la suburra

Mazzarrona era una suburra. Come il quartiere di San Frediano per Pratolini. Davo le spalle alle case, al campo di calcetto sterrato, al cortile, alle baracche, ai ruderi di quel luogo privo di anima, privo di alcun senso di giustizia sociale. I tossici ciancicavano dei loro stupidi traffici, come se non fosse accaduto nulla, l’inferno era la valle ronchiosa franante che si ripopolava di golem deformi. L’umanità desta lo era per spregio, perché non c’era niente di vivo, dopo Massimo, dopo la sua morte. Dimenticarono presto, uno insieme con gli altri. I ragazzini di Mazzarrona finivano a fare i tossici. Cosa doveva cambiare in quel luogo di castigo? Cosa dovrà accadere ancora, diceva un personaggio di Orwell? I libri mi hanno annunciato anzitempo le disfatte, le sospettose vittorie, e i trofei esitanti, rimediati casualmente. Dietro le baracche frusciava il rigagnolo, la gora trasportava i detriti dell’umanità nera e disperata oltre la baia dentro una cloaca. Era una vita insolente per questo Massimo era morto. Il mio caro professore mi esortava ad accettare le intemperanze della vicenda umana che ancorché travagliata è sempre molto breve in rapporto all’eternità. Diceva. Accettare l’insensato rincorrersi dei giorni senza Massimo.

Finì così, molto rapidamente.  Non volevo sentire nemmeno nominare Morrissey e quella canzone please please please let me get what i want. No non era un buon tempo per il cambiamento. Ed eravamo già in macchina, nella Renault, al primo giro di chitarra, le Marlboro nel cassetto. Massimo.

Mi avvicinai, il nostro bacio. Fu un boato in testa. Boom. Oh, l’amavo. Non avevo ancora provato niente del genere. Era fragile, bianco, però quando stavamo insieme, alle baracche, succedeva qualcosa. E io dopo guardavo verso il mare, lo immaginavo oltre la finestrella che sbatteva noiosamente.

Ricordi, Romina? Romina non c’era, era al bar. Parlavo con lei, come se ci fosse. Il giovedì il jazz. O quella sera, al centro della pista, lui si avvicinava, indossava la camicia bianca allacciata ai polsi. Nascondeva la vergogna, le braccia con le piste. I buchi. Però era bello, di una bellezza magmatica, come la lava che scivola dai fianchi del vulcano incontrava tutti i miei pensieri, li trascinava giù insieme con i suoi, il brillio dello sguardo, ancorché spento, non abbastanza per metterne a tacere le intenzioni.v4

Ragazzo mio, sussurro oggi. Avresti la mia età, o poco più. Ti vorrei raccontare che poi nessuno ha ancora risposto alla domanda di sempre: mi amerai? Saresti stato capace di rispondere oggi? O mi avresti chiesto a tua volta l’origine di una domanda così illusoria. Sappiamo cosa sia l’amore veramente? No, no che non lo sappiamo. Oggi sono sola ancora. Mi sono sposata, sai. Anch’io, non so Romina. Romina è andata via sul serio, un giorno, ma io l’ho preceduta. Non so dove sia. Lei sa sopravvivere meglio di noi. Noi avanzeremo verso le stagioni che tutto allontanano, le stagioni che tolgono, la vita va così no? Diceva il mio caro professore. 

Dovevi studiare, Massimo. Sciocchezze. 

Romina non la vidi per settimane. Ci allontanammo per sopportare il lutto. Non avevamo niente da dire l’una all’altra se non restituirci l’una all’altra il peso di una sconfitta, il peso ingannevole dei giorni buttati. Volevo salvarlo, Massimo. Non ho fatto altro tutta la vita che incaponirmi per salvare qualcuno. Follia. Era follia. Perché non pensare ai fatti miei, piuttosto? Certe notti mi coglie il terrore. Sono di nuovo a Mazzarrona. Non ho sognato Massimo, ma il nero, il tossico che si era gettato sulle rotaie, schiacciato dal direttissimo per Torino. Era morto a causa della volgarità dei suoi congiunti. La volgarità era una peste a Mazzarrona. Quando Massimo è morto, più in là i ragazzini radunavano le colombe con le molliche di pane, un marrano in motoape le avrebbe investite tutte quante. Ridendo sgangheratamente. Per quella volgarità uno può decidere di ammazzarsi. Che farsene di quella vita. Dal primo piano, un  tale sparava colpi di fucile, verso le baracche. Massimo era ancora lì. Ai portici due vecchi litigavano malamente per un debito da cantina.  La vita, diceva, il mio caro professore, dando al suono un tono paterno, pieno di comprensione e fiducia.

Massimo.

Sarei tornata sui libri. Avrei letto e scritto. Per sempre. Tornai a scuola con questa promessa. Le ragazze era felici per qualcosa che doveva succedere. E certamente per loro la vita succedeva sempre con qualcosa di sorprendente giusta per quell’età. Correvano su per le scale, con maglioni di filo colorati, scarpine di tela chiare, jeans  che aderivano a gambe perfette da sportive. Le seguivo frastornata dall’erba che avevo appena fumato. In memoria di una Renault 4 o un pub o un cesso di una discoteca dove finire a botte con qualcuno. Non avrei mai avuto maglioni di filo colorati. O chi si fosse occupato di me. Salivo le scale. Era un giorno di aprile di molti anni fa.

(continua)

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aspettando il ritorno

Era una mattina viscosa. Guardavo fuori, in attesa della campana della terza ora. Uscivamo prima. Sarei andata alle case. Ilaria aveva preso a frequentare una tipa della quarta, era sciocca e immatura, ce l’avevo con Ilaria, perché mi aveva preferito a lei. “Tu non mi vuoi” disse Ilaria con dolcezza. “Non mi vuoi nel tuo mondo”. Ed era vero. Fissavo le lettere della pagina. Lezione su Manzoni. Il professore leggeva con una voce calma, scandendo parola per parola. A me interessava il destino della monaca di Monza, come a tutte. Pescavamo nel torrido. Ci piaceva. Era l’età giusta per farlo. Guardavo le lettere, si gonfiavano, sbiadendo, mi stropicciai gli occhi. Ebbi un sussulto e guardai l’ora. Erano le 10.45. Le lettere non erano chiare, la pagina gravitava. Chiesi il permesso di uscire, andai in bagno. Lavai il viso. Il professore continuava a leggere. La vita era lì, normale, le ragazze erano ragazze. I miei pensieri erano così vecchi invece. Suonava la campana, nel frattempo. Il professore avrebbe chiuso la pagina e indicato gli argomenti da studiare a casa. Avrei chiesto a Ilaria, nel pomeriggio, di indicarmeli. Corsi per le scale, dovevo raggiungere le case. Era aprile. Una giornata di sole viscoso.  Avevo caldo, ma a tratti rabbrividivo.veronica4

Era freddo, di colpo. Alle case soffiava il vento del mare quando è agitato e viola. Le nuvole era rapprese sopra le baracche. Il sentiero introduceva alla terra spoglia. Corsi verso le baracche, correvo graffiandomi le gambe con le spine dei cardi. Indossavo un vestito lungo e scuro e scarpe basse di tela. Era primavera. Volevo vestirmi come le ragazze, con gli abiti leggeri, i colori della giovinezza. Correvo. Pensavo al giorno in cui con Romina correvamo verso la baia per spiare la pazienza del fenicottero rosa. E come in certi sogni, la corsa diventava stanca, pesante, il fiato si tratteneva in petto, la voce si infilava in una specie di soffocamento. Era un incubo vero. Lo stavo vivendo, come le pagine che orbitavano mischiando le lettere tra loro, sbiadendo in strane forme. Correvo. Massimo. Le baracche erano buie. Di colpo, il buio. Erano le nuvole, si addensavano in cerchio. Mi fermai respirando e guardavo il cielo. Le nuvole. Stefi mi veniva incontro. Ma cosa fa qui? Pensai. Stefi, dovevi restare in comunità, perché sei qui? Aveva gli occhi infilati in due fossi. Alle baracche i tossici non aspettavano. Lo intuivo dalla mestizia, non lo so da cosa. Non aspettavano. Era già successo. Romina raggiunse Stefi, la superò. Romina doveva sposarsi, a quell’ora doveva restare al bar. Cosa diavolo succede? Il mondo era alla fine delle cose, ecco cosa pensai. Le cose, cioè la vita in fondo, i giorni, uno dietro l’altro.

le-baracche

le baracche

Perché vedi, disse un giorno il mio caro professore, le cose succedono e finiscono, in questa irrinunciabile alternanza dimora la tempra dell’uomo ragionevole. Troppo difficile per me, caro professore. Perché usa un aggettivo ridicolo e complicato come irrinunciabile? Non è un aggettivo per la mia età. Lo dico oggi. Lo realizzo adesso. Irrinunciabile.

