Monthly Archives: January 2017

La ferrovia

Da lontano sembravano cime di arbusti, o i profili dei monti che intercettavo giù verso le fabbriche, quando la luce lo permetteva e i gas dei silos tacevano appena, quando si stagliavano così precisi, piccole cuspidi, paesaggi che affioravano come da un sogno, mobile e incerto. Ombre fumose che di colpo diventavano case, uomini, quadri. Allora vedevo i profili di questi uomini, ma erano veri. Brillavano simili ai bordoni i binari che si perdevano in direzione della campagna. Era successo qualcosa. La ferrovia era una tratta solitaria e mai frequentata, una linea curva che si inerpicava tra i cardi e la steppa di Mazzarrona. La gente era tutta lì, i negletti delle case, sporgevano la loro curiosità ottusa al di là del binario. Erano ridicoli e trascurati. Neri, tristi. Oppure vigili e curiosi come i bambini che correvano di qua e di là e le mamme con le pance turgide e sempre gravide cercavano di calmarli, serrandoli per le orecchie o le collottole. Sembrava che la vita si svolgesse con il solito disordine. Invece era la morte di qualcuno a sollevare la curiosità, il disordine. Un tossico delle baracche, credetti. Ed era così, era quel giovane scuro di pelle che temeva le parole troppo lunghe. Non ricordo il suo nome, veramente non l’ho mai voluto sapere, e comunque non lo chiamavano per nome, lo chiamavano nero.ferrovia

Si era gettato sotto il treno, il treno era una maledizione perché quando lo vedevamo passare pensavamo al futuro, alle insegne di una grande città dove saremmo andati un giorno, oppure pensavamo alla fine di una uggia lunghissima, lunga una vita. Una persecuzione di nullità che non finiva mai se non si sceglieva di seppellirla in quelle rotaie, sotto il ventre di un treno veloce, perché fuggiva con le nostre promesse. Mi accorsi di Romina, Massimo era più in là, sembrava un tronco, un po’ chino, senza sussulto, guardava verso la folla la morte del suo amico. All’incirca, o compagno sarebbe più esatto. Romina mi salutò da lontano. Poi quando mi raggiunse mi chiese da accendere, non disse nulla, il suo bel viso bruno non aveva occhi, non un fremito. Le diedi da accendere. Perché voleva morire? chiesi. Come se fossero domande possibili, come se fosse possibile realizzare una specie di risposta definitiva. “Io ho paura di morire così” dissi. Lei rispose che quando si muore non c’è un modo migliore o peggiore, si muore e basta. Era tutto molto chiaro per Romina. Io mi perdevo nelle parole, nei pensieri che si allargavano fino a sprofondare in altri che poi avrebbero accolto altri ancora e ancora. Decidevo di non impazzire, allora chiedevo a Romina. Tu hai paura di morire, Romina?

Lei non lo sapeva. Giusto. Devo sapere tutto, disse. Devo risponderti sempre, disse. Perché? Non sapevo tacere, ecco perché. In certi giorni di inverno, prima che i mandorli fiorissero nello spazio d’un mattino, e i loro virgulti inducessero noi a perdonare il tempo in cui eravamo caduti, si spargeva l’odore dolce dei boccioli, erano gemme, fiori siciliani di febbraio. Così non si poteva morire per sempre.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

Una rivoluzione siciliana (dal Fatto Quot.)

Cercavamo l’uomo nuovo. Ancora uno, l’imprimatur è una specie di maledizione, i destinatari finiscono per riparare in un qualche recinto di confine: l’infamia, una sconfessione tout court, o la sollevazione del consiglio comunale. L’uomo nuovo di Messina per tutti era il sindaco scalzo, quello delle magliette pacifiste con la scritta Free Tibet, Renato Accorinti, il potestà buddista, il neofita innocente –  su cui si è interrogato con una certa curiosità  Der Spiegel – dogma usato fino a sfiorare la retorica di un badge, non politico per definizione. Oggi il manifesto virtuoso è la taglia sulla sua testa. L’uomo della rivoluzione. Solo che a Messina le rivoluzioni devono durare poco. In Sicilia, in generale. Avevamo creduto ai Forconi, alla veemenza di Mariano Ferro, per doverci ricredere quasi vergognosamente, restando nella medesima impasse: restando i soliti “cornuti” dello Stivale. Spariscono gli impeti, salvo sommosse da outlet, approntate e maldestre. Accorinti prometteva la sua rivoluzione dal basso, intestandosi l’omonima lista civica. In consiglio adesso vogliono votarne la sfiducia, evitare il commissariamento, toglierselo di mezzo. Lo stanno facendo, persino i suoi, simpatizzanti della rivoluzione della prima brevissima ora.

