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l’intervista su Vertigine

 

Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

 

 

L’originale qui: https://vertigine.wordpress.com/2011/01/11/veronica-tomassini-sangue-di-cane-laurana-editore-2010-intervista/

appunti in attesa di maggio

Nella vita non ho fatto altro che aspettare. E’ anche per voi così? E’ una regola? Aspetto maggio, come ho aspettato molte altre cose. A Maggio uscirà il romanzo per Marsilio, leggetemi. Per favore. Vorrei che questo romanzo rimanesse. Tutti gli autori lo pensano ogni volta. Nel frattempo ho finito l’altro, ambientato nella periferia di Siracusa. Ma è diventato un luogo letterario che non esiste.

Il romanzo che uscirà a maggio è nato sotto gli auspici di più persone, Giulio Mozzi, una cara lettrice del mio blog (appassionata di libri, colta, attenta). Ecco senza Giulio Mozzi questo romanzo non sarebbe uscito. Come fu per “Sangue di cane”, ha girato così tanto. E poi è arrivato Giulio ed è stata una scommessa, ancora una volta. Una specie di sfida, come se Giulio avesse detto ai lettori: fidatevi anche stavolta.

Giulio Mozzi 1

Giulio Mozzi, scrittore, talent scout, consulente editoriale per Marsilio

E poi ancora, il mio direttore, Marco Travaglio, anche lui, come è stato in “Sangue di cane”, partecipa in qualche maniera a questo “secondo” esordio, consentitemi il termine. Sono le stesse persone che non mi hanno mai abbandonato in questi anni, e sono passati tanti anni. Ne conosco il valore, la coerenza e la generosità. Oh quella, così rara. Ma io l’ho incontrata. Il romanzo che uscirà traduce il mio amore per una parte di Europa, per la sua musica, la sua anima. L’amore per Kusturica, gli autori russi, la Polonia. Il personaggio principale, dannato e insieme mite, coraggioso e spregiudicato, riassume i personaggi che ho amato in fondo nella grande tradizione del realismo russo.

Ma è tranche de vie. Non scrivo altro che tranche de vie. A presto, allora.

Igor: alla radice del male

C’è una crudeltà slava o balcanica che è intraducibile. Può essere restituita solo andando alla radice di uno spirito nazionalista o di un gene persino. L’addestramento dei militari serbi – giovani imberbi che avrebbero imparato presto la dissoluzione cieca e l’esaltazione del delitto – durante la guerra nella ex Iugoslavia, consisteva  nell’ uccidere una colomba a morsi, tenendola ferma per il collo. Mordendola nel collo fremente, fino a sentirne la carne palpitare, fremere di paura, il liquido rovinare tra i denti, in bocca. Prove di attraversamento, la follia di un nazionalismo inveterato, issato con esultanza, che deborda ora in un inno popolare e sontuoso ora nella capacità di infilzarsi gli intestini, nel nome di un pauroso umanesimo. Una crudeltà quasi favolistica. La crudeltà di Igor, la fiera braccata, un esercito lanciato dentro campi brumosi, solo per lui. La crudeltà slava chiosa con una smorfia, si prende gioco – perdendo infine – del suo esatto contrario, la pietà. Una tempra sopra la media e la maledizione di saper sopravvivere. E’ il destino di Igor: riassume il gene, il castigo, la maledizione appunto di saper sopravvivere. Così prossimo al nichilismo dell’antieroe russo di Dostoevskij, Stavrogin, il demoniaco, demiurgo del male totalizzante che inneggia “alla distruzione per la distruzione”.

