Romanzo Amore 38 (La resistenza)

Sono al tempio. Smetterò di tornarci prima o dopo. Smetterò di scrivere di libri che non ho mai letto. Oppure comincerò a leggere sciocchezze, or bene, aspettatevi la cattiveria, mi spiace, sul serio. Gesticolo. Il pederasta chiede soldi ai passanti. Ehi, non facevi il posteggiatore una volta? Finge di non sapere, non sentire. Hei, non chiedermi da accendere allora, intesi? Mi guardo intorno e mi sento persino sollevata, non devo più mentire su cattivi libri, che anche a chiamarli libri mi sembra peccato. Non scrivete, andate per la vostra strada, co’ sta mania di scrivere. Finito, stop, datevi all’ippica, suonate il clavicembalo, esercitatevi con le polpette di riso o gli arancini. Mi avete stufato. Il pederasta fotografa una masnada di giapponesi con le infradito. Cercate nei post precedenti, e li troverete ancora, con i geloni ai calcagni. L’inglese che vende sushi al porto gira con una strana bici, con il Faust di Goethe nel cestello. Ma uno normale, no? Mi ha chiesto lo psicoterapeuta un bel giorno. Ho detto no. E poi uno psicoterapeuta non chiede, così poteva chiedere un collega, uno scrittore di romanzi siciliani dove trovi dentro la Sicilia che ti aspetti, un marranzano, una guantiera di cannoli, una lupara. E noi destinatari dovremmo pure saltare sulla sedia e gridare al capolavoro: inaudito inaudito, scandendo bene le lettere, qui siamo di fronte al più grande romanzo del secolo sulla Sicilia delle carraie, anzi no, delle trazzere, delle coppole conficcate sulla nuca di poveri diavoli, di donne beghine, nere, con la pelle raggrinzita da fare schifo. Ma chi sono costoro? Li avete mai visti? Su, la verità. Per favore per favore. In questa città è tutto molto stretto, piccolo, non puoi scappare. Sei nel 2017, potrebbe essere il 1998. Non cambia niente. Oggi in un parco, c’erano le mamme con i bambini, quella stessa luce alle quattro del pomeriggio, un anticipo di primavera. Potevo essere io a trent’anni, tornare a casa per dire e trovare qualcuno ancora o addirittura nonna ancora viva o altro che non sto a ripetere. Così io non posso uscire. Questa è una delle ragioni o è la ragione. Non capiscono quando mi dicono: perché non esci mai? Oppure: non stare seduta al tempio. Io invece ci sto, sola o con le vecchie che sono quasi tutte morte, quelle che mi aspettavano e mi chiamavano gioia. Allora io direi: lasciatemi così, a questa mia vita, come sono riuscita a organizzarla per renderla accettabile, per resistere. La resistenza.

Oh mademoiselle, tirava questa sua vita, da una parte all’altra simile a una maglia lacera e ricuciva i brani strappati, con la mano voluttuosa del dolore che diventa compiacimento. Il tempio. Il tempio. La sua resistenza era una posa pigra. Al tempio sopra la panca urlava carpe diem. Poi la vecchia del vicolo agitò la mano tremante, “scinni, scinni” (scendi scendi, traduciamo, nda). “Scendi”, udiva la vocina oltre il breve dosso, verso il dedalo di straducole. Mademoiselle scese. Sedette. Era mattina. O era sera? Non aveva alcuna importanza, il susseguirsi di albe e tramonti non prometteva altro che un susseguirsi di albe e tramonti. Tornando a casa attraversava il ponte, il movimento delle acque era lungo e noioso, la luce vi brillava sopra con piccoli guizzi. Lontano notava l’orizzonte sui calanchi di navi enormi. La vita gremiva altrove, le venne in mente il poeta Jaromil. Il destino non avrebbe smesso di costruire le sue stazioni. Com’era facile commuoversi. Commuoversi davanti al bancone dello stoccafisso, nel centro commerciale: era Natale? No, era sempre Natale. Non lo era più?

“Non uccidete quella creatura”, supplicò al pescivendolo con la coccarda in testa. Teneva tra le mani biscottini integrali in confezione regalo. “Non ucci-de-te un inno-cen-te”. Balbettò. Si diresse in cassa. Che giorno era? Lui se n’era andato. Era quel giorno, o dopo, o quel che vi pare.

Anni dopo incontrò monsieur, il suo professore. E temette sopra ogni cosa di perdere ancora il suo appuntamento con la felicità, applicabile in modeste razioni, con molte ambiguità. Concause che si assommano, fino a sparire, ne resta una sola. La ragione dell’infelicità o del suo contrario. Non è la ragione esatta, cercate l’ordine gerarchico oscuro e precostituito, come avvertiva Primo Levi.

Monsieur era un uomo gentile. Non andare via, pregò in cuor suo. Ma erano già trascorsi tanti anni da allora, da quando davanti al bancone dello stoccafisso supplicò il pescivendolo di risparmiarle la mattanza.

Sono uscita dal Santuario stringendomi la giacca al seno. Mi sembrava di aver raggiunto un breve passaggio di tregua. E questi passaggi li conto. Sono pochi, durano poco voglio dire, ma devo accontentarmi e pensare di utilizzarne i vantaggi per quel secondo che possono valere. Ho imparato a organizzarmi al momento, non guardando indietro né avanti. Quando lo faccio, soffro moltissimo. La sensazione che guadagno – quando cado nella trappola di affidarmi a cose passate, fino a non averne più paura – è la desolazione di una periferia, la polvere e il deserto di una periferia. Il passato è una periferia morale, in definitiva. Il futuro non lo so. 

Ieri sopra i tetti della città svettava una stella enorme. E’ la mia, ho pensato. Stringevo la giacca al seno e guardavo la stella enorme, emanava una luce a raggiera, mi sembrava un presagio.

Stamattina mi sono svegliata nel solito abisso. Non riuscivo ad alzarmi. Ho assunto il farmaco. Mio padre mi ha abbracciato. Piangevo come una bambina. Mio padre mi ha detto: tu lo sei. Coraggio, mi ha detto.

I giorni sono solo albe e tramonti.verat

 

Sono stata tutto il pomeriggio ad aspettare che il barcone che avevo di fronte salpasse finalmente. Mi siedo di solito sulla prima panca di fronte la banchina del porto. Non sono tornata al tempio, lo avevo promesso d’altronde. Ho infilato il cappello fino agli occhi, è strano, perché non amo i cappelli, ma sono giorni che vado in giro così. Sono in cerca di un tempo preciso, in quel tempo fumavo ed ero abbastanza forte fisicamente, non avevo gambe così fragili. Mi sento agile ancora. E invece sono stanca. Siccome c’è il sole, penso che niente cambia veramente, soltanto interferiscono alcune cose, le distanze prima di tutto. Mi sfugge il congiuntivo, oggi, va bene. Mi siedo e non chiedo compagnia, accanto c’è uno che ascolta musica dall’i-pad, e dunque è insopportabile. Più avanti, due donne della mia età a occhio e croce si scambiano commenti su facebook utilizzando un tablet. Urlano, molestano tutto il resto, discutendo infine sull’ultima intervista di Barbara D’Urso e sullo smalto della vicina di casa con i pantacollant e gli scaldamuscoli sui polpacci. Ma il kitsch è democrazia, facciamocene una ragione. Il barcone salpa la notte, sciocchina. Vedi? Gli arabi cuciono le reti. Ma che ne sai tu?

continua

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Romanzo Amore 37 (carpe diem)

La causa della vedovanza non era la morte. L’uomo era sparito e basta. E lei, mademoiselle, leggeva Cioran. Doveva aver stampato in faccia uno stupore perpetuo o un pauroso stralunamento capace di procurare sconcerto negli altri. Nei regolari. Perché mademoiselle divideva il mondo in due categorie, non era da lei una tale rigidità ma le circostanze le diedero ragione dunque avanzava per stilemi che dividevano il mondo in due categorie: regolari e irregolari. Le madri che accompagnavano i figli nella scuola materna che frequentava il suo bambino erano regolari della peggiore specie. Lei era una pazza, in quell’ordine di metodiche future beghine, beghine intimamente, incarognite beghine. Un paio erano così, di tal miserrima misura.

La rabbia, stavolta a vibrare era la rabbia, per la consuetudine degli altri. La cattiveria degli altri che si esprimeva nella stolta certezza di aver tutto governato, sotto controllo, marito casa prole. Mediocrità borghesi il cui orrore avrebbe meritato persino un gesto esoso, lanciarsi sui binari, finirla. Non lo faceva, aveva un segreto desiderio, muto, cocciuto, voleva ancora amare, provare l’ebbrezza di un mistero che si esplica quando deve, senza avvertire, con un tempo una gerarchia di indizi benevola eppur oscura.  Il tempio. Tornava ogni pomeriggio a trovare gli assenti, malgrado il solito caos. Fissava lo sguardo sui ruderi, non si distraeva dal suo terrore. Dalle finestre aperte dei palazzi di fronte arrivava una musica pop, o la voce di cantanti che da ragazza le avevano tenuto compagnia, perfezionando i suoi sogni di ragazza. Innamorarsi, sposarsi. Eros Ramazzotti ad esempio, la sua voce metallica, ma adeguata a quegli anni, quando parlava di periferia. La periferia. Erano i suoi deserti. Lo aveva già detto che erano i suoi deserti?

Il grande amore del liceo. Non corrisposto. Lei aveva le cuffie alle orecchie e sentiva in cuffia Eros. Che fine aveva fatto il grande amore del liceo?

Si sistemò meglio sulla panca, allungò il vestito sulle caviglie. Gli uomini del tempio erano buzzurri, la guardavano. La guardavano con desiderio, forse. E mademoiselle in fondo se ne compiaceva. Dunque non era morta del tutto. Così cantava Eros, come da ragazza, “(…)ma non dimentico tutti gli amici miei che sono ancora là….”. E le veniva da sorridere.cropped-veri-c.jpg

Al tempio rividi l’ambulante cinese con il berretto di Babbo Natale e un marsupio pieno di accendisigari. Non era freddo, era un mattino clemente di sole e possibilità. Dario era sdraiato sulla panca del tempio, eccola la sua notte di Capodanno, lo guardavo con interesse, cercando di sottrargli il segreto di quella posa abbandonata, il senso stesso di certa deriva o abbrutimento. In fondo gli invidiavo un tale stravolgimento del corpo e dello spirito, io non ero in grado, ero lucida sempre e didascalica nelle mie rivendicazioni stolte velenose. Sballati va, mi esortava un amico un tempo, non era un vero amico. Lui prendeva le anfetamine e andava in crisi ipertensiva. Poi si pappò il cervello, è andato fuori. Finisce a tutti così. Sono le ultime luci signori, salii sopra la panca, mi misi a urlare, a declamare anzi, con una capacità di persuasione devo ammettere non comune. Mi sentivo tanto partecipe, avete presente il professore de L’attimo fuggente? Proprio lui. Era Robin Williams, il professore John Keating, salì sulla cattedra, era lui? Sì? Era l’austero collegio di Welton. Allora ho fatto lo stesso, sono salita sulla panca, signori, urlavo, sono le ultime luci. Carpe diem sapete. Mentre Dario dormiva strafatto, povera me.

continua

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Romanzo Amore 36 (little girl)

Le pareva che l’ebreo la seguisse. Era stancante. Evitarlo, appassionarsi del nuovo mondo che le si prospettava davanti, dove l’unico dettaglio che le balzava agli occhi era la medesima assenza. Poteva impazzire per la frustrazione. Non era rabbia. Non era così coraggiosa da provare sentimenti vibranti come la rabbia. Chiedeva al Dio che aveva conosciuto la ragione. Mille perché volevano una risposta. Ogni volta chiedeva: perché? Perché mi hai lasciato sola? Ogni volta succedeva qualcosa. Una farfalla bianca e gialla le si posava sul palmo. Uno sciame di farfalle dagli infiniti colori le vibravano attorno, vibravano farfalle, non sentimenti di rabbia.

Cercava di calmarsi. Non le riusciva se non  invocando, supplicando, nelle preghiere concitate. Ma i primi giorni dell’abbandono si ritrovava l’ebreo, solo lui, seduto sulla panca con lei. Con il libro Sacro delle Scritture aperto sulle gambe. L’ebreo le parlava di Dio. Lei era sorda, era accecata dalla frustrazione, dal vuoto che la trascinava da dentro come la bocca di un gorgo dagli abissi insondabili, profondissimi. Le vecchie la guardavano. Una le sorrideva. Discutevano in dialetto. Lemmi oscuri e preziosi. Mademoiselle non era di questa terra, non allora. Era già morta. Era già trapassata.

L’ebreo aveva pazienza. Lei non si chiedeva: cosa vuole? Da dove viene?

L’ebreo le ripeteva paziente e commosso: Dio ti ama.

Era vero. Ma al tempio era solo mestizia quando le giungeva dai sentieri di ombre antiche uno sguardo sulle cose che era malvagio e disonesto. Capiva che erano gli incubi della giovinezza a risalire, in sostituzione del lutto recente. La città era misera, bianca, polverosa, come i cortili di quella periferia dove aveva vissuto da ragazza. Frequentando l’ignoranza, la volgarità che diventava ferocia.

L’ebreo le parlava di Dio. Era stato tutto sradicato e divelto. Cosa pensate? Rifletteva con un ardimento inopportuno, che dove passa Dio sia un breve venticello? E la potenza di Dio cosa sarebbe dunque?

Molti anni dopo, si era illusa di dimenticare. E invece era precipitata di nuovo. Incontrò Sergej. Lo scrittore. Ma chi era costui? Era una nuova solitudine, un nuovo precipizio, la stessa assenza che si presentava con un altro nome, ingannandola ancora una volta. Anni dopo.11755460_10206191289374277_4316602457768510060_n

I giorni terribili sono passati. Oggi sono meno terribili. La mancanza del mio amato non è la spada che mi trafigge il fianco. Mi svegliavo piangendo perché mi mancava lui. La mia psichiatra si ostina a rassicurarmi: lui non esiste, non c’era. Comunque adesso non piango. Gli antidepressivi mi hanno tolto certe scomode percezioni. Non desidero nulla. Non ricordo il fuoco nel petto, l’intorpidimento delle mani e delle gambe. Il dolore diventa quasi un fatto di esercizio. Sono una ragazza. Girl. Non sono più la sua bambina. Sono tornata la ragazza che aspetta ancora qualcosa, che si domanda con sincero stupore: cosa dovrà accadere ancora?

San Valentino è stato più facile di quel che prevedessi. Struggimento a tratti. Ho indossato un vestito anonimo, legato i capelli. Mi sono seduta al bar davanti a una tazza di thè. Guardavo le persone, è il mio difetto, spiare la vita degli altri che è sempre più efficiente della mia. 

Ho incontrato il velista che mi chiama Frida per via della somiglianza – dice – con Frida Kahlo. Sì certo. L’ho salutato appena. E’ un olandese. Non desidero niente. Non ho alcun sussulto. Il mio scrittore. Lui. Bravo, guarda che hai fatto? Gli direi. Non mi amavi da sempre, non dicevi così?

I miei fantasmi. La mia esistenza liquida. Manderò tutto al diavolo, prima o poi. Prima o poi è uno status per me, un auspicio, una menzogna. Ho sopportato San Valentino come un’adolescente tradita. 

Ieri pioveva, una pioggia fitta e leggera. Ho avuto un piccolo crollo verso sera. Ma è tutto concentrato, previsto, si ragiona con il dolore adesso. Non è lo strazio dei primi giorni. Con in testa le sue parole: my little girl.

E’ una prova. Dio mi libererà.

continua

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Romanzo 35 (Veronìka)

Mademoiselle sedeva al tempio dunque. Il suo aplomb ordinatissimo. Il suo bel vestito lungo, verde come certe foglie d’autunno sui sentieri di un parco prima di ingiallire o di trasformarsi in macchie rossastre e scivolose. I suoi capelli erano bruni, spessi, acconciati da un lato. Aveva un’aria molto severa, composta, ma intimamente mademoiselle era vergognatissima, a disagio. La vita si accalcava in una piazza di pietra bianca. Gente, uomini, donne, vecchi, gente primitiva, rumorosa. Era la vita, mademoiselle. La vita non deve tacere. Guardava il caos, era un vero turbinio. Turbinio turbinio, ripeteva. Le piacevano le parole, quando soprattutto perdevano di significato. C’erano alcune anziane sedute sulla panca più in là. La osservavano con sospetto, ne era convinta. Parlavano di lei. Lei era la vestale dei nullafacenti, dell’inedia, dell’immobilità. Non parlavano di lei.  Dario, il compagno di liceo, attraversava la piazza stanco, già consumato dall’eroina, dalle attese che spariscono, dall’inganno dei giorni. Dario non la salutava, si vergognava, perché era un derelitto e non sapeva quanto confinanti fossero i loro destini. Dario aveva una compagna allora, era bionda, ricordava una bellezza giovanile sciupata dalla roba, dall’eroina. Eccolo il suo mondo che si edificava piano piano. A mademoiselle non piacevano i perdenti, ma se ne innamorava. Era una colpa? Per gli altri sì, gli altri sovente appartenevano a una non meglio identificata congerie di buone maniere e quiete comune. Gli altri: era una parola che non le piaceva. Sedeva al tempio, quando c’era il sole, la luce cominciava a farle meno paura, aveva sempre freddo.

L’amico ebreo le aveva letto un brano del libro di Isaia, così lei pianse, liberandosi dell’oppressione, le sembrava di aver capito finalmente.

Isaia capitolo 54. “Poiché l’Eterno ti richiama come una donna abbandonata e afflitta nel suo spirito, come la sposa della giovinezza ch’è stata ripudiata, dice il tuo Dio”. 

La sposa della giovinezza, ripudiata.ve-blog

Ho incontrato Marek. Al tempio. Lui mi ha visto. Da lontano, mi ha chiamato: Veronìka! Oh Marek, sono passati secoli, tu mi porti indietro di secoli. Non riesco nemmeno a pensarci a quella vita lì, quando trascinavo quell’uomo da una fogna all’altra, illusa di poterlo salvare. Ma forse sì, è stato salvato. Marek si avvicina, piange, ripete il mio nome. Dai Marek, su, Marek, dai. E’ ubriaco, lo so. Lui piange sempre quando mi vede, la commozione procurata dal vino e da quel che lui vede in me. E lui vede in me: un tempo. Mi abbraccia, piange sul mio collo, sento la puzza di vino, di strada, di tabacco. Non riesco a tradurre il tanfo preciso, che anche a me ricorda un tempo. Ha un giubbotto poggiato sulle spalle, non ha infilato le maniche, capisco subito perché: con le braccia tiene serrati da una parte e dall’altra due cartoni di vino, il peggiore credo, quello in buona offerta in qualche scomparto di un ard discount. Dice che è uscito di casa all’alba, ora sono le due del pomeriggio. Avrà bevuto tutto il tempo. Piange ancora, si lamenta che l’ultima donna lo ha mollato, che è solo. E così via. Mi chiede del mio ex. Dico:  ha la sua vita. Non beve. Dico. E neanche tu devi, ripeto annoiata, con una gran tristezza nel cuore, il desiderio di essere seppellita dal mio tedio, sparire e basta. Lo lascio lì, provo pena a tratti, ma sono io a star peggio, perché sono lucida, e devo sopportare tutto, senza ottenebramento. Sopportare.

Perché sono finita qui?

Perdonate questo riferirvi continuo dei miei deserti. Non riesco a fare altro che questo. Raccontare i miei deserti.

Leggeva Isaia. Ringraziava l’ebreo per questo. Era la sposa della giovinezza che non saggiò il talamo coniugale.

Non temere, poiché tu non sarai più confusa; non aver vergogna, ché non avrai più da arrossire; ma dimenticherai l’onta della tua giovinezza, e non ricorderai più l’obbrobrio della tua vedovanza. 

Con un amore eterno io avrò pietà di te, dice l’Eterno, il tuo Redentore“.

continua

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Romanzo Amore 34 (le relazioni)

Mademoiselle aveva realizzato che le relazioni umane erano trappole che soltanto pochi e selezionati auditori avrebbero risolto o evitato. Tutto stava a uscirne vivi.  Ma queste erano constatazioni da privilegiata, da sopravvissuta alla lunga notte – quanto durava la lunga notte? –  indugi oziosi dedicati alla tregua. La tregua era il ritorno verso qualcosa, non verso casa, la casa dove mademoiselle era abituata pensarsi. Dunque procedevano i giorni, comunque. Il sonno era un sollievo, era la pace fatta, momentanea, con il turbinio. Il mondo era sottosopra, quindi mademoiselle dormiva. Datemi il tempo, sembrava suggerire la sua inedia, una immobilità prossima all’apoplessia. Strategie difensive, ne aveva tutte le ragioni. Era stata abbandonata. Ecco, lo stigma. Non le avrebbero tolto di dosso quell’infamia, mai più. I parenti venivano in soccorso, come a visitare il morto. Lo era abbastanza, per certi aspetti. Il silenzio protratto, l’obnubilamento, l’azione finita. Cos’era, se non la morte?

Nonostante ciò, arrivò il giorno in cui sembrava pace fatta con il turbinio, il mondo sottosopra. Uscì di casa, un giorno di fine gennaio, di sole, che era quasi primavera, e invece era gennaio, eppur c’erano i mandorli in fiore. Sedette sulla panchina del porto. Ancora non conosceva il tempio, i suoi frequentatori, doveva ancora edificare il suo nuovo mondo malmesso, di sfiguranti, di ritardatari, quelli che sulla vita avevano perlopiù obiezioni da parare. Tutto è vanità, recitavano i versetti del libro di Qoèlet.

Quel giorno esatto incontrò l’amico ebreo. Aveva il libro della Bibbia. Sedette con lei in uno speciale giorno di sole di gennaio. Aprì la Bibbia, lesse la Sacra Scrittura dove soltanto dimorava la Verità.

L’ebreo leggeva brani dall’Antico Testamento. Ed era in parte un anticipo sulla Consolazione. Mademoiselle chiuse gli occhi verso la luce, il sole le scaldava le guance, la fronte, il viso. Le lacrime aspettavano di affiorare, erano lì, in attesa.

Mademoselle sapeva bene che non era una faccenda che si potesse chiudere subito, una pratica noiosa che poteva affidarsi a un volenteroso impiegato capace di accelerarne i passaggi, di mano in mano. Era il tempo che la spaventava, quanto ne occorreva? E poi, per andare dove? Per augurarsi cosa? Dimenticare? E non era già una disdetta riuscirvi? Perché altrimenti riaffioravano gli antichi deserti, ben peggiori. Affioravano gli automi della sua giovinezza, castigo ben più terribile. Lasciò l’ebreo sulla panca del porto e andò via, procedendo in direzione del tempio, non sapendo ancora che lo avrebbe chiamato tempio. Era una piazza, di fronte c’erano i ruderi di un monumento, oltre si allungavano i vicoli poveri del rione. Anche lì notò delle panche. Le panche erano fatte per le creature come lei, avulse dal resto. Il resto era la vita però. E non era un dir poco. Mademoiselle avrebbe cercato e trovato i suoi simili, i senza patria. Senza radici, senza qualcosa. La piazza era abitata da anziani, da ambulanti, dai bambini del rione che urlavano ridevano. Da ex detenuti. Allora notò il compagno di liceo, si faceva ancora di eroina, ricordava le sue berceuse al piano. 24232677_10212833855954290_2218283671220642491_n

Ieri ho scritto a lui. E’ importante il prefisso ex? No, infatti no. Non chiamarmi, gli ho scritto, considerato l’appunto di cui sopra. Si fa una scelta, si rinuncia ad altro. Lui l’ha fatta, ma non sa rinunciare, come molti uomini. E molti di costoro hanno promesso enormità del tipo: ti raggiungerò ovunque tu sia, in qualsiasi isba terrificante tu sia (qui alziamo il livello, nda). Mi butterò nel fuoco per te. Amico, non è un fuoco, sono quattro cartacce – chessò lettere, testi per il teatro, bigliettini d’auguri – che si sono appena estinte insieme con il mio amor proprio.

Guarirò? Sì? E aspetterò quell’uomo che tengo in mente, capace di restare, pregherò di incontrarlo, non dispero che non accada. Accadrà. Quel che tarda giungerà e accadrà, lo diceva un teologo.

E magari l’ho già incontrato e poi ritorna?

C’era un asse da stiro, una camicia sopra; una mensola, un vasetto con un fiore dai petali bianchi.

Tornai in casa dei miei genitori, nel piccolo appartamento, sopra il loro. La figlia. Apparecchiai l’altare, edificai il mio tempio, riprodussi la camera coniugale, esattamente, disponendo la precisa angolazione, letto, mobili, oggetti. Per anni, la porta chiusa. Un tempio. Le scelte. Sono coraggiose sempre o non sono scelte. Se te ne vai, voglio dire, non puoi tornare. E’ chiaro?

Quanto dura un lutto?

continua

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Romanzo Amore 33 (il destino)

Mademosielle vedeva compiersi il suo destino. E ogni volta che pronunciava anche solo mentalmente la parola destino stringeva il lembo del vestito, premeva la mano contro il ventre, difendendosi da un fatto inesplicabile: l’ineluttabilità.

I primi giorni dell’abbandono furono soltanto sonno, oblio e lacrime. E questo si sa, lo si prevede. La luce era troppo forte per il suo dolore, non sapeva che farsene della luce, dei boccioli di zagara sul davanzale, dei pettirossi la mattina che beccavano dentro i vasi di gerani. E il sole, i profumi, il mare, lontano oltre il poggio. Cosa farsene? Metteva i piedi giù dal letto, il bambino era pronto per la scuola. Mamma, il quadernino, diceva, con la sua voce da bambino. Non lo dimentichiamo il quadernino.

Una mattina guardò il figlio come se si fosse appena rinsavita, ma fu per un momento, il figlio aveva un maglioncino e non aveva la camicia. Aveva dimenticato di indossare la piccola camicia, perché lei dormiva, incosciente, dormiva sempre. Non se ne curava, aveva comprato l’acqua di Colonia per i fanciulli, era buona, dolce, adatta per un bambino. Dov’era? Si vergognò così tanto, mademoiselle. La testa le doleva e tutto continuava a franare. I giorni si inghiottivano l’un l’altro, azzerando la vita che nel frattempo avrebbero dovuto contenere. Non per lei. Cos’era la vita? Cosa le stava dicendo o ancora cosa le stava insegnando? Che si perde tutto, dopo aver tanto sperato? Dopo aver tanto amato, guarito, protetto?

Poteva battersi il petto, sulla cima di un grattacielo e prima di lanciarsi, urlare: volevo salvarlo!!

E battersi il petto. Chi non conosce i giorni dell’abbandono? Sono solo stridore di denti.

Molti anni dopo, i giorni si lasciano tacere e par che la memoria tutto abbia guarito, riposto, ordinato. Ma basta una canzone, un centro commerciale, quell’odore di famiglia, di pollo che gira, l’ammorbidente. Oh. E un attimo, mademoiselle asciuga gli occhi.

Sono passati molti anni, eppure torna spesso a cercare una donna, è giovane, capelli lunghi bruni, c’è un bambino che tiene per mano. La cerca. Ripercorre le strade che conosce, le strade che non conosce. La cerca. La donna è la sua giovinezza. Lui non c’è più.

Il crepuscolo si adagia sui tetti delle case. Torna ogni giorno, alla fine delle angustie, delle felicità. 15032170_10209474056761410_5852755268606166705_n

Sono in guerra. Riesco a rifarmi il letto, mettere su la lavatrice, riesco a assommare le ore della mattina in maniera utile, con brevi picchi di audacia e adrenalina, come se dovesse accadere qualcosa. Ho imparato ad accettare più o meno tutto, forse questa è la lezione alla fine della storia. Scrivo perché non si perda niente, e che un giorno rimanga al futuro l’esito di piccole addolorate vite. Oh cara Jane Austen, tutta la mia solidarietà, posso capirti. Sì. Quante vedove bianche tra le scrittrici di ogni tempo? E’ una consolazione, ci sono anch’io. Certo. Amata e ripudiata. Mio padre mi guarda con un sorriso dolce: sei proprio una bambina, dice. Supplico mio padre di evitarmi il pragmatismo: uccide la gente, dico. Mio padre sorride ancora. Aggiungo: non mi sposerò mai un ragioniere di qui, ok? Preferisco morire. Nulla contro i ragionieri. Io sono matta però. Non mi addomesticherete, no. Sono sempre stata fuori dalla porta, quante volte devo ripeterlo. Fino alla fine delle miei giorni.

continua

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Romanzo amore 32 (la lunga notte)

I giorni dell’abbandono sono stati già un romanzo forse, raccontati in un film. Chi può dire di non averne fatto esperienza? Mademoiselle conosceva molto bene la prassi. Era uno stridore di denti, finché non avesse dimenticato, doveva dimenticare troppo stavolta. E c’era un’ora del pomeriggio, le tre, in cui si concentrava tutta la tristezza del mondo. In quell’ora precisa, lei, in casa dei genitori, era tornata al fulcro, indolente, era la figlia emotiva e fragile, a quell’ora chiudeva gli occhi, nel suo letto freddo di ragazza. Il bambino era di là, con i suoi quadernini. Il bambino usava solo vezzeggiativi perché era un bambino. Bussava alla porta della sua stanza di ragazza e chiamava: mamma. Mademoiselle dormiva come morta, come se lo fosse. Nel sonno precipitava. Era molto pesante. Il sonno o il declivio da cui osservava la vita di prima, nebulosa eppur raggiante, nella distanza del ricordo. Il ricordo era breve, quasi bruciante, animoso, ancora troppo breve. Poi sopraggiungeva il tepore delle coperte, ma era l’oblio a venirle in soccorso e le sembrava tepore, così decideva di non svegliarsi. Arrivava il crepuscolo sui tetti delle case. Le voci erano lontane. Le pareva di udire la voce di Arthur, nel suo italiano incerto. Apriva gli occhi, si tirava su a sedere. Poggiava i piedi sul pavimento, fissando attonita la riga del marmo che univa da un canto all’altro un ipotetico disegno. Sono i giorni dell’abbandono. Qualcuno vi ha già scritto un romanzo, la sceneggiatura di un film. Mademoiselle era ancora giovane, i suoi capelli erano bruni, ma aveva il viso sciupato, gli occhi piccini. Il dolore ritira le persone, diventano come stracci, abiti vecchi, lavati male, indossati peggio.

La scrittura era il vincastro. Il dolore era una grande opportunità, l’avvertì un giorno un amico, l’unico che guadagnò dopo di allora. L’amico ebreo. Mademoiselle affidava alla scrittura ogni segreto. Poi la scrittura avanzava più intrepida, pretendeva altro, era restituirle tutta la vita di prima, pagarle una quota di quel che si aveva avuto in breve concessione, la lucidità che ti consente lo strazio, dopo la lunga notte. Quanto dura la lunga notte?

Mademoiselle scriveva.tomas blog

Ogni volta che si scrive ci si illude di rimettere a posto qualcosa, nel nostro caotico procedere, in quel mondo che ci ha tradito o mollato, ma che ci insegue, ci sveglia la notte, ci tormenta a tratti o sempre o talvolta. E quanti avverbi uso per dire che il mio mondo in fondo era breve marginale, scaraventato in un angolo, al buio. L’ho illuminato. L’ho chiamato abbandono. Il mio mondo-abbandono.

C’è di solito un uomo. Il personaggio principale, per molti anni è stato il mio primo marito (come se ne avesse avuti altri, ridicola, nda). C’è di solito una qualche forma di abiezione, una dipendenza, una miseria che incombe, il dramma e l’innocenza, lei che palpita e balbetta alla fine, mortificata. Lei alla fine che rimane sola. E’ la verità. C’è un abbandono di mezzo, di solito, una cucina, un asse da stiro, una camicia. Negli anni si aggiungono dettagli, c’è un sanatorio, un letto di malato, una stazione, un dormitorio.

Eppur provo sempre a raccontare la mia vita. E la mia vita nella vita vera procura sconcerto. I miei interlocutori, estranei di norma (i più attenti), inorridiscono o scuotono la testa con rassegnazione. La mia vita vera, avventurosa e meschina.

continua

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