messina

Messina

Messina fondamentalmente rimane di destra, malgrado sia ancora in forza un pd filaccioso, dove non smettono di addensarsi ombre da prima repubblica. La genealogia riconduce tutti a casa, il vecchio sistema da rodaggio consolatorio, il sistema da obsoleta Dc, con i suoi nipoti e pronipoti. O se vogliamo il cosiddetto “sistema Genovese”. Come lo chiamano in città. Cioè o stai dentro o stai fuori. Accorinti sta abbastanza fuori, da buon cane sciolto. Nel corso principale incontriamo nostalgici e reazionari, non di Accorinti, ma di chi pare – almeno nella convinzione dei messinesi – conti sul serio, faccia girare potere, economia, dunque Francantonio Genovese. Lui non era certo l’uomo nuovo, sindaco, onorevole, nipote del ministro Gullotti. Era l’uomo della formazione professionale, però. Finita quella, con buona pace di Crocetta, finisce tutto. Al bar di viale San Martino, al tavolo, discutono alcuni veterani della formazione. Disoccupati che hanno superato i quarant’anni, come Salvatore Romeo o Saverio Arnone che di anni ne ha 58, potevano aspettare e andava in pensione. Invece lui, l’amico e altri ottomila oggi mantengono la loro medaglia di fuoriusciti. “E’ crollato un regno”  – dice Saverio Arnone, lui non ha votato Accorinti comunque. Lo ha votato l’amico Salvatore, nostalgico di una promessa: la rivoluzione. Niente da fare. “I messinesi –  dice – vogliono i padroni di prima”. Lasciando intendere che non se ne sono mai andati. Come se fosse possibile. “Messina vuole i cambiamenti, con Accorinti non ci sono stati”. Subito? Una rivoluzione siciliana ha bisogno di secoli, a esser precisi. E’ solo un altro modo per ammazzare il tempo, fintanto le cose procedano con il medesimo metodo. Stai dentro o stai fuori. Accorinti non è furbo abbastanza. E’ questa è un’opinione diffusa. Mischinu, quasi “babbu”. Babbu per i siciliani è un modo per indicare una certa estenuante purezza, una poca praticità. Gli uomini seduti al bar convengono sulla sventura di una tale purezza. Uno di loro azzarda: non ha nemmeno gli uomini giusti.  Accorinti è solo. Ma è la storia siciliana, noiosa, rincorre identiche tipologie di superuomini: uomini normali affetti da una discreta confidenza con la legge, con la legalità. Superuomini o negletti sconfessati nel civico consesso. Uomini giusti Accorinti non ne ha azzeccato uno o forse sì, l’assessore al bilancio, il toscano Luca Eller, e anche il direttore generale dell’azienda municipalizzata dei trasporti (Giovanni Foti, nda) che è torinese e che ha messo a posto almeno una rubrica. Corpi estranei, il vino buono nella otre vecchia. L’esterofilia ha funzionato per rimettere a posto qualcosa. Con Eller il rischio default viene scongiurato. Una mostrina al petto per Accorinti. Gli autobus coprono le tratte senza singhiozzo. Potrebbe bastare, per cominciare. No. Il sindaco indossa la maglietta con su scritto: Free Tibet. A Maggio ha invitato il Dalai Lama. Messina ha una vocazione conservatrice. Vuole vedere gli obiettivi, la marcia pratica del reazionario in grado di misurarsi fino a vincere nel ballottaggio con un uomo di Genovese, ancora lui, tal Felice Calabrò. Arrivò a Palazzo Zanca a piedi nudi. Una trovata strampalata per annunciare uno stile. A piedi nudi, diceva Accorinti, “per restare con i piedi per terra”. Messina si trova spaccata: nostalgici e reazionari. I reazionari non sono necessariamente anime belle, sono i non ricollocati, i ricollocati non del tutto, coloro che se non hanno potuto con Genovese, ci riprovano con Accorinti. Accorinti che era partito con il distintivo “No Ponte” ed è finito con un Free Tibet accolto con disdegno dai suoi elettori, alla fine della fiera e non proprio del mandato. Perché in definitiva cercavamo l’uomo nuovo soltanto per trovare la medesima  storia siciliana. E’ una vecchia storia. Non ne usciremo mai.

L’originale è uscito il 29 gennaio 2017 sulle pagine de Il Fatto Quotidiano (“Messina, la svolta azzoppata e il “richiamo” dei padroni”)

potete leggerlo anche qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/messina-la-svolta-azzoppata-e-il-richiamo-dei-padroni/

Gli assenti

Spiavamo gli uccelli immobili sull’acquitrino. Dietro le baracche una morta palustre era il ricovero di creature placide, dalle lunghe ali umide. La natura ci perdonava. Romina sapeva modulare un fischio molto efficace, così che radunava i volatili delle cinque della sera. Formavano nubi affascinanti, si comportavano come un branco mansueto. Migliaia di volatili. Qualcuno di questi ascoltava il fischio di Romina. Uno storno venne a riparare nel mio palmo, lo aspettavo. Romina mi disse: stendi la mano. E lo storno seguì il suono, e poi si fidò del mio palmo. D’improvviso il cielo si fece buio. Sembrava dovesse piovere, alle baracche il buio faceva molta paura. Non temevamo gli uomini, ma le ombre degli assenti. Quelli ci facevano paura. Gli assenti. I morti. Anche Massimo poteva esserlo. Non era morto, perché nessuno era venuto a dircelo. Alle case si sapeva sempre tutto. Sai le cose come funzionano, dissi a Romina. Un giorno il tipo sparisce e addio. Cioè non ti saluta nemmeno, funziona così. Romina sorrideva amara come sempre. Lei conosceva la vita, i dettagli laidi li aveva davanti agli occhi. Io parlavo come una sciocca, imitavo i dialoghi di un film. Cosa funziona, ripeté Romina, con la sua bella voce rauca, consapevole ma priva di tristezza. Consapevole e capace di riderci sopra, le cose che diventano arcigne simili a una mutria. Riderci.elide

Massimo sarebbe tornato. E’ un tuo problema, mormorò Romina. Se Massimo torna continuerà a farsi, promise. Non devi promettere, le urlai. Lei era già di spalle, aveva lasciato le creature sul filo dell’acquitrino. Le ombre scendevano sul resto. Odiavo la sera a Mazzarrona. Dalle baracche non provenivano rumori. Mi assediava la paura o era la nostalgia. La nostalgia non era solo la scusa di un tossico, era la sostanza del nostro vivere, molto vigliacco. Sedetti sulla riva, ai bordi dell’acquitrino. Era umido. Tremavo, mentre tutto intorno era una cupio dissolvi. Massimo sarebbe tornato, perché io l’amavo. Cos’era l’amore? La necessità di tornare a casa, sparire, dentro qualcosa, qualcuno, era la paura che mi induceva al bisogno. Era un bisogno, non un’azione. Amare era una necessità. E invece doveva essere un’azione, un modo di stare nelle cose. Verso l’ombra Romina spariva, senza cercare altro che la vita da attraversare ogni giorno, con passi pesanti. Noiosamente, buca dopo buca, affondarvi i piedi. Torneremo tutti insieme, immaginavo, un ritorno glorioso. Fuori da lì. Ero andata a prenderli, per portarli via. Così farneticavo. E dicevano che ero matta e usavo parole troppe lunghe. Forse avevano ragione?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

La nostra canzone

Cetty era del tutto simile alle donne raccontate dai romanzi neorealisti. O dal realismo russo. Kareninismo e Bovarismo. E poi c’era Moravia, con la sua preziosa Andreina, la disfatta amorale la riproduceva Cetty in ogni gesto, nella pelle diafana e soffice. C’era qualcosa di inesorabile in Cetty, ne annunciava il tormento, affascinante tormento, il breve destino, la morte. Guardavo la rastrelliera con i dischi in vinile, cercavo un titolo che mi ispirasse la vita di Cetty. C’erano molti buoni pezzi di Mina e di Caterina Caselli. Rannicchiata in poltrona, nel pomeriggio, se non andavo alle case, ascoltavo la musica di mio padre. Ascoltavo Frank Sinatra, la nostra canzone era My way. La canzone di mio padre. Pensavo al tipo di canzone che avrei potuto adottare per me e Massimo. Era così improbabile incontrarsi veramente. Massimo non c’era mai, un passo più in là, verso la sua apatia soverchiante. Il nostro sonno, maledizione. Era una uggia corale e irrevocabile. Poteva ucciderci.

veronCorsi da Romina la mattina dopo, avevo ascoltato la radio, avevano preso qualcuno alle case, una retata dei tossici delle baracche. Romina non ne sapeva nulla. “Ho lavorato, non lo so” rispose secca. Massimo non era in giro. Allora ero sicura che l’avessero preso. Ma forse guariva, era l’ora che guariva. Poteva guarire dall’eroina o da quella crepa immobile che era la sua nostalgia. Un romanziere americano avrebbe usato l’aggettivo giusto, fottuta nostalgia. La ragione di ogni tossico, ogni tossico ne aveva una. Non era abbastanza per assolverli. Vidi Massimo piegarsi in due per la rota, sudare, imprecare, dare di stomaco. La sciabola ai reni. La scimmia. Io non posso finirci, realizzavo, non mi farò mai. Era disgustoso.