++ Guardia provinciale uccisa, forse omicida Budrio ++

Igor Vaclavic

Stavrogin muore suicida, è l’empio compimento dei professatori di una crudeltà con una precisa fisionomia, irrinunciabile, dove finanche la morte ripara nei funerali priva di commiserazione, è un bicchiere di vodka alzato, uno schiocco di piatti. Non troveremo in essa la ragione dei pianti delle nostre pie. La nostra è una morte occidentale, la nostra è una pigra crudeltà da occidentali, smarrisce il senso ultimo di una idea avvelenata usata fino a consumare l’esaltazione del crimine. Crimine vuoto, ai limiti della stupidità, per eccesso di ostentazione. Qualcosa possiamo intercettare nei film di Kusturica, ambientati sulle colline di una rediviva Sarajevo, qualcosa di circense, abbastanza da sgomentare tanto quanto l’efferatezza laconica che nutre sé stessa, la colomba che muore sotto i morsi di un giovane imberbe nelle fila di un addestramento militare. Il serbo Igor, capace di addentare l’animella che palpita, fino a sentirne il sangue precipitare in gola. Non è una consolazione, non scagiona nessuno ritrovare l’umanità degradata di Igor il serbo nella grande tradizione del realismo russo, da Smerdiakov dei frateli Karamazov, a Stavrogin e Petr Verchovenskij de I Demoni. Igor viene da lì nel luogo e nel tempo del sacrilegio e della profanazione.

 

L’originale qui:

 http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-maledizione-di-saper-sopravvivere/

il ballo di primavera

Scendevo per la china del colle. Cercavo Massimo. Avevamo progettato con Romina di uscire insieme la sera stessa per il ballo di primavera dei liceali. Non era difficile trovare un paio di biglietti da un bagarino. Ne avremmo rimediati senz’altro. Il ballo di primavera era un’ottima occasione per indossare abitini leggeri e colorati. Ed erano incantevoli le ragazze con i loro vestitini leggeri. I giovanotti del liceo erano al solito goffi perlopiù, insaccati in jeans alla moda e camicie che non abbottonavano al collo. Massimo invece aveva un atteggiamento controllato, un’eleganza molto inglese, mi ricordava abbastanza il fascino scavato di Jeremy Irons. Massimo era alle baracche. Era vestito di bianco. I capelli bruni lucidi, la sua pelle delicata, il suo pallore. Oh Massimo. Mentre attraversavo velocemente i sentieri della campagna, sentivo assalirmi di nuovo la passione mista a pietà per quel ragazzo che indovinavo malinconico e disperato nella sua attesa quotidiana. L’unica fedeltà a cui aveva giurato costanza, severità. Non smetteva di aspettare qualcosa che era fuori da me e dagli umani. Era l’eroina il suo assillo. Ognuno con il suo. Non ero meno patologica. Non ero libera dalle dipendenze. La mia dalla tristezza era fine a se stessa. Ma non importava, non in quel momento in cui correvo verso la meta, lui, alle baracche. Mi sarei gettata nel suo abbraccio esitante, la mia vita che esondava nella sua più discreta, guardinga. E ne rimaneva sorpreso, la sorpresa era sempre un passaggio prima della diffidenza e del drammatico abbandono, a me, al nostro amore di adolescenti. Aveva le mani in tasca, poi mosse lo sguardo nella mia direzione. Lo raggiunsi e lo abbracciai con una contentezza nuova, come se fossimo nati entrambi allora, scoperti allora al mondo nuovo e innocuo. Lui mi lasciò fare, strinse appena i miei fianchi. Aveva addosso la sua dose, l’eroina era in circolo. Aspettava ma senza smania. Potevo parlargli e immaginarmi una seppur minima attenzione. Cetty usciva dalle baracche con un tizio. Aveva un tailleur bruno vinaccio, era senza calze, aveva i polpacci graffiati e le ballerine nere lucide consumate in punta. Era struccata e stravolta. Era bellissima. Ma Cetty si sarebbe salvata. vvvvv

Massimo sarebbe venuto al ballo. Ok, disse, verrò. Sapevo già a chi chiedere, da quale bagarino comprare i biglietti. Massimo ora guardava per terra. In realtà guardava me, era il suo modo di starmi a sentire, non guardarmi, guardare i piedi, la terra, le siringhe conficcate sul terreno. Tutto tranne me. Mi piaceva interrompere la sua anomala timidezza, con domande sciocche, petulanti, da ragazzina innamorata: “Dimmi, di che colore sono i miei occhi?”. Lui allora spostava lo sguardo, fissandomi il volto, non so dove, forse le guance, la bocca, poi gli occhi. Ed era stralunato, piccino, era piccino così come lo chiamavano nella valle di Mazzarrona: u picciriddu.