Romina mi prese le mani. Dietro Stefi disse senza aspettare oltre: è morto.

Allora io guardai l’ora. Poi dissi: alle 10 e 45. Ed era sempre buio. Invece era mattina, metà mattina viscosa a Mazzarrona. Romina stringeva le mie mani. Io guardavo oltre il suo bel viso, le ombre dei suoi capelli. Vedevo le figure muoversi e cambiare forma, simili alle lettere della pagina, e tutto quel paesaggio era finito in una pagina, e il professore leggeva. Io chiesi: posso andare fuori? Lavai il viso, in bagno.

Stefi disse: è morto.

Era giovedì. Alle 10.45 di giovedì. Massimo non è più tornato. Mi sono seduta fuori, sull’uscio della baracca. La finestrella era sempre la stessa, sbatteva nel medesimo ritmo. Ti ricordi Massimo? Quando mi amerai?

Avevo indossato il vestito delle ragazze in primavera, volevo essere come loro. Mi accorsi che era ancora nero.

Mi venne in mente un brano di Pavese, quello dove Gianino e Stefano l’ingegnere al confino bardato di ideologia attraversavano il poggio e i cirri incontravano la terra, gettando le ombre sinistre ché sembrava sera e poi tornava la luce, le schiarite oltre i cirri. Un ritorno, pensavo a un ritorno.

Tornerai?

(continua)

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a diciannove anni

Se non era Morrisey, era Luca Carboni. Possiamo chiamarli  i miti della giovinezza, per Massimo lo erano e per quella canzone precisa, con l’omonimo che si bucava ancora, “lo sai che Luca è a casa che sta male“. Silvia lo sai che Luca si buca ancora. Silvia potevo essere io e non solo il titolo della canzone del cantautore bolognese. Avevamo questi miti, sbagliati. Amavamo i fuoriusciti, era una posa. Bisognava amare l’errore. Ma non avevano la stessa credibilità dei ceffi nei quartieri berlinesi frequentati da Christiane. C’erano luoghi che nemmeno a Mazzarrona potevano riprodursi, tombini che si chiamavano dancing, l’Haus der Mitte, il Sound. Era Berlino, in un diario. Non era un diario, Christiane per me fu la deviazione. Una deviazione per sempre. Oggi ce l’ho in testa, come allora, come da bambina, davanti a una libreria, nel centro di Terni. Sfogliavo le pagine avvinta da un preludio di terrore. Ripetizioni. Io sono la stessa. Mi guardo bene allo specchio, non dimostro la mia età. Mi illudo. Sono la stessa ragazza. Massimo si identificava con il Luca della canzone. Così aveva una giustificazione epica la sua dipendenza. I ceffi di Berlino a Gropiusstadt o nella Kurfustentrasse avevano il corpo tormentato del tutto simile a iene.  Non avrei mai visto tossici ridotti così. Fu una fortuna. Era una esagerazione in funzione di un testo. O era esattamente così? Così brutale?

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l’Haus der mitte a Gropiusstadt

Cetty non perse mai la sua bellezza, anche con i pochi capelli. Stefy era magrissima, con un naso sproporzionato rispetto al piccolo viso, gli zigomi in prominenza. Indossava un rossetto rosso carminio e tirava su i capelli, trattenendoli con una pinza al centro della nuca. Non aveva la grazia di Cetty. Coprivano i loro errori, sotto abiti costosi. Non erano i tossici di Christiane Felscherinow.

Quando alle case pioveva, tutto però era terribile nell’esatta maniera. Ed eravamo nei sottopassaggi di una metro berlinese. Il loop rimandava in sequenza le immagini che avevo in memoria. Non pensavo di averne così tante. Ufo, Atze, Detlef. I personaggi di un memoir di una adolescente. Un memoir precoce. Ma si sa, si nasce vecchi per certe indoli è una prassi nascer vecchi. Fare tutto prima, vedere tutto.vvv1

Alle case pioveva. Mi rinchiusi in baracca. Non c’erano i compagni. La fila per comprare la roba e per farsela. Era l’ora in cui io e Massimo stavamo soli in baracca. Mi stendevo sui vestiti sotto di me. E succedeva qualcosa. Era come tornare al centro della terra, nel cuore pulsante, all’inizio di tutte le cose. Chiudevo gli occhi ed era perfetto.  Alla fine, guardavo verso la finestrella che sbatteva noiosamente, agitata dal vento che proveniva dal mare. C’era un buon odore, malgrado fossimo in baracca, veniva da fuori, la salsedine e il glicine.

Allora sussurravo: quando mi amerai?

Lui si alzava dal giaciglio e mi rispondeva con voce lenta: lo sto facendo. Come rispose quel giorno, nel giardino di ulivi e lui guardava un punto lontano e io pensavo che il mio amore avrebbe dovuto guardare per forza un punto lontano.

Fuori intuivo la desolazione di quell’ora prima del tramonto. La pioggia non mi spaventava, il suo incessante crepitio sui tetti della baracca era un suono  gentile, persino gentile sì con lui, con Massimo era più facile dimenticare. Dimenticare non so cosa, sto cercando di realizzare adesso. Le pagine sbagliate, lette in anticipo sul futuro, la crudele chiaroveggenza di un libro troppo adulto per me. Oppure l’assenza primordiale. Entrare nella spelonca dell’assenza primordiale, nel buio, a tentoni, avanzare, fino al fulcro, all’idea, a cosa? Massimo mi diceva stancamente: non pensare, prova a fottertene. Diceva.

Io l’ho fatto. E un giorno lui non è più tornato. Vidi gli altri, gli altri avevano un’aria strana. Poi mi dissero: è morto. Gli altri. I compagni. Dicevano: è morto. A diciannove anni non si muore.

Gli altri erano sagome indistinte, lanciate verso la bruma, sembrava mattina o l’alba del diavolo, nera. Non sorgeva nessun sole sulle nostre teste.

Era la fine dei tempi.

Con delusione, capii che si poteva dimenticare. Ricordare, dimenticando gli altri, il peggio, la vergogna. Il volto bianco di Massimo. I suoi capelli bruni. Lui che mi chiede al centro della pista: balli?

Io gli ho detto: sì.

(continua)

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anarchia

Eravamo maturande. C’era una deliziosa luce nei giorni sul finire, che attraversava i corridoi del liceo, infilandosi dalle finestre aperte con i davanzali coperti dal glicine. Era l’ultimo anno e davvero potevo farcela. Riuscivo a studiare, alle case stavo un paio d’ore e tornavo al mio scrittoio, sui libri. Ero fatta per studiare, amavo i libri, l’ordine, le pagine. Che genere d’anarchia mi governasse, non saprei spiegare, nemmeno adesso. Avevo i miei confusi miti che non riuscivo a imitare, Cafiero, Bakunin, Stirner, Godwin. Idee grandiose, la libertà della libertà, affermava un personaggio di Pratolini, il Betto di Metello. ver1Ilaria era tornata da una lunga assenza dopo aver contratto il morbillo dalla cuginetta. Quante risate ci facemmo al suo rientro in classe. Mi chiese del ballo di primavera a cui non aveva quindi partecipato. Esagerai in bellezza e meraviglia. “Musica pazzesca!” dissi, imitando l’entusiasmo delle liceali, neanche fossero una categoria atipica o deteriore a cui ogni tanto attingere con schifiltosità. “C’era Massimo, era una favola, lui in mezzo alla pista, illuminato come se fosse una star. Hai presente? Fumava con la stessa ambiguità di Jeremy Irons. Erano tutte innamorate di lui”. Ilaria mi guardava affascinata, anche lei era già innamorata solo standomi a sentire. Le giurai che era andato tutto bene, che non avevo litigato, non avevo bevuto, ero stata brava, mi ero comportata come le altre. Mi chiese altre cose, il vestito che avevo indossato o se avessi acquistato le scarpe nuove apposta per il ballo come desideravo. Le dissi, sì. Mentendo. I miei pochi vestiti erano tutti scuri, salvo le misere cosine che indossavo per venire a scuola, roba da collegiale e fuori moda, ma soltanto se ero di buon umore. Quale anarchia mi governasse non saprei dire, giacché invidiavo le ragazze ricche della scuola, i loro vestiti, la loro vita comoda, facile. Odiavo le strade della mia, le anse, le gore insidiose, detestavo sbagliare e non smettevo di esercitarmi nella pratica. Nel frattempo studiavo, perché gli esami riuscissi a superare raggiungendo l’eccellenza. E l’avrei raggiunta in parte. Mentre perdevo qualcos’altro, ma fu una condizione comune in seguito. Vincere mentre si perde qualcos’altro, nell’ossimoro dimora una qualche verità da approfondire, per adesso la lascio lì, un giorno la interrogherò. Massimo era sempre più preso dalla roba, diceva che avrebbe smesso, e invece lo vedevo scivolare nel medesimo fosso, scavarselo il medesimo fosso.

le case 1

Le case

Erano pomeriggi brevi alle case, Romina lavorava e preparava il corredo, si sarebbe sposata, sicuro, e sarebbe andata via, a Torino, lo aveva promesso. Un cumulo di promesse, che non furono rispettate, con ragioni indulgenti. Chi erano gli anarchici? Forti e possenti, proclivi alle barricate fino allo strenuo. Non invidiavano la medietà. E alle case non c’era medietà, per questo si diventava anarchici, nel parossismo. Si diceva che Cetty fosse entrata in comunità. Non la vedemmo più improvvisamente. La sua Alfa 33 era rimasta posteggiata davanti l’abbaino, con un cane ringhioso che non smetteva di latrare notte e giorno, in odio al quartiere. Cetty e la sua bella pelle bianca dipinta con i pastelli, sembrava a noi adolescenti senza compiacimento di se stesse. Gli scuri al piano di Cetty erano chiusi. Non vedevamo neanche la madre, che era bella come Cetty. E mi veniva in mente allora, ancora una volta, la bellezza drammatica e prossima al declino dell’Andreina di Moravia. I libri dovevano tacere. Andreina sul lungofiume. La decadenza della vita che ti ha investito dei suoi segreti scandalosi e ti induce al gesto, alla provocazione, al raccapriccio. E quello era il senso della femminilità che Cetty esercitava sul resto, il resto, non solo gli uomini, l’aria stessa che respiravamo era piena di lei e dei suoi scandalosi segreti. Guardavo le case, dapprincipio del sentiero, sbieche, con la fronte stanca e cupa. Dapprincipio. Massimo avanzava col suo costato scarno e nudo. I pantaloni da cui penzolava la cinta nera di cuoio. Avanzava verso l’abisso, sulle sue gambe lunghe nodose. Procedeva. Verso l’abisso dove tutto finiva forse, dove tutto avrebbe taciuto forse. Ancora oggi mi domando: di quale desiderio stava morendo?

(continua)

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L’avvocato dei poveri

Tratto da “La città racconta”, Emanuele Romeo Editore, 2008.

<<Questa è una storia grandiosa.

Tutto è cominciato a novembre. Un volo diretto da Casablanca. Chtia Anas ha cinque mesi e sta per morire. Azziz, il sarto di borgata, aspetta la sorella e il cognato, di Azziz ne parlammo a suo tempo, è preoccupato davvero, quel bambino, Chtia, è un dono del cielo, malato di una sindrome misteriosa. Ma in questa storia gli alfieri sono tanti. Per chi crede, sono tanti gli strumenti che il Buon Dio utilizzò per salvare la sua creatura. Li prese tutti per i capelli, li scelse con ponderatezza, “eccone uno, eccone un altro”. Bussò alla porta di un avvocato, tanto abile quanto idealista, non fu il caso, badate. L’avvocato si chiama Franco Greco, tenete a mente il nome. Non fu un caso perché in quello studio  ci siamo stati parecchie volte e non è uno studio d’avvocato e basta; affatto, è un luogo di pellegrinaggio, la casa del mendicante.

Oh, non amiamo la retorica, tuttavia serve, signori, adesso, per raccontare la verità. Il Buon Dio bussò alla porta di un avvocato di razza, estremamente malleabile alla Misericordia, suo malgrado, nel suo commovente agnosticismo. L’avvocato ha una commissione da eseguire, deve vedere Azziz, sì in quel preciso giorno di novembre, ha una giacca da sistemare, un orlo, una banalità del genere. Sicché mentre il Buon Dio auscultava i battiti del bambino, accarezzava le vertebre di ogni suo alfiere.

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Franco Greco

La sartoria di Azziz è a un tiro di schioppo. Da Azziz c’è la famiglia del Magreb. Il piccolo Chtia è avvolto in una coperta colorata, da cui spuntano manine esitanti e piedini inermi. E’ una strana atmosfera, la sartoria sembra più cupa che mai. Franco Greco entra proprio allora. Azziz è un amico, informa l’avvocato della sorte di Chtia. Chtia ha una malattia sconosciuta. Chtia sta morendo. L’avvocato non smette di fissare il bambino. Lui che di figli ne avrebbe voluti dieci venti, e invece la sua vita ha preso una strada e i suoi figli sono diventati il mondo. Il suo studio è un pretesto, ogni volta un uomo senza patria, un uomo senza nome, al quale hanno sottratto l’orgoglio e l’onore, chiede pietà, stende la mano, è una fatica rifiutare, e non lo fa, no, non lo ha ancora fatto, rifiutarsi, ovvio. Franco Greco compone un numero, ha in mente un medico, potrebbe occuparsi di Chtia.

Gli alfieri sono tanti in questa storia, dicevamo. Quest’altro si chiama Corrado Burlò.

L’intervento è rapido, non si perde tempo. Burlò formula la sua diagnosi: sospetta malattia metabolica. Prima consultazione e breve degenza all’Umberto Primo poi il Policlinico di Catania, Unità Operativa di Neurochirurgia diretta dal luminare Vincenzo Albanese.

Data del ricovero: 23 novembre.

Nome del paziente: Chtia Anas, di mesi cinque.

Diagnosi: sospetta sindrome di Terson Bilaterale. Chtia ha gli occhietti vispi, ma non vede quasi più.

Lo stesso giorno l’intervento delicato, lo stesso giorno il decorso regolare, la speranza. Finché arriva la certezza, la vita torna a prendersi cura di Chtia, Chtia è vivo, è salvo. Il Buon Dio sorridente torna ai suoi altari. Gli alfieri sono liberi adesso. L’avvocato alle prese con l’orlo di una manica che Azziz imbastirà velocemente come sempre; Burlò ai suoi pazienti con il consueto scrupolo. Vincenzo Albanese al suo entourage. Fatta.

Ci fu un volo da Casablanca che da lassù la Misericordia ha seguito con attenzione, un tratto di strada da uno studio d’avvocato a una sartoria; un pomeriggio di novembre in un gabinetto medico di Siracusa.

Per chi crede, abbiamo raccontato un miracolo, abbiamo avuto il privilegio di incontrare le trame di un Progetto invisibile, e abbiamo la contezza che siamo nulla e siamo tutto, ogni giorno, con la pioggia o con il sole.

Abbiamo chiesto udienza all’avvocato, volevamo informarlo che Chtia oggi avrà un nome ancora, Chtia Francesco del Magreb. L’avvocato sta ricevendo, ci dicono. Ci sono i soliti poveracci, sull’uscio, che verseranno le solite lacrime sul palmo della mano di un avvocato di razza.

Il Buon Dio ha ordinato ogni cosa, rimesso a posto i suoi alfieri, la vita alla vita. Questa è una storia di salvezza>>.

la città racconta 1

come bestioline

Romina vestiva di nero come me. Gonne lunghe, anfibi, maglioni grezzi. Nere. I nostri capelli lunghi e gonfi prendevano volume verso l’alto. Eravamo abili con un buon pettine a realizzare l’acconciatura che era molto simile a un albero con fronde voluminose. Il rossetto era viola. L’immagine da restituire non doveva consolare. Era un’altra maniera di provocare l’immobilità delle cose, in realtà abitate da un dinamismo perpetuo che a noi però sfuggiva. Il bagarino ci attendeva all’entrata della discoteca. Rimediammo i biglietti. Massimo aveva preso la sua Renault. Aveva indossato una giacca di panno blu, i pantaloni a coste. Si distingueva in mezzo agli imberbi del liceo. Lui era già un uomo, malgrado la sua pelle tenera e bianca, aveva lo sguardo di chi sapeva, aveva visto, di chi conosceva alcuni segreti e anche le donne. Il bagarino ci diede i biglietti. Romina sorrise, poi riprese l’espressione da dura che soleva indossare come una divisa, la nostra era scura, con gli anfibi ai piedi e tutto sommato una specie di broncio. Scendemmo le scale, superata la sicurezza, la selezione in coda, passammo senza problemi, anche se eravamo ospiti estranei, eccetto me in quanto liceale. Ma nell’insieme eravamo distonici. Le ragazze del liceo indossavano prevedibilmente i colori della stagione, gli abitini alla moda, le scarpe da ragazze. vvv1Non le avrei potute avere mai, le loro prerogative e nemmeno i loro abitini, quegli stessi che ammiravo dinanzi le vetrine dei negozi del centro. Pensavo a mio padre, che lavorava in fabbrica. Che potevo chiedere di più a quell’uomo? Dovevamo arrangiarci. Non c’era altro da fare, come bestioline. Dentro o fuori. Riuscirci o arrendersi. Ma anche arrendersi era un’illusione. Arrendersi verso dove, in quale direzione, sotto quale ombra? Le stronze giulive ridacchiavano accanto al bancone del bar, bevevano whisky e coca cola e ridevano, lasciandosi ammirare. La musica dance faceva schifo. Massimo fumava ed era bellissimo. Jeremy Irons. Già. Gli somigliava nel suo metodo british di muoversi. Era facile innamorarsi di Massimo. Con Romina giravamo in pista, guardando con altezzosità  quelli che consideravamo i mocciosi della scuola. Ragazzini. Romina attraversava la calca, spingendo ogni ostacolo che incontrava con arroganza. Aveva bevuto prima di entrare e diventava aggressiva, più che altro propensa alla lite. La seguivo aspettandomi qualsiasi cosa, la sicurezza che ci sbattesse fuori o una rissa davanti al bagno delle ragazze. O perdermi Massimo, nella confusione. Erano anni inutili, saziavano una fame sbagliata. Tutto eccedeva. Non era la povertà o il suo contrario a svuotarli di senso. Erano anni senza anima. Il massimo a cui aspirare era l’Alfa 33 di Cetty. Aspirare a farsi mantenere da un cornuto qualsiasi, diventare una entrainuse. Farcela. Male ma farcela. Guadagnare, esibire uno status normale e perciò edificante. Un impiego da segretaria in uno studio edile. Così da potersi mantenere una casa, con le tende alle finestre e i mobili acquistati a rate in un emporio di arredamento dozzinale. Erano gli anni in cui il dovere era la dozzinalità o l’esosità cafona, comunque andasse. Romina si sarebbe sposata a maggio, salvo cambiamento d’umore. Mandava al diavolo facilmente gli uomini che le giravano intorno. Nessuno era alla sua altezza. Ci sedemmo nelle poltroncine del privé, Romina beveva ancora, rum. Io ero fuori per una paio di Negroni. La solita stupida palla di luce psichedelica al centro della pista mi ricordava il vuoto da cui fuggivo che non avrei riempito mai. Speravo soltanto di potere andar via prima possibile senza Gloria Gaynor nelle orecchie. Era il ballo di primavera, il ballo delle ragazze. Faceva schifo, ecco tutto. Non esisteva primavera possibile per certi di noi. La primavera con i suoi suoni dolci, i mandorli fioriti. Romina sparì con uno dell’ultimo anno, uno carino della scuola. Massimo mi raggiunse. Sedemmo assieme. Ci baciammo. Era l’ebbrezza che si svolgeva di colpo. Capite, è l’amore. L’amore fa questo. Le mani di Massimo si infilavano sotto la gonna, ovunque. Dalla consolle la musica volgeva meglio, era Paul Mc Cartney. Il ballo di primavera.

(continua)

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il ballo di primavera

Scendevo per la china del colle. Cercavo Massimo. Avevamo progettato con Romina di uscire insieme la sera stessa per il ballo di primavera dei liceali. Non era difficile trovare un paio di biglietti da un bagarino. Ne avremmo rimediati senz’altro. Il ballo di primavera era un’ottima occasione per indossare abitini leggeri e colorati. Ed erano incantevoli le ragazze con i loro vestitini leggeri. I giovanotti del liceo erano al solito goffi perlopiù, insaccati in jeans alla moda e camicie che non abbottonavano al collo. Massimo invece aveva un atteggiamento controllato, un’eleganza molto inglese, mi ricordava abbastanza il fascino scavato di Jeremy Irons. Massimo era alle baracche. Era vestito di bianco. I capelli bruni lucidi, la sua pelle delicata, il suo pallore. Oh Massimo. Mentre attraversavo velocemente i sentieri della campagna, sentivo assalirmi di nuovo la passione mista a pietà per quel ragazzo che indovinavo malinconico e disperato nella sua attesa quotidiana. L’unica fedeltà a cui aveva giurato costanza, severità. Non smetteva di aspettare qualcosa che era fuori da me e dagli umani. Era l’eroina il suo assillo. Ognuno con il suo. Non ero meno patologica. Non ero libera dalle dipendenze. La mia dalla tristezza era fine a se stessa. Ma non importava, non in quel momento in cui correvo verso la meta, lui, alle baracche. Mi sarei gettata nel suo abbraccio esitante, la mia vita che esondava nella sua più discreta, guardinga. E ne rimaneva sorpreso, la sorpresa era sempre un passaggio prima della diffidenza e del drammatico abbandono, a me, al nostro amore di adolescenti. Aveva le mani in tasca, poi mosse lo sguardo nella mia direzione. Lo raggiunsi e lo abbracciai con una contentezza nuova, come se fossimo nati entrambi allora, scoperti allora al mondo nuovo e innocuo. Lui mi lasciò fare, strinse appena i miei fianchi. Aveva addosso la sua dose, l’eroina era in circolo. Aspettava ma senza smania. Potevo parlargli e immaginarmi una seppur minima attenzione. Cetty usciva dalle baracche con un tizio. Aveva un tailleur bruno vinaccio, era senza calze, aveva i polpacci graffiati e le ballerine nere lucide consumate in punta. Era struccata e stravolta. Era bellissima. Ma Cetty si sarebbe salvata. vvvvv

Massimo sarebbe venuto al ballo. Ok, disse, verrò. Sapevo già a chi chiedere, da quale bagarino comprare i biglietti. Massimo ora guardava per terra. In realtà guardava me, era il suo modo di starmi a sentire, non guardarmi, guardare i piedi, la terra, le siringhe conficcate sul terreno. Tutto tranne me. Mi piaceva interrompere la sua anomala timidezza, con domande sciocche, petulanti, da ragazzina innamorata: “Dimmi, di che colore sono i miei occhi?”. Lui allora spostava lo sguardo, fissandomi il volto, non so dove, forse le guance, la bocca, poi gli occhi. Ed era stralunato, piccino, era piccino così come lo chiamavano nella valle di Mazzarrona: u picciriddu.

Allora rispondeva: oggi sono verdi, a volte sembrano gialli, con strisce un po’ rosse intorno. E quella volta rispose veramente. E io tacqui. Commossa fino alle lacrime, che combattevo nemiche e stupide. Non volevo commuovermi più per Massimo. Irragionevole ragazzina. Massimo però mi perdonava tutto, come faceva Ilaria. E anche Romina capiva tutto di me. “Sai Massimo” dissi, “il ballo di primavera è il ballo che aspettano tutte le ragazze del liceo, tutte le ragazze del mondo”. Ridevo. Anche lui. Poi  gli misi una mano sulla guancia sciupata. La pelle morbida e calda. Lui poggiò la sua mano sopra la mia. Gli promisi: non ci lasceremo mai.

(continua)

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