Monthly Archives: February 2017

la rabbia

Quel nero finito sotto a un treno sembrava un becchino. Ogni tanto ci pensavo, malgrado alle case non andassi da settimane e i compagni fossero fantasmi, lo scarto di un sogno, qualcosa da seppellire per sempre. Mi sentivo ripulita, come Christiane quando non si  faceva più e tornava bambina. Però talvolta pensavo a quel tossico nero come la pece, così torvo. Si era ammazzato. Pensavo: era cresciuto nella volgarità. C’è una mancanza di gentilezza che può istigare un suicidio, pur di non vedere  tanta brutalità forse si preferisce tacere per sempre. Dormire. O farsi di roba. Non si lavavano nemmeno le mani prima di sedersi a tavola, in casa di quel nero. Oppure ruttavano come caproni. Facevano ribrezzo certuni in casa di quel nero. Ero stizzita, sedevo davanti al mio scrittoio stizzita. Ero nauseata da quella umanità. Era colpa loro se a Mazzarrona il mondo faceva più schifo che altrove, colpa dei caproni che non si lavavano le mani prima di sedersi a tavola, capaci solo di ruminare banalità. Romina sapeva calmarmi di solito. Con il suo modo tranquillo, mi calmava. Io ero accecata invece, ero piena di rabbia. Saliva di colpo. Perdevo il controllo di me, ma non ero aggressiva, la rabbia mi vestiva come il gelo. Restavo immobile, era il terrore, la rabbia, così succedeva la notte, quando mi svegliavo e avevo sognato i mostri che rantolavano alle baracche.

le-baracche

Le baracche

Non c’era una remissione definitiva del male, il male furono quegli anni, non c’era remissione per quegli anni. Ho aspettato, non cercavo un riscatto, cercavo la purificazione, l’abdicazione della memoria in luogo di qualcosa che sarebbe stato migliore. In classe avevo trovato la compagna di banco. Una ragazzina paffutella, esclusa dal solito gruppo di stronze perbeniste. All’uscita di scuola giravamo con la sua vespa 50, bianca come quella di Massimo. Era sempre molto curiosa, aveva le manine di una bambina, piccole e tonde.

“Ce l’hai il ragazzo?”, “L’hai già fatto?”. Oh, mi sentivo adulta, una donna che aveva navigato molti mari. In confronto a lei lo ero. “Sì, l’ho già fatto. Avevo un ragazzo, l’ho lasciato”. Con la vespa giravamo in certi giorni di sole, la città era bianca, il profumo dei boccioli di zagara mi arrivava alle narici come una sferza. L’aria era leggera, tutto era migliore, lontano da Mazzarrona. In vespa, faceva sempre tante domande. Si chiamava Ilaria. “Era carino il tuo ragazzo?”. Era carino. Capelli bruni, viso lungo e magro, bianco, sai proprio come Morrissey. Lei non conosceva Morrissey, due giorni dopo aveva già imparato le canzoni dell’ultimo disco degli Smiths.

Finché non ci fermavamo in un bel posto, cercavamo il mare. Il nostro spirito cercava il mare. Andavamo al porto. Sedevamo sotto il sole, sdraiate sulla panchina, fumavamo e ridevamo, scoprendo nuove affinità.

“Ilaria”.

Con la sua voce da bimba rispondeva: sì?

“Un giorno ti porto in un posto, ma devi essere forte”.

Lei non rispondeva, ma avrei giurato che sarebbe stata felice di seguirmi, lo avrebbe fatto, forse era quello il mondo dei grandi per lei. Lei si aspettava l’avventura e la sregolatezza da me. Alzavo il capo dalla panca, spostavo gli occhiali scuri, lei era sdraiata più in là, tonda e piccola. Era timida. Presi le cuffie tenute in borsa, c’erano gli Smiths. Cantavamo insieme, Bigmought strikes again. Sapete cos’è la giovinezza?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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l’amore è un sacrificio

Forse era sera. Eravamo dentro in baracca, la penombra del pomeriggio era anonima. Non avevo idea di che ora fosse. L’assillo del tempo mi raggiungeva quando ero con Massimo. Il tempo sicuro avrebbe dovuto consolarmi. Massimo era lì. Voleva dire che c’era, che stava succedendo davvero. Era la sera delle baracche, anche se fuori era giorno. In baracca era notte. C’erano le candele ad illuminare brevi anditi. Uno sgabello più in là. Massimo mi era accanto, non avevamo bisogno di dire niente. Coperta dal suo eskimo, ero felice. Perché era successo qualcosa ed ero certa che stavolta lui avesse provato un sentimento. A lui era piaciuto. E anche a me. Mi infilai il maglione e il resto, raccolsi gli indumenti sparsi sul pavimento pieno di ostacoli, ovunque flaconcini, stagnola, mondezza. Massimo mi faceva luce con la sua piccola torcia. “Perché ti sei vestita?” chiese. Come se lui mi avesse vista realmente. E io volevo solo coprirmi piuttosto. Gli scuri erano malmessi, procuravano strani suoni simili a lamenti, a ragione del vento che proveniva dal mare. Provai ad aprirli, erano bloccati, tendevano a chiudersi, incastrandosi nella volta sottostante. Mi alzavo sulle punte. Era inutile, rimanevamo al buio. Massimo mi invitò a sdraiarmi di nuovo. La voce strascicata. mare“Dai, vieni”. Per favore, disse. Ecco quel per favore mi raggiunse con la forza del desiderio. Bruciavo per esso. Così, inaspettatamente, capisco che ogni impulso proveniva dalla pietà. Invece volevo punirlo per tutte le volte che non c’era, che non mi guardava, che mi aveva dinanzi e non sapeva di che colore fossero i miei occhi. Volevo punirlo per il suo insensato sonno. Allora si sollevò, sentivo la sua presenza, lo sentivo avvicinarsi, rimasi dov’ero, il suo calore era alle mie spalle. Taceva. Come sempre. Le sue parole così avare con me. I lamenti provenivano dal mare, gli scuri si muovevano con fatica.

Massimo.

Lui taceva.

“Io penso di amarti. Ti sembra possibile?”.

Taceva. A me venivano le lacrime agli occhi, d’improvviso. Era una cosa che odiavo. Lui non poteva vedermi. Non piangevo. Non più. E non era per Massimo. Non aveva mai un vero motivo questo stupido pianto. Lo stesso pianto dei bambini che si svegliano la notte e hanno paura. Non avevo paura.

Mi prese le spalle mi girò verso di sé. Avevo chiuso gli occhi. Era tutto perfetto. E mentre accadeva di nuovo, pensavo alle mie compagne di liceo. Non era sciocco da parte mia interrompere i pensieri con altri inopportuni? Pensavo alle compagne del liceo, certe cose non potevano capirle. A loro il vero amore non sarebbe capitato. Troppo stupide per incontrarlo. L’amore era un sacrificio, come lo era Massimo per me. Quando ho smesso di pensare, lasciai che la stessa onda ci trascinasse, dentro il suono lontano che proveniva dal mare, e gli scuri sbattevano appena ed era sera.

(continua)

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la luce

La luce poggiava sulle nostre tenere spalle. Cetty parlava. Sotto quella luce, noi l’ascoltavamo. L’ammiravo, era il mondo degli adulti di cui mi si svelavano i segreti, i vizi, le debolezze. Ed è quel che mi interessa dell’uomo, il momento in cui cade, perché conferma il miracolo della resurrezione. Qui sulla terra, con la fede, l’amore di Dio. Ma Dio in quegli anni lo cercavo – lo realizzo oggi – e non sapevo chiamarlo per nome.

La mia pigrizia ottusa, la lontananza pedissequa dal significato del nostro modo di esistere.  Davo un nome sbagliato, tristezza, infelicità, ed era solo lontananza, dimenticanza di Lui. Domande che nessuno aveva ragione di congetturare. Cetty aveva le spalle scoperte, era marzo, faceva freddo. Lei sembrava non accorgersene. Guardavo i lividi. Erano le piste. In gergo, tra gli eroinomani, i segni in successione degli aghi. Cetty raccontava la sua ultima storia, con quel signore, lo vedevamo dalla finestra di Romina quel signore, lui un tipo a modo, vestito con abiti di buona fattura, per quel che ne capivamo, il macchinone scuro. Romina sussurrava tra i denti: povero cornuto. La sentivo e disapprovavo. Ma Romina era fatta così, era dura, dura come la terra di Mazzarrona. Era cresciuta lì, la retorica delle periferie oggi mi è chiara, ma allora era profetica. Era l’anatema che ci saremmo portate d’appresso, lo stigma dei giorni a venire. Il tipo che stava con Cetty aveva una moglie ed era un cocainomane fuori di testa. Cetty lo aveva lasciato. Bisognava che trovasse il ragazzo giusto. Mazzarruna costaOh gli uomini sbagliati, anche quelli erano una specie di trofeo, per Cetty non più, ci era superiore, noi eravamo delle sciocche e ancora custodivamo l’idea dell’uomo sbagliato come un’esperienza da fare, lo svezzamento alla vita. La vita doveva essere impudica, avventurosa, con prove di coraggio da superare, una dietro l’altra. Io non conoscevo gli uomini, ad eccezione di Massimo. Ma potevo considerare Massimo un’esperienza impudica, avventurosa? Quando lo sollevavo da terra ché sembrava morto era tutto fuorché vita o avventura o sregolatezza. Il sacrificio perenne che Massimo mi sbatteva in faccia, senza volerlo, il suo dirigersi verso la fine, era la risoluzione di un sacrificio che aveva investito entrambi di capacità di resistenza che non avevamo. La solitudine concorreva a edificare recinti dentro cui ognuno si dibatteva. Cetty parlava del suo uomo che aveva dovuto lasciare. Indossava una canottiera di cotone, la gonna sgualcita, era appena uscita dalle baracche. Si era fatta. Era logorroica. Ed era bella, come sempre. Io e Romina sedevamo l’una accanto all’altra sul colle di lamiera. La luce poggiava sulle nostre tenere spalle, su quelle di Cetty. Il mare dietro le agavi era placido. La nostra consolazione era il mare. Sì, il mare induceva a pensare, a stare calmi, a sopportare, rabbrividendo di gioie sconosciute ad altri, con la vitalità dei fiori carnosi, i fiori del deserto che non muoiono mai.

Massimo era finito dentro di nuovo. A volte pensavo a lui come a un’allucinazione. C’è stato veramente? Anche quando serravo i suoi polsi per scrutarlo negli occhi e realizzare il veleno che aveva in corpo era come non averlo, non sentirlo, fremente, pallido. Mi alzai, salutai Romina e Cetty, e tornai a casa. Era mezzogiorno, il sole era bianco, la polvere radunava piccoli gorghi, le tende si gonfiavano dai balconi del condominio. C’era il mercato, gli ambulanti urlavano, c’era odore di brace. Eppure tutto mi tornava indietro muto, la mestizia mi riparava addosso, la gente erano brani di una tragedia dai contorni mediocri. Se c’è un tipo di solitudine più terribile, io non la conosco.

(continua)

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le baracche

Il vento che arrivava dal mare doveva purificare quel luogo immondo dove non germinavano nuove piantine, in una terra dura e bugiarda. Alle baracche c’era un movimento mortale, i tossici aspettavano, litigavano con la lentezza della roba in corpo. Mi sembrava di non riuscire a respirare. Sedevo su una motoape, il monumento di Mazzarrona, quella o vecchi pneumatici, lamiere, macchine bruciate, distaccamenti solitari di un oltraggio collettivo. Romina sedeva più in là, sul colle di lamiera. Massimo camminava su e giù, in attesa, maledicendo qualcosa, sudando, tirando su col naso, con l’impazienza malata della rota. Era arrivata la scimmia. Arrivava a intervalli sempre più brevi. Guardavo i riccioli bruni di Romina sollevarsi appena sulle spalle come uno sbuffo per il vento. Era immobile, così greve tutte le volte, malgrado fosse una ragazza. Non lo è mai stata. Oggi vorrei sapere di lei. Quando ho lasciato Mazzarrona le promisi che non sarebbe stato per sempre. Lei sorrideva da adulta, come sanno sorridere i grandi che realizzano le cose del mondo, le conoscono, non le temono. Ci siamo perse. Lei è viva?cropped-veri-c.jpg

Romina non provava pietà non più, non per Massimo, non per i cadaveri delle baracche. E nemmeno per Cetty. Cetty poi è guarita, Cetty non si bucava più quando è morta di cancro. Alle baracche mancava il nero, il suicida più coerente, aveva scelto il treno per finirla. Gli altri aspettavano ancora. Si facevano pensando che un giorno sarebbe stata l’ultima spada. Solite cose. Sentite mille volte. Quante volte Massimo prometteva che sarebbe stata l’ultima. Il dogma di un tossico era infrangerlo. Adesso penso che una qualche verità andassimo cercando ognuno con una presunzione maldestra. Cercavo la verità, mi avrebbe liberata. Ma è arrivata dopo, così ho attraversato anni lunghissimi, un tempo infame, dilatato. Non respiravo. Non avevo preghiere, ne sentivo disperatamente l’assenza, mancavano le parole alle giaculatorie che avrei dovuto recitare. Sarei stata libera. Romina si girò a guardarmi, poi si voltò di nuovo, prese a fumare, una gamba tenuta sul petto. Il colle di lamiera vibrava alla luce del giorno. Sembrava primavera, lo era quasi. E il profumo che intercettavo in quei giorni esatti ora lo ricordo, lo ritrovo e rabbrividisco. Era un profumo molto dolce, il profumo dei fiori di primavera, i fiori delle arance. In lontananza i giardini di pochi sparuti contadini replicavano l’immutabilità che volevamo contraddire. Usavamo le forze di cui disponevamo. Massimo dava di stomaco. I suoi pantaloni a coste troppo grandi. Le gambe, lunghe e magre, piegate sulle ginocchia. Il tipo non arrivava. Massimo stava a pezzi. La luce splendeva su di noi. Malgrado tutto, non era già un fatto straordinario scorgerla? Non riuscivo a leggere per simboli. No, non riuscivo a pregare. Era una attesa senza sottopassaggi, non so come spiegare. Non c’era scampo. Dipende dal nostro sguardo. Ma era chiedere troppo alla nostra età. Eravamo adolescenti. Consapevolezza  che non coltivavamo. Cosa vuol dire adolescenza? La vita ci correva sopra, ci investiva di gravosità. La pesantezza di quella vita non poteva farci adolescenti. Abbiamo tradito la nostra giovinezza. Lo leggevo nei libri, in certe quarte di copertina dei libri che mio padre ordinava al Club degli editori. La giovinezza tradita. Non conoscevo altro che la baia sotto il dirupo, l’orizzonte dove le torrette dei calanchi fumavano gas neri verso il cielo; i deserti, Massimo, le baracche.  Aprivo le pagine di un romanzo e trovavo il sentimento delle cose perdute. Mai viste e perdute.

(continua)

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