Allora rispondeva: oggi sono verdi, a volte sembrano gialli, con strisce un po’ rosse intorno. E quella volta rispose veramente. E io tacqui. Commossa fino alle lacrime, che combattevo nemiche e stupide. Non volevo commuovermi più per Massimo. Irragionevole ragazzina. Massimo però mi perdonava tutto, come faceva Ilaria. E anche Romina capiva tutto di me. “Sai Massimo” dissi, “il ballo di primavera è il ballo che aspettano tutte le ragazze del liceo, tutte le ragazze del mondo”. Ridevo. Anche lui. Poi  gli misi una mano sulla guancia sciupata. La pelle morbida e calda. Lui poggiò la sua mano sopra la mia. Gli promisi: non ci lasceremo mai.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

l’ineluttabile procedere delle cose

Sedevo all’ombra del sicomoro, guardavo il mare. Guardare un punto lontano laggiù verso la fine del mondo sbagliato era la mia giovinezza. Ero tornata alle case. Sola. Una condizione che imparai presto, non a governare, non ad accettare, imparai soltanto. Si impara la solitudine, una condizione profonda e direi genetica. Chi me l’aveva lasciata irresponsabilmente? Allora mi sovvenne un passo de Prima che il gallo canti. E immaginai Stefano l’ingegnere bardato di ideologia, costretto al confino, attraversare le vie di un paesino bestiale e guardarsi solo, con l’indulgenza che gli restituiva il vino. Il mare era l’animale che affannoso si aggrappava alla riva ed erano  di nuovo brani di romanzi, stavolta era Malaparte, a franarmi sui pensieri, senza che ne formulassi uno sapendomi sicura che fosse veramente mio. In quella solitudine compiaciuta a tratti ritrovavo un codice muto, una identità migliore rispetto a quello che dovevo dimostrare fuori dalle case. In un recinto, confinata all’ombra del sicomoro, ero tutto sommato me stessa così come desideravo essere. Infrangere le righe, tipico di quell’età, infrangere come si affrettava a riparare il mare sulla rena. Nella stessa rena dove andavano le coppie di amanti d’inverno. Li vidi un giorno, Romina mi prese il braccio: dai, andiamo, disse. Però li ricordo. Sentìi una fitta allo stomaco, il calore salirmi su fino al viso, le gambe di lei, quel movimento violento, quasi innaturale. L’insolenza del desiderio mi colpì con la stessa violenza che ricorda il piacere. Non me li toglievo dalla testa. Chiesi a Romina se anche lei faceva così, come quei due. Se era così che doveva essere. Certo, è così, rispose Romina. Con Massimo succedeva in silenzio, una dolcezza impalpabile che non riusciva a raggiungermi. Qualche volta sì. E mentre mi raggiungeva, mi tornavano alla mente i due sulla spiaggia o prima ancora la forza dei gorghi che vedevo al centro della baia, intorno alla roccia dove si riposava il fenicottero rosa. Credevo che l’amore avesse a che fare con una forza sopra l’umano modico tiepido considerare. Non vorrei sbagliarmi, lo credo ancora oggi. Un forsennato fulgore che andiamo cercando. Non smettiamo di ansimare per esso, cercandolo. v8

Dietro di me sentivo la presenza di Massimo, era lui, ne ero certa. Mi girai. Eccolo. Bianco, gli occhi dentro due fossi. Neri, violacei. Era immaginarlo già altrove. Pensai che era lì per andarsene, sarebbe stato un congedo prima o dopo, definitivo, precoce. Perché vai via? Gli avrei urlato con tutta la disperazione che ingenerava l’ineluttabile procedere delle cose. Lui mi guardava con stanchezza o gratitudine. O fosse stato l’amore? Era l’amore?  Si venne a sedere accanto. Aveva il volto sudato. Poi non so, forse piangeva. Io credo che fossero lacrime. Mi abbracciai a lui che vacillava. Non era fermo. Era sempre troppo fragile. Doveva sopravvivere, maledizione, come tutti avremmo fatto, ognuno come poteva, come sapeva.

Non era troppo freddo, era ancora marzo. Era primavera. Nessuno può morire in primavera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

il cambiamento

Non mi abbandonai alla confessione plateale sulla mia magrezza e sulle assenze, sul perdono, sui poveracci in attesa alle baracche. Su argomenti noiosissimi. Quel tipo di intimismo va bene solo per la scrittura, è il pasto che gettiamo nelle fauci avidissime della scrittura. E’ una faccenda da adulti, ma colpiti da fulgidissime illuminazioni, vai a pensare che i casini sono la ragione di un’assenza. Mica ne parli con un’amica a un’età. Eravamo bestioline, incassavamo gli effetti di una causa nascosta, un tabù che non sapevamo chiamare per nome, che nemmeno cercavamo. Non è che una vita in pezzi aveva un colpevole che fosse fuori da noi. La mia non lo era in pezzi, non ancora. Era solo interrotta nel suo normale svolgimento. Eravamo tutti colpevoli di non esserci mentre avremmo dovuto, ma eravamo innocenti anche. Con Ilaria ci addentrammo lungo il sentiero che conduceva alla ferrovia, il più vicino al mare. Superammo il colle, sotto il sicomoro carezzai con gratitudine la ruvidezza dell’arbusto come se mi attendesse, sentivo la scabrosità così palpitante sotto le mia mani. Era lì per noi, stentoreo e vigile sulle nostre vite incapaci, la nostra consistenza nel mondo degli adulti era esigua, non esistevamo. Chi si occupava di noi? Massimo mi aveva guardato, ero lusingata. Ilaria disse che anche a lei era sembrato che mi guardasse. Forse ti ama ancora, disse. Raggiungemmo un tratto della costa quella che in prospettiva mostrava meglio la piccola isola frastagliata dove spesso riposava il fenicottero rosa. La luce era ancora desta, ma prossima al tramonto. Sarebbe stata l’ora dei colori cangianti in cielo. Per Ilaria era incomprensibile, quel recinto, quella gente, il mio stesso desiderio di rivederla. E infatti mi chiese: “Ma perché vieni qui? Cosa c’è qui per te? Io non ci verrei. Anche se tu dici di amare Massimo, non ci verrei nemmeno per lui”.

Cambiamo tutto, cambiamo vita! Esultò. E d’improvviso mi parve di aprirmi, di sgusciare, dal mostro che mi tratteneva. E il cambiamento fu la parola esatta in quel momento, intravedevo la possibilità. La possibilità aveva un nome allora, il cambiamento. Che poi è la svolta di ogni questione. Tornammo indietro. La vespa era ancora al pilone, nessuno l’aveva toccata. Era intatta. Bene, dissi, siamo state fortunate. I tossici erano andati via. Massimo non mi aveva aspettato. Certamente. Aveva un’altra. Non mi entrava nella testa. Salii in vespa e tornai a casa. Dovevamo studiare. Avevamo l’interrogazione entrambe. Ilaria era una ragazzina gioiosa. Le case non erano posto per lei e alle case non l’avrei ricondotta più. Glielo dissi con una certa solennità, sotto il portone, da me. La salutai con questa ridicola gravosità. Aveva un cappellino di lana in testa, le guance rosee per il freddo della sera che oramai era sopraggiunta. Disse con la sua vocina: “Sono così stanca che non ho voglia di studiare”. Era lo spirito cattivo di Mazzarrona, toglieva tutte le forze, succhiava le nostre vite. Avremmo ritrovato i nostri libri, ad attenderci. Eravamo le brave bambine. Avremmo indossato il pigiama, acceso la lucina sullo scrittoio e studiato fino a notte.ve-blog

Prima di dormire, pensai ancora una volta a Massimo. Girai la testa sul cuscino, i capelli erano umidi. Mi addormentai con in testa la faccia stravolta di Massimo. Era lui il mostro che mi tratteneva o era anche lo spirito cattivo di Mazzarrona. Ripassai a mente il brano di storia. Poi il sonno mi trascinò nel buio.

 

 

 

(continua)

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adolescenza

Certe mattine il mare a Mazzarrona era opaco per la caligine che proveniva dai fumi delle fabbriche. Scendevamo giù fino alla baia anche di inverno, quando la rena era fredda e grumosa. Scoprivamo coppie di amanti che sceglievano quella intimità disturbata soltanto da altri frequentatori in cerca di discrezione. Mi incantava quella passione così impudica, disinibita. Esiste, mi domandavo, esiste veramente, la passione che ti strappa il cuore dal petto? Allora Romina mi tirava da una parte, dai vieni, mi diceva.

In primavera la luce era accecante. Si posava sulle cose risplendendo con abbagli che mi parevano di un altro mondo, angelici. Stefy era tornata a casa, promise di non scappare più, i genitori l’avrebbero spedita in una comunità. Alla fine si è salvata, ma da adulta, che aveva già un figlio. Continuava a venire alle case tra una comunità e l’altra, scappava dalla comunità o da casa. Fuggiva da qualcosa per tornare al fulcro del suo veleno. Io ero tornata a scuola con regolarità invece. Il pomeriggio studiavo ed evitavo le case. Romina lavorava al bar. Massimo stava con una tipa che si faceva e aveva sempre la roba. Non mi aveva avvertito nemmeno, idiota. Doveva dirmi: ci stiamo lasciando. Per lui non stavamo nemmeno insieme. Era molto semplice lasciarmi, perché quando tornava, mi trovava ancora. Venivano alle baracche, con la vespa di lui. Ci soffrivo, poi riuscii a non badarci più. Il mio destino con gli uomini non si è mai sconfessato, si sono sempre accorti di me dopo, quando era tardi, quando non mi interessava più la questione. Non c’è stata mai una concordanza sui tempi. Concordanze sballate. Peccato, sono sicura di essermi persa qualcosa. Mi dedicai ai libri, allo studio, mi riconobbi finalmente nella ragazzina giudiziosa che conseguiva buoni voti. Ero quella ragazzina, lo ero stata fino a prima degli anni del liceo. Poi non so cosa era accaduto, l’adolescenza ecco cosa era accaduto. Le mie letture erano diventate segreti insostenibili, graticci che mi dividevano dal resto, dagli altri, portatori di parole nuove, che nessuno capiva. I libri mi isolavano.veri reportage

Nei giorni che non andavo più alle case, anche il mio aspetto modificava, vestivo di chiaro, indossavo il cerchietto per tenermi i capelli lontano dal viso. Sembravo ancora più infantile di quanto non lo fossi realmente. E lo ero. Lo sono rimasta. Non sono mai cresciuta. Mi sono fermata a un certo punto, malgrado le cose che scriva a volte mi sembrano restituire la voce di un altro, non la mia. Da dove vengono le parole? Dove finiscono quando non le usiamo più? Ci sono parole che non uso più. Ad esempio: ti prego, resta per sempre. Per sempre.  Non ho più usato supplicare nessuno. Quando è successo avevo la ragione dell’età dalla mia parte, c’era tempo. Un tempo disilluso ma non cattivo, che mi ha insegnato ad accogliere l’irrimediabile svolgimento dei destini. Ognuno con il suo. Ogni libro mi ha mentito, annunciandomi quel che non sarebbe successo, ma lasciandomi l’attesa fino alla fine. Eppure i libri sono stati anche profetici, hanno promesso non del tutto. E’ il non del tutto che bisogna imparare ad accettare. L’ho capito, oggi posso finalmente dire che ho capito. Non del tutto.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano