appunti in attesa di maggio

Nella vita non ho fatto altro che aspettare. E’ anche per voi così? E’ una regola? Aspetto maggio, come ho aspettato molte altre cose. A Maggio uscirà il romanzo per Marsilio, leggetemi. Per favore. Vorrei che questo romanzo rimanesse. Tutti gli autori lo pensano ogni volta. Nel frattempo ho finito l’altro, ambientato nella periferia di Siracusa. Ma è diventato un luogo letterario che non esiste.

Il romanzo che uscirà a maggio è nato sotto gli auspici di più persone, Giulio Mozzi, una cara lettrice del mio blog (appassionata di libri, colta, attenta). Ecco senza Giulio Mozzi questo romanzo non sarebbe uscito. Come fu per “Sangue di cane”, ha girato così tanto. E poi è arrivato Giulio ed è stata una scommessa, ancora una volta. Una specie di sfida, come se Giulio avesse detto ai lettori: fidatevi anche stavolta.

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Giulio Mozzi, scrittore, talent scout, consulente editoriale per Marsilio

E poi ancora, il mio direttore, Marco Travaglio, anche lui, come è stato in “Sangue di cane”, partecipa in qualche maniera a questo “secondo” esordio, consentitemi il termine. Sono le stesse persone che non mi hanno mai abbandonato in questi anni, e sono passati tanti anni. Ne conosco il valore, la coerenza e la generosità. Oh quella, così rara. Ma io l’ho incontrata. Il romanzo che uscirà traduce il mio amore per una parte di Europa, per la sua musica, la sua anima. L’amore per Kusturica, gli autori russi, la Polonia. Il personaggio principale, dannato e insieme mite, coraggioso e spregiudicato, riassume i personaggi che ho amato in fondo nella grande tradizione del realismo russo.

Ma è tranche de vie. Non scrivo altro che tranche de vie. A presto, allora.

Igor: alla radice del male

C’è una crudeltà slava o balcanica che è intraducibile. Può essere restituita solo andando alla radice di uno spirito nazionalista o di un gene persino. L’addestramento dei militari serbi – giovani imberbi che avrebbero imparato presto la dissoluzione cieca e l’esaltazione del delitto – durante la guerra nella ex Iugoslavia, consisteva  nell’ uccidere una colomba a morsi, tenendola ferma per il collo. Mordendola nel collo fremente, fino a sentirne la carne palpitare, fremere di paura, il liquido rovinare tra i denti, in bocca. Prove di attraversamento, la follia di un nazionalismo inveterato, issato con esultanza, che deborda ora in un inno popolare e sontuoso ora nella capacità di infilzarsi gli intestini, nel nome di un pauroso umanesimo. Una crudeltà quasi favolistica. La crudeltà di Igor, la fiera braccata, un esercito lanciato dentro campi brumosi, solo per lui. La crudeltà slava chiosa con una smorfia, si prende gioco – perdendo infine – del suo esatto contrario, la pietà. Una tempra sopra la media e la maledizione di saper sopravvivere. E’ il destino di Igor: riassume il gene, il castigo, la maledizione appunto di saper sopravvivere. Così prossimo al nichilismo dell’antieroe russo di Dostoevskij, Stavrogin, il demoniaco, demiurgo del male totalizzante che inneggia “alla distruzione per la distruzione”.

++ Guardia provinciale uccisa, forse omicida Budrio ++

Igor Vaclavic

Stavrogin muore suicida, è l’empio compimento dei professatori di una crudeltà con una precisa fisionomia, irrinunciabile, dove finanche la morte ripara nei funerali priva di commiserazione, è un bicchiere di vodka alzato, uno schiocco di piatti. Non troveremo in essa la ragione dei pianti delle nostre pie. La nostra è una morte occidentale, la nostra è una pigra crudeltà da occidentali, smarrisce il senso ultimo di una idea avvelenata usata fino a consumare l’esaltazione del crimine. Crimine vuoto, ai limiti della stupidità, per eccesso di ostentazione. Qualcosa possiamo intercettare nei film di Kusturica, ambientati sulle colline di una rediviva Sarajevo, qualcosa di circense, abbastanza da sgomentare tanto quanto l’efferatezza laconica che nutre sé stessa, la colomba che muore sotto i morsi di un giovane imberbe nelle fila di un addestramento militare. Il serbo Igor, capace di addentare l’animella che palpita, fino a sentirne il sangue precipitare in gola. Non è una consolazione, non scagiona nessuno ritrovare l’umanità degradata di Igor il serbo nella grande tradizione del realismo russo, da Smerdiakov dei frateli Karamazov, a Stavrogin e Petr Verchovenskij de I Demoni. Igor viene da lì nel luogo e nel tempo del sacrilegio e della profanazione.

 

L’originale qui:

 http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-maledizione-di-saper-sopravvivere/

L’avvocato dei poveri

Tratto da “La città racconta”, Emanuele Romeo Editore, 2008.

<<Questa è una storia grandiosa.

Tutto è cominciato a novembre. Un volo diretto da Casablanca. Chtia Anas ha cinque mesi e sta per morire. Azziz, il sarto di borgata, aspetta la sorella e il cognato, di Azziz ne parlammo a suo tempo, è preoccupato davvero, quel bambino, Chtia, è un dono del cielo, malato di una sindrome misteriosa. Ma in questa storia gli alfieri sono tanti. Per chi crede, sono tanti gli strumenti che il Buon Dio utilizzò per salvare la sua creatura. Li prese tutti per i capelli, li scelse con ponderatezza, “eccone uno, eccone un altro”. Bussò alla porta di un avvocato, tanto abile quanto idealista, non fu il caso, badate. L’avvocato si chiama Franco Greco, tenete a mente il nome. Non fu un caso perché in quello studio  ci siamo stati parecchie volte e non è uno studio d’avvocato e basta; affatto, è un luogo di pellegrinaggio, la casa del mendicante.

Oh, non amiamo la retorica, tuttavia serve, signori, adesso, per raccontare la verità. Il Buon Dio bussò alla porta di un avvocato di razza, estremamente malleabile alla Misericordia, suo malgrado, nel suo commovente agnosticismo. L’avvocato ha una commissione da eseguire, deve vedere Azziz, sì in quel preciso giorno di novembre, ha una giacca da sistemare, un orlo, una banalità del genere. Sicché mentre il Buon Dio auscultava i battiti del bambino, accarezzava le vertebre di ogni suo alfiere.

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Franco Greco

La sartoria di Azziz è a un tiro di schioppo. Da Azziz c’è la famiglia del Magreb. Il piccolo Chtia è avvolto in una coperta colorata, da cui spuntano manine esitanti e piedini inermi. E’ una strana atmosfera, la sartoria sembra più cupa che mai. Franco Greco entra proprio allora. Azziz è un amico, informa l’avvocato della sorte di Chtia. Chtia ha una malattia sconosciuta. Chtia sta morendo. L’avvocato non smette di fissare il bambino. Lui che di figli ne avrebbe voluti dieci venti, e invece la sua vita ha preso una strada e i suoi figli sono diventati il mondo. Il suo studio è un pretesto, ogni volta un uomo senza patria, un uomo senza nome, al quale hanno sottratto l’orgoglio e l’onore, chiede pietà, stende la mano, è una fatica rifiutare, e non lo fa, no, non lo ha ancora fatto, rifiutarsi, ovvio. Franco Greco compone un numero, ha in mente un medico, potrebbe occuparsi di Chtia.

Gli alfieri sono tanti in questa storia, dicevamo. Quest’altro si chiama Corrado Burlò.

L’intervento è rapido, non si perde tempo. Burlò formula la sua diagnosi: sospetta malattia metabolica. Prima consultazione e breve degenza all’Umberto Primo poi il Policlinico di Catania, Unità Operativa di Neurochirurgia diretta dal luminare Vincenzo Albanese.

Data del ricovero: 23 novembre.

Nome del paziente: Chtia Anas, di mesi cinque.

Diagnosi: sospetta sindrome di Terson Bilaterale. Chtia ha gli occhietti vispi, ma non vede quasi più.

Lo stesso giorno l’intervento delicato, lo stesso giorno il decorso regolare, la speranza. Finché arriva la certezza, la vita torna a prendersi cura di Chtia, Chtia è vivo, è salvo. Il Buon Dio sorridente torna ai suoi altari. Gli alfieri sono liberi adesso. L’avvocato alle prese con l’orlo di una manica che Azziz imbastirà velocemente come sempre; Burlò ai suoi pazienti con il consueto scrupolo. Vincenzo Albanese al suo entourage. Fatta.

Ci fu un volo da Casablanca che da lassù la Misericordia ha seguito con attenzione, un tratto di strada da uno studio d’avvocato a una sartoria; un pomeriggio di novembre in un gabinetto medico di Siracusa.

Per chi crede, abbiamo raccontato un miracolo, abbiamo avuto il privilegio di incontrare le trame di un Progetto invisibile, e abbiamo la contezza che siamo nulla e siamo tutto, ogni giorno, con la pioggia o con il sole.

Abbiamo chiesto udienza all’avvocato, volevamo informarlo che Chtia oggi avrà un nome ancora, Chtia Francesco del Magreb. L’avvocato sta ricevendo, ci dicono. Ci sono i soliti poveracci, sull’uscio, che verseranno le solite lacrime sul palmo della mano di un avvocato di razza.

Il Buon Dio ha ordinato ogni cosa, rimesso a posto i suoi alfieri, la vita alla vita. Questa è una storia di salvezza>>.

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Una rivoluzione siciliana (dal Fatto Quot.)

Cercavamo l’uomo nuovo. Ancora uno, l’imprimatur è una specie di maledizione, i destinatari finiscono per riparare in un qualche recinto di confine: l’infamia, una sconfessione tout court, o la sollevazione del consiglio comunale. L’uomo nuovo di Messina per tutti era il sindaco scalzo, quello delle magliette pacifiste con la scritta Free Tibet, Renato Accorinti, il potestà buddista, il neofita innocente –  su cui si è interrogato con una certa curiosità  Der Spiegel – dogma usato fino a sfiorare la retorica di un badge, non politico per definizione. Oggi il manifesto virtuoso è la taglia sulla sua testa. L’uomo della rivoluzione. Solo che a Messina le rivoluzioni devono durare poco. In Sicilia, in generale. Avevamo creduto ai Forconi, alla veemenza di Mariano Ferro, per doverci ricredere quasi vergognosamente, restando nella medesima impasse: restando i soliti “cornuti” dello Stivale. Spariscono gli impeti, salvo sommosse da outlet, approntate e maldestre. Accorinti prometteva la sua rivoluzione dal basso, intestandosi l’omonima lista civica. In consiglio adesso vogliono votarne la sfiducia, evitare il commissariamento, toglierselo di mezzo. Lo stanno facendo, persino i suoi, simpatizzanti della rivoluzione della prima brevissima ora.

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Messina

Messina fondamentalmente rimane di destra, malgrado sia ancora in forza un pd filaccioso, dove non smettono di addensarsi ombre da prima repubblica. La genealogia riconduce tutti a casa, il vecchio sistema da rodaggio consolatorio, il sistema da obsoleta Dc, con i suoi nipoti e pronipoti. O se vogliamo il cosiddetto “sistema Genovese”. Come lo chiamano in città. Cioè o stai dentro o stai fuori. Accorinti sta abbastanza fuori, da buon cane sciolto. Nel corso principale incontriamo nostalgici e reazionari, non di Accorinti, ma di chi pare – almeno nella convinzione dei messinesi – conti sul serio, faccia girare potere, economia, dunque Francantonio Genovese. Lui non era certo l’uomo nuovo, sindaco, onorevole, nipote del ministro Gullotti. Era l’uomo della formazione professionale, però. Finita quella, con buona pace di Crocetta, finisce tutto. Al bar di viale San Martino, al tavolo, discutono alcuni veterani della formazione. Disoccupati che hanno superato i quarant’anni, come Salvatore Romeo o Saverio Arnone che di anni ne ha 58, potevano aspettare e andava in pensione. Invece lui, l’amico e altri ottomila oggi mantengono la loro medaglia di fuoriusciti. “E’ crollato un regno”  – dice Saverio Arnone, lui non ha votato Accorinti comunque. Lo ha votato l’amico Salvatore, nostalgico di una promessa: la rivoluzione. Niente da fare. “I messinesi –  dice – vogliono i padroni di prima”. Lasciando intendere che non se ne sono mai andati. Come se fosse possibile. “Messina vuole i cambiamenti, con Accorinti non ci sono stati”. Subito? Una rivoluzione siciliana ha bisogno di secoli, a esser precisi. E’ solo un altro modo per ammazzare il tempo, fintanto le cose procedano con il medesimo metodo. Stai dentro o stai fuori. Accorinti non è furbo abbastanza. E’ questa è un’opinione diffusa. Mischinu, quasi “babbu”. Babbu per i siciliani è un modo per indicare una certa estenuante purezza, una poca praticità. Gli uomini seduti al bar convengono sulla sventura di una tale purezza. Uno di loro azzarda: non ha nemmeno gli uomini giusti.  Accorinti è solo. Ma è la storia siciliana, noiosa, rincorre identiche tipologie di superuomini: uomini normali affetti da una discreta confidenza con la legge, con la legalità. Superuomini o negletti sconfessati nel civico consesso. Uomini giusti Accorinti non ne ha azzeccato uno o forse sì, l’assessore al bilancio, il toscano Luca Eller, e anche il direttore generale dell’azienda municipalizzata dei trasporti (Giovanni Foti, nda) che è torinese e che ha messo a posto almeno una rubrica. Corpi estranei, il vino buono nella otre vecchia. L’esterofilia ha funzionato per rimettere a posto qualcosa. Con Eller il rischio default viene scongiurato. Una mostrina al petto per Accorinti. Gli autobus coprono le tratte senza singhiozzo. Potrebbe bastare, per cominciare. No. Il sindaco indossa la maglietta con su scritto: Free Tibet. A Maggio ha invitato il Dalai Lama. Messina ha una vocazione conservatrice. Vuole vedere gli obiettivi, la marcia pratica del reazionario in grado di misurarsi fino a vincere nel ballottaggio con un uomo di Genovese, ancora lui, tal Felice Calabrò. Arrivò a Palazzo Zanca a piedi nudi. Una trovata strampalata per annunciare uno stile. A piedi nudi, diceva Accorinti, “per restare con i piedi per terra”. Messina si trova spaccata: nostalgici e reazionari. I reazionari non sono necessariamente anime belle, sono i non ricollocati, i ricollocati non del tutto, coloro che se non hanno potuto con Genovese, ci riprovano con Accorinti. Accorinti che era partito con il distintivo “No Ponte” ed è finito con un Free Tibet accolto con disdegno dai suoi elettori, alla fine della fiera e non proprio del mandato. Perché in definitiva cercavamo l’uomo nuovo soltanto per trovare la medesima  storia siciliana. E’ una vecchia storia. Non ne usciremo mai.

L’originale è uscito il 29 gennaio 2017 sulle pagine de Il Fatto Quotidiano (“Messina, la svolta azzoppata e il “richiamo” dei padroni”)

potete leggerlo anche qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/messina-la-svolta-azzoppata-e-il-richiamo-dei-padroni/

Carlo Grimaldi. Christiane F. La letteratura dell’eroina.

Quando prendo in mano il libro – oggi – non ho un vero sussulto. Non c’è la sovracopertina, era plastificata, in primo piano c’era una siringa, se non ricordo male. Arnoldo Mondadori Editore, leggo prima della dedica. La dedica è per Gabriele: alla mia, alla sua libertà. Ma è passato così tanto tempo. Le pagine sono gialle, macchiate dalla muffa, rovinate dai tanti traslochi. Il romanzo di Carlo Grimaldi è sopravvissuto. La sua storia di drogato, era il sottotitolo. “Un lungo flash”. L’ordinai al Club degli editori di cui mio padre era socio. Credo che avessi dodici anni. Era il 1984, dunque. Frequentavo le scuole medie. Ero ancora presa dal diario di Christiane Felscherinow, “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, che avevo già letto talmente tante volte da conoscere brani interi a memoria. Lo leggevo a scuola, ai miei compagni. La scuola erano garage, i miei compagni vivevano nelle case popolari, qualcuno è finito a farsi, qualcuno è in carcere.

Ero diventata un problema per i miei genitori. Lo ricordo. Non potevano ad esempio condurmi nei sottopassaggi a Roma, quando prendevamo i treni per raggiungere i parenti, mi fermavo a ogni piè sospinto a fissare gli uomini accucciati per terra. Una volta mia madre mi dovette trascinare, ai miei piedi un ragazzo dormiva, sembrava morto.  Si era solo fatto una pera. Avevo pochi anni. Sapevo tutto. Non volevo andare. Era una via del centro. Questo giovane dormiva che sembrava morto. In testa mi girano parole come spada, scudo, scimmia. Il gergo degli eroinomani. Poverino, mormoravo, i miei genitori erano costretti a rimproverarmi, temevano la mia sensibilità. Non era sensibilità, tuttavia. Era una trasformazione che si faceva largo, un condizionamento, la formazione di uno sguardo. La perdita dell’innocenza. Cercavo qualsiasi testo che riconducesse all’eroina. Altri romanzi, dopo il diario di Christiane, ne volevo sapere di più, ancora di più, come se fosse possibile. Così arrivai a Carlo Grimaldi. “Un lungo flash” raccontava la sua tossicodipendenza da eroina appunto, ambientata nella Milano dei primi anni ’80, del Giambe, del Solari, delle piazze, dei ricetta. Non era solo autobiografismo. C’era la scrittura. Mi piaceva Carlo Grimaldi, oggi ne sono ancora più sicura. Restituiva proprio l’idea di quegli anni, i viaggi in India, l’ero, l’impegno politico che giustificava in fondo la scelta di usare le sostanze. Erano quegli anni.

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Una pagina dal libro di Carlo Grimaldi

Niente di più di quello che mi aveva detto Christiane. Però mi era piaciuto. Era in corso la formazione di uno sguardo. E anche Carlo Grimaldi concorreva perché lo diventasse. Forse ce l’aveva fatta. Alla fine del libro, Carlo racconta la guarigione, in una comunità in Inghilterra. Ce l’ha fatta. Chiusa l’ultima pagina, provai una nostalgia inenarrabile, uno sgomento senza un’origine chiara (almeno allora), qualcosa che non mi lasciava in pace. Non so spiegare, posso immaginare fosse semplicemente l’esordio di un’inquietudine che anticipava gli anni a venire. Da adulta, scrissi una lettera a Christiane Felscherinow, dovevo chiudere alcune questioni, come se ne avessero una qualche responsabilità, lei o Carlo. Di Carlo invece avevo perso le tracce, non c’era niente nemmeno in rete. Scrissi un pezzo nel blog che curo per il Fatto Quotidiano, dove parlavo di lui, lo cercavo. Niente. E’ passato un anno e mezzo da quel pezzo. Ieri in posta trovo un messaggio: Ciao, sono io, sono Carlo.

Sono vivo.

il male scritturale (dal fatto Quot.)

Nelle visioni notturne e apocalittiche del profeta Daniele, l’esecuzione del male e del potere ha la forma di bestie multicorni, dai denti di ferro, che stritolano, manipolano, divorano. Così il male è scritturale e si replica. Lo rincontreremo, è la promessa biblica. Eppure è una bestia diversa quella che restituisce l’ultimo frame della strage dei coniugi di Ferrara, la bestia è una creatura che non vuole lasciare la sua casa. E’ un cane, lucido, nero, si poggia sulle zampe, resiste agli uomini che vogliono infilarlo in un furgone bianco. La notte cede al suo terrore. Il cane stringe i glutei dalla tensione, fissa le zampe sulla terra, si piega in una specie di inchino, più in là l’uscio è ancora aperto e  intorno si spargono refoli di terribili afrori, il sangue, la morte assisa sul corpo massacrato di un padre e una madre. Il cane nero poggia il muso sull’asfalto, sembra un bacio o qualcosa di prossimo a un addio.

L’ingegnere Vittorio Materazzo è stato sgozzato, sventrato, con la furia delle bestie dominatrici e apocalittiche che narrano le Scritture e come recitano i Salmi è il medesimo braccio dell’empio che si alza sul giusto. Il 28 novembre scorso, a Napoli, l’ingegnere Vittorio muore sotto le lame di un taglierino e un coltello da sub infilato trentacinque volte dal braccio del fratello, Luca, più giovane. Vittorio prova a sottrarsi, esce dal portone di casa, dove le lame lo avevano sorpreso e infilzato, si trascina fuori, il fratello lo raggiunge, lo finisce in strada, la sferza finale sulla gola. Luca aspirante avvocato, indolente, pare, alla professione. Piuttosto proclive alle foto sui social,  innocuità schizofrenica delle sue recenti vacanze in montagna o al mare,  sono i post del suo profilo facebook. Una mediocrità borghese e insieme l’avatar dietro cui la bestia apocalittica e delle profezie digrigna i denti di ferro, riproducendo la scabrosità di un delitto lontano fino alla notte dei tempi. Caino sarebbe fuggito, il cogito della violenza perenne, il deus ex machina primordiale. L’Eterno lo risparmia. “Dov’è Abele, tuo fratello?”.  Lui risponde: “Sono forse io il custode?”. E tuttavia Luca, l’empio,  il caino, sparisce senza l’espiazione truce dell’errante maledetto, un destino se vogliamo persino di glorioso e severo oblio, quello primordiale, genetico, dalla Genesi.

Luca sparisce, nel suo oblio governa parziale la postilla “vanità” da sacrificare nel suo profilo-mausoleo, l’avvocato i cui frutti non graditi hanno consumato il crimine, si mostra sui social con i suoi addominali fasulli. Si rende latitante. L’oblio lo investe, ma a brani. La pulsione dell’ego è un immondezzaio di patetismi, Luca il caino raggiunge il prevedibile standard di idiozia, un male idiota si impadronisce dei suoi svuotati esecutori, bestie feroci senza ardimento. Immeritevoli di profezie. Perché finiscono sui social con un addominale gonfiato, la fissità del sorriso di un trapasso, nel fuoco metaforico della valle di Ennom. Luca errante, caino, la cui maledizione non gli impedisce la raggiungibilità normalizzante di un profilo facebook in stato di aggiornamento. Ma il male si riproduce noioso a se stesso. Lo scontiamo fino alla banalità. Se non fosse che, mentre una donna brucia a intervalli regolari, scavata dall’acido muriatico versato sul suo bellissimo volto dall’ex fidanzato, a Rimini, o mentre l’altra con le braccia fasciate ustionate dalla benzina, a Messina, difenderà l’innocenza del suo torturatore, il male glorioso e sfinito si inginocchia dinanzi a una creatura che sfida la ferocia di tutte le bestie profetizzate e portatrici di apocalisse, il frame di una creatura dal pelo lucido e nero, il suo bacio sull’asfalto, qualcosa di prossimo a un addio. Gratuito e tragico come il perdono.

L’originale è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano  venerdì 13 gennaio 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/lame-e-acido-la-bestia-e-social/

 

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