Rannicchiato al muro, in baracca, aspettava il tipo con la roba. E se non aveva soldi, la scimmia lo torturava per ore e ore. Questo poteva assolverlo, il dolore. Voglio dire, incontrai il dolore a Mazzarrona, nella volgarità, tra i canaloni di fogna, la steppa, la ferrovia, nel sorriso duro di Romina, il suo abbraccio, persino nella consolazione di un mattino, la nuova alba, alla fine di una festa, dove illudersi di aver incontrato l’amore. Sembrava tutto così disumano, lo era. E tuttavia in quel deserto, dove la vita germogliava indolente, accadeva la consolazione, anzi la più intima delle nobilitazioni. Lavorati dal dolore, come la creta nelle mani del buon artigiano.  Qual era la nostra canzone? In casa di Romina, la radio mandava canzoni di quel pop melodico che mi angustiava terribilmente. E forse era quella la nostra musica, il pop melodico. O gli Smiths quando Massimo aspettava il tipo con la roba, nella sua Renault 4.

Sedetti come sempre sul colle di lamiera e pensai a una canzone adatta a noi. Qualcosa che ci raccontasse, di definitivo. Cercavo i segni, erano in grado di suggerirmi di solito qualcosa di prossimo, poi accadeva sempre. I presagi. Se il treno sfrecciava allora, voleva dire che era vero, che qualcosa sarebbe accaduto. E aspettavo finché da lontano non lo sentivo arrivare,  il lungo fischio, la galleria lo inghiottiva. Era un presagio.

(continua)

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Doom

Infine mi alzai. E stavo bene. Ero guarita. Avevo una grande nostalgia delle sorelle March e di Laurie. Il mio destino sarebbe stato del tutto simile a quello di Jo di Piccole Donne. Avrei mai incontrato il mio professore tedesco? Lo avrei sposato come nella vita di Jo?

Ero tornata a scuola, avevo ripreso a studiare, volevo recuperare, le assenze e le interrogazioni che avevo saltato. Le ragazze della scuola mi sembravano talmente sciocche e puerili, nessuna reggeva il confronto con Romina. Indossavano il moncler di ordinanza, non lo avrei mai avuto. Ridevano sempre, per ogni sciocchezza. Le loro belle scarpe sportive, i ciclomotori con cui girare in città e la sera vedersi in un pub o il cinema di sabato, erano seduzioni lontanissime, sempre più imprecise. La loro agiatezza era l’alternativa vuota ai compagni delle case. Un codice classista impediva la contaminazione, passare da un gruppo a un altro non era possibile. Era più facile finire a botte che attraversare piccoli crocchi borghesi e snob che si svolgevano nel cortile del liceo o fuori, in piazza o nelle feste. L’adolescenza dei liceali non era la mia giovinezza, in mezzo c’era Mazzarrona. C’era il castigo. Doom. Il professore di italiano spiegava Dante, a me piaceva moltissimo Dante, ma avevo il romanzo di Orwell sotto il banco e lo leggevo, a brani. Preferivo Orwell, non c’erano i contemporanei previsti nei programmi di studio. Peccato. La vita bisognava che si facesse più vicina, pensavo. A volte ad alta voce. Sedevo sola nel banco dell’ultima fila. Poi poggiavo la guancia sul desco e mi addormentavo. Il professore di italiano leggeva Dante, i compagni tacevano, la luce penetrava dalla finestra sul lato sinistro della parete, sfiorando i miei capelli. La voce era lenta, pacifica. Orwell era meschino in confronto, la sua idea del mondo voglio dire. Attuale e meschino. Quando lo dissi al professore di italiano, questi mi guardò perplesso. Gli chiesi di dedicarvi il compito di verifica di fine quadrimestre. Lui abbozzò una specie di sì. Era vago, non lo avrebbe fatto, avrebbe proposto tracce su Dante o sul solito Manzoni. Dormivo, sopravvissuta alla lunga febbre, dentro un nuovo sogno. Sognavo la Londra di Orwell, Piccadilly Circus, in Regent Street. “Ardeva incandescente, orribile chiazza di luce”, scriveva Orwell. Romina non leggeva mai niente, la sua casa non aveva la libreria. Era una casa povera. E Romina non leggeva nemmeno tanto bene, confondeva ancora le lettere. Massimo credo che fosse un dislessico, ma allora di queste cose non si parlava. Ci sono domande ridicole, che a Mazzarrona, come certe parole, non si usavano mai. Tipo: cosa vuoi fare da grande? C’era una certezza fatalista, molto siciliana, e nello stesso tempo ragionevole, che considerava il futuro un metodo di misura del tempo ingannevole. Arrivare a domani era già sufficiente. E nessuno ci pensava. ve blog

Seduti sul colle di amianto, alle baracche, guardavamo le navi raggiungere l’orizzonte. Romina era pensierosa. Massimo fumava giocando con un bastoncino che strisciava sulla terra dura. Che un giorno saremmo diventati adulti non ci avremmo mai giurato. Sarebbe stata una soluzione diventarlo. Massimo spense la cicca e mi prese la mano. Così ci guardammo, come si guardano i veterani senza memoria. I gabbiani sopra le nostre teste annunciavano la tempesta. E pensai che un giorno quella frase l’avrei scritta. E avrei aggiunto un periodo dal libro di Orwell. Eravamo vivi, fino a una nuova alba.

 

(continua)

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una lunga febbre

Durante una lunga febbre sognai Massimo tante volte. E stava sempre meglio. Irrobustiva le sue spalle, avanzava energico, diventava loquace. Non volevo svegliarmi. Ne facevo in sequenza di questi sogni. Quando ero sveglia invece leggevo. E quasi non volevo guarire. Leggevo Kafka e May Alcott, ero capace di mischiare i piani narrativi. Rileggevo Piccole Donne della Alcott perché ero convinta che il mio destino fosse il medesimo destino di Jo. Mi ammalai all’indomani della festa in casa di Cetty. Mi colse una febbre immotivata. Solo febbre. Non avevo altro. Una febbre da torpore. Fu la paura o qualcosa di prossimo ad essa che la ingenerò. Vidi Massimo ingoiare l’acido sul lavabo in bagno, lo vidi incespicare subito dopo, vidi il sangue risalirgli fino alle labbra, piegato nel water. Poi rovinò sul pavimento, rideva, aveva la bocca schiusa, rossiccia, tumida. Fu spaventoso. Chiamai Romina. Ero agitata. Romina entrò in bagno, ma Massimo era di nuovo in piedi, uscirono, Massimo andò a stendersi sul divano, rimase lì tutta la notte. E quello era il mio amore. In trip. In quale cazzo di viaggio era? Fissava la luce psichedelica che pendeva dal soffitto, una palla di lamine colorate, da discoteca di caproni. Era tutto molto volgare, odio la volgarità. Il nemico della gentilezza. Siate gentili, sempre, come dice Debra Winger in Voglia di tenerezza, prima di morire. Lo dice ai suoi bambini: siate gentili. Io lo ero, anche alle case, malgrado la mia gentilezza fosse di solito scambiata per imbranataggine o debolezza. Non sono mai stata capace di usare violenza, ho sempre temuto di ferire moralmente e fisicamente. Quando si finiva a botte, di solito era Romina a esporsi, comunque ecco lì imparai qualcosa. Ma furono rare le volte ed ero ubriaca. O avevo fumato.

cropped-15032170_10209474056761410_5852755268606166705_n.jpgIl tossico nero era innamorato di Cetty, quello che temeva i bottoni e le parole troppo lunghe. Essere insulso. Aveva le maniche di camicia sollevate, un paio di giri, scoprivano polsi nodosi e piste di grosse vene. Non aveva difficoltà a farsi, non doveva imprecare per trovare la vena. Era curvo e nodoso nell’insieme, ma resisteva più degli altri. In overdose ci finiva raramente. Sapeva da chi andare. Lontano da loro, la vita risorgeva da quei terrori. Il terrore ero lo smisurato silenzio della steppa, il vento che scuoteva i cardi; il treno che raggiungeva le città. Così mi venne una lunga febbre, per il dispiacere. La febbre era una nepente, il sonno del dispiacere. Mancava un ballo, con Massimo. C’era una canzone che aspettavo, lo stereo ruminava  l’orrido pop di quegli anni. Io aspettavo. L’idiota si era fatto il trip cattivo. Me l’ero perso. Fissava le luci del soffitto. Cercai Romina con lo sguardo, era poggiata alla parete, guardava fuori, beveva una birra. Mi sembrava che ce l’avesse con qualcuno. Cetty era bellissima, con il suo vestito rosa fucsia. I profili dei ragazzi oggi mi ispirano tenerezza. Era già così tardi allora. Tardi per qualcosa, per smetterla. Non so. Fu una lunga febbre.

(continua)

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Carlo Grimaldi. Christiane F. La letteratura dell’eroina.

Quando prendo in mano il libro – oggi – non ho un vero sussulto. Non c’è la sovracopertina, era plastificata, in primo piano c’era una siringa, se non ricordo male. Arnoldo Mondadori Editore, leggo prima della dedica. La dedica è per Gabriele: alla mia, alla sua libertà. Ma è passato così tanto tempo. Le pagine sono gialle, macchiate dalla muffa, rovinate dai tanti traslochi. Il romanzo di Carlo Grimaldi è sopravvissuto. La sua storia di drogato, era il sottotitolo. “Un lungo flash”. L’ordinai al Club degli editori di cui mio padre era socio. Credo che avessi dodici anni. Era il 1984, dunque. Frequentavo le scuole medie. Ero ancora presa dal diario di Christiane Felscherinow, “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, che avevo già letto talmente tante volte da conoscere brani interi a memoria. Lo leggevo a scuola, ai miei compagni. La scuola erano garage, i miei compagni vivevano nelle case popolari, qualcuno è finito a farsi, qualcuno è in carcere.

Ero diventata un problema per i miei genitori. Lo ricordo. Non potevano ad esempio condurmi nei sottopassaggi a Roma, quando prendevamo i treni per raggiungere i parenti, mi fermavo a ogni piè sospinto a fissare gli uomini accucciati per terra. Una volta mia madre mi dovette trascinare, ai miei piedi un ragazzo dormiva, sembrava morto.  Si era solo fatto una pera. Avevo pochi anni. Sapevo tutto. Non volevo andare. Era una via del centro. Questo giovane dormiva che sembrava morto. In testa mi girano parole come spada, scudo, scimmia. Il gergo degli eroinomani. Poverino, mormoravo, i miei genitori erano costretti a rimproverarmi, temevano la mia sensibilità. Non era sensibilità, tuttavia. Era una trasformazione che si faceva largo, un condizionamento, la formazione di uno sguardo. La perdita dell’innocenza. Cercavo qualsiasi testo che riconducesse all’eroina. Altri romanzi, dopo il diario di Christiane, ne volevo sapere di più, ancora di più, come se fosse possibile. Così arrivai a Carlo Grimaldi. “Un lungo flash” raccontava la sua tossicodipendenza da eroina appunto, ambientata nella Milano dei primi anni ’80, del Giambe, del Solari, delle piazze, dei ricetta. Non era solo autobiografismo. C’era la scrittura. Mi piaceva Carlo Grimaldi, oggi ne sono ancora più sicura. Restituiva proprio l’idea di quegli anni, i viaggi in India, l’ero, l’impegno politico che giustificava in fondo la scelta di usare le sostanze. Erano quegli anni.

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Una pagina dal libro di Carlo Grimaldi

Niente di più di quello che mi aveva detto Christiane. Però mi era piaciuto. Era in corso la formazione di uno sguardo. E anche Carlo Grimaldi concorreva perché lo diventasse. Forse ce l’aveva fatta. Alla fine del libro, Carlo racconta la guarigione, in una comunità in Inghilterra. Ce l’ha fatta. Chiusa l’ultima pagina, provai una nostalgia inenarrabile, uno sgomento senza un’origine chiara (almeno allora), qualcosa che non mi lasciava in pace. Non so spiegare, posso immaginare fosse semplicemente l’esordio di un’inquietudine che anticipava gli anni a venire. Da adulta, scrissi una lettera a Christiane Felscherinow, dovevo chiudere alcune questioni, come se ne avessero una qualche responsabilità, lei o Carlo. Di Carlo invece avevo perso le tracce, non c’era niente nemmeno in rete. Scrissi un pezzo nel blog che curo per il Fatto Quotidiano, dove parlavo di lui, lo cercavo. Niente. E’ passato un anno e mezzo da quel pezzo. Ieri in posta trovo un messaggio: Ciao, sono io, sono Carlo.

Sono vivo.