Romanzo – Amore 7 (un giorno tornerò)

Sono andata al bar e invece le vecchine mi aspettavano al tempio. Non vengo no, hei, sono qui, fischiai come solo i mandriani possono, due dita in bocca. Non è uscito il suono che immaginavo. Al bar il rimestio delle stoviglie mi ispirava mortalmente, la noia rimane un problema sapete, le anziane sanno esercitarla bene, beate loro. Come si fa? Senza altre attese, come si fa a un certo punto della vita? I miei amici sono pochi, spesso sono deboli, di una debolezza privilegiata, piena di risorse, sono narcisi sul pelo dell’acqua, o gigli ai piedi della Croce. Non so, dico a Mario, mi sembra di aver perso, lui chiede: perché? Avevo un lavoro, mi pare di averlo perso, cioè non so, mi hanno mandato a casa. Mario dice: fai altre cose, no? Sì, dico, cose belle, sul serio. Un giorno tornerò, un giorno vinco e torno. Dove vai chiede Mario. No niente, dico, vado a casa.

Un giorno torneremo a casa insieme.cropped-cropped-cropped-vera5-e1463650786928.jpg

C’è una strada che lei non ha più percorso. Una strada inibita che conduceva diritta diritta verso l’inganno. Il sole del sud non retrocede mai. I giorni sono uguali, ma per lei fuggivano nel medesimo fulcro. Andavano a ripararsi nel medesimo fulcro, non preannunciavano nient’altro, già saturi di quanto accaduto. La giovinezza tradita, scriveva in mezzo a uno dei suoi romanzi. La giovinezza tradita come quella di Marek Hlasko che lavorava in una chiatta. Era vero? Si chiedeva, quale umiltà e mortificazione un giorno avrebbe giustificato le note biografiche sul suo conto, la sua esistenza sentimentale, la sua vita letteraria? Visse tra Parigi, Valensole e una città del sud. Non avrebbe specificato quale. Un po’ odiava le sue radici. Non aveva radici.

Spesso tornava al tempio, dove non avrebbe incontrato gli amati assenti, svanivano dietro promesse che non avrebbero mai mantenuto. Il suo castigo era la pazienza, trasformare l’amarezza e il pianto in un fatto empirico. Ogni tanto incontrava il compagno di liceo che si faceva ancora, di eroina, quello che suonava il piano, che leggeva Cioran e i grandi pensatori illuministi. Di solito era la prima ad abbassare lo sguardo, era lei a vergognarsi della sua defezione, il compagno di liceo – pensava afflitta – era la pietra d’inciampo, sarebbe diventato mai la pietra d’angolo? Lo diventerai, pensava afflitta sì e turbata.

Finisco negli stessi luoghi di Christiane Felscherinow, ho letto il suo diario, ero solo una bambina. Che enormità.  Non sono mai uscita veramente dal Bahnhof Zoo o dal dancing obnubilato di una periferia di Berlino, dalle sale sature del fumo degli chilom nella Haus der mitte di Groupiusstadt. Vorrei potermi spiegare, non riesco con esattezza, vorrei spiegare la trepidazione e il ribrezzo che provavo tutte le volte, seguendo Christiane, come l’altro uomo seguiva il compagno di liceo. I suoi jeans, cuciti addosso di volta in volta, la sua sporta con la stagnola, il laccio, la siringa. Io vedevo tutto tutto, dentro i cessi di Bulowstrasse, e quelle facce tremende, luttuose, già cadaveri, Atze, Lufo, Livia, Axel. Le parole, l’abbecedario: valium, mandrax, efedrina. E temo sopra ogni cosa la voce di Bowie, le luci fredde della metro o dei quartieri dormitorio, the sense of doubt. E’ talmente pauroso pauroso.

(continua)

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Romanzo – Amore 6 (le stagioni)

La lavanda fiorisce nelle sue stagioni. Ogni cosa, monsieur, fiorisce nelle sue stagioni. E muore anche. Ma non c’è una stagione giusta per morire. Il nostro amore non morirà, è l’ultimo, così sarà più facile guadagnarsi la mostrina di un “per sempre”. C’era il soldato che moriva a maggio, monsieur, di lui cantava un poeta genovese. Bisogna esercitare la virtù della pazienza o il martirio della medesima. Aspettare, lei arriverà davvero, quel giorno sarò desta, la riconoscerò. Aspetto, lo faccio scrivendo. Scrivo. Le piace questo di me, monsieur? Lo trova opportuno, può suscitarle l’amore?

Non sono sicura di ispirare l’amore. Ed è il mio solo desiderio. Sono sentimentale e infantile. L’imperdonabile.

Si alzò dal secretaire, smise di scrivere. Il nuovo romanzo. Dedicato a un uomo di Valensole, che non aveva mai conosciuto. Le venne in mente ancora qualcosa, riprese a scrivere, battendo sui tasti, gli occhiali sul naso.vvvv

Quando facevo la ragazza, ma ero già vecchia – lo ero sempre stata – era tutto già visto sì. E forse era la ragione che allontanava qualcuno, gli altri, o gli uomini (è quel che conta). Sono sicura: l’immagine che restituisco non è onesta, sicché subisco con indolenza il fervore e l’entusiasmo e vorrei suggerire che non dura, non durerà, non sono quel che vorreste. L’interlocutore sono gli uomini che ho incontrato, tutti, non sono quella che vorreste, non sono colei che si intende per una grazia costruita e innaturale, una falsa autodetermina, falsa falsa. E le passioni, oh amici miei, sapeste, quanto fragili e violente. Per cosa? Davvero, per cosa? Questo è un mio vezzo, non una virtù, prima di arrendermi decisamente, conto gli anni, faccio un personale riassunto, e preciso dividere quanti mi abbiano amato sul serio, ma di quell’amore che l’uomo deve nutrire per una donna e solo quello. Ecco, non ne trovo uno, uno che abbia corrisposto, e lascio fuori gli estimatori veementi, persino oltre i ranghi, mi spiace, mon petit, niente da fare. Amore ricambiato. E’ una questione di vanità, ok? Avreste rischiato la vita per me, sguainato la spada, sollevato la vostra bella, come il principe di Taras Bulba? Ho mai conosciuto la quiete amorosa di Pulcheria e Attanasio Ivanovic? Ho diritto di aspettare ancora. Ma una certa passione, quella la ricordo, allora dico che per talune cose occorre resistenza, tempra, un corpo giovane, o forse no.

(continua)

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Romanzo – Amore 5 (la casa dell’abbandono)

Un giorno monsieur le scrisse del colore dei suoi occhi. Strinse la lettera tra le mani, era vera, era di carta, era un fatto straordinario, una lettera di carta dopo gli anatemi esatti di Bauman, la modernità liquida che ogni sospiro avrebbe sostituito velocemente, ingannevole e immateriale. E un uomo non avrebbe mai incontrato l’altro, se non dentro la probabilità di una proiezione. E l’amore sarebbe stato soltanto quello, brevità, proiezioni, trompe l’oeil. La lettera era tra le sue mani, la poggiò sugli occhi, gli occhi erano chiusi. In testa aveva quell’uomo, era lo straniero. Come sempre, l’amore è lo straniero, arriva da un lungo viaggio, attraversa falde di disperazione compiaciute in luogo di sussulti primordiali, risale da profondissimi silenzi. Consegna una qualche verità. Un giorno monsieur le scrisse del colore dei suoi occhi e lei realizzò che su quelle poche righe avrebbe potuto scrivere molte pagine, un nuovo romanzo. E il romanzo stavolta avrebbe avuto un finale chiuso. Non aperto. I suoi romanzi non contenevano finali, ma addii, multipli dello stesso.  Di nuovo guidò i suoi passi attraverso le stanze vuote della casa dell’abbandono, la casa aveva un buon profumo, un corridoio breve, la camera del bambino. Ascoltava le voci di un tempo. Ed erano le voci di tutti i romanzi d’amore. Ascoltava alcune voci, sedette sull’unica sedia, davanti alla porta finestra. Le tende si sollevavano come allora. Erano chiare, dietro le tende svettava il poggio e poi il maniero e il mare. Attraverso la porta finestra ritornava simile a un brillìo la sua presenza confusa. Il tempo. Il tempo era la vita immutabile degli altri e indifferente al suo strazio.  Così si alzò con la stanchezza ingenerata da un pensiero quando torna su se stesso, avvitandosi senza effetto o ragione. Entrò in bagno, c’era ancora lo specchio. E si guardò di nuovo. E tornò ragazza e poi vecchissima. veri milano

Apro i cassetti, uno dietro l’altro. Son le cose che contano, mi viene in mente una canzone, tristissima, mi mandava in paranoia da ragazzina. Ci ripenso, le cose che parlano, le cose che contano, i cassetti nascondono i segreti, nascondono la mia vita segreta. Pedissequa, sei come i serial killer, mi dico. Tiro fuori  un maglione color pastello, oh lo ricordo questo, lo indossavo certe mattine di primavera, sedevo sulla panca, non al tempio, ma al porto, e fumavo la mia marlboro. L’aria della città vicino al porto celebra la libertà più ingorda, è una di quelle tragedie della mia città, ispira quel che non è, eppure il cielo è così potente sopra la mia città e i diportisti, le piccole brezze, le onde di ritorno, sono tentazioni, credevo che la mia natura ingovernabile, anarchica, avesse mantenuto le promesse sempre, credevo di non diventare mai vecchia, di non parlare mai al passato. E allora sopra la mia testa i piccioni tubavano, gli storni poggiavano sui rami, una voce lontana mi suggeriva qualcosa di antico, avevo i brividi, muri a secco, casine stanche del dopoguerra, vicoli nel dedalo di Ortigia, passata di pomodoro ad essiccare sui davanzali, basilico, poeti stremati su angiporti anneriti dalla muffa. Non chiedetemi quanto tempo sia passato.

(continua)

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Romanzo – L’amore 4

Forse era Natale. Un cinese al tempio vendeva accendini, indossando il berretto rosso con la coccarda. C’era da morir dal ridere. Non ne avevo voglia. Il viale era illuminato di lucine blu, sembrava una pioggia frastagliata, fiori penduli a calare sulla strada. Il senso di perdita mi ossessionava, leggevo presagi spaventosi ovunque. Il paesaggio domestico intimo che avevo dovuto abbandonare tormentava il mio sonno. Era accaduto davvero troppo presto, non c’era stato il tempo, lo stigma della donna abbandonata mi avrebbe perseguitato, ormai lo ero per tutti, la sposa della giovinezza tradita, che non ha mantenuto saldo il suo talamo, poi leggevo Isaia e mi acquietavo. Una riga profonda scendeva giù dalla guancia, la notavo ogni mattina, una smorfia, non so, un ghigno pauroso. Ero un mostro, una creatura senza anima, l’avevo persa. Cosa mi avete fatto? Urlavo nel mio sonno di morte. Nel sonno la voce si interrompeva in gola.

Il mio stigma. Monsieur può capirmi? Soltanto i ragazzini al tempio imitavano le pose degli innamorati. Il tempio è un luogo metafisico. Non esiste, monsieur, come Valensole, finché non la raggiungerò davvero e davvero ci ameremo. Monsieur.

Ma chi ci crede, dicevo alla vecchia di via Dione, seduta accanto, che un po’ sonnecchiava un po’ pensava. Io credo che pensasse che era l’ora di congedarsi, da me dal mondo, e aveva cura di non urtarci entrambi, non sapeva come annunciarlo. Sulle dipartite scriverei un bel saggio intitolato magari “non aspettatemi”. Conosco meglio di ogni altro la materia, meglio di voi e dei conoscenti che stanno a giudicarmi o che non lo fanno. Allora annotai sul moleskine la mia straordinaria idea dell’amore: “Se uno ti ama non è perché sei buona, non è perché sei cattiva, è perché ti ama”. Non era un buon periodo, e al capo non piaceva tutto sommato certo slang, certo parlato insomma. Monsieur, io scrivo. Scrivevo allora, quando già ero la vedova di Isaia. Era uno stridore di denti. Ma non ho mai smesso di scrivere. Si scrive con decoro, rispettiamo la consecutio prima regola. Parlavo a me stessa, ero in gamba quando parlavo a me stessa. D’altronde aggiunsi – la vecchia forse sonnecchiava ancora – dico d’altronde che te ne fai d’un uomo dopo? Lo accompagni in bagno col giubbotto catarifrangente, indicandogli il water? E tanto si finisce tutti così. Scrissi sul moleskine: “Non c’è una ragione, per non credere all’amore, ma non siate più buoni o più cattivi”. Dovremmo avere l’animo di toglierci dai piedi prima, ecco tutto, prima della noia e tutto il resto. Sono stata punita perché non sapevo ascoltare. Non sai ascoltare. Come se per essere amati occorra essere amorevoli. E’ ridicolo.

Monsieur io forse l’ho aspettata tutta una vita. Non mi chieda l’età, non la ricordo. Lei non la chiede, il suo sorriso gentile, monsieur, non deve ingannarmi. Questi anni, oh questi anni, mi aiuti a sparire, monsieur, a dimenticare il terrore, lo stigma, la casa, le tende oltre cui guardare fissare fino a farsi male gli occhi, fissare lontano l’origine della sventura. E’ tutto così ingiusto, monsieur.

(continua)

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Monsieur – Romanzo (non era mai stata a Valensole)

Non era mai stata a Valensole. E il fatto di incontrare un giorno il suo caro professore le destava una strana ilarità, il fatto stesso di immaginare un’eventualità simile. Era un avvenimento immeritato e lei lo sapeva molto bene. Era entrata in una fase del tempo in cui le cose si agitavano e poi sottratte sparivano, come fatti incidentali che non avevano nulla della saggezza e del mistero, delle trame della fatalità così prossima al destino. Il destino era una parola che ingigantì negli anni. Negli anni: fu sempre un ambito di paragone, dilatato, pauroso. Negli anni significava aver perso tutto, come chiosava un personaggio di Steinbeck,  tuttavia: “Sì, ma ancora non abbiamo perduto nessuno”. Si consolava a volte, con tiepide certezze, convalidate da nessun gesto, nessun gesto che superasse le parole.  E invece no, qualcosa andava perduto, perché era già passato e già conteneva un lasso.

Il suo destino lo chiamava attesa, questo nei rari momenti di fortezza e lucidità. Ne sorrideva, senza amarezza. Il suo destino lo chiamò: abbandono. Ci mise un po’ per ricominciare a sorridere, non lo faceva spesso, era un’indole, niente di più niente di meno. cropped-veri-c.jpg

La casa dell’abbandono era molto chiara, le stanze lo erano, disadorne, ma armoniche e pulite. Amava le tende, le stoffe, il baldacchino, i colori dei pastelli.

Nel sogno di stanotte c’era Janek. C’era un giardino di aranci, somigliava al podere di un amico, io ero là. Janek teneva un assurdo cappello di lana calato sulla nuca, aveva gli occhi verdi, mi sorrideva. Era un omone. Pensavo: oh adesso arriva lui e mi fa una di quelle scenate spaventose. Janek nel sogno diceva che ero molto bella, allora mi vedevo in uno specchio, avevo i capelli legati, indossavo dei grandi orecchini a cerchio. Ero giovane. Lui non si arrabbiava, anche se Janek apprezzava la mia bellezza, ma non lo sono così come nello specchio in cui mi fissavo, nel sogno di stanotte. Allora sono andata verso l’uscita, intercettavo una porta, era verde, di legno, aprivo ed era la casa della mia giovinezza, ero la vedova bianca, la sposa che non ha saggiato il talamo coniugale dice Isaia, la casa della sventurata. Perché l’hai lasciata, mi affliggevo, perché non sei rimasta, anche se lui è andato. Era casa tua, lo sarebbe ancora adesso, e invece l’hai lasciata.

(continua)

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Monsieur – Romanzo 3

La scrittura aveva perfezionato i suoi recinti. Sempre più rigorosi, precisi. Non concedevano indulgenze. Ne era costretta dentro, senza per questo ribellarsi. Non aveva mai smesso di desiderare qualcuno, l’amore di un uomo che ne sostituisse quello vero, perduto per sempre, fino al punto da dimenticarsi chi ricordare o meglio di chi sentire la mancanza, il precipizio, dove giacevano tutte le solitudini del mondo. A lei piaceva moltissimo esprimersi come in un romanzo di Jane Eyre. I primi giorni, le prime settimane, forse addirittura per mesi, replicò il momento fondante del lutto, eseguendo come l’automa affezionata gli stessi passaggi, aprire la porta finestra della sala, dopo avere scostato le tende, sostare sulla soglia, dal ballatoio, fissare il poggio, il mare del maniero. Fissarlo, fino ad avere male agli occhi. L’inenarrabile pianto tuttavia ebbe qualcosa del prodigio. Trasformò la sua vita ancora una volta, ne restituì una nuova identità, nobilitò il suo talento, lo incoraggiò.

Non rimaneva che scrivere. Poteva sorriderne o disperarsi, battersi il petto, supplicare l’amore, vienimi in soccorso, non lasciarmi così. Non rimaneva che scrivere.ve-blog

Stanotte, per la prima volta, ho sognato S. Di colpo, era un estraneo, nel sogno mi costringevo ad amarlo, come durante le nostre conversazioni epistolari. E non lo amavo. Al contrario, persino l’idea di un bacio, un castissimo bacio, mi procurava raccapriccio. Le verità sconclusionate dei sogni. Ma sono pur sempre verità, forse. Ieri riflettevo su un fatto: sono mesi che non sono nei pensieri di un uomo. Sapete in che modo, insomma, non ve lo devo spiegare. Non come una sorellina. Immagino che sia così. Sono in loop, ok. Però anche questo è vero. O comunque non sono il pensiero fisso di qualcuno.  Esercizio di vanità. La vanità brucia fuochi finti. E dovrei averlo capito ormai. Sono settimane che scrivo post sentimentali, tutti concentrati su amori finiti male, sussulti adolescenziali. Nutriti da film come Suite francese, dal suo affascinante protagonista maschile. Sono una che ha pianto sui tormenti di padre Ralph e Maggie di Uccelli di rovo.

Oggi è una giornata piena di luce. Sapete di cosa profuma la Sicilia? E’ così dolce questo profumo. I colori sono nitidi, l’azzurro e il bianco mi sovrastano, il cielo e il mare si estendono a raggiera sul mondo e confondono i confini. Mentre correvo, ieri, in pineta, mi sono comparsa davanti, mi spiego: la ragazzina che gareggiava, promessa negli 80 metri ad ostacoli, i suoi desideri. Ero selvaggia un pochino, nel senso trascurata, abituata ai rifiuti. Ed ero fortissima e innocente.

(continua)

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Monsieur – Romanzo 2

La sua idea estetica e morale dell’amore coincideva con un uomo francese. Monsieur. L’idea era sopraggiunta alla fine degli anni, nella sua sconsideratezza lo aveva scelto anzitempo, quasi a chiudere il velario sulle proprie e puerili vicende mondane, le circostanze che le negarono una vita ordinaria,  nella costrizione di un ghetto. La sua vita era molto breve, era un breve corridoio, si agitava dall’uno all’altro canto. Un tempo, c’era stato un tempo anche per lei, si distingueva nella confusione silenziosa e apatica dei giorni, che, dopo, non sconfessarono mai il loro tedio. Una prova di forza, la resistenza dello spirito. Sopravvivervi. Sopravvivere a tutto. Tutto era nulla. Fino a che trovò un’idea. Monsieur. Valensole. La sua musica. La sentiva attraverso la porta chiusa, ogni mattina. Dietro quella porta immaginava l’uomo francese provare i brani di una musica che non avrebbe capito. La porta era chiara, come le pareti, le tende grezze che si gonfiavano alla luce del giorno. La sala dove prendere il tè il pomeriggio, leggere i suoi libri, sceglierne a caso sui ripiani della biblioteca del suo uomo francese, il suo amato professore. Come lo fu il suo per Jo di Piccole Donne.

Soltanto verso la fine dei giorni si intende realizzare la sostanza delle cose. La fine dei giorni, dei migliori o sopravvalutati. Ne era appena convinta. Non si dava un’età. Non era così vecchia da rinunciare a un’idea. I suoi capelli erano ancora abbastanza forti e bruni per esserne rasente, all’idea, a un amore che veniva da lontano, perché l’amore è sempre un viaggio, viene da lontano. L’amore è scandaloso o non è. Valensole erano sentieri  fiammeggianti, simili all’intensità dei tramonti che pensava di aver ammirato talvolta. E lo aveva fatto, senz’altro. La sensibilità non è la condizione necessaria tale da escludere la distrazione. Era distratta, eppure soltanto all’apparenza, era un inganno, la distrazione era solo la dimostrazione del suo animo introverso, innocente sì, ma introverso, proteso  verso ambizioni segrete, puerili dicevamo, come le sue vicende del mondo. Lei ne era a parte. Distratta e a parte.

E c’era un segreto ancora: il dolore, l’amore, la vita. Tutto sarebbe diventato scrittura.v3

Ti vedo emergere dagli intestini paurosi di quell’albergo palazzo oramai cadavere, dove riparavate con i compagni del parco. Ti vedo emergere, non un giglio, non un narciso, ma un mostro, grondante di sangue e con i vestiti laceri. Ti potevano ammazzare. Sei uno sciocco, non devi sfidare la sorte troppe volte.

L’amore è scandaloso, porta la rivoluzione, altrimenti non è. Non ama le buone maniere, le frasi di circostanza, gli inchini, i nostri mediocri impliciti patti con la ragion dovuta, il pudore, il decoro. E’ un fatto.  Conosco un pittore, un ex internato, lui ne sa più di me, vive con una nevrastenica, si fanno di lsd, non hanno altro che tavolozze e trip da consumare, prima che siano le circostanze il decoro il pudore a consumare loro. Oleg l’ucraino di Odessa, che odiava i fagioli come le isbe da cui proveniva, amava Esnedy. Ed era un amore scandaloso, perché Oleg tremava, era il bambino sudicio con il mento sul tavolo, la zuppa di fagioli rancidi sulla mensola, un paio di lividi sulla fronte. Oleg odiava le isbe. Amava Esnedy, cubana. Non domandarmi quale uomo mi abbia mai amato, non aggiungere per favore più di te. ♥

(continua)

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