in quel cortile, non c’era sorellanza con le altre, mi chiamavano la regina delle stronze. Così odiai quel cortile, la crudeltà borghese, i suoi prodromi acerbi. Era solo la legge del mondo, della vita che come assicurava il professore di italiano doveva sorprendermi esplodendo. Alle case era più facile per certi versi. Tacevo e non interessava a nessuno. Non dovevo dimostrare niente. Non dovevo vergognarmi di non possedere le scarpe giuste, la divisa giusta. La nostra divisa alle case era l’anarchia. L’anarchia da povertà. Le ragazzine del liceo, le ricche ragazzine del liceo erano annoiate, ma la loro noia era diversa dalla mia, era una noia sazia, che non cercava altro se non se stessa. La mia noia cercava qualcosa, cercava la verità. Erano le mie certezze.

Seduta sul colle aspettavo Massimo. I pomeriggi alle tre. Massimo arrivava con la sua vespa bianca, indovinavo il suo profumo. Usava profumi costosi. Sedeva accanto, accendeva la Marlboro, fumava tranquillo, libero persino dalla roba.

Sei pallido come Morrissey, sei proprio come lui, dicevo, fingendo allegria.  Lui dava l’ultimo tiro, poi mi prendeva il viso e mi baciava.

(continua